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“Di fronte alla catastrofe e dopo un duro travaglio, l’Europa risponde col debito

e soprattutto col debito dei più deboli (oltre a noi, la Spagna, la Polonia etc…)

senza rinnegare la sua religione. Non si tratta di una riesumazione di Keynes,

presto o tardi il debito ingigantito sarà usato come una clava per ricondurre

gli scavezzacollo all’ortodossia”

Economie nazionali ed Unione europea

di Alessandro Volponi

“La prosperità dell’Europa non può esistere senza prosperità del lavoro.

La cosa migliore che un governo può fare per i lavoratori è perseguire la piena occupazione”.

(Joseph Stiglitz, Riscrivere l’economia europea 2020, recentissimo ma pre-covid)

 

Se si escludono le politiche di bilancio espansive, residuano due vie per contrastare le crisi: crescita della competitività e politica monetaria. In verità la prima costituisce una soluzione puramente individuale, sia che si tratti di imprese sia che si tratti di sistemi-paese per i quali avere successo nella competizione significa praticamente esportare di più e/o importare di meno. Una ricetta che funziona per alcuni, ma non per tutti, e quando funziona è a danno di altri. Chi predica più competitività equivale al capitano che in un naufragio gridi ai passeggeri di arrampicarsi sulle spalle degli altri, esortazione peraltro superflua nel panico generale. Giovani aitanti raggiungerebbero le scialuppe insufficienti per tutti, donne, vecchi e bambini andrebbero a ingrassare i pesci. Con ciò non si vuol negare il problema della competitività in una economia aperta dal momento che una politica espansiva normalmente conduce ad un peggioramento della posizione sull’estero (una parte della maggiore spesa pubblica genera un incremento più o meno grande dell’import e la grandezza di questo incremento dipenderà appunto dalla competitività del paese, dalla completezza delle sue attività, dalla disponibilità di materie prime locali, etc.). Proprio per questa ragione è così importante che le politiche espansive siano adottate simultaneamente, anzi, in primo luogo, dovrebbero essere adottate dai paesi con maggiori avanzi commerciali e minor debito pubblico (vedremo in altra occasione come la politica espansiva di un singolo paese possa fronteggiare il “vincolo estero”). Terzo: la politica monetaria. Delegata alle banche centrali, tanto autonome dai governi quanto egemonizzate dalla finanza privata, compresa la finanza predatoria, esse possono avere diverse missioni: ristretta la missione della Banca Centrale Europea che prevede solo il controllo dell’inflazione (il cui valore massimo è stato arbitrariamente fissato al 2%), più ampia quella della F.E.D. (la banca federale degli U.S.A.) che include, oltre alla stabilità, l’occupazione e la crescita.  Ovviamente sono ambedue istituti di emissione (euro e dollaro). Questo sulla carta, nei fatti la B.C.E. di fronte alla catastrofe imminente assunse, con il quantitative easing e la dichiarazione di Draghi (“faremo tutto ciò che è necessario”), il ruolo di salvatore della patria tra i mugugni dei rigoristi, mentre la F.E.D. in varie occasioni ha adottato misure recessive aumentando i tassi di interesse mentre la disoccupazione esplodeva.

Su due punti non esiste differenza: il salvataggio delle banche a qualsiasi costo e la tutela dei creditori. Impressionanti le pagine di Stiglitz e Krugman sulle nefandezze  della finanza statunitense e sul trasferimento di ricchezza dai contribuenti ai predatori operato dalla F.E.D. e dai governi  U.S.A. con la crisi del 2007-2008.

Supponiamo invece, per un momento, che un banchiere centrale illuminato persegua la crescita e la piena  occupazione e consideri l’inflazione un pericolo solo quando minacci queste priorità e il  tenore di vita delle masse popolari, di quali strumenti disporrebbe e quali limiti incontrerebbe nella sua azione? Disporrebbe ovviamente della consueta possibilità di manovrare i tassi di interesse e di espandere la base monetaria, determinando un aumento della domanda aggregata (domanda di beni di consumo, di servizi, di beni di investimento) e provocando un deterioramento del cambio della moneta che sarebbe contrastato dagli altri attori del mercato mondiale con l’adozione di analoghe politiche espansive. È chiaro, però, che il tasso di interesse non può scendere al di sotto dello zero (in verità possono darsi tassi reali negativi quando siano inferiori al tasso di inflazione) e una crisi può essere così profonda che neppure tassi nulli riescano a rianimare investimenti e consumi.

Un altro limite è costituito dall’inflazione che normalmente accompagna l’espansione creditizia e monetaria ma, nelle situazioni di grande capacità produttiva inutilizzata, l’auento dei prezzi dovrebbe essere modesto (secondo Krugman l’obbiettivo della B.C.E. dovrebbe essere tranquillamente portato al 4%).

Una ulteriore opzione consiste nell’acquisto di titoli del debito pubblico senza interessi che libererebbe gradualmente il bilancio dello Stato (o degli Stati, nel caso dell’eurozona) dagli oneri del servizio del debito dando spazio a spesa sociale e investimenti. Sul mercato dei capitali si ridurrebbe il tasso atteso dal risparmio privato, agevolando il finanziamento delle imprese. Il nostro ipotetico Signore della moneta potrebbe inoltre finanziare le casse previdenziali liberando imprese e lavoratori dagli oneri contributivi. Questo tipo di spesa non avrebbe ripercussioni inflazionistiche perché ridurrebbe costi di produzione disincentivando investimenti labour saving. Se poi fosse capace di guardare qualche palmo più in là della sua area valutaria potrebbe finanziare progetti per trasporti, scuole, ospedali, rifornimento idrico ed energia pulita nei paesi più poveri, riservando la partecipazione alle gare di appalto ad imprese aventi sede nella sua area valutaria con un imponibile di manodopera locale e ad imprese locali.

È chiaro che il nostro banchiere vigilerebbe seriamente sui comportamenti delle banche esautorando, ad esempio, quel costoso ente inutile che è la Banca d’Italia (istituzioni di vigilanza come questa o come la CONSOB sono nocive perchè inducono una falsa sicurezza negli investitori che sarebbero altrimenti ben più prudenti). Sanzionerebbe pesantemente le istituzioni finanziarie che utilizzano paradisi fiscali a partire da quelli interni all’Europa (Lussemburgo, Irlanda, Isole del canale etc.). Condizionerebbe l’erogazione di risorse punendo gli Stati che praticano il dumping fiscale (ad esempio l’Olanda o Malta). Tutto ciò e molte altre cose potrebbe fare il Banchiere centrale che esiste solo nella nostra fantasia ma paradossalmente proprio l’efficacia delle misure assunte,  presto o tardi determinerà aumenti dei prezzi e strozzature nell’offerta di alcuni beni perchè la politica monetaria non ha capacità selettiva; prima che l’inflazione intraprenda la sua crescita a spirale (l’attesa di prezzi in aumento affretta le decisioni di spesa determinando ulteriori aumenti) si dovranno adottare provvedimenti restrittivi.

 

 

 

Un’astrazione statistica

 

Per la determinazione del tasso di inflazione si procede al rilevamento del movimento dei prezzi periodico, prezzi di beni e servizi che vengono ponderati in base alla quota del paniere che i singoli beni detengono. In realtà per ogni consumatore si avrà un tasso specifico di inflazione poiché il movimento dei prezzi non è omogeneo e non esistono due consumatori con identica composizione del paniere. La riduzione del costo dei voli transatlantici, ad esempio, può compensare l’aumento di prezzo di un genere alimentare ma molti consumatori sono del tutto indifferenti alla prima mentre, per un certo strato della popolazione, gli acquisti per consumi vitali rappresentano una quota esigua della spesa complessiva. Proprio alimentari ed energia costituiscono la porzione dei consumi dai prezzi più volatili per cui gli economisti raccomandano di sorvegliare l’inflazione “dura” (quella che non tiene conto di essi) cioè strutturale. Si dà il caso, però, che alimentari ed energia (insieme  alla spesa per l’abitazione) costituiscono una parte ingente dei consumi popolari e che nel movimento dei prezzi relativi tendono ad una crescita continua in rapporto a molti beni industriali. Questa divergenza è una conseguenza dei diversi ritmi di incremento della produttività e suona a conferma della legge del valore. La politica monetaria non può agire selettivamente neppure nel contrasto dell’inflazione che ha, come si vede, anche una natura di classe.

Ma il limite più importante della politica monetaria è che non può influire su una questione decisiva, per l’economia e per la democrazia e secondo qualche onesto liberale persino per lo Stato di diritto, vale a dire sulla distribuzione del reddito e della ricchezza. Neppure la Banca centrale animata dalle migliori intenzioni può  scalfire questo macigno. Proprio perciò l’establishment predilige la politica monetaria malgrado la sua ridottissima efficacia anticlica rispetto alla manovra di bilancio.

 

 

 

A mali estremi…

 

Sappiamo bene che la B.C.E. di fronte ad una crisi “normale” non farebbe un decimo di quel che farebbe il nostro banchiere ideale, seppure ne avesse i poteri. I sacerdoti della religione del 2% non commetterebbero mai tanti peccati. Si dà il caso, però, che il Covid ha aggravato, in una misura inusitata e imprevista, la crisi generale del sistema. Come in ogni Chiesa che voglia durare, i dogmi non si discutono ma le regole si adattano ai tempi nuovi. Di qui l’intervento straordinario, denominato Recovery Fund, dalle dimensioni spettacolari, mirato a fronteggiare il crollo dei redditi e dell’occupazione (rinviato quest’ultimo, in parte, dal blocco dei licenziamenti). Si tratta di una massiccia emissione, 750 miliardi, di titoli pluriennali garantiti dall’Europa, il cui ricavato sarà distribuito ai paesi membri, in base alla diversa gravità delle situazioni, in forma di sussidi, 390 mld, e di prestiti, 360 mld. La distinzione tra prestiti ed erogazioni a fondo perduto non è superflua purchè non si dimentichi che queste ultime sono a carico dei futuri bilanci comunitari che sono fondati sui contributi dei paesi membri. Va ricordato anche che queste emissioni andranno a concorrere nel medesimo mercato dei capitali con le emissioni di titoli del debito pubblico alle quali tutti gli Stati membri ricorrono normalmente. Si tratta, dunque, di prestiti distribuiti con modalità diverse: alcuni ricadono subito sul debito pubblico degli Stati percettori, altri ricadranno in futuro. Per gli Stati più indebitati, quindi meno rassicuranti, il vantaggio consiste in uno sconto sugli interessi e nella possibilità di disporre di risorse in una quantità che il mercato finanziario non avrebbe mai consentito. Bisogna inoltre riconoscere l’assoluta novità della solidarietà finanziaria e il riconoscimento della particolare gravità della crisi italiana: la fetta maggiore di queste risorse, infatti, è destinata all’Italia (82 mld circa di sussidi e 127 circa di prestiti). Il tetto del 3% di disavanzo è ovviamente sospeso per non dire dell’obbiettivo del  60% di debito. Sospendere, però, significa riaffermare. Che cosa accadrà con un debito pubblico al 180%, poniamo, del P.I.L. italiano e col ritorno alle regole virtuose?

Quanti avanzi primari occorrerà accumulare e per quanti anni per dimostrare una seria volontà di espiazione? E soprattutto che ne sarà dell’economia e della società italiane con una prolungata politica di bilancio recessiva? Tremiamo intanto al pensiero che quella massa di miliardi dovrà finanziare soprattutto investimenti, e investimenti, in senso stretto, significa progetti, valutazioni di impatto o comunque procedure di approvazione e prima di tutto scelta degli obbiettivi. La capacità di progettazione della nostra Pubblica Amministrazione è pari a zero, il ricorso a pochi professionisti baciati dalla fortuna produce ingorghi pluriennali e sterminati sono anche i tempi della burocrazia, come risulta evidente dalla gestione dei terremoti (la pandemia può essere considerata un terremoto economico e sociale).  En passant osserviamo che tra complicazione burocratica e corruzione esiste un rapporto organico ed è prevedibile che, con questo livello di corruzione emergerà qua e là qualche episodio di malaffare, lo scandalo sarebbe europeo! Sulla grande torta in arrivo volteggia uno stormo di rapaci, in prima fila le grandi imprese specializzate in grandi opere senza gara mentre, a proposito di scelte, il nostro Presidente del Consiglio, di solito così assennato, ci inquieta esternando la sua preferenza per il tunnel rispetto al mitico ponte sullo stretto. Sarebbe interessante conoscere  l’opinione del prof. Ponti sull’alta velocità in Sicilia (coronamento del tunnel), sul suo rapporto costi-benefici.

 

 

 

Per concludere

 

In definitiva, di fronte alla catastrofe e dopo un duro travaglio, l’Europa risponde col debito e soprattutto col debito dei più deboli (oltre a noi, la Spagna, la Polonia etc.) senza rinnegare la sua religione. Non si tratta di una riesumazione di Keynes, presto o tardi il debito ingigantito sarà usato come una clava per ricondurre gli scavezzacollo all’ortodossia. È il paradosso di ogni dottrina sbagliata nel rapporto con la realtà. D’altra parte i cattivi maestri stanno riuscendo a sostituire lo Stato sociale per i poveri con lo Stato sociale per i ricchi, modello U.S.A., mentre milioni di europei e di americani vedono il nemico nell’immigrato del campo profughi, miracoli dell’egemonia!

Che fare dunque qui e ora? Abbiamo inventato una Banca centrale ideale, sarà più agevole descrivere l’operato del nostro governo ideale e i suoi fondamenti teorici. In fondo si tratta di fare quel che non si è fatto in tutti questi anni, in un contesto  reso più drammatico per la dimensione della crisi. Abbiamo però, a questo punto, abusato della pazienza del lettore al quale diamo appuntamento sulle pagine di questa nostra rivista.