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Easy Rider: 51 anni e non dimostrarli

di Laura Baldelli

Grazie al progetto “Il cinema ritrovato” della Cineteca di Bologna, lo scorso inverno nelle sale Italiane, prima del lockdown abbiamo potuto rivedere, restaurato e in lingua originale, il film cult Easy Rider, manifesto generazionale dei giovani ribelli USA degli anni '60.

Il film non sembra sentire i suoi 50 anni suonati e il mito resiste, nonostante il tempo e “i tempi correnti”, è ancora un film intramontabile, selezionato per la conservazione nel National Registry della Biblioteca del Congresso degli USA.

Era il 14 luglio 1969 quando usciva come opera prima di Dennis Hopper, destinata a rivoluzionare la storia del costume e rilanciare il cinema americano, inaugurando la “New-Hollywood”, chiudendo un’epoca e aprendone una nuova, nel momento in cui la produzione era in crisi economica e a corto d'idee innovative, sovrastata dal cinema europeo: dopo il Neorealismo imperversava con la commedia italiana e quello intellettuale francese con la Nouvelle Vague. Fu in Europa il primo riconoscimento, al XXII festival di Cannes, premiato come migliore opera prima, che aprì poi la strada alle candidature agli Oscar.

Così le corporations di Hollywood dopo i successi de “Il laureato” e di “Easy Rider”, intrapresero il nuovo filone di successo: i film per i giovani, che esprimevano la contro-cultura del '68. Infatti nel documentario del 2004 “A legacy of Filmmakers: The Early Years of American Zoetrope” George Lucas definì Easy Rider come uno spartiacque che le major di Hollywood non hanno potuto ignorare per capire come parlare ai giovani.

Era la beat generation che aveva letto “Sulla strada” di Kerouac, che doveva combattere e morire in Viet-Nam, che aveva vissuto gli assassinii di J. F. Kennedy, di Malcom X, di M. L. King e R. Kennedy, mentre l'idea dell'America eroica e invincibile della seconda guerra mondiale, portatrice di pace e libertà, sfumava nelle giungle del Viet-Nam, svelando il volto imperialista della democrazia liberale americana. Nel '69 i giovani americani vissero l'altro indimenticabile mito: Woodstock, il più grande festival rock, celebrazione della non-violenza e del pacifismo, dove però J. Hendrix bruciò la sua chitarra come un fuoco d’artificio e diventò il simbolo della rivolta giovanile.

Nel mondo occidentale spiravano ovunque venti di ribellione e in Europa il maggio francese del '68, e ancor più forte e incisivo “l'autunno caldo italiano” del '69, sembravano voler cambiare il mondo, la società, i rapporti tra le classi sociali, ma con un'altra idea di libertà rispetto a quella americana: la conquista della libertà passava attraverso il riconoscimento di diritti collettivi nel lavoro, nello studio e nella parità di genere.

Easy Rider diventerà il simbolo delle libertà individuali ed entrerà nell'immaginario collettivo di tutto il mondo occidentale... suo malgrado, poiché la storia è la tragica parabola di quella generazione e di quel modello di società; ma da un punto di vista culturale si può parlare di un “rinascimento artistico” statunitense nel cinema, nella musica, nell'arte, nella letteratura. Infatti emergeranno i registi Altman, Scorsese, Coppola, Lucas che rivoluzioneranno il linguaggio cinematografico, affrontando l'inquietudine e i tabù come il sesso, la violenza, la droga, l'oppressione di genere e di razza.

Ancora oggi Easy Rider è il “road movie” per eccellenza, anche se Hopper dichiarò subito che non era un film su i viaggi in moto, bensì sul viaggio esistenziale e sociale verso la contro-cultura, attraverso gli states, su quello che succedeva nel paese, come un moderno western che ripercorreva al contrario il viaggio dei pionieri alla conquista del west: dalla California verso il profondo sud a New Orleans per la festa del Mardi Gras, con i chopper al posto dei cavalli tra gli scenari della Monument Valley, i mitici set di John Ford, che sono parte integrante della sceneggiatura assieme alla musica. Il tutto in una luce da grande fotografia, opera di László Kovács.

Ma Easy Rider è anche un viaggio all'interno di se stessi con un trip all’acido lisergico.

Il film nacque da un'idea di P. Fonda e Dennis Hopper, fu girato quasi senza sceneggiatura, di cui si racconta che gli attori spesso improvvisavano; il montaggio innovativo di Donn Cambern ha ridotto i km di pellicola girati, preferendo la narrazione episodica e minimale, inaugurando un linguaggio sperimentale per l’epoca, che ha poi fatto scuola.

Grazie al montaggio e alla mitica colonna sonora il film è una ballata, che crea una visione unica e irripetibile dell'immaginario creato dal cinema. Così sul piano simbolico, perché le inquadrature delle moto nelle lunghe strade americane mentre si sorpassano, diventarono un'affascinante icona di viaggio di moderna esplorazione, un’esperienza evocativa, esistenziale, intramontabile.

Quelle immagini furono e sono ancora il simbolo positivo degli USA, l'altra faccia dell'imperialismo, sovrastando il tragico finale del film e la critica a quel modello di società che è il leit-motiv di tutto il film.

Infatti oltre ad essere un manifesto cinematografico e musicale, è soprattutto un manifesto culturale e politico.

I protagonisti-eroi Wyatt Capitan America, interpretato da P. Fonda e Billy dallo stesso Hopper, sono le moderne personificazioni dei mitici Wyatt Earp e Billy the Kid, che invece di rapinare banche, grazie ai traffici di droga ricavarono i soldi per inseguire il sogno amaro dell'evasione del viaggio per vivere con tutti i sensi, percorrendo la strada della non-violenza; ma “on the road”, oltre le pacifiche comunità hippies, dove si celebrava gioiosamente il sesso libero, incontrarono la violenza sotto forma di conservatorismo “dell’american way of life” che distruggeva chi non si adeguava.

Altro interprete-compagno di viaggio fu un giovane Jack Nicholson, che aveva deciso di abbandonare la carriera di attore per quella di regista, ma grazie al film, per cui ebbe la nomination all'oscar come miglior attore non protagonista, continuò invece la brillante attività di attore. Interpretò George Hanson, un giovane figlio di papà, avvocato etilista in giacca e cravatta, che in uno slancio di libertà decise di unirsi a Wyatt e Billy e viaggiare in moto verso il carnevale di New Orleans. Il nuovo trio, on the road trovò le prime avvisaglie d'intolleranza, a causa del loro modo di vestire, di vivere e comportarsi, dei capelli lunghi, simbolo di anticonformismo hippy; non bastò filarsela per evitare una rissa, così furono aggrediti nella notte durante il sonno nel loro accampamento, come in un film western, e George fu colpito a morte. Prima dell'aggressione i tre parlarono della libertà, il dialogo più famoso di tutto il film:

George: “Una volta questo era proprio un gran bel Paese e non riesco a capire quello che gli è successo”

Billy: “È che tutti hanno paura, ecco cos’è successo”.

George: “Sì ma non hanno paura di voi, hanno paura di quello che voi rappresentate”.

Billy: “Ma quando… Per loro noi siamo solo della gente che ha bisogno di tagliarsi i capelli”.

George: “Ah no… Quello che voi rappresentate per loro, è la libertà”.

Billy: Che c’è di male nella libertà? La libertà è tutto”.

George: “Ah sì è vero: la libertà è tutto, d'accordo... Ma parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato. E bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran da fare a uccidere, a massacrare per dimostrarti che lo è. Ah sì certo ti parlano, ti parlano e ti riparlano di questa famosa libertà individuale; ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura”.

Billy: “Eh la paura non li fa scappare!”.

George: “No, ma li rende pericolosi”.

Parole profetiche perché poco dopo Gorge fu assassinato proprio da cittadini della middle-class. Fu il presagio anche del finale, la conclusione amara del sogno di libertà e gli assassini saranno ancora semplici cittadini di quel sistema bigotto di convenzioni reazionarie, razziste ed ipocrite, in un paese che esaltava la libertà individuale; “libertà” mistificata con “la scelta” in qualità di consumatori di merci, molte delle quali “musts” ovvero “ merci d’obbligo”, cioè quelle che il sistema capitalistico decide e fa sì che tutti siano obbligati a possedere, pena l’esclusione dalla vita sociale, così quella che chiamano libertà è una “costrizione al consumo”… “comprati e venduti” come dice George.

La libertà a cui aspiravano i nostri protagonisti è quella che consente un'esperienza diretta del mondo, ma proprio nel paese delle libertà individuali e del liberismo economico si teme il diverso e il cambiamento non dettato dal mercato.

Infatti il titolo originario del film è: “Easy Rider - Libertà e paura”.

Di fronte alla libertà, la società capitalistica trema, i nostri eroi non avevano idea di come cambiare il mondo, la libertà non è evasione, come ci racconta il film, ma va conquistata e vigilata ogni giorno con le giuste chiavi di lettura delle categorie della coscienza di classe, dell’organizzazione della lotta per il conseguimento di diritti collettivi nel rispetto dell’uguaglianza dell’essere umano e del suo lavoro contro lo sfruttamento. Ma questi sono i ragionamenti della vecchia Europa, che ha una storia e un pensiero filosofico e soprattutto conosce Marx ed Engels.

Nonostante l'agguato e la morte di George, il viaggio proseguì fino alla meta, dove Wyatt e Billy con due giovani prostitute intrapresero il trip con LSD all'interno di un cimitero. Girano ancora molte leggende riguardo a questa lunga scena allucinogena: si racconta che gli attori fossero veramente sotto acido lisergico, soprattutto P. Fonda.

Il finale tragico è il prezzo da pagare per chi vuole rinnovare la società e sogna un pensiero senza pregiudizi, dove si è liberi di esprimere il proprio essere e sperimentare nuovi percorsi di vita. Anche il finale è preannunciato da Fonda-Capitan America nella famosa frase: “We blew it” cioè “abbiamo fallito”, un'amara analisi e riflessione. Eppure, il film fu per le giovani generazioni nei decenni successivi un esempio di stile di vita: pacifismo, non-violenza e viaggi-evasione per scoprire il mondo e questo anche dopo la dichiarazione di John Lennon: “Il sogno è finito. Non sto parlando dei Beatles, sto parlando della nostra generazione”.

Le morti senza senso di Wyatt e Billy rappresentano la morte della nuova gioventù ribelle alla guerra e all'imperialismo americano.

Il film deve moltissimo alla colonna sonora, un eccezionale commento sonoro, che Hopper da grande appassionato di musica, scelse tra i brani che ascoltava in quel periodo e tutte le canzoni diventarono dei cult, musiche intramontabili, entrate nell’immaginario collettivo, simbolo di un'epoca che sognava un'utopia, che hanno contribuito a fare di Easy Rider anche un documento storico dell'epoca.

“Born to be wild” degli Steppenwolf ogni volta che la si ascolta evoca le immagini dei chopper di Hopper e Fonda e anche tutte le altre sono indimenticabili: “The pusher” degli Steppenwolf, “Wasn't born to follow” dei The Birds, “If 6 was 9” di Jimi Hendrix, “The weight” degli Smith e molte altre raccolte in seguito nell'album Ballad of Easy Rider.

Grazie anche alla colonna sonora, il film, prodotto dallo stesso Fonda, costò pochissimo, a parte le licenze musicali e incassò moltissimo, dimostrando ad Hollywood come si potevano realizzare film a basso budget con registi d'avanguardia con molte idee creative.

Il sistema capitalistico americano ha fatto di Easy Rider un “brand”, un business per vendere la propria immagine del paese della libertà: la moda per giovani che come industria nasceva in quegli anni e trasformò in icone la giacca a frange di Hopper, i Ray-Ban, i camperos e il chiodo di pelle di Capitan America di Fonda e molti giovani europei intrapresero il lungo viaggio coast to coast, attraverso gli stati americani.

Negli anni quei luoghi non sono cambiati, ritroviamo ancora la stessa intolleranza xenofoba, il culto della sicurezza personale e delle armi, risultato di un paese che non investe in servizi pubblici, nella scuola  e nella sanità pubblica, che è costantemente in guerra con le ipocrite giustificazioni: “per difendere la propria sicurezza nazionale” e “per esportare democrazia”, minando le sovranità nazionali dei popoli... un paese a cui l’Italia esprime sudditanza, a cui guarda come modello, adeguandosi al pensiero unico del neoliberismo, distruggendo tutte le conquiste sociali del welfare, dello statuto dei lavoratori, ottenute con le lotte negli anni ‘70.

Ma Easy Rider rimane un mito che ci emoziona ancora e le generazioni dei giovani per alcuni decenni hanno avuto sogni, musica e letteratura nella loro formazione e nei loro ricordi... oggi con quale cultura si formano, si divertono e sognano i giovani? Come nell’intenzione del film lasciamo aperte domande nella speranza che molti possano riflettere.