Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

9 maggio 1945: giorno della vittoria

e della liberazione dell’europa

da parte dell’armata rossa.

Il reggimento degli “Immortali”

 

di Enrico Vigna

SOS Ucraina Resistente/CIVG

 

 

 

 

 

 

L’8 maggio 1945, per il fuso orario a Mosca era già il 9 maggio, nella tarda serata la Germania firmò la resa totale e la capitolazione alle forze alleate.

Il governo sovietico annunciò la vittoria la mattina del 9 maggio, dopo la cerimonia di firma avvenuta a Berlino da parte del Feldmaresciallo Wilhelm Keitel.

La storiografia sovietica e la memoria dei popoli sovietici e slavi chiama la guerra contro l’invasione nazista “Grande Guerra Patriottica”, e di fatto, a pagare il prezzo più alto di questa lotta immane sono stati proprio i popoli dell’ex-URSS.

Un Paese che per anni sostenne l’urto della più grande potenza militare della storia dell’umanità.

Al momento dell’aggressione all’URSS la Germania disponeva di 8.500.000 uomini inquadrati in 214 Divisioni (di cui 35 corazzate e motorizzate) e 7 Brigate autonome; 26.000 cannoni e mortai, oltre all’artiglieria contraerea; 3.195 carri armati; 10.093 aerei da combattimento; la Flotta navale disponeva di 5 corazzate, 8 incrociatori, 43 cacciatorpediniere e torpediniere, 161 sommergibili e 107 navi da guerra di grandi dimensioni.

Per l’attacco all’URSS, contando anche le 37 divisioni dei paesi alleati, furono destinate da subito 190 Divisioni che col tempo superarono le 700.

Il tutto su un fronte militare di oltre 3.000 km di lunghezza, che arrivò anche a 6.200 km, e 500 km di penetrazione verso l’interno del paese, e anche a 1.000 km in alcune fasi.

Su fronte orientale s’impiegò il 93% del tempo delle operazioni militari complessive della II Guerra Mondiale.

Senza dimenticare che l’Unione Sovietica aveva anche uno sterminato fronte aperto all’estremo oriente, in quanto si trovava in una situazione di guerra de facto con il Giappone, per la difesa della Mongolia e dei suoi estremi confini orientali.

Molti generali e studiosi militari (anche ostili all’Unione Sovietica) hanno riconosciuto la coesione politica, militare, emozionale, culturale e spirituale tra il governo sovietico guidato da Stalin, il suo popolo e tutte le componenti della società russa e sovietica. Grazie a questa unità è stata possibile la vittoria sul Terzo Reich.

La lezione è stata quella che nessuna guerra può essere persa quando un governo e uno stato riescono a ottenere una fiducia così forte dal proprio popolo, tanto che questo è pronto a offrire il bene più alto, e cioè il sacrificio della vita, per difendere il proprio Paese.

Questo è accaduto, al di là di giudizi politici negativi o positivi su altri aspetti, in Unione Sovietica nel 1941 e resterà per sempre come un dato storico incontestabile, che non può essere dibattuto o messo in discussione.

Questo è quanto hanno sancito personalità, studiosi, militari, storici, esponenti politici internazionali, anche ostili a quel governo.

L’espressione “Grande Guerra Patriottica” fu coniata in Unione Sovietica dopo il discorso radiofonico di Stalin alla nazione, il 3 luglio 1941.

In URSS è definita Grande Guerra Patriottica (in russo Великая Отечественная война, Velikaja Otečestvennaja vojna) perché è stata vissuta e affrontata come un’epopea di massa senza precedenti, imprese compiute sul fronte miliare, ma anche fondate sul generoso e instancabile lavoro del popolo nelle retrovie, comprese le donne, gli inabili al combattimento, gli anziani, persino i ragazzini. Tutti, indistintamente, hanno contribuito fino allo stremo delle forze, raggiungendo limiti di sopportazione umana inenarrabili, alla resistenza prima e alla vittoria finale poi. Tutto questo è potuto avvenire non solo per incrollabile fede ideologica, che certamente ispirava i tre milioni di comunisti del Partito, ma soprattutto grazie alla potente idealità patriottica dell’intera popolazione sovietica in tutte le sue componenti.

Basterebbe narrare le gesta delle forze partigiane, delle centinaia di migliaia di uomini e donne che in ogni angolo, villaggio e città non dettero un attimo di tregua all’invasore, pagando un enorme prezzo in termini di vite umane.

In tempi di russofobia dilagante ritengo utile sottolineare alcuni aspetti militari, politici, culturali e, pur essendo chi scrive un laico, anche spirituali. Questi elementi possono aiutare a capire quel mondo, quei popoli, quegli uomini e donne che hanno pagato il prezzo di 26 milioni di morti e di 42 milioni di mutilati, oltre alle terrificanti devastazioni materiali del proprio Paese, per donare all’umanità un futuro degno di essere vissuto.

Perché è ormai appurato storicamente, con documenti e fatti innegabili, che furono le potenze imperialiste occidentali a favorire l’espansione della Germania nazista, con l’obiettivo di indirizzarne l’aggressività contro l’URSS, primo paese socialista nel mondo.

Senza gli investimenti e gli aiuti tecnologici, oltreché finanziari, degli USA, dell’Inghilterra e della Francia, senza politiche come il patto di Monaco, la Germania nazista non avrebbe mai potuto scatenare la seconda guerra mondiale.

Lo storico e analista americano F. Schuman, in un suo testo del 1963, analizzando la condotta dei dirigenti statunitensi, inglesi e francesi, sottolineò che: «in tutta la storia dell’umana indolenza e stupidità e dei crimini compiuti dall’uomo fino ad oggi, non si trova nulla di paragonabile alla stupidità e perfidia di cui diedero prova i rappresentanti dei popoli democratici nel periodo della vigilia della seconda guerra mondiale».

Anche il politico inglese liberale, il conte D. Lloyd George, commentava la strategia occidentale con una tipica ironia britannica, in un passo riportato dallo storico inglese Z. Coates: «Lord Halifax a nome del governo inglese, visitò Hitler e Göring, Chamberlain sempre inviato dal governo inglese, si gettò tre volte di fila nelle braccia del Führer. Poco prima era appositamente andato a Roma per abbracciare Mussolini e portargli un omaggio quale nostro riconoscimento ufficiale dell’occupazione dell’Abissinia, e per lasciargli intendere che noi, come Gran Bretagna, non avremmo posto ostacoli al suo intervento in Spagna. Perché in un paese molto più potente, quale l’URSS, che ci offriva il suo aiuto, abbiamo mandato un semplice burocrate del Foreign Office? A questo si può dare un’unica risposta: il signor Neville Chamberlain, lord Halifax e sir Simon non desiderano un’alleanza con la Russia».

Lo storico militare inglese, Liddell Hart, nel suo libro “La seconda guerra mondiale”, ha evidenziato che in quel momento: «l’unica possibilità di evitare la guerra era quella di assicurarsi il sostegno della Russia, la sola potenza che poteva opporsi al nazismo».

I documenti del processo di Norimberga testimoniano che i capi militari nazisti avevano una sola grande preoccupazione, ed era quella di una eventuale offensiva alleata da ovest. Il generale Feldmaresciallo W. Keitel ammise in aula che: «se i franco-britannici avessero lanciato un’offensiva a occidente del nostro fronte, avremmo potuto opporre una difesa del tutto inconsistente».

Ma anche il generale Jodl nella stessa sede disse: «se non siamo stati sconfitti da subito è stato solo perché circa 110 divisioni francesi e inglesi, che si trovavano a fronteggiare in occidente 23 divisioni tedesche, se ne restarono del tutto inattive”.

La causa di quella “inattività” è ora evidente: l’obiettivo dei dirigenti occidentali democratici era quello di indirizzare la ferocia nazista verso l’URSS, come poi avvenne.

Anche nel corso della guerra, nonostante gli accordi di alleanza, Stati Uniti e Gran Bretagna procrastinarono l’apertura del secondo fronte in Europa occidentale, conducendo una politica tesa a indebolire l’Unione Sovietica, per poi in seguito, una volta sconfitta la Germania, poter dettare le condizioni politiche ed economiche sulle scelte future dell’URSS e del mondo intero.

L’ex vice Segretario di Stato degli USA Sumner Welles, si espresse nel suo libro “The Time for Decision” del 1944 in questi termini: «negli anni precedenti la guerra i rappresentanti dei grandi gruppi finanziari e commerciali dei paesi democratici occidentali, inclusi gli Stati Uniti, erano fermamente convinti che la guerra tra l’Unione Sovietica e la Germania hitleriana sarebbe stata più che favorevole per i loro propri interessi. Essi sostenevano che certamente la Russia avrebbe subìto una sconfitta e con essa sarebbe stato liquidato il comunismo, e che la Germania, debilitata per molti anni da quel conflitto, non avrebbe più rappresentato una seria minaccia per il resto del mondo».

Il 24 giugno 1941, il giorno dopo l’inizio dell’invasione nazista dell’URSS, il vice presidente degli USA Truman dichiarò al New York Times: «Se vedremo che la Russia sta vincendo, dovremo aiutare la Germania, se vedremo che la Germania sta vincendo, dovremo aiutare la Russia, lasciando, in questo modo, che si ammazzino a vicenda nella maggiore misura possibile».

Conoscere in profondità il suo significato e il modo in cui è stata vissuta e affrontata forse ci può avvicinare a valori e sentimenti ormai smarriti in Occidente, anzi per la precisione regalati alle forze reazionarie, scioviniste e razziste: dignità, identità di popolo, patriottismo, indipendenza, sovranità nazionale, spiritualità. Valori che non necessariamente vanno adottati in altre parti del mondo in maniera acritica, ma che vanno comunque capiti e rispettati, come ha argomentato il segretario del Partito Comunista della Federazione Russa G. Zjuganov: «quando ci si approccia a realtà come quelle slave o russofone dell’ex URSS o quelle di paesi musulmani o latinoamericani o africani, non lo si può fare senza tener conto del ruolo millenario e secolare, giusto o sbagliato è un altro problema, dell’ortodossia, o del Corano, o del cattolicesimo, o del tribalismo». Solo così si è parte e capaci di orientare, reali avanguardie del proprio popolo.

Nell’animo e nella coscienza del popolo russo e sovietico, questa è la rimembranza più sentita e più radicata in tutti settori della società, che va al di là di ideologie, partiti o schieramenti.

È un sentimento profondo e radicato, che viene mantenuto vivo, anche grazie alle scelte fatte dal Presidente Putin, che dal giorno del suo insediamento ha rafforzato ed esteso in tutte le istanze della società russa, questa memoria storica, facendo diventare il rifiuto del nazifascismo una radice identitaria storica, culturale e morale della Russia, e una fonte di autostima e orgoglio nazionale per tutto il popolo, come da lui stesso dichiarato.

Quello spaventoso conflitto avrebbe dovuto insegnare che i pericoli di guerra sono permanenti, perché insiti nelle logiche imperialistiche che, a differenza dei popoli, ne hanno un bisogno vitale. Soltanto movimenti per la pace estesi, radicati e unitari, capaci di contrastare con fermezza e determinazione simili politiche, possono costituire un ostacolo reale.

Allo stesso modo occorre porre una continua vigilanza sugli obiettivi delle potenze imperialiste perché (e gli ultimi decenni ne sono una dimostrazione) quando esse vogliono scatenare una guerra, mascherano abilmente i loro interessi politici ed economici con la disinformazione strategica, che è ormai diventata una vera e propria scienza. Un ruolo di primo piano lo svolgono i “distrazionisti”, cioè i professionisti dei media, specializzati nel distogliere le opinioni pubbliche dei propri paesi dai veri fini delle politiche imperialiste. Sono specialisti che fanno circolare pseudo verità, che mistificano, costruiscono notizie in apparenza innocue e in realtà funzionali ai progetti di aggressione dei propri mandanti.

Il loro compito è sviare, confondere, distrarre l’opinione pubblica e manipolare le menti. Oggi il nemico sono i nuovi “signori della guerra”. La loro tattica, come abbiamo visto, è più sofisticata, più subdola ed è mascherata dalle “parole magiche” (democrazia, diritti umani, progresso) che la rendono accettabile per le opinioni pubbliche occidentali, ma non certo per i due terzi dell’umanità che hanno imparato a conoscerle sulla propria pelle, Afghanistan, Grenada, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Libia, Siria, Donbass, Yemen, solo per citare alcuni degli oltre 50 fronti di guerra aperti in questi ultimi 25 anni nel mondo.

In ogni situazione un attore è sempre presente. Questo attore si chiama NATO.

Un organismo che costa agli italiani 87 milioni di euro al giorno. Riusciamo a immaginare quanti ospedali, ambulatori, quante scuole, asili, quanti investimenti per gli italiani disoccupati si potrebbero portare avanti? Perché non chiedere alla nostra classe politica (indipendentemente dallo schieramento) di rispondere a questa semplice domanda?

Sarebbe già un buon passo in avanti per cercare di fermare le guerre, cominciando col mettere in discussione questa organizzazione dispensatrice di morte per i popoli e per paesi indipendenti e non sottomessi.

 

 

 

La Marcia del Reggimento degli Immortali

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo la caduta dell’URSS, negli anni '90, il Giorno della Vittoria era commemorato con   celebrazioni molto più dimesse. Nel 2015 per il 70º anniversario della vittoria sulla Germania nazista la sfilata a Mosca è stata la più imponente parata della Russia contemporanea. Facendo gli onori di casa il Presidente Putin, oltre al tradizionale discorso, ha chiesto un minuto di silenzio in memoria delle vittime sovietiche: 26 milioni.

Il “Reggimento degli Immortali” è un evento ideato e elaborato nella società civile russa, da intellettuali, storici, artisti, associazioni dei veterani, come rimembranza ma soprattutto per dare una continuità storica alla memoria del proprio popolo, che ha trovato nel governo e nelle istituzioni statali pieno supporto e adesione.

La proposta era nata nel 2012 a Tomsk, nel 2013 è stata assunta come celebrazione da oltre 120 città russe; poi nel 2013, si è ampliata a cittadini della Bielorussia, del Kazakistan, del Kirghizistan.  Ora è divenuto un progetto unitario che coinvolge i paesi di tutta l’ex URSS e altri paesi slavi e non. Chiunque può registrarsi nel “Reggimento Immortale”, i familiari deceduti nella Grande Guerra Patriottica, ma anche giovani volontari, indipendentemente dalla nazionalità, dalla fede religiosa e dalla cittadinanza. Si stima che ora siano oltre un milione e mezzo gli aderenti al Reggimento Immortale. L’iniziativa è diventata ormai una nuova tradizione popolare nella grande festa del Giorno della Vittoria. L’atto ufficiale di costituzione è avvenuto presso il “Museo Centrale della Grande Guerra Patriottica del 1941-1945”, nel Parco della Vittoria sulla collina Poklonnaja.

La commemorazione si caratterizza con la marcia in memoria dei veterani della Seconda Guerra Mondiale, dei lavoratori nelle retrovie e dei prigionieri dei campi di concentramento.

Il giorno scelto per la sfilata è il Giorno della Vittoria sovietica sulla Germania nazista, il 9 maggio,

un atto simbolico ma significativo per conservare la memoria della generazione di nonni, bisnonni, fratelli e sorelle, che hanno lottato per difendere la libertà del paese.

Alla marcia essi vanno con una fotografia del familiare che ha partecipato alla guerra, insieme ad altre migliaia di persone e immagini.

Molti giovani partecipano come volontari alle colonne del Reggimento Immortale, vedendola come un’occasione per compiere un’azione concreta di memoria antifascista.

Per esempio, i giovani volontari attuano un atto semplice ma toccante, che crea un legame forte: rintracciano persone anziane che vorrebbero partecipare all’evento portando la foto di un loro parente, ma che per qualche impedimento o per l’età non possono farlo, allora i giovani volontari “adottano” l’anziano e lo accompagnano alla marcia accudendolo e riportandolo poi a casa.

Il capo dello Stato russo V. Putin, portando un ritratto di suo padre, veterano di guerra, si è unito ai partecipanti della marcia, attraversando la Piazza Rossa alla testa del corteo, camminando fianco a fianco con i cittadini comuni. Putin ha detto che «…in fondo lui era sempre stato lì con loro e si sente un membro del Reggimento» e che ha deciso di unirsi alla marcia spontaneamente. «… Ho deciso all’ultimo momento, non avevo deciso in anticipo, ho scelto una foto di mio padre, che avevo vicino al momento. Non era previsto nel mio programma. E io vorrei che questo succedesse nel cuore di ogni persona e di tutto il popolo…», ha dichiarato il Presidente russo. «Il valore di questa iniziativa è che non è nata negli uffici, in strutture amministrative, essa è nei cuori della nostra gente, del nostro popolo. Questa è la dimostrazione del rispetto con cui trattiamo le generazioni che hanno protetto il nostro paese. Questo è il popolo che è diventato il “Reggimento Immortale”. Se questo movimento crescerà e diventerà una tradizione, lo sosterremo con tutti i mezzi a nostra disposizione. Noi viviamo grazie a loro. NON dimenticatelo mai!», ha concluso il Putin, dopo la prima marcia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anatoly Leopoldovich Golimbievsky, eroe dell’URSS

 

A quest’uomo e a tutta la generazione di quei veterani, semplici uomini e donne, compagni che misero sul piatto della storia le loro esistenze al servizio dell’umanità, con unica contropartita la possibilità della morte: ci inchiniamo e rendiamo loro onore, ma soprattutto diciamo loro Spasibo! Grazie! Chi ha sfidato la morte ama la vita e la pace! Questo è il 9 maggio. Nessuno dimentica! Nulla è dimenticato!

 

Le immagini sono tratte dal libro La Grande Guerra Patriottica di E. Vigna – Edizioni La Città del Sole, i cui ricavi vanno al “Progetto HURA” di solidarietà concreta di SOS Donbass, per i Veterani della Lotta di liberazione contro il nazifascismo, della RPD.

 

Aiutateci ad aiutarli. Per maggiori informazioni: info@civg.it