Nel momento in cui scrivo si apre a Napoli il G20, vertice mondiale sull’ambiente, clima ed energia, che chi ritiene che si possa dialogare soltanto in lingua inglese chiama “United Nations climate change conference UN2021”.

L’evento non è un appuntamento da poco, nonostante venga presieduto dal ministro italiano per la transizione ecologica, essendo il nostro Paese “di turno” nello svolgere il ruolo di padrone di casa. Nelle giornate di giovedì 22 e di venerdì 23 luglio si farà la sintesi di mesi di incontri tra le delegazioni e i tecnici internazionali che nei mesi scorsi si sono impegnati nel duro lavoro di avanzare proposte per conciliare la tutela dell’ambiente con il progresso e il benessere sociale, invertendo la tendenza – oggi sotto gli occhi di tutti – al degrado climatico e al rischio dell’estinzione dell’umanità.

Un rischio che, secondo gli storici, si sta ripresentando per la sesta volta nella storia del nostro globo, 65 milioni di anni dopo la quinta, caratterizzata dalla scomparsa dei dinosauri. I medesimi storici ci informano che l’eventuale nostra estinzione gioverebbe alla natura, in ragione del fenomeno che gli etologi chiamano “del rigoglio evolutivo”. Al quale peraltro non potremmo assistere.

I lavori della due giorni napoletana precederanno la Cop26, la conferenza dell’Onu sul clima, che si svolgerà a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre, sotto la presidenza del Regno Unito in partnership con l’Italia, dopo una serie di eventi preparatori, tra i quali ne va segnalato almeno uno, dedicato ai giovani, che si terrà a Milano dal 28 settembre al 2 ottobre. 

1.Il contesto europeo. L’European Green Deal

Tutto ciò avverrà nella nostra “piccola” Europa, che nei prossimi due anni intende affrontare la sfida della strutturazione della sua strategia di sostenibilità ambientale ed energetica. 

L’Unione Europea ha assunto tre impegni molto importanti. Il cosiddetto “Green Deal”, la “legge comunitaria sul clima” e il “Next Generation Eu”. 

L’European Green Deal non è una mera sostituzione delle risorse energetiche fossili con quelle rinnovabili, ma si propone come un nuovo paradigma, un nuovo ventaglio di protocolli economici, politici e culturali che dovrebbero portare alla definizione di un nuovo modello di sviluppo basato sul rispetto della natura e sul bilanciamento delle necessità della società contemporanea con la tutela e la valorizzazione dell’ambiente.

Il Green Deal Europeo, deliberato nel dicembre 2019, ha portato alla creazione di diversi strumenti grazie ai quali si sta definendo la politica ambientale europea. La cornice è il Quadro finanziario poliennale (QFP) per il periodo 2021-2027, approvato dal Parlamento europeo il 17 dicembre 2020.

La programmazione prevede un bilancio a lungo termine di 1.074,3 miliardi di euro (fra cui 356,4 miliardi per risorse naturali e ambiente) che, sommati ai 750 miliardi di euro di “Next Generation Eu” consentiranno all’Unione europea di fornire finanziamenti senza precedenti, pari a 1.800 miliardi. 

La Commissione, per conto dell’Unione, si indebiterà sui mercati finanziari internazionali, per poi “spostare” il debito (linea greca della macelleria socale) sugli Stati più deboli dell’UE, ottenendo risorse che si tradurranno in prestiti e sovvenzioni per gli Stati membri, i quali avranno il compito di implementare le politiche promosse dall’Unione nei rispettivi territori nazionali.

È in tale contesto che l’Italia potrà beneficiare di finanziamenti dell’altresì detto Recovery plan, in parte da restituire, a condizione che il governo Draghi, i suoi ministri e il Parlamento, deliberino un adeguato pacchetto di riforme e di provvedimenti che faranno sbloccare periodicamente i denari europei.

Non tutti i ministri e non tutte le forze politiche condividono le linee portanti del nuovo modello si sviluppo elaborato in sede europea. Basta sfogliare i quotidiani e le agenzie di stampa per conoscere le resistenze di interi settori economici ma anche le esitazioni e le impostazioni dubitative dei ministri maggiormente interessati.

Piccole (?) notizie segnalano divergenze di fondo tra alcune impostazioni del ministro Roberto Cingolani e quelle del legislatore europeo. Si tratta di trivellazioni, della chimica di sintesi in agricoltura (cfr. la sentenza del Tar del Lazio che ha respinto il ricorso dei produttori di nocciole della Tuscia contro l’ordinanza del comune di Nepi, appoggiati dall’avvocato di Stato del ministero di Cingolani), della sottrazione di ottanta milioni di euro ai parchi naturali per dirottarli altrove (e i parchi reagiscono affermando che “oggi in Italia la tutela ambientale è orfana di un ministero e anche di un ministro” come scrive Renzo Moschini, da anni sulla breccia in difesa della tutela dell’ambiente).

Ho preso a caso soltanto tre piccole (?) questioncelle, ma chi sfoglia i quotidiani trova praticamente ogni giorno la traccia della scarsa affidabilità ambientalista del ministro che dovrebbe suscitarla e implementarla.

2. Il contesto europeo. La legge sul clima

Ma torniamo all’Europa. Che, per la prima volta nella sua storia, dedica l’intera sua programmazione finanziaria alla lotta per il cambiamento climatico, subordinando il QFP al rispetto del Green Deal e degli Accordi di Parigi sul clima e destinando a progetti di lotta contro i mutamenti climatici il 30 % della spesa totale. 

Il commentatore malizioso potrebbe mettere queste scelte in relazione all’impetuosa avanzata del partito verde in Germania. E all’imminenza delle elezioni politiche in quella nazione. Tuttavia, gli incendi in Canada e in California, la notizia impressionante della foresta Amazzonica che non è più in grado di essere il polmone verde del mondo, e le alluvioni devastanti in Renania e in Cina spostano l’analisi dalla maliziosa cronachetta elettorale al tema epocale della sesta estinzione della specie umana compensata dal “rigoglio evolutivo” che nessun umano potrà godersi.

Il primo passo della Commissione verso un’Europa più verde è stata la “legge europea sul clima”, che intende rendere vincolante l’obbiettivo del raggiungimento della cosiddetta “neutralità climatica” entro il 2050. Pertanto, tutti gli Stati membri dovranno raggiungere l’azzeramento delle emissioni nette di gas a effetto serra attraverso l’investimento nelle tecnologie verdi e la protezione degli ambienti naturali. Dopo una complicata serie di discussioni e di mediazioni, il 21 aprile di quest’anno, il Parlamento europeo e gli Stati membri hanno trovato un accordo fissando l’obbiettivo della riduzione delle emissioni al 55% entro il 2030. 

L’accordo del 21 aprile ha altresì previsto l’istituzione di un Comitato consultivo scientifico europeo, che supervisionerà le misure adottate e i risultati ottenuti sulla base degli obbiettivi stabiliti.

Il Next Generation Eu

Un altro strumento per la transizione ecologica europea sarà il Next Generation Eu, il pacchetto di misure volte a stimolare l’economia europea dopo la battuta d’arresto provocata dalla pandemia. Tra i vari programmi vanno ricordati il “Fondo per una Transizione Giusta” (per quelli che senza l’inglese non si comincia, sarebbe il “Just Transition Fund”, mentre per i fissati con le sigle è il JTF) e il “Fondo InvestEu”. Il primo, finalizzato a sostenere la decarbonizzazione delle regioni europee che più dipendono dai combustibili fossili, ha un budget di 10 miliardi di euro. Il secondo, volto ad attrarre investimenti privati per individuare nuove fonti di crescita, conta su 5,6 miliardi.

Infine, il “Next Generation Eu” prevede la presentazione di un piano nazionale per la ripresa e la resilienza (Recovery Plan) da parte di ciascuno degli Stati membri, che consiste in un programma di progetti, riforme e investimenti in sei settori di intervento. Questi piani costituiranno la struttura su cui ogni Stato baserà la propria transizione verde, supportato dalla Commissione.

La singolare tesi in base alla quale ogni piano va redatto e approvato a tamburo battente, e ogni riforma va cotta e mangiata nel McDonald Style onde evitare intoppi nel recepimento dei finanziamenti, è l’esatto contrario del mutamento di paradigma effettuato con il massimo della partecipazione della società civile italiana.

Ci sono tempi prefissati, che probabilmente andrebbero rispettati. Ma di fronte ad un mutamento epocale, che dovrebbe dare al Paese e all’Europa niente meno che un nuovo modello di sviluppo (che i comunisti e le forze della sinistra propongono invano almeno da quando frequentavo il ginnasio, a metà degli anni cinquanta del secolo scorso), a me – e non solo a me – sembra fantapolitica. O una politica da incubo, immaginando che l’intero processo potrebbe verosimilmente avvenire passando carte, lette al volo distrattamente tra un corridoio e l’altro dei palazzi del potere, in assenza di un confronto di posizioni documentato, dettagliato e puntuale. In assenza, soprattutto, di un progetto di trasformazione sociale del quale il governo Draghi, proiezione geometrica degli interessi USA e del grande capitale transnazionale dell’UE, è l’esatta antitesi. 

Nel caso in questione il Governo dovrebbe essere l’organizzatore di consultazioni ricche di contenuti anche alternativi, e le forze culturali, politiche, sindacali e sminuzzate nelle mille articolazioni della società civile, non dovrebbero lasciarsi sfuggire questa occasione d’oro per definire collegialmente e collettivamente, i pilastri di un avvenire nuovo, diverso e soprattutto migliore.

4. Che fare?

Ciascuno di noi ha la sua personale esperienza di vita, e in molti casi quell’esperienza ha anche prodotto una passione predominante. Forse questo passaggio non si è ancora compiuto nel mondo giovanile che, tuttavia, quando si mette in movimento e dimostra per un altro mondo che è possibile, elabora contenuti che fanno dottrina, come è successo a Genova, a Napoli, a Puerto Alegre e in infinite altre occasioni.

Ma restando sul mio, e nella monade della mia ormai tarda età, confesso al lettore coraggioso che mi ha letto fin qui di aver maturato una passione predominante forte, e anche a volte disperata, non solo per la lotta di classe, ma anche per la valorizzazione e la tutela delle aree naturali: i famosi e trascuratissimi parchi.

Ho avuto la fortuna dal novembre 1993 all’ottobre 2003, per dieci meravigliosi anni, di essere presidente del parco regionale del Conero. In quella veste ho curato i dettagli della valorizzazione della tutela. Avendo graditissimi riconoscimenti all’interno di Federparchi (l’associazione tra tutti i parchi italiani, che mi nominò nella segreteria nazionale e mi affidò la direzione della rivista “Parchi”) e all’esterno, nel ricco e fecondo mondo dei migliori parchi d’Europa, grazie al mio impegno nell’associazione Fedenatur, con sede a Barcellona, che mi ha consentito di ascoltare le voci di parchi portoghesi, spagnoli, francesi, belgi ecc, visitandoli e confrontando le esperienze italiane con quelle europee.

Di quei dieci anni mi è rimasta la certezza assoluta che un nuovo modello di sviluppo dell’economia e dell’esistenza in senso più ampio sarebbe più che possibile se solo si partisse dalle migliori esperienze già sperimentate in alcuni parchi europei, facendone tesoro anche al fine di realizzare davvero un Green Deal europeo.

Invece vedo analisi miopi, quando vengono fatte. Corse demagogiche per vestire la maglia di chi porta più soldi europei in Italia, a prescindere dal loro utilizzo, e un teatrino miserabile di portavoce di interessi settoriali che si sbracciano per dimostrare che in Europa c’è troppa prepotenza e troppa ideologia, perché non ci si può rimettere giuocando agli ambientalisti, soprattutto quando nel resto del mondo prevale il più brutale e il più globale capitalismo finanziario. 

I miei amici di sempre, che ancora si misurano con la snervante impresa di gestire la tutela e la valorizzazione della biodiversità a dispetto del senso comune e della colpevolissima indifferenza della cosiddetta politica, chiedono al ministro Roberto Cingolani che convochi al più presto la terza conferenza nazionale sui parchi. Le scelte che in queste ore ci chiede l’Europa, le ottime intenzioni dell’Onu, che in queste ore si materializzano a Napoli in squisiti e infiocchettatissimi interventi, grondanti saggezza e profondità di pensiero, renderebbero obbligatorio ripetere quello che già accadde due volte, la prima volta a Roma, la seconda a Torino.

Non furono appuntamenti inutili. Affrontammo insieme agende complesse, e fissammo obbiettivi che riuscimmo solo in parte a realizzare, non solo per colpa nostra.

Oggi il ministro alla transizione ecologica potrebbe e dovrebbe riprendere quei due esempi di buone pratiche, anche per rendersi conto personalmente di quale ricchezza avrebbe a disposizione il nostro Paese se davvero volesse incamminarsi sulla strada del Green Deal.

Ma io temo che questa richiesta, che pure si leva dal mondo dei parchi, non sarà ascoltata. Temo che si ripeterà l’antica commedia di solidi cultori dell’industrialismo più becero, di quello che vende le armi all’Egitto e poi si maschera da amico afflitto di Giulio Regeni, di quello che trivella, e teme che le automobili non vadano più a benzina, fingendosi preoccupatissimo per il destino della manodopera.

Non è vero che i draghi della finanza e del capitale globale possano diventare per magia ecosostenibili. E non è vero che le fonti energetiche alternative siano mulini a vento, che addirittura deturpano le vallate immacolate, dove molti sono pronti a scaricare colate di cemento, naturalmente verde, come sta succedendo in queste ore ad Alghero, a Punta Giglio.

Del resto, siamo nelle mani del ministro Roberto Cingolani. Frequentatore della Leopolda, estimatore di Casaleggio padre, e componente del pull di periti che quando a Roma fu uccisa Marta Russo, decisero che una polvere su un davanzale era polvere da sparo, sbagliando clamorosamente. Siamo in quelle mani. Non esattamente perché ce lo chiede l’Europa, e nemmeno perché ci si è messo di mezzo Mattarella. 

La colpa è nostra. Perché continuiamo a votarli. A volte borbottando, altre volte imitandoli. E chi è causa del suo mal …

Post – Scriptum

Per non risultare datati, preistorici e fuori tempo massimo, sarà bene aggiungere un paio di considerazioni, alla luce ( molto fioca) dei risultati del G20 di Napoli, che ha chiuso i suoi battenti, a dire del ministro Cingolani (per due giorni in televisione in maniche di camicia e sudatissimo) con “passi avanti decisivi”, in quanto il documento finale recepisce 58 dei 60 punti inziali.

Ma, a dimostrazione di quanto la “transizione ecologica” delo governo Draghi rischi  fortemente di essere un puro annuncio propagandistico (poichè è questo ciò che accade al “piano Cingolani”, imprigionato e svuotato di senso nella doppia gabbia del governo del grande capitale italiano e internazionale e in quella dell’UE) i due punti sui quali non si è trovato l’accordo riguardano “soltanto” la necessità di accelerare i tagli alle emissioni di CO2 in modo da non superare gli 1,5 gradi di innalzamento delle temperature, ed il pensionamento definitivo del più “sporco” dei combustibili fossili: il carbone. 

Si tratta – come risulterà chiaro al lettore di due passaggi essenziali della strategia complessiva della “transizione ecologica”, che dovranno essere ridiscussi nel prossimo G20 dei capi di Stato e di governo che è in calendario a Roma sabato 30 e domenica 31 ottobre.

Di buono va registrato e salutato con simpatia politica il ruolo svolto dai militanti dei movimenti ambientalisti scesi in piazza con la consueta allegra fantasia, non disturbati dalle forze di polizia, e quindi molto pacificamente impegnati nel sostegno di quel poco che i rappresentanti dei 20 governi stavano mettendo nero su bianco per fermare la catastrofe climatica e l’estinzione della specie.