Cracovia, agosto 2021

Per raccontare la situazione politica polacca vorrei iniziare dai giochi d’acqua estivi della fontana di Lublino. Al calar del sole, i getti d’acqua e le gocce vaporizzate diventano uno schermo olografico. Si proietta la storia del Paese a partire dal suo ingresso nella storia, a cavallo dell’anno mille, un grande poema epico accompagnato da una colonna sonora hollywoodiana. Un episodio centrale del racconto è la lotta di Solidarność contro il governo comunista. La vittoria assume così il valore di un mito di fondazione della Patria, specie per le generazioni nate dopo l’89. L’interpretazione corrente considera infatti il comunismo polacco alla stregua di un’occupazione russa, protrattasi per quarant’anni, cancellando così la complessità e le contraddizioni di quella lunga vicenda storica.

La caccia alle streghe

Questa semplificazione ideologica evita la questione del consenso diffuso e attivo della popolazione al governo comunista. Sarebbe più imbarazzante spiegare come mai il PZPR (Partito Operaio Unificato Polacco) contasse ben tre milioni di iscritti nel 1980, nonostante Solidarność. In ogni famiglia polacca c’è almeno un parente che fu iscritto al Partito. La nuova verità ufficiale criminalizza questi comunisti polacchi come collaborazionisti. A partire dal 1998 avvocati, notai, giornalisti, docenti universitari divennero oggetto di una caccia alle streghe maccartista nota come lustracja. Nel 2007, il governo del PIS (Diritto e Giustizia, la formazione di destra sociale tutt’ora al potere dopo la parentesi liberale) istituì un ufficio apposito nel tentativo di purgare i ‘comunisti’ dalle istituzioni. In teoria il governo si basava su documenti dei servizi segreti; in realtà, tali documenti non sono mai stati desecretati. I pochi documenti che sono stati fatti trapelare sono con ogni probabilità falsificazioni. Ironia della storia, anche Lech Wałęsa è accusato di essere un confidente dei servizi segreti ed è oggi del tutto screditato. La lustracja aveva tre funzioni: eliminare il dissenso dell’inteligencja e della neonata classe media; identificare un nemico interno cui addossare la colpa di ogni male; riscrivere la storia di Solidarność, dando più risalto ai dirigenti del PIS, che in quel movimento erano spesso figure di secondo piano.

Che fine hanno fatto i comunisti in Polonia? 

Nella galassia delle piccole forze di sinistra l’unica forza che fa parte della rete Solidnet è il KPP (Partito comunista polacco), che si richiama al partito omonimo sciolto nel 1938. In passato ha dato vita a coalizioni in grado di presentarsi alle elezioni, ma non di eleggere; anche di recente, nel 2019, alcuni suoi candidati si sono presentati in liste di altre forze politiche disposte ad ospitarli per garantire un diritto di tribuna: trattandosi di una forza dichiaratamente comunista, infatti, essa è costantemente minacciata di scioglimento da parte del PIS, perennemente a caccia di facili consensi. Il KPP fa parte dell’Iniziativa dei Partiti Comunisti e Operai d’Europa (rappresentata in Italia dal PC di Marco Rizzo). Il KPP ha tenuto il proprio quinto congresso nel 2019; nonostante rapporti di forza sfavorevoli, prova a giocare un ruolo di controinformazione.

Detto tutto questo, il principale erede del PZPR, il Partito Operaio Unificato Polacco al governo a partire dal 1948 e sciolto nel 1990, è SLD (Alleanza della sinistra democratica), vicina ai Socialdemocratici tedeschi quanto a sensibilità politica. A causa dell’impreparazione politica e del disastro causato dal governo delle forze che avevano battuto i comunisti nell’89, SLD conobbe una rivincita insperata alle elezioni parlamentari del 2001. Formò allora un governo di coalizione con lo storico, ultracentenario partito dei contadini (PSL), sopravvissuto a tutte le vicissitudini del XX secolo (occorre non dimenticare che anche nella Polonia comunista esistevano diversi partiti). Il nuovo governo di sinistra escludeva tutte le forze politiche eredi di Solidarność. Dopo un mandato, la coalizione fu tuttavia sconfitta dal PIS nel 2005 e da allora non fu più in grado di riprendersi. Alcuni spiegano la batosta con la massiccia corruzione dei dirigenti socialdemocratici, ma la mia interpretazione è diversa. Come dirò sotto, il punto vero è che SLD non è riuscita a risolvere la contraddizione principale del Paese, ovvero la sperequazione tra città e campagna. Recentemente SLD ha cambiato nome in Nuova sinistra (NL) avendo incorporato piccoli movimenti carismatici con cui ha formato alleanze elettorali stabili. Ciononostante, dal 2005 la dialettica politica in Polonia riguarda due destre: la destra sociale del PIS e quella così detta liberale di PO (Piattaforma Civica). 

Le due destre

PIS e PO si contendono l’eredità di Solidarność. Esiste poi una galassia di piccole formazioni che appaiono e scompaiono intorno a piccoli leader carismatici, i quali accusano PIS e PO di aver tradito gli ideali originari del sindacato; data la loro natura transeunte, non ce ne curiamo.

Il PIS è famoso nel mondo perché fu fondato dai due gemelli Lech e Jarosław Kaczyński. Il primo morì in un incidente aereo in Russia mentre era diretto alla commemorazione dell’eccidio di Katyń, divenendo in questo modo un eroe nazionale. Il PIS guida incontrastato il Paese dal 2015. Alle scorse elezioni parlamentari è stato riconfermato dagli elettori con il 44% dei voti. Ha dato vita a un governo di coalizione con il PSL, il partito contadino. 

Nel Parlamento europeo il PIS si colloca nel Partito dei Conservatori e riformisti europei, presieduto da Giorgia Meloni. Le sue coordinate ideologiche sono intuibili. In politica estera ha una posizione atlantista ed euroscettica. Fin dagli anni ‘90, la Polonia ha dato vita al gruppo di Visegrád, insieme con Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, nel tentativo di controbilanciare in qualche modo l’asse franco-tedesco proponendo una visione autonoma dell’Europa centro-orientale. Le posizioni del PIS non sono particolarmente originali rispetto alle direttrici storiche e geopolitiche della politica estera polacca, che l’hanno sempre vista opporsi alla Germania e alla Russia. La Polonia ha sempre cercato di evitare una saldatura tra i due nemici storici, talvolta con successo, talvolta soccombendo. In questa prospettiva, gli USA sono attualmente percepiti come l’alleato militare in grado di preservare l’autonomia del Paese.

Circa le posizioni etiche, il PIS è un partito clericale, in forte sintonia con la Conferenza episcopale polacca. È un partito omofobo, che tende alla limitazione dei diritti delle donne sui temi dell’aborto e della fecondazione assistita. In passato ha tentato di subordinare il potere giurisdizionale all’esecutivo, ma ha recentemente fatto marcia indietro su pressioni della UE, eliminando dalla riforma la ‘Camera disciplinare per i giudici della Corte Suprema’. Un altro tema che torna periodicamente di attualità è il tentativo di esercitare un controllo sull’informazione, chiudendo i media liberali. Ultimamente il governo minaccia la chiusura di una televisione vicina a PO, TVN, di proprietà della statunitense Discovery Group. È anche il segno che il sentimento tra la Polonia e USA è mutato con la fine dell’amministrazione Trump.

Per quanto riguarda la politica economica, il PIS è sostenitore dell’intervento statale nell’economia, specie nei settori-chiave. È favorevole allo stato sociale: dalla caduta del comunismo, il PIS è stato il primo e unico partito a promuovere l’intervento sociale sotto forma di aiuti alle famiglie con bambini. Per quanto mi riguarda, sono convinto che sia questa la vera chiave del suo successo, come dirò dopo.

Venendo a Piattaforma Civica (PO), la sua immagine in Italia è legata al suo principale esponente, Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo tra il ‘14 e il ‘19 e attualmente presidente del Partito Popolare europeo. Mentre scrivo, Tusk ha ripreso in mano PO in vista delle elezioni del 2023. PO è attualmente una forza in crisi: nonostante abbia dato vita a una coalizione stabile e a un gruppo parlamentare con Verdi e con un altro paio di liste liberal-democratiche (KO, Coalizione Civica), è stata sonoramente battuta dal PIS alle ultime elezioni parlamentari del 2019, attestandosi soltanto al 27%. Per quanto i media italiani dipingano questa forza come la vera alternativa ai cattivi sovranisti polacchi, in realtà le posizioni di PO non sono molto lontane da quelle del PIS sotto molti aspetti. Occorre ricordare che PO ha governato la Polonia negli anni che vanno dal 2007 al 2010, in coabitazione col Presidente Lech Kaczyński (la Polonia è una repubblica presidenziale). In seguito, nel periodo 2010-2015, PO ha conquistato anche la presidenza della Repubblica. Come si è visto in quegli anni, se eccettuiamo una corrente ‘liberal’, PIS e PO hanno le stesse posizioni circa l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’eutanasia, la ricerca sulle cellule staminali e l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Vorrei anche ricordare che, nel 2005, battuti i socialdemocratici, tutti gli osservatori internazionali si attendevano un accordo di governo tra PIS e PO. L’intesa fallì a causa della competizione tra Tusk e Lech Kaczyński per la presidenza della Repubblica. In questa situazione, l’unica vera differenza tra le due forze consiste nell’ideologia economica, che nel caso di PO coincide con l’ordoliberalismo di scuola germanica.

Lo sviluppo polacco e i suoi limiti

Proprio i limiti del modello di sviluppo liberista spiegano il fallimento dei governi socialdemocratici e liberali e il duraturo successo del PIS. Gli anni successivi alla caduta del comunismo hanno visto una crescita continua dell’economia polacca. Nel tempo, grazie all’emigrazione e ai fondi europei, il Paese si è dotato di infrastrutture (autostrade e ferrovie); di una classe media con un livello di istruzione universitaria estremamente competitiva quanto a stipendi; di zone economiche speciali quanto a tassazione per attrarre gli investimenti delle multinazionali. Anche oggi, nonostante la pandemia, il Paese è in pieno boom edilizio. 

Si è trattato di uno sviluppo impetuoso quanto disordinato, basato sul principio del laissez-faire. Tuttora lo squilibrio tra città e campagne è incolmabile: una grande capitale come Varsavia può assicurare stipendi in linea con la media dei Paesi UE, mentre le campagne sono ancora caratterizzate da salari molto bassi e disoccupazione elevata. Lo sviluppo del Paese ha comportato un costo umano altissimo, pagato in larga parte dagli emigrati. In questa situazione, né i governi socialdemocratici né quelli liberali hanno promosso interventi sociali. Solo il PIS, con sussidi alla natalità e con un lieve aumento delle pensioni, ha in parte alleviato i problemi dello squilibrio. Questa è la vera ragione del suo successo elettorale, non l’omofobia e neppure il cattolicesimo. Certo, gli omosessuali sono il nuovo nemico interno, dopo l’esaurimento della caccia alle streghe comunista. Ma non è certamente il tratto distintivo di questa forza politica. I media italiani hanno anche accusato il PIS di razzismo, ma visto che nazioni benestanti hanno opposto il medesimo rifiuto a ospitare una quota di immigrati siriani o nordafricani, è difficile credere che la Polonia avrebbe accettato, con un governo diverso.

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Il futuro

La Polonia è in larga parte un Paese non sviluppato. In questa situazione, è facile prevedere che il ciclo economico positivo su cui si sostiene l’attuale governo si manterrà stabile negli anni a venire. Il PIS non sembra comunque costituire una reale preoccupazione per l’Unione europea. Come dimostra la vicenda della riforma della giustizia, di cui ho scritto poc’anzi, la UE è in grado di esercitare una pressione sul governo polacco in cambio della contropartita dei finanziamenti. Questi sono sempre stati uno degli elementi importanti dello sviluppo del Paese. Un altro esempio è costituito dalla svolta Green dell’attuale UE: data la quantità di fondi in ballo, la Polonia si è prontamente riconvertita alle fonti energetiche rinnovabili. Sposerà senz’altro i tentativi di riconversione all’idrogeno, anche per contrastare il gas russo e nonostante in passato abbia preservato con tutti i mezzi la propria economia basata sul carbone. 

Per questi motivi, cambiamenti radicali nel governo non sembrano all’orizzonte. Inoltre, gli ordoliberisti di PO non sembrano realmente interessati a minare la base di consenso dell’avversario. Un buon esempio è costituito dai sussidi alle famiglie. I liberali sostengono che si tratti di uno spreco di soldi, e portano ad esempio il fatto che famiglie povere e senza reddito riescono a mantenersi sommando i sussidi derivanti da quattro o cinque bambini. Si tratta ovviamente di una critica di destra, basata sull’egoismo sociale, rivolta a chi lavora e paga le tasse individuando il nemico in chi è più povero, non considerando il fatto che, nella maggior parte dei casi, questi aiuti sono realmente necessari a chi li riceve. Una critica di sinistra dovrebbe piuttosto concentrarsi sul fatto che tali sussidi sono universali: vanno anche a famiglie benestanti che non ne hanno certamente bisogno, oltre al fatto che non lasciano intravvedere un modello di sviluppo per le campagne e rimandano la soluzione dei problemi a un futuro indeterminato. Inoltre, secondo la critica della liberale Gazeta Wyborcza, la nuova riforma fiscale introduce una sperequazione: gli stipendi fino a 6000 złoty al mese (al cambio attuale 1300 euro) guadagneranno dalla riforma; quelli tra i 6000 e gli 11000 zł (ovvero 2450 euro) pagheranno più tasse, che si prevede di compensare con ‘sostegni alla classe media’. Tra gli 11000 e i 13000 zł c’è poi una fascia di reddito che pagherà meno tasse. Ovviamente, si tratta di una critica ambivalente: sulla base di essa, la riforma può essere corretta nel senso di una maggior progressività oppure nel senso di un regime di tassazione omogeneo per tutti.

Un possibile scenario di cambiamento è legato al sistema elettorale polacco, che prevede elezioni presidenziali a doppio turno. In questa situazione, dopo un primo turno in cui ciascuna coalizione presenterà un candidato di bandiera, Donald Tusk potrebbe cercare i voti socialdemocratici, imponendo, in caso di vittoria, una coabitazione scomoda al governo del PIS. Si tratta di uno scenario agitato come uno spauracchio dallo stesso PIS: la sindrome da accerchiamento e l’appello a non disperdere il voto sono coerenti con l’immagine politica che questo partito si è data negli anni, costruendo un’equazione tra governo, patria e appartenenza religiosa al cattolicesimo, identificando il nemico nelle forze post-comuniste, liberali e nelle minoranze religiose. Tuttavia, i calcoli del PIS potrebbero rivelarsi controproducenti. Già nel 2007 questo partito perse le elezioni nonostante la crescita dei consensi, perché cannibalizzò le forze alleate e si trovò a corto di opzioni per formare un governo.

In ogni caso, qualsiasi governo futuro non cambierà significativamente le coordinate della politica polacca. Oggi la NATO si regge su una sorta di ‘divisione dei compiti’ tra Paesi maggiormente interessati a contrastare la Russia (Repubbliche baltiche, Polonia, Romania) e Paesi avversari della Cina (Francia e Regno Unito), con gli USA in posizione di chiave di volta. Per motivazioni storiche e geopolitiche, la Polonia ha tutto l’interesse nel continuare a giocare questo ruolo. Agendo come miglior alleato degli Usa contro la Russia, la Polonia intende anche essere d’ostacolo alle ambizioni egemoniche tedesche sull’Unione europea: anche per questo gli USA non possono che ringraziare la Polonia. I media governativi supportavano Trump e oggi criticano Biden (ad esempio, imputandogli la rovinosa ritirata afghana); resta tuttavia il fatto che gli USA sono un partner irrinunciabile per la politica estera polacca. Insomma, tutto sembra indicare che i destini d’Europa si giochino ancora una volta nelle vaste pianure tra l’Oder e il Bug. Per ora, le famiglie polacche che assistono ai giochi laser nelle piazze di Lublino sembrano esserne del tutto inconsapevoli. Si godono il moderato benessere del loro ricostituito Stato nazionale indipendente; a ottanta chilometri da qui, in Bielorussia e Ucraina si preparano conflitti dalle conseguenze incalcolabili.