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Editoriale

Dopo Conte, l’avvento dei Draghi

La marionetta Renzi, gli USA e la Cina

di Fosco Giannini

Crisi e caduta del governo Conte, incarico a Draghi e ruolo di Renzi. Nel provincialismo dilagante della “cultura” politica italiana, in pochissimi alzano gli occhi per vedere da che parte è venuta la spinta reale e determinante affinchè un nuovo scenario politico si determinasse nel nostro Paese. Renzi - nella “distrazione” generale, nella cecità di chi crede che un’Italia dominata politicamente dall’imperialismo USA, occupata militarmente dalla NATO e genuflessa ai voleri neoimperialisti dell’Ue sia un Paese libero e autonomo - è eletto a deus ex machina, a grande giocatore di poker, al nuovo principe machiavellico in grado di determinare sia il caos che il suo conseguente e nuovo ordine politico in Italia. È vero che i dirigenti di Italia Viva avevano già chiaramente anticipato, ben prima che Mattarella desse l’incarico esplorativo a Fico per un nuovo governo dopo il Conte 2, l’avvento di Draghi. Ma ciò sta solo a dimostrare quanto Draghi fosse già, e da tempo, l’uomo del vecchio ordine imperialista e capitalista, nordamericano ed europeo, quanto quest’ ordine abbia lavorato contro il governo Conte 2 e a favore di Draghi, e non sta certo a dimostrare quanto Renzi sia l’architetto del nuovo quadro politico italiano. La stessa demonizzazione, da parte di quella vasta area politica liberista della quale il PD è sicuramente il massimo rappresentante,  di un Renzi quale cinico distruttore del governo Conte, è funzionale a sorreggere l’idea di un’Italia “autonoma”, priva di padroni, libera dagli USA, dalla NATO e dall’Ue, un Paese nel quale, purtroppo, possono però spadroneggiare dei corsari politici come Renzi.

Quest’idea generale di un’Italia che ha subito l’oltraggio “renziano” è largamente dominante e ben rappresentata dalle parole di Maurizio Molinari, direttore de “la Repubblica”, nel suo editoriale  (“La posta in gioco”) di mercoledi 3 febbraio: “...Mattarella vede in Mario Draghi il premier europeo di cui l’Italia ha bisogno per risollevarsi. È un momento drammatico ed allo stesso tempo pieno di speranza per il nostro Paese...il sistema politico non è riuscito a liberarsi dalla palude dei veti incrociati e, dopo lunghi giorni di un indecoroso mercato delle vacche in Parlamento, si è dimostrato incapace di generare il governo della ricostruzione da cui dipende il futuro dei nostri figli...”. Che poi sia stato Renzi “a far saltare il banco” è una figura retorica che segna di sè un fronte vastissimo di commenti, da “la Repubblica” al “Corriere della Sera”, dalle televisioni ai social, dai dirigenti del PD a quelli della “sinistra” di Liberi e Uguali.

Tuttavia, proprio a partire da questa (incongrua e profondamente malsana) mitizzazione di Renzi, è lecito porci, porre ai furbi e agli sprovveduti, almeno una domanda. E cioè: è così inverosimile pensare che un Paese come l’Italia (un puro prolungamento USA e NATO nel Mediterraneo, un alleato fedele e complice di tutta quella strategia di dominio economico, politico e militare USA nel mondo segnata, oggi, da una particolare aggressività contro la Russia e la Cina) sia attentamente sorvegliato, nelle sue dinamiche politiche, dal suo dominus imperiale? È così inverosimile pensare che all’Italia, un tassello così importante nel disegno generale di espansione imperialista, non sia consentito, da Washington,  tirare troppo la corda,  oltrepassare “i confini atlantici”,  stringere amicizie con quelli che gli USA definiscono i nemici ? È proprio così inverosimile pensare che la potenza USA-NATO-Ue possa mettere il proprio zampino nel disfare governi italiani non totalmente schierati con la Casa Bianca e Bruxelles e lavorare per costruirne altri con questa triplice potenza più chiaramente allineati? Tutto ciò va considerato completamente verosimile poichè, al contrario, non si riconoscerebbe la potenza concreta e in atto dell’imperialismo USA, della NATO e dell’Ue. E la domanda va dunque chiarita: è inverosimile pensare che l’artefice dell’odierna crisi politica italiana non sia affatto Renzi, che Renzi ne sia solo uno strumento e che i mandanti vadano piuttosto ricercati negli USA, nelle teste d’uovo della NATO e a Bruxelles, nelle sedi dell’Ue dove si richiede una maggiore disciplina liberista da quella mostrata da quel governo Conte 2 ancora lontano da accettare, ad esempio, il cappio “greco” del MES? D’altra parte, è la stessa condizione politica oggettiva del partito di Renzi, Italia Viva, a indicare la risposta: questo partito non aveva nulla da guadagnare nè nel proseguire l’esperienza di governo col Conte 2 nè nell’andare alle elezioni, per le quali i sondaggi lo danno quasi in estinzione. L’unica possibilità è un regalo americano, un investimento politico sul doppio fronte imperialista USA - Ue. Peraltro, la spegiudicatezza con la quale Renzi si è fatto trovare in Arabia Saudita proprio durante la crisi di governo non appare certo un errore da parte del leader di IV: appare, piuttosto, una plateale ratifica della sua piena complicità col doppio fronte imperialista, nella speranza di veder aumentare il futuro premio americano.

D’altra parte solo chi vuole rimuovere può dimenticare: non era accaduto anche al primo governo Conte di subire la destabilizzazione americana? La crisi “Salvini” del 2019 occorre infatti ripercorrerla cronologicamente: il 23 marzo viene firmato a Roma, da Conte e dal Presidente Xi Jinping, il Memorandum per la Via della Seta e  l’Italia è il primo Paese del G7 ad aderire. Gli USA avevavo premuto prepotentemente perchè ciò non accadesse e dopo la firma italiana reagiscono violentemente, non solo contro Conte e il M5S, ma contro tutto il governo italiano, compresa la Lega e Salvini. L’11 aprile scoppia (infatti!) lo scandalo Siri, chiaramente scagliato dai servizi segreti USA, in combutta con quelli italiani, contro Salvini e la Lega. Il 17 giugno Salvini viene convocato a Washington e i moniti dell’establishement USA in relazione alla firma del Memorandum per la Via della Seta sono facilmente immaginabili, nonostante le assicurazioni pubbliche di Salvini sull’acquisto degli F-35, sul pagamento da parte dell’Italia dei nuovi oneri economici per la NATO e l’accettazione del nuovo progetto di rafforzamento, anche nucleare, delle Basi USA e NATO in Italia. Ma, dal punto di vista USA, la scelta “filo cinese” del governo Lega-M5S è davvero indegeribile e il 10 luglio i servizi segreti USA passano al sito web americano“BuzzFeed”l’audio dell’incontro all’Hotel Metropolitan di Mosca tra i leghisti e i russi, il cosiddetto incontro “sui rubli alla Lega”, avvenuto il 18 ottobre 2018, otto mesi prima dell’audio rivelato. L’attacco a Salvini è potente e si riversa sull’intero governo Conte, che è destabilizzato e va incontro alla propria crisi e alla propria fine.

I lettori capiranno che questa cronaca altro non è che la denuncia dell’ennesima e decisiva intrusione degli USA negli affari interni di un Paese altro, in questo caso l’Italia, e certo non è una difesa di Salvini.

 

Riflettiamo: l’ideologia e la pratica politica isolazionista di Trump aveva sì messo in campo una “guerra doganale” con la Cina. Ma non aveva mai progetatto, proprio in virtù del suo isolazionismo, la costruzione di un vasto fronte occidentale-capitalistico, USA-Ue, contro la Cina (e contro la Russia). Progetto che ha invece subito lanciato la nuova Amministrazione Biden. È dello scorso gennaio (prima, dunque, dell’attacco finale di Renzi al governo Conte 2) la circostanziata e bellicosa proposta del National Securety Adviser di Joe Biden, Jake Sullivan, di costruire un fronte comune USA-Ue, allargato a Giappone, Corea del Sud, Australia, India, contro la Cina. Belt and Road Iniziative, Huawei e 5G i fronti di guerra economica sui quali Sullivan ha chiamato ad unirsi tutte queste potenze sovranazionali e statuali. E Sullivan ha chiarito: “ Tutti dovremo prepararci ad agire e imporre dei costi per quello che la Cina sta facendo nello Xinijang, a Hong Kong e per la bellicosità e le minacce che proietta su Taiwan”. Senza risparmiare l’Ue: “ L’Europa si è illusa di giocare da terza forza, senza scegliere da che parte stare. Ora, è invece il tempo dell’allineamento, di una sola e unita politica contro la Cina”. Quando si dice contraddizioni interimperialistiche: la visione delle relazioni con Russia e Cina sono molto diverse tra USA e Ue, poichè diversi sono gli interessi economici e geopolitici. Ma l’imperialismo USA tende a cancellare le contraddizioni attraverso l’imposizione su Bruxelles della propria egemonia. Come fa, peraltro, per il costituendo esercito dell’Ue, che per Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO dal 1° ottobre 2014, può essere anche costituito, ma sempre sotto il dominio della NATO e con il quartier generale a Bruxelles, quello stesso della NATO. Cancellare le contraddizioni interimperialiste attraverso il dominio politico e militare di Washington: si vede come l’Italia, considerata dagli USA “il ventre molle” dell’Ue, sia giudicato anche il Paese ove più facilmente si possono disfare governi ( Conte 1 e Conte 2) non del tutto allineati e troppo inclini al rapporto economico con la Cina, mettendo in piedi governi (Draghi) più sensibili alla “voce del padrone”. Trovato un Renzi qualsiasi la destabilizzazione e la restaurazione si possono progettare...

E certo gli USA non sono soli nello scatenare l’inferno contro la Cina. Sotto la spinta della nuova Amministrazione Biden e sotto quella del movimento anticinese di Hong Kong della “Rivoluzione degli Ombrelli” (il cui leader, Nathan Law, ha trovato piena, untuosa e cordialissima ospitalità a Londra) il governo del Regno Unito ha lanciato ufficialmente, a fine gennaio (e anche ciò è accaduto in sintonia temporale e politica con la lotta di Renzi contro il governo Conte 2), una grande campagna di visti per ottenere facilmente la cittadinanza britannica per centinaia di migliaia di cittadini di Hong Kong. E mentre l’Ue firma un grande accordo di investimenti con la Cina, proprio Nathan Law dichiara, in sintonia con Londra e Washington: “L’Ue sta mandando un cattivo segnale al mondo sulla libertà e sulla democrazia. Non si può assicurare a Pechino una simile intesa commerciale e di investimenti proprio mentre la Cina aumenta la sua pressione antidemocratica su Hong Kong”. Di nuovo le contraddizioni interimperialistiche USA-Ue “risolte” con la volontà di potenza anglo-americana. Una volontà di potenza che sembra aver già fatto breccia, peraltro, nelle idee del nuovo capo dell’Ambasciata dell’Ue, Stefano Sannino, che a fine gennaio (altra sinergia con le manovre destabilizzanti di Renzi in Italia) dichiara, sui rapporti tra Ue e Cina: “Sulla Cina l’Europa non è equidistante, noi siamo partner strategici di Washington e rivali strategici di Pechino. Con la Cina abbiamo un rapporto complesso di relazioni economiche ma di visoni profondamente diverse su democrazia e diritti umani”.

Mentre sale, condotta da Biden, un’offensiva anticinese che ha come obiettivo quello di mettere in campo contro Pechino l’intera “armata” occidentale (progetto che trova una, seppur fragile, resistenza proveniente dagli interessi commerciali dell’Ue con Cina e Russia), sale anche e contemporaneamente una vasta offensiva antirussa. Un’offensiva che trova nel “caso Navalny” il suo cavallo di Troia. Erano anni che non si vedeva  l’intero sistema mediatico occidentale-capitalistico, dagli USA all’Ue, impegnarsi così a fondo nell’ attaccare la Russia, nel demonizzarne il potere

Dunque, si può giungere ad una prima sintesi: Renzi decide di staccare la spina al governo Conte 2 nel bel mezzo del doppio e imponente attacco del fronte occidentale-capitalistico alla Russia e alla Cina. E nella fase della possibilissima estinzione politica di Italia Viva. Da questo punto di vista, che è il più oggettivo in campo, non sarebbe davvero difficile dire per chi Renzi abbia lavorato e tuttora lavori: per gli USA, la NATO e l’Ue (l’ostinazione con la quale Renzi si è battuto contro il governo Conte 2 affinchè si decidesse positivamente non solo per il Recovery Found ma anche per il MES la dice lunga sulle posizioni iperliberiste ed ipereuropeiste del ledaer di IV, ascoltate, nel governo Conte 2, solo dal PD).

Ma rimane una domanda: perchè Renzi, facendo cadere il governo Conte 2, ha svolto il lavoro che il fronte USA-NATO inannzitutto gli ha chiesto di svolgere? Perchè questo governo era un pericoloso governo rivoluzionario? Assolutamente no. Il governo Conte 2 non è stato certo questo e la lista delle sue mancanze  e delle sue politiche antisociali sarebbe lunga, a cominciare dal mancato rafforzamento della sanità pubblica, dalle deficitarie politiche antipandemia, dal milione di lavoratori che rimarranno privi di ogni “paracadute” sociale, dalla cassa integrazione che non arriva, dalla disperata condizione di un intero popolo di commercianti, artigiani e piccoli imprenditori abbandonato a se stesso, dalla condizione, drammaticamente peggiorata, delle donne nel mondo del lavoro e ancora e ancora.

No: il punto è che il governo Conte 2 non aveva accettato i diktat già imposti da Trump volti a rompere ogni legame economico-commerciale con la Cina e ancor più non avrebbe accettato di far parte, progetto Biden, del fronte occidentale unito contro la Cina.

L’industria italiana, si dice, è in crisi. Non conosciamo ancora bene l’entità di questa crisi. Ciò che è certo è che tale crisi sarebbe ben più profonda e drammatica se non vi fosse, largamente aperto, il mercato cinese. Impressionante, se la si scorre, è la lunga lista di rapporti commerciali che ogni regione d’Italia ha avviato con la Cina.

Prendiamo l’Abruzzo: per quello abruzzese l’export verso i Paesi dell’Ue rimane, con il suo 74%, il mercato più vasto, mentre l’export verso l’intero continente americano è dell’11%. Ciò che c’è da rimarcare è che negli ultimi anni, soprattutto in virtù dell’adesione dell’Italia alla Nuova Via della Seta, fortemente voluta dal primo governo Conte, confermata dal suo secondo governo e soprattutto sorretta dal M5S, le esportazioni abruzzesi degli ultimi anni sono cresciute del 58%, raggiungendo la cifra, nel 2018, di circa 60 milioni di euro.  In Basilicata, regione con molti problemi di sviluppo industriale, l’export verso la Cina ha registrato un aumento del 23%, per un valore di 6 milioni di euro. In Calabria, dove l’export di merci verso la Cina è solo all’ottavo posto nell’export generale, nel 2018, tuttavia, si è registrata un’impennata di esportazioni verso il mercato cinese (determinata soprattutto dai settori agroalimentari e chimici) di circa il 16%. In Campania l’export verso il mercato cinese, che già garantiva grandi e importanti volumi d’affari per il tessuto produttivo napoletano e campano, si è ulteriormente innalzato, nel 2018,  dell’1,84%, conquista dovuta essenzialmente all’adesione del primo governo Conte alla Via della Seta. In Emilia- Romagna, nel 2018, circa il 15% della totalità delle merci esportate ha raggiunto i mercati asiatici. Di questa “porzione” di merci circa il 21% ha raggiunto la Cina, che si è posta così al sesto posto tra i destinatari più importanti delle merci emiliano-romagnole, seconda agli USA tra i Paesi non europei. Per il  Friuli-Venezia Giulia il mercato cinese è il sesto in ordine di importanza, con un fatturato, nel 2018, di 357 milioni di euro, un aumento del 27,3% rispetto al 2017. Straordinaria è l’excalition della regione Lazio in relazione all’entrata nei mercati cinesi: a fronte, infatti, di una decrescita complessiva, nel 2018, nei mercati asiatici del 16,7%, vi è stata una crescita del 170% di interscambi di merci laziali con la Cina, che è divenuto così il più importante partner commerciale extra-Ue della regione Lazio dopo gli USA.  Sempre nel 2018, la Liguria, seppur con un calo complessivo delle esportazioni verso la Cina del 39,7%, ha mantenuto il mercato cinese al quinto posto tra le destinazioni generali delle proprie merci. Per ciò che riguarda la Lombardia: la Cina, con circa 4,5 miliardi di prodotti venduti nel 2018, rappresenta per i lombardi il primo mercato asiatico, con un aumento del 12% rispetto al 2017. Per le Marche l’interscambio con la Cina rappresenta il 20% di quello totale. Il fatturato marchigiano in Cina ha raggiunto i 290 milioni di euro nel 2018, con un crescita, rispetto al 2015, del 23%.  Il Molise, forse la regione italiana più colpita dalla crisi economica del 2008, è anche il territorio che più ha beneficiato della Nuova Via della Seta: nel 2018 le esportazioni molisane verso la Cina hanno registrato il prodigioso aumento del 300% e questo trend è continuato dal 2019 sino al 2020, contribuendo notevolmente ad una ripresa dell’intera economia della regione. Il Piemonte, nel 2018, è stata la quarta regione per esportazioni di merci in Cina a livello nazionale, un’esportazione caratterizzata da merci tecnologicamente avanzate che ha fornito un importante contributo alla tenuta complessiva dell’economia piemontese.  Per ciò che riguarda la Puglia: secondo la Banca d’Italia, al terzo trimestre del 2018 l’interscambio con la Cina è valso più di mezzo miliardo di euro, con un aumento del 5,9% rispetto al 2016. E ciò in un contesto in cui il rapporto complessivo con la Cina non può dirsi ancora decollato, ma in una verosimile prospettiva che l’interscambio Cina-Puglia possa pienamente svilupparsi nei prossimi anni. Seppur, in termini assoluti, non positivo e certamente non al livello delle altre regioni, il rapporto commerciale della Sardegna con la Cina è tuttavia tornato a svilupparsi nei primi mesi del 2019, nel momento in cui le esportazioni sarde hanno raggiunto i 20,8 milioni di euro, con un aumento del 31% rispetto alla fase 2017-2018. In Sicilia abbiamo assistito ad una crescita stupefacente, tra il 2017 ed il 2018, dell’export verso la Cina: 46% in più nel 2017 e addirittura del 212% in più nel 2018, dati che hanno collocato la Sicilia al primo posto, per interscambi con la Cina, nel Mezzogiorno.  La Toscana, nel 2018, ha raggiunto, per gli interscambi con Pechino, il valore di 971 milioni di euro e con una crescita del 3,5%, si è collocata al quinto posto in Italia per le esportazioni verso il gigante asiatico. Per il Trentino-Alto Adige la Cina rappresenta il più importante partner commerciale asiatico e nel quarto trimestre del 2018 le esportazioni trentine verso il mercato cinese sono aumentate del 18.2%. L’Umbria, pur avendo con la Cina solo l’1,7% del proprio export complessivo, ha comunque registrato nel 2018 una crescita di esportazioni verso Pechino del 3,5%. Nella Valle d’Aosta, nel 2018, la Cina, alimentando la richiesta di merci, si è confermata importante partner per i rapporti commerciali. In Veneto, regione segnata da un alto volume di esportazione generale (circa 64 milioni di euro nel 2018) il rapporto commerciale con la Cina ricopre il 9° posto, ma sia la politica che l’industria veneta sono assiduamente al lavoro per un piano generale volto ad estendere significativamente il rapporto commerciale con Pechino.

Questi dati generali e concreti concreti provenienti dalle regioni (ai quali dati territoriali vanno aggiunte altre  grandi performance commerciali sul mercato cinese delle aziende italiane agroalimentari, del legno, dell’edilizia,  della farmaceutica, dell’abbigliamento, della cosmetica, dell’auto ecc...) mettono in luce almeno tre grandi questioni:

-la nuova e particolarmente aggressiva politica anticinese di Biden lanciata e praticata anche in Italia è data dalla forte preoccupazione per le profonde e, specie per l’Italia, proficue relazioni Italia- Cina;

-la scelta dei governi Conte di aderire alla Nuova Via della Seta si va sempre più rivelando elemento fortemente corroborante per l’industria e l’economia italiana;

- conseguentemente, l’attacco degli USA al Conte 2 ( che ha trovato in Renzi il proprio e ultraconsenziente braccio armato) è in verità un attacco allo stesso apparato industriale italiano, allo stesso capitalismo italiano, sacrificato dall’imperialismo USA sull’altare degli interessi americani e sull’altare delle contraddizioni interimperialistiche. L’attacco USA contro il governo Conte 2 ( soprattutto contro l’asse Conte-M5S, poichè il PD è già pronto a smarcarsi e appoggiare Draghi) è la prosecuzione della politica USA-NATO tendente a svuotare di ogni autonomia (politica, istituzionale, militare, economica) il nostro Paese.

 

Abbiamo visto, peraltro, come la stessa politica aggressiva USA-NATO si vada rivolgendo contro la Russia di Putin. E come tale politica si vada addensando sempre più di caratteri legati alla lotta interimperialista tra USA ed Ue. La Russia, infatti è, oggi come ieri, il più grande esportatore di energia in Europa. I canali russi Brotherhood (100 miliardi di metri cubi di gas all’anno), Yamal- Europe (33 miliardi di metri cubi di gas all’anno) e il Nord Stream (55 miliardi di metri cubi di gas all’anno) sono indispensabili per i Paesi dell’Unione europea, a cominciare dalla Germania. Già Trump aveva intimato all’Ue (e soprattutto alla Germania) di rompere con la Russia per rivolgersi al sistema produttivo energetico USA. E Biden sta insaprendo contro l’Ue questa lotta, sta perseguendo con più determinazione e minacce questo cruciale progetto dell’imperialismo USA.

Il quadro dato da queste acute contraddizioni interimperialiste Usa- Ue in atto è grave quanto è importante, specie per le forze comuniste e antimperialiste, la sua decodificazione. Diciamo ciò in virtù del gigantesco errore già commesso da alcune forze comuniste e di sinistra italiane, che in virtù dello scontro Usa-Ue sceglievano (e ancora scelgono) il campo Ue come“contraltare” dell’imperialsimo USA. Ma ciò sarebbe un danno incalcolabile per gli interesssi del movimento operaio complessivo italiano, poichè lo getterebbe nelle mani del neoimperialismo dell’Ue, particolarmente incline ad abbattere il welfare e ridurre il costo della forza-lavoro europea al fine di partecipare con più chance alla concorrenza internazionale per la conquista dei mercati. Mentre altra cosa è quella, per i comunisti, per le forze antimperialiste, per le aree più avanzate del M5S, di lavorare per allargare le contraddizioni tra USA e Ue, ma con il progetto strategico di riconquista dell’autonomia (economica e politica) italiana dagli USA, dalla NATO e dall’Ue, attraverso una lotta di “liberazione nazionale” e di difesa (con Lenin, con Gramsci) degli interessi nazionali.

È alla luce di tutto ciò che possiamo razionalmente definire l’attacco al governo Conte 2 un ulteriore attacco del fronte USA-NATO alla nostra autonomia nazionale; che possiamo definire l’avvento di Draghi (l’uomo dell’Euro, delle grandi banche mondiali, degli USA e della NATO) come una “strana” commistione unificante di interessi del doppio imperialismo USA-Ue; che possiamo definire Renzi come un meschino e pavido strumento in mano a queste due potenze; che possiamo anche definire le forze, come il PD, che spostano tutto il male sulle spalle di Renzi, (dio acceca chi non vuole vedere) come le forze servili che continueranno, con Draghi, a genuflettersi ai due padroni. Fine ingloriosa che non auspichiamo per il M5S, che ha la possibilità di riscattarsi, opponendosi al governo Draghi, e recuperare e rafforzare una propria identità anticapitalista.

Per ultimo un monito alle forze comuniste e antimperialiste : esse dovrebbero, in una fase così problematica, segnata dal “golpe” strisciante perpretato dai poteri forti internazionali e dall’immensa sofferenza sociale presente nel Paese, avviare - ora! - seri processi di unificazione, a cominciare dalla lotta unitaria contro l’inquietante stato di cose presenti. Se non ora quando? Così, spesso, si chiudeva, un tempo. E oggi più che mai questa domanda si fa pregnante.