Spezzare l’assedio e disinnescare il sabotaggio interno, per dedicarsi alla ripresa del paese, pesantemente colpito dall’attacco multiforme dell’imperialismo. Questo l’intento dichiarato del governo bolivariano, un impegno che si va dispiegando a più livelli. Centrale è il fronte del dialogo con l’opposizione golpista, che sta avanzando in Messico malgrado interferenze e ritrosie. Nell’ultima tornata di incontri sono stati approvati accordi sulla difesa della sovranità del Venezuela sulla Guayana Essequiba e sulla protezione del popolo, anche in un’ottica di genere.

Intanto, la macchina elettorale del Psuv, capitanata dal vicepresidente del partito, Diosdado Cabello, marcia a pieno ritmo verso le mega-elezioni del 21 novembre, con allegria e decisione. Che tutte le componenti della destra abbiano accettato di iscrivere propri candidati a sindaci e governatori è già una vittoria assodata. Il pronunciamento dell’Unione Europea, che ha reso pubblica la decisione di inviare osservatori, è un primo risultato importante. 

L’Alto rappresentante per la politica estera, Josep Borrell ha nominato Isabel Santos, esponente del Parlamento europeo, a capo della Missione di osservazione elettorale (Eom) dell’Ue. Il comunicato diffuso a Bruxelles definisce quello del 21 novembre “un processo elettorale senza precedenti, con la partecipazione della maggioranza delle forze politiche per la prima volta negli ultimi anni, per eleggere più di 3.000 rappresentanti regionali e municipali”. Il nucleo centrale della missione è composto da undici esperti elettorali e arriverà a Caracas in ottobre. 

Entro la fine di ottobre, fino ad un massimo di 62 osservatori a lungo termine si uniranno alla missione e si sposteranno nelle regioni. Inoltre, il 21 novembre, rafforzeranno la missione circa 34 osservatori a breve termine, uniti ad altri 20 osservatori a breve termine reclutati localmente. La Eom della Ue rimarrà nel Paese fino alla fine del processo elettorale. 

La Ue – ricorda il comunicato – “non è presente in Venezuela con una missione di osservazione elettorale da 15 anni”. Ora, ritiene che la propria presenza possa “essere un contributo importante per sostenere una soluzione pacifica e concepita dai venezuelani, per la crisi e, di conseguenza, un percorso verso elezioni credibili, inclusive e trasparenti”. Un’allusione non troppo velata alla posizione sostenuta dalle lobby che agiscono nel Parlamento europeo, che in questi anni hanno seguito il banditaggio messo in atto dall’eurodeputato Leopoldo López Gil, enfatizzando il mantra della “fine dell’usurpazione, governo di transizione” farfugliato da Guaidó.

All’autoproclamato, ora non resta che latrare alla luna, minacciando inesistenti “manifestazioni in tutto il paese” e, soprattutto, abbarbicarsi al bottino, ovvero alle risorse del popolo venezuelano sequestrate all’estero con la complicità dei governi subalterni a Washington. È questo il vero punto di stallo nei negoziati in Messico. Il vicepresidente venezuelano per il settore dell’economia e ministro per il Petrolio, Tareck El Aissami, ha annunciato che il Venezuela intende intraprendere iniziative a livello internazionale per recuperare le imprese Citgo e Monómeros, filiali di Pdvsa negli Stati Uniti e in Colombia, che in base alle “sanzioni” statunitensi sono state affidate a Guaidó. 

A causa della gestione banditesca di Guaidó e compari, sia Citgo, che operava tre raffinerie di petrolio in Texas, Luisiana e Illinois, sia Monomeros, complesso petrolchimico di alto livello, attraversano gravi crisi produttive e di liquidità che le hanno portate sull’orlo del fallimento. A mettere in piazza i panni sporchi dell’estrema destra venezuelana ha pensato anche uno dei loro, Humberto Calderón Berti, ex presidente di Pdvsa nel 1983, nominato “ambasciatore” in Colombia da Guaidó: “Il massimo responsabile di quel che succede all’impresa Monómeros è Leopoldo López”, ha detto, descrivendo la corsa dei “dirigenti politici di opposizione a chiedere favori e pretendere di fare affari con l’impresa” senza un minimo di competenza. 

Un altro punto critico nei negoziati in Messico è la detenzione arbitraria del diplomatico Alex Saab, sequestrato da 400 giorni sull’isola di Capo Verde e in procinto di essere estradato negli Stati Uniti in flagrante violazione dei suoi diritti. In Messico, la delegazione del governo venezuelano ha realizzato un atto simbolico in difesa di Saab, esibendo cartelli con la sua foto e incorporandolo al tavolo di trattative come parte dei mediatori. 

Jorge Rodríguez, presidente del Parlamento e capo della delegazione, ha letto una lettera del diplomatico nella quale, con tono accorato ma orgoglioso, Saab, che è anche molto malato, ha spiegato di aver subìto torture fisiche e psicologiche, e di aver ricevuto pressioni e ricatti per fargli sospendere l’invio di alimenti al Venezuela tramite la sua impresa. “Come potrei rendermi complice di un genocidio?” ha però ribattuto Saab. 

Il suo sequestro riporta in evidenza la pratica delle “Estraordinary rendition” utilizzate dagli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 per catturare, deportare e detenere clandestinamente, i presunti “combattenti nemici”. Lo ha ricordato l’ambasciatore russo in Venezuela, Mélik-Bagdasárov: “Torture? Atroci pratiche di Guantánamo?”, ha scritto in un twitter. Anche altre diplomazie di quei paesi che, a partire dalla Cina, si muovono per la costruzione di un mondo multicentrico e multipolare, hanno levato la loro voce contro il sequestro di Saab. 

Perché gli Stati Uniti tengono tanto a far parlare Saab? Perché – come ha lasciato intendere anche la rivista Forbes – vogliono capire come faccia il Venezuela a sfuggire all’assedio. “Alex Saab è la chiave che apre il mistero monetario venezuelano, ovvero come fa un paese che affronta sanzioni degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Unione Europea possa comunque esportare oro o petrolio. È l’unico uomo che può spiegare come sopravvive oggi il paese”. 

Ma, intanto, cresce il movimento internazionale per chiedere la liberazione del diplomatico.