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8 febbraio 1943, l'impiccagione di Lepa Radic,

partigiana jugoslava di 17 anni

13 luglio: incontro Mattarella e Pahor alla “foiba” di Basovizza

Di nuovo, anticomunismo

e revisionismo storico

di Stojan Spetič,

giornalsita de L'Unità e Senatore PCI della Repubblica Italiana. Nel febbraio del 2019 Stojan Spetič ha inviato una lettera aperta al Presidente Mattarella sulla questione delle foibe, con l'obiettivo di ripristinare la verità storica, da anni occultata nel tentativo di spostare le colpe degli orrori fascisti sui partigiani jugoslavi.

Come premessa all’articolo di Spetič, pubblichiamo di seguito un breve stralcio della sua lettera al Presidente della Repubblica:

 

“Ormai da quindici anni subiamo ripetuti tentativi di fomentare l’odio contro i popoli vicini con accuse di “pulizia etnica” ed uccisioni di massa di persone “colpevoli soltanto di essere italiani”.

A questo coro Lei ha aggiunto la sua autorevole voce. Ma è proprio così? Il fascismo non c’entra? Era solo odio etnico? Mi permetta di segnalarle alcuni fatti incontrovertibili.

L’Italia fascista ha aggredito la Jugoslavia annettendosi la provincia di Lubiana, trasformata in una prigione a cielo aperto circondata da filo spinato. Nelle sue fosse ardeatine (Gramozna jama) l’esercito italiano fucilò in un solo mese più di cento ostaggi. In tutta la Slovenia ci furono stragi e fucilazioni indiscriminate di civili. Si legga la testimonianza del curato militare Pietro Brugnoli “Santa messa per i miei fucilati”.

In Montenegro fu peggio. Ma lì decine di migliaia di soldati italiani decisero dopo l’armistizio di unirsi ai partigiani di Tito formando la divisione Garibaldi. Alle migliaia di caduti garibaldini venne eretto un monumento al quale solo il presidente Sandro Pertini rese omaggio.

In Istria la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini il 26 luglio 1943 provocarono una sollevazione dei contadini oppressi e dei minatori di Arsia. Vi furono uccisioni indiscriminate di possidenti terrieri, funzionari dello Stato, gabellieri ed esponenti fascisti, anche qualche vendetta personale. Furono infoibate alcune centinaia di persone.

Intanto i gerarchi fascisti sfuggiti alla “jaquerie” chiamarono da Trieste le truppe naziste. Per paura dei possibili delatori le uccisioni aumentarono. Complessivamente furono 400-500 in totale gli uccisi riesumati”.

 

 

Lo scorso lunedì 13 luglio erano cent'anni dall'incendio del “Narodni dom”, il centro culturale ed economico delle comunità slave di Trieste. Quella sera i fascisti devastarono anche una ventina di uffici e sedi slovene e socialiste. Per la popolazione slava fu una “notte dei cristalli”. Il giorno dopo fu incendiato anche il “Narodni dom” (Casa del popolo) di Pola. Il fascismo di confine anticipò l'ondata di violenza che colpì il resto del Paese dopo la “marcia su Roma”. Fu l'inizio di quella che allora chiamarono “bonifica etnica” della Venezia Giulia.

 Ad un secolo di distanza una serie di cerimonie ufficiali, alla presenza dei Capi di stato d'Italia e della Slovenia, hanno ricordato quell'evento in un clima di spregiudicato revisionismo storico accompagnato dall'indeterminatezza rispetto alla necessaria condanna della violenza fascista che, dopo un ventennio di sopraffazione e discriminazioni, sfociò nella tragedia della guerra pagata a caro prezzo dai popoli aggrediti e infine dallo stesso popolo italiano

 Questo lunedì Sergio Mattarella e Borut Pahor (Presidente della Slovenia), dopo aver deposto corone al monumento ai quattro antifascisti fucilati nel 1930 e alla cosiddetta “foiba” di Basovizza, si sono recati nella sede della Prefettura per firmare una “dichiarazione di intenti” sulla “restituzione” alla comunità slovena locale del “Narodni dom”, ora sede della facoltà di lingue dell'università di Trieste. Infine, hanno consegnato due onorificenze ufficiali allo scrittore triestino Boris Pahor, di 107 anni, che fu testimone diretto dell'assalto fascista e della devastazione che ne seguì. Boris Pahor aderì alla resistenza slovena, fu arrestato dalla Gestapo e inviato in un lager nazista. Sopravvisse e testimoniò tale esperienza nei suoi romanzi tradotti in quasi tutte le lingue moderne.

 Le cerimonie di lunedì hanno suscitato forti polemiche, probabilmente per la loro improvvisazione e la poca chiarezza di intenti, specie per quel che riguarda la “storica visita” dei due capi di stato alla foiba e al monumento ai fucilati sloveni.

 I tre antifascisti sloveni e un croato fucilati nel 1930 per ordine del Tribunale speciale fascista non furono mai riabilitati, né la loro condanna fu annullata, malgrado simili sentenze della Corte costituzionale. Risultano pertanto (dal punto di vista giuridico) dei “terroristi” e sarebbe stato opportuno che il Presidente Mattarella avesse provveduto alla cancellazione della condanna come richiesto dai parenti dei “martiri di Basovizza” che tutta l'Europa conobbe all'epoca essendo stati le prime vittime della violenza fascista, ancor prima che Hitler salisse al potere in Germania. Non è un caso che in Italia si dimentichi lo stretto legame che i giovani fucilati a Basovizza ebbero con il gruppo di Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli. Fu con loro che programmarono attentati dimostrativi in tutta l'Italia. Purtroppo GL era infiltrata dall'OVRA, che ne impedì l'esecuzione, mentre il gruppo sloveno di Trieste fece esplodere bombe al Faro della Vittoria e nella redazione del giornale fascista locale ferendo a morte un giornalista che vi era rimasto per la notte. La resistenza degli sloveni della Venezia Giulia dopo questa condanna e la fucilazione di Basovizza firmò un patto di unità d'azione col PCI in cui veniva ribadito il diritto dei popoli all'autodeterminazione.

 La scena dei due Capi di stato che si tengono per mano davanti ai due monumenti è stata pubblicata da tutti i giornali e dalle televisioni. È stata commovente come lo è stata quella di Mitterrand e Kohl a Verdun nel 1984 ed alla quale Mattarella e Pahor si erano ispirati.

 Però va detto che si tratta di un atto politico ambiguo, basato sul revisionismo storico come sancito dalla famigerata risoluzione del parlamento europeo in cui vengono equiparati comunismo e nazifascismo. Dimenticando che il fascismo aveva oppresso le popolazioni del confine orientale sviluppando forme abbiette di razzismo che poi Mussolini, proprio da Trieste nel 1938, proclamò come principio politico e morale dell'Italia fascista.

 Si dimentica pure l'aggressione alla Jugoslavia e l'occupazione italiana della “provincia di Lubiana”, dove – per dirla con i comandanti italiani – “si ammazzava troppo poco”. Furono alcune migliaia i civili uccisi, specie gli ostaggi a Lubiana. E migliaia morirono nei campi di concentramento italiani, specie sull'isola quarnerina di Arbe, dove i primi a morire d'inedia furono i bambini deportati assieme alle loro mamme.

 La nuova “vulgata” vuole invece che a Basovizza, sul Carso sopra Trieste, duemila persone siano state uccise dai “partigiani comunisti jugoslavi” e gettate nel pozzo della Miniera Skoda, trasformato nel monumento nazionale della foiba. Una tesi che piace anche ai nuovi governanti sloveni di destra, amici di Orban.

 Gli storici, siano italiani che sloveni, concordano che alla fine della guerra ci fu una resa dei conti in cui furono uccise alcune centinaia di persone. Altri ricercatori chiedono a gran voce l'apertura della “foiba” per esumare i resti di 187 soldati italiani, morti nel 1919 per la “febbre spagnola” e colà inumati, mentre il loro posto sarebbe il sacrario di Redipuglia. Nell'estate 1945 gli alleati la esplorarono estraendone cadaveri di soldati tedeschi, carogne di cavalli e il corpo di un aguzzino della Banda Collotti. In seguito il Comune di Trieste e gli stessi eserciti alleati ne fecero una discarica.

 Nel dopoguerra i tedeschi esumarono dalla foiba di Opicina, pochi chilometri distante, 600/800 salme di caduti che vennero sepolti nel cimitero militare di Costermanno.

 Quella di Basovizza rimane invece un mistero, utile per manifestazioni revansciste con i reduci della X Mas, dove Salvini può equiparare le foibe ad Auschwitz e Tajani invocare l'Istria e la Dalmazia italiane alla presenza dei dirigenti nazionali del PD.

 Persiste così l'ambiguità politica dei vari governi italiani che da vent'anni si rifiutano di pubblicare e distribuire nelle biblioteche e nelle scuole la Relazione della commissione italo-slovena di storici sui rapporti tra le due nazioni confinanti nell'arco di un secolo e che tratta anche i nodi delicati delle foibe e dell'esodo istriano considerati nel loro contesto storico e nelle dimensioni accertate.

 Il fatto che ogni 10 febbraio, col Giorno della memoria, dal Quirinale scendano parole esasperate su presunti genocidi, pulizie etniche, violenze comuniste, sicuramente non agevola gesti di conciliazione sbrigativi e privi di reale contenuto.

 La “foiba” di Basovizza è a tutti gli effetti, un “cenotafio”, monumento puramente simbolico di fatti avvenuti probabilmente altrove.

 L'accusa rivolta da sinistra al presidente sloveno è che accettando la duplice cerimonia a Basovizza avrebbe consentito di mettere in ombra il ricordo dell'incendio fascista del “Narodni dom” e l'importanza della sua simbolica restituzione alla comunità slovena.

 Perché “simbolica”? In prefettura i due capi di stato hanno firmato una semplice “dichiarazione di intenti” in cui si ribadisce l'intenzione di restituire l'edificio alla comunità slovena, cosa che – nella migliore delle ipotesi – potrebbe avvenire tra una decina d'anni, non prima.

 Ma i ritardi sono forse voluti. Non è per nulla impossibile che in tutto questo tempo non ci si imbatta in nuove difficoltà create ad arte per riaprire il contenzioso tra i nostri paesi. Basti pensare alla mai abbandonata pretesa di riconsegna dei beni abbandonati dagli esuli istriani nella ex zona B per i quali la Slovenia ha già pagato il saldo pattuito ad Osimo, ma che tutti i governi italiani, di destra o di centrosinistra, si sono rifiutati di incassare pur di tener aperto il problema.

 Resta il fatto che cerimonie frettolose e puramente propagandistiche non apriranno uno sguardo al futuro di convivenza tra i nostri popoli vicini che può e deve essere fondato sulla ricerca storica onesta, obbiettiva e cooperativa, così come è stato per il lavoro della commissione mista di storici italiani e sloveni. Un futuro di integrazione economica e di collaborazione tra i porti, nel sistema dei trasporti, nella “green economy”. In un clima di integrazione culturale dove la lingua non sia più barriera insormontabile tra la gente dello stesso territorio.

 E non va mai dimenticato che non siamo all'Anno zero della nostra storia. I nostri popoli sono stati uniti dal sangue dei partigiani italiani, sloveni e croati versato nella comune lotta per la libertà. Lottarono insieme i partigiani del IX Korpus sloveno con i garibaldini friulani, l'Intendenza Montes, la “Fratellanza” sopra Fiume, il battaglione “Tito” di sloveni fuggiti dal carcere di Spoleto unitisi alla Resistenza italiana in Umbria... e i 10 mila soldati italiani passati all'esercito di Tito e caduti in battaglia. Il loro monumento nel Montenegro ha visto un solo omaggio: quello del presidente Pertini.

 E tanti singoli. Per citarne uno solo: Anton Ukmar (Miro), sloveno triestino, dirigente nazionale del PCI, animatore assieme a Barontini della resistenza antifascista in Abissinia, poi combattente in Spagna, maquì in Francia e infine comandante garibaldino nell'Otrepò pavese e liberatore di Genova, decorato dagli alleati al valor militare.

 Sono queste le vere fondamenta dell'amicizia e della conciliazione cemento di pace tra i nostri popoli vicini. Purtroppo vengono lasciate nell'ombra avvolte nella nebbia delle ambiguità politiche.