Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

“Nell’epoca dell’imperialismo l’attività finanziaria (dello Stato) non viene   contenuta nei limiti del pareggio del bilancio. Di conseguenza le entrate del Tesoro, ottenute mediante l’accensione dei debiti, costituiscono una condizione permanente dell’attività finanziaria. I limiti del debito pubblico, i suoi effetti... devono essere analizzati con una visione economica generale che tenga conto della moderna funzione del debito pubblico nell’economia nazionale”. (A. Pesenti, Scienza delle finanze e diritto finanziario,1972 p. 412).

 

“Noi deploriamo la lotta di classe, ma dobbiamo riconoscere che nel nostro paese l’hanno iniziata le classi dirigenti, applicando un sistema tributario profondamente ingiusto”. (G. Giolitti, Discorsi extraparlamentari, p. 237).

 

Così come esiste una spesa “buona” e una spesa “cattiva” esiste altresì un debito buono e un debito cattivo. La qualità della spesa non è determinata dalla sua classificazione come rozzamente sovente si fa, per cui spesa corrente e spesa per investimenti sarebbero, rispettivamente, sinonimi di spreco e di oculata gestione. Si può dare eccellente spesa corrente (ad es. medicina preventiva) e pessimo investimento (praticamente quasi tutte le grandi opere degli ultimi decenni). È chiaro però che ad un investimento in infrastrutture corrisponde un patrimonio tangibile mentre alla buona spesa corrente corrisponde un patrimonio immateriale composto da salute, istruzione, sicurezza etc.

La qualità del debito pubblico, che è costituito dalla somma dei deficit annuali e dagli interessi accumulati, è leggibile nella sua storia. Storia di clientele, sprechi, corruzione, evasione fiscale, ma anche storia di un poderoso Stato sociale, roccaforte di civiltà, erosa e insidiata, che si erge come un baluardo di fronte alla crisi. Facile dunque definire la quantità del debito, il suo rapporto col P.I.L. e il suo costo, difficile precisare quanto abbiamo avuto e abbiamo in cambio anche perché alcuni hanno avuto tanto, tantissimo, altri molto meno. Al decollo del debito che risale agli anni ’80, contribuirono diversi fattori fra questi, fondamentali, le costose riforme degli anni ’70 (scuola, università di massa, sanità universale) che realizzavano principi basilari della Costituzione e l’evasione fiscale di massa. La Costituzione repubblicana non prevedeva soltanto quelle riforme ma anche come fronteggiarne il costo (principio della progressività del sistema fiscale).

Chi conosce la storia del nostro sistema comprende immediatamente la portata sovversiva dell’art. 53: tutti i diritti costituzionali costosi devono essere pagati dai ricchi e, dato il contesto costituzionale, in particolare dalla ricchezza che non deriva dal lavoro. Il partito della conservazione mentre cedeva, dopo trent’anni, sulle riforme, oppose una resistenza eroica sulle modalità del loro finanziamento: da un lato si fissava un’aliquota del 72% sui redditi più elevati (la minima era al 10%), dall’altra si combinava un processo tributario interminabile (cinque gradi di giudizio) con i condoni ricorrenti; i proventi della corruzione e delle attività criminali e l’esportazione di capitali completavano il quadro dell’evasione.

Il partito della conservazione era anche il partito dell’evasione e una delle ragioni della sua forza consisteva e consiste proprio nel carattere di massa dell’evasione fiscale. È chiaro che per sostenere lo Stato sociale, in queste condizioni, occorre ricorrere al prestito per cui molti beneficiari del welfare, invece di pagare le tasse hanno percepito gli interessi sui titoli del debito pubblico acquistati magari con le somme evase. L’evasione, enorme, patologica, è la chiave per intendere lo strano rapporto tra patrimoni privati e debito pubblico che caratterizza il nostro paese.

Ad una ricchezza privata equivalente a cinque-sei volte il P.I.L. corrisponde un patrimonio netto negativo dello Stato (il debito supera il patrimonio) in linea con la tendenza dei paesi sviluppati (in particolare Regno Unito e U.S.A., vedi Piketty, Il capitale nel XXI secolo pp. 252-53) ma, in Italia, in modo decisamente più marcato. Dal punto di vista politico le dimensioni del debito pubblico sono la conseguenza di un’applicazione parziale delle norme costituzionali quindi di un compromesso e di un rinvio, i rapporti di forza lasciarono in sospeso la questione: chi paga le riforme? Naturalmente non si può dimenticare il costo del sistema di potere della D.C. e dei suoi alleati, la decadenza delle partecipazioni statali etc. Escluderei invece un carattere keynesiano, cioè intenzionale, dei disavanzi che sembrano piuttosto deficit indotti soprattutto dall’evasione e anche dall’andamento del ciclo (le recessioni provocano una flessione del gettito e un incremento della spesa sociale). Rinvio del saldo del debito (ogni anno si accendono prestiti per rimborsare titoli in scadenza, più di 200 miliardi nel 2019) non significa che intanto il debito non costi ed è evidente che il pagamento degli interessi (79 miliardi circa nell’anno scorso) comporta un trasferimento dal contribuente al detentore di titoli.

Persistendo una fiscalità complessivamente regressiva e dissolvendosi il risparmio popolare, la direzione della redistribuzione è chiara: il debito pubblico in Italia è uno dei fattori che “pompano” risorse dal basso verso l’alto della scala sociale. In quanto alla sostenibilità del debito nel tempo, nessuno può stabilire a tavolino il punto di non ritorno nella sua crescita perché non si tratta solo di un problema finanziario ma anche economico, vale a dire che decisivo è l’apparato produttivo e il suo sviluppo come dimostra il caso giapponese (il debito pubblico vale due volte e mezzo il P.I.L.). Quel che è sicuro è che, ceteris paribus, il livello del debito è una misura inversa della capacità di rispondere alle crisi: se infatti consideriamo il deficit spending come l’arma più efficace, avere 500 miliardi di debito in meno significa disporre di 500 miliardi in più per contrastarle. Il debito, inoltre, accresce la dipendenza del governo dal mercato finanziario, di qui l’ossessione della “fiducia dei mercati” che condiziona pesantemente la politica economica.

Per l’esattezza il nostro sistema fiscale è progressivo ma quasi   esclusivamente nell’ambito dei redditi da lavoro e anche in questo ambito la progressività si è fortemente ridotta con un’aliquota massima del 43% e una curiosa impennata del prelievo al superamento dei 28000 euro di imponibile. Per il resto rendite, dividendi, affitti a canone convenzionato etc. pagano imposte proporzionali, con aliquote pari o inferiori all’aliquota IRPEF sui più modesti redditi da lavoro.

 

 

 

Non è solo una questione di giustizia

 

 “La politica finanziaria del governo, dalla spesa pubblica all’imposizione fiscale, dall’emissione di debito pubblico al rimborso dei prestiti… sarà intrapresa tenendo presenti solo le conseguenze che queste attività producono sul sistema economico… La prima responsabilità del governo in materia finanziaria… è di garantire un flusso di spesa globale in beni e servizi che non sia né maggiore né minore di quello che ai prezzi correnti sarebbe in grado di acquistare tutti i beni che è possibile produrre”. (A. P. Lerner, Functional Finance and the Federal Debt, in Readings of Fiscal Policy, 1955).

Da questo succinto manifesto della “finanza funzionale” si deduce che per l’economista borghese raziocinante, ma ignaro degli effetti politici del pieno impiego, l’obbiettivo del governo deve essere “piena occupazione senza inflazione”.

Abbiamo finalmente compreso che in una situazione di sottoutilizzo dei fattori produttivi, che ha il suo aspetto più drammatico nella disoccupazione o sottoccupazione di massa, è dovere del governo aumentare la spesa in misura adeguata a rianimare la domanda, quindi i consumi, la produzione, gli investimenti etc. Questo non basta, però, la cattiva spesa peggiora la distribuzione del reddito, quindi riduce il suo moltiplicatore,  i consumi non sono tutti auspicabili (ad es. cibo spazzatura, energia da fonti non rinnovabili, consumo di suolo  per ulteriore edificazione privata etc.) essi devono crescere in qualità piuttosto che in quantità, gli investimenti possono distruggere posti di lavoro (ad es. automazione); il paradosso degli investimenti labour saving finanziati direttamente dallo Stato, o indirettamente con gli ammortamenti accelerati, è che il disoccupato produce un incremento di spesa pubblica  (indennità, gratuità di servizi etc.) e una riduzione delle entrate (IRPEF, IVA, contributi previdenziali etc.).                                                              La “buona” spesa, invece, deve migliorare prima o poi l’equilibrio del bilancio, anche solo nel lungo termine, così come la diagnosi precoce riduce i costi della terapia. Infine occorre tener conto che una quota della domanda artificialmente accresciuta si rivolgerà a produttori stranieri, il suo effetto espansivo si produrrà su un’economia concorrente a spese del bilancio dello Stato (non c’è problema ovviamente se tutti gli Stati adottano simultaneamente politiche espansive).

In sintesi abbiamo bisogno di aumentare la spesa che migliora l’ambiente, la salute, l’istruzione e il livello di civiltà. Inoltre bisogna investire per aumentare l’occupazione, la sicurezza del lavoro, il risparmio energetico, delle risorse idriche e delle materie prime (solare termodinamico, tecnologia italiana usata una sola volta in Italia a Priolo, ricostruzione delle condotte idriche colabrodo etc.). Il fisco dovrà contribuire a conseguire questi obbiettivi, oltre che fornire le entrate necessarie in modo ottimale, e la progressività svolgerà una funzione fondamentale visto che “la redistribuzione del reddito a favore delle categorie meno abbienti provoca un aumento del livello del reddito nazionale”, (C. Casarosa in Pesenti, Economia politica II, p. 470), e che “…la diseguaglianza crea un’economia più debole” (J. Stiglitz, Il prezzo della diseguaglianza, p. 187. Questo testo è un capolavoro di divulgazione il cui aspetto più interessante risiede nella descrizione della diseguaglianza come fattore di instabilità e inefficienza del sistema, ma vedi anche P. Krugman, Fuori da questa crisi adesso, 2012, pp. 99-102).

Trascurando le entrate extra tributarie, il cui gettito è modesto (15% circa delle entrate finali dello Stato, oltre tutto in calo) anche a causa della deprecabile gestione del patrimonio pubblico e dell’infimo livello dei canoni di concessione (acque minerali, spiagge, telecomunicazioni etc.)  le risorse pubbliche derivano, o dovrebbero derivare, da quattro fonti principali: imposte indirette, imposte sul reddito, imposte sul patrimonio (attualmente esigue), contributi sociali (soprattutto previdenziali).

 

 

 

Che fare?

 

In uno studio, a mio avviso insuperato, pubblicato nel lontano 1937 da Michal Kalecki (Teoria delle imposte sui consumi, sul reddito e sul capitale) che, tra l’altro, precorre la scoperta successiva degli effetti moltiplicatori del bilancio in pareggio quando si innalzano spesa ed entrate (Haavelmo, in Econometrica,1945), l’autore adopera un modello super semplificato assumendo alcune ipotesi che possiamo adattare a contesti diversi senza inficiare le conclusioni: l’attrezzatura produttiva e i salari monetari (nominali) sono dati (quindi l’analisi è di breve periodo salvo che si tratti di un’economia stagnante); il sistema economico è chiuso (non c’è commercio estero); solo imprenditori e rentiers risparmiano (i lavoratori sono troppo poveri per risparmiare).

Kalecki suppone di introdurre in questo modello privo di spesa pubblica e di tassazione prima imposte sui consumi, poi imposte sul reddito da capitale e infine un’imposta patrimoniale su tutti i tipi di capitale privato. In tutti e tre i casi il gettito fiscale sarà utilizzato per gli stipendi dei funzionari e per i sussidi dei disoccupati e degli invalidi.

L’analisi  degli effetti  conduce ai seguenti risultati: nel primo caso abbiamo un aumento del reddito nominale accompagnato da una lieve riduzione del reddito reale e quindi la principale conseguenza consiste nello spostamento di potere d’acquisto dai lavoratori ai percettori di sussidi; nel secondo caso  avremo un incremento dell’occupazione e un aumento dei salari reali totali  e la misura di questo aumento dipenderà dall’elasticità dell’offerta dei beni salario (cioè dalla capacità della produzione di rispondere tempestivamente  all’accresciuta domanda); nel terzo caso il risultato sembra stupefacente, anche se dovrebbe essere un’evidenza intuitiva, perché crescono insieme profitti netti, occupazione e quindi salari reali totali ma in misura maggiore che nell’ipotesi dell’imposta sul reddito. Con le parole dell’autore: “la tassazione del capitale… ha tutti i vantaggi del finanziamento della spesa pubblica mediante prestiti, ma si differenzia dal prestito per l’ulteriore vantaggio di non rendere lo Stato debitore”. Aggiungo che un ulteriore pregio dell’imposizione sul patrimonio è costituito dalla sua autonomia rispetto al ciclo, mentre il gettito delle altre imposte ne segue l’andamento.  Ancora una volta l’analisi qualitativa rivela la sua superiorità perché il medesimo incremento del livello del bilancio determina differenziati aumenti del reddito complessivo in base ai diversi tipi di imposizione, anzi nel primo caso non abbiamo nessuna crescita del reddito reale. Si consideri inoltre il quarto pilastro, i contributi a carico di una qualunque impresa, e si immagini una riforma in forza della quale l’azienda sarà esentata dal pagamento dei contributi per un importo pari ad una imposta patrimoniale di nuova introduzione. Dal punto di vista della quantità nulla è cambiato, alla diminuzione di un costo di produzione corrisponde la comparsa di un altro costo equivalente che, però, non è un costo di produzione.

Se infatti la produzione dovesse fermarsi o se fosse delocalizzata e i dipendenti fossero tutti licenziati, l’imposta sul patrimonio aziendale dovrebbe comunque essere versata. Sarà conveniente nella nuova situazione utilizzare più intensamente gli impianti e, a questo scopo, ridurre i prezzi di vendita visto che un costo di produzione è diminuito e magari assumere altri operai se il contesto è favorevole. Ma il contesto è favorevole se c’è un aumento generale della domanda, favorito anche da un contenimento dei prezzi e soprattutto dall’incremento del potere d’acquisto della massa della popolazione, in particolare da quella parte che ha un’elevatissima propensione marginale al consumo perché dispone di un reddito insufficiente.

A questo scopo è necessario ridurre la pressione fiscale sui redditi più bassi, ma molti redditi da lavoro dipendente, specialmente tra giovani e precari, sono così bassi da essere esenti dal pagamento dell’IRPEF.

Non dimentichiamo però che sono soggetti al versamento di contributi equivalenti  ad un decimo circa della retribuzione, quindi l’istituzione di una franchigia di un paio di migliaia di euro beneficerebbe non solo i cosiddetti incapienti ma tutto il lavoro dipendente e in misura diversa in base ai diversi livelli di reddito perché avremmo un aumento degli imponibili e quest’aumento sarebbe  soggetto ad aliquote diverse e crescenti col criterio della progressività; il lavoro autonomo già gode di un beneficio analogo coll’annoso ripiano, da parte dello Stato, dei suoi disavanzi previdenziali di cui è facile prevedere  l’esplosione nel prossimo futuro.

Come finanziare una manovra che con gli attuali livelli occupazionali, e con la prevedibile e auspicabile emersione di lavoro nero, potrebbe costare più di quaranta miliardi? Innalzando drasticamente le aliquote IRPEF, naturalmente esasperandone la progressività e inasprendo le imposte patrimoniali che nel tempo dovrebbero diventare il fulcro del nostro sistema fiscale (vedremo meglio in dettaglio più avanti).

 

 

 

Le finalità

 

Le nostre finalità si vanno precisando: la funzione principale delle entrate non è quella, ovvia,  di finanziare la spesa ma di determinare comportamenti ed effetti economici e sociali; in particolare la struttura delle imposte indirette deve selezionare i consumi discriminando prodotti nocivi e beni di lusso, le imposte sul reddito devono redistribuire risorse (manovra delle aliquote) e incentivare la spesa privata “buona” (con l’uso razionale delle detrazioni), le imposte sul patrimonio devono finanziare la rimozione del cosiddetto cuneo fiscale che grava come un macigno sul lavoro legale e sull’occupazione e devono mobilitare il capitale  inerte.

  Il ministro dell’economia, però, esclude una patrimoniale, l’opposizione ciancia di flat tax, tutti convengono di ridurre le aliquote e magari di compensare la perdita di gettito con la riduzione delle detrazioni (non si è ancora compresa la funzione del contrasto di interessi nella lotta all’evasione!).

È chiaro che le nostre proposte sono scandalosamente inattuali ma non c’è da preoccuparsi visto il livello intellettuale e culturale del dibattito pubblico.

È proprio dalle detrazioni che vogliamo partire per il sostegno dei redditi da lavoro. “Il costo della vita, che rappresenta il minimo sociale necessario per l’esistenza, costituisce un costo necessario… per il lavoratore… deve quindi essere sottratto dal reddito del contribuente per ottenere il reddito imponibile... analogamente a quanto si fa per le spese di produzione. Così dovrebbero per analogia essere detratti i costi sopportati per curarsi o per conservare o incrementare la propria capacità lavorativa”. (A. Pesenti, Scienza delle finanze, pp. 227-28).  L’attuale detrazione forfettaria per spesa per produzione di reddito è simbolica, molto ma molto inferiore a quel che dovrebbe essere dedotto per l’alimentazione, la spesa per abitazione etc.                                                      Anche le detrazioni per carichi familiari sono simboliche in una situazione di salari così modesti da rendere difficile la riproduzione del proletariato come classe (in altri termini metter su famiglia).

 

 

 

Si fa presto a dire patrimoniale...

 

Cominciamo col dire che l’imposta sulle successioni (e sulle donazioni), benché classificata tra le imposte indirette poiché è dovuta per effetto di un trasferimento, non solo va considerata sostanzialmente una imposta straordinaria sul patrimonio ma dovrebbe costituire la più importante tra le imposte patrimoniali in quanto percuote una ricchezza che certamente non dipende dal lavoro dell’erede e del donatario. In una società borghese bene ordinata (“les distinctions sociales ne peuvent être fondées que sur l’utilité commune” art. 1 Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino 1789) dove il profitto retribuisce il merito e il rischio, il gettito del prelievo fiscale sui profitti dovrebbe essere infinitamente minore del gettito di una tassa sulla fortuna. Se il profitto costituisce un incentivo all’intrapresa economica (cioè allo sfruttamento diretto della forza lavoro), la trasmissione ereditaria della ricchezza è invece sicura garanzia di immobilismo sociale e perpetuazione della diseguaglianza.

Le ricerche più recenti ci dicono che in tutto il mondo occidentale assistiamo ad un ritorno alla belle époque, nel senso che il tenore di vita è sempre più determinato dalla rendita del patrimonio piuttosto che dal reddito da lavoro.

Ma in Italia il gettito delle successioni è irrisorio, senza paragoni in tutto l’occidente. Si tratta di poche centinaia di milioni l’anno (per un confronto ragionevole il gettito in Francia è di 17 miliardi, dove peraltro vigeva un’imposta sulle grandi fortune sino a Macron). Una briciola nel vasto bilancio dello Stato e questo per diverse ragioni: irrilevanza delle aliquote, comprese tra il 4% e l’8% in base al rapporto di parentela (la nostra massima è pari alla minima in Germania), esclusione dall’imponibile di un milione di euro per beneficiario per coniuge e parenti in linea retta, irrealtà dei valori catastali, esclusione dei patrimoni aziendali (a condizione che non siano ceduti prima di cinque anni). La ratio di quest’ultima norma, che costituisce comunque un privilegio intollerabile, è intuibile: il legislatore ha voluto preservare la continuità dell’impresa e non indebolirla nel passaggio delicato della trasmissione intergenerazionale (ricordiamo, en passant, che molti studiosi ritengono che la proprietà familiare costituisca un elemento di debolezza dell’impresa nel mercato moderno).

Per quanto attiene ai patrimoni familiari il rimedio sembra semplice: innalzamento significativo delle aliquote, adeguamento dei valori catastali ai prezzi di mercato, riduzione della soglia di esenzione a 300.000 euro (un appartamento esentasse per ogni membro della famiglia mi pare un omaggio ragionevole alla religione del risparmio per i figli); per i patrimoni aziendali sarà preferibile una imposta ordinaria applicata ad un multiplo della massa di ammortamenti in corso. Si tenga presente che gli ammortamenti dovrebbero costituire l’equivalente del “consumo” annuo di capitale, materiale e immateriale, calcolati in base alla durata presunta degli investimenti effettuati. Dichiarati dalle imprese, sono normalmente sopravvalutati perché comportano una riduzione dell’utile soggetto ad imposta, nascondono quindi quote di profitto.

All’amministrazione tributaria non resterebbe altro da fare che moltiplicare per un coefficiente convenzionale gli ammortamenti in bilancio di ogni singola azienda compiendo una sola volta questa operazione sui dati del 2019 e successivamente solo per le nuove imprese, in modo che i nuovi investimenti e relativi ammortamenti non vadano ad accrescere l’imponibile. Con questo accorgimento saranno premiate le imprese più dinamiche che ridurranno l’incidenza dell’imposta man mano che incrementano il capitale.

Esaminiamo ora la parte più ingente del patrimonio nazionale che è costituita dal capitale immobiliare (5250 miliardi circa di sole abitazioni): l’imposta sugli immobili, comprensiva di fondi rurali, aree edificabili e immobili non residenziali, fornisce un gettito poco superiore ai 21 miliardi con un’incidenza sul valore complessivo sicuramente inferiore allo 0,4%!  Anche in questo caso il confronto con paesi come Francia e Inghilterra risulta impietoso. In nessun settore la tassazione può svolgere quel compito di mobilitazione del capitale inerte a cui abbiamo accennato, nella misura del patrimonio immobiliare che nel nostro paese è in buona parte inutilizzato, degradato per mancata manutenzione o addirittura fatiscente.

“Il suo principale effetto fu di pesare sull’inerzia ed alleviare l’industria”.  Così Carlo Cattaneo si riferiva al catasto lombardo settecentesco (in I catasti R. Zangheri, Storia d’Italia, Einaudi) perché la riforma consisteva nel “fotografare” il valore dei fondi rustici fissandolo per un lungo periodo di tempo, la tassazione sarebbe rimasta indifferente agli incrementi patrimoniali successivi dovuti alle migliorie o ai decrementi dovuti al degrado o all’abbandono dei terreni.  Come nel caso dei patrimoni aziendali gli investimenti ulteriori sfuggirebbero al prelievo, così per il patrimonio immobiliare le opere di manutenzione ordinaria e straordinaria e l’efficientamento energetico e termico mentre valorizzano l’immobile, ridurrebbero l’incidenza dell’imposta.

È chiaro che non c’è alcuna ragione di ridurre l’imposizione (attualmente del 50%) per inagibilità degli edifici dovuta ad incuria. Per i proprietari “poveri” il rimborso del 110% permetterebbe di cedere alle imprese il credito di imposta ricorrendo alle banche e quindi di effettuare i lavori senza esborso.

Rimane però il fatto che i valori catastali sono largamente sottostimati, e neppure in modo omogeneo, che le aliquote I.M.U. sono troppo basse, che il numero delle abitazioni classificate di lusso è scandalosamente esiguo e che due milioni di immobili non risultano al catasto. L’altra missione dell’imposta dovrebbe essere quella di far aumentare l’offerta di immobili in affitto a famiglie, negozianti, imprese al fine di calmierare il mercato.

A questo scopo l’imposta deve costituire un rilevante costo di inutilizzazione. Dato poi il significativo divario territoriale dei valori sarà preferibile concretizzare gli aumenti con sovrimposte provinciali e regionali e, nel caso degli immobili non residenziali, con una supertassazione, alternativa, però, all’imposta sul patrimonio aziendale per le imprese non finanziarie.

 

 

 

I.R.A.P. Una strana imposta

 

L’imposta regionale sulle attività produttive, classificata per misteriose ragioni tra le imposte dirette, si applica sul valore netto dell’attività esercitata nel territorio regionale da imprese ed esercenti arti e professioni. Si tratta in sostanza di un’imposta sul valore aggiunto, poiché dal fatturato non sono deducibili salari e utili, che perciò, a differenza dell’I.V.A., è un’imposta che percuote solo il lavoro nazionale. Se infatti procediamo per scomposizione, tutto il capitale costante utilizzato (che si deduce dall’imponibile) si riduce in ultima analisi a salari, profitti, rendite e beni d’importazione ma dato che salari e profitti costituiscono la sola base imponibile risultano esenti solo rendite e beni d’importazione. Roba da far inorridire un protezionista! Non basta, si considerino due imprese: la Fiat con un’incidenza del costo del lavoro sul fatturato del 7,5% ed un calzaturificio con un’incidenza del 42,5%, supponiamo ambedue con utili del 7,5%. L’imponibile della Fiat varrebbe il 15% del fatturato, l’imponibile dell’anonima impresa manifatturiera il 50%! Tralasciando il fatto che gli utili sono già tassati, è evidente che l’I.R.A.P. punisce le attività che “creano” più lavoro e punisce il prodotto italiano, anche se in misura limitata, rispetto al prodotto di importazione; l’imponibile delle amministrazioni pubbliche è, ovviamente, formato dalla sola spesa per il personale ed è soggetto ad un’aliquota più che doppia (8,5%).

Il rimedio sarebbe molto semplice, occorre rovesciare le modalità di formazione dell’imponibile: dal fatturato va dedotto soltanto l’intero costo del lavoro anche perché vogliamo incentivare il risparmio di capitale costante e non il risparmio di retribuzione e di impiego del lavoro; nel caso delle pubbliche amministrazioni l’imposta va abolita, si tratta in definitiva, per la finanza pubblica nel suo complesso, di una partita di giro che però disincentiva le assunzioni e il calo dei dipendenti pubblici, oltre ai noti danni alla sanità e all’istruzione e all’invecchiamento generale del personale, è uno dei fattori del mediocre tasso di occupazione.

Il risultato automatico sarebbe un’importante crescita del gettito dal momento che il costo del lavoro pesa mediamente meno del 50% dei costi di produzione e, con un aumento delle aliquote, rappresenterebbe un disincentivo alle esternalizzazioni se non un incentivo alle internalizzazioni. Naturalmente dovrebbe essere alternativa alla patrimoniale aziendale, vale a dire che le imprese aventi sede legale all’estero che riuscissero a eludere legalmente quest’ultima sarebbero comunque tenute al pagamento dell’IRAP maggiorata. Nel caso delle imprese finanziarie non conviene l’assorbimento dell’imposta nella patrimoniale per la ragione che il volume degli ammortamenti è insignificante rispetto alle imprese non finanziarie e in rapporto al rispettivo costo del lavoro. L’aumento dell’aliquota IRAP e della tassazione degli immobili possono garantire un contributo adeguato di banche ed assicurazioni.

Prima di venire alle cifre del 2019 (pre-covid, quindi utili solo per dare ordini di grandezza) vorrei ricordare un interessante precedente storico: tra il 1946 e il 1947 nell’Italia miserabile del dopoguerra vennero adottati sei provvedimenti, tre dei quali disponevano l’avocazione dei sovraprofitti di guerra, dei profitti di contingenza e dei profitti di regime, altri tre istituivano un’imposta straordinaria progressiva sul patrimonio posseduto al 28 marzo 1947 dalle persone fisiche, un’imposta straordinaria proporzionale sui patrimoni e un’imposta straordinaria proporzionale sul patrimonio degli enti collettivi.

L’imposta sul patrimonio nelle diverse articolazioni, diede allo Stato 300 miliardi, l’imposta sui sovraprofitti di guerra e di contingenza 65 miliardi, sui profitti di regime 10 miliardi. Per quanto il gettito complessivo ammontasse a più del 10% del P.I.L. 1946 (ma solo al 5,40% del P.I.L. 1947 a causa dell’inflazione) esso impallidiva nel raffronto con le altre potenze fasciste sconfitte dove le autorità di occupazione pretesero un salasso del patrimonio mentre cominciavano a sostenere la ricostruzione. In un paese incomparabilmente più ricco (e quindi capace di sopportare un prelievo progressivo molto più elevato come l’Italia di oggi) avremmo 180 miliardi di euro, secondo l’intenzione del legislatore di allora, o almeno una novantina. Naturalmente con la rateizzazione queste somme vennero spalmate su diverse annualità mentre i conservatori riprendevano le redini della politica economica.

Se ora rimuoviamo la seconda condizione posta da Kalecki (economia chiusa) per aderire ad un modello più realistico (commercio estero notevolmente sviluppato e grande mobilità del capitale) vengono meno le ragioni della preferenza dell’imposta patrimoniale? È chiaro che la tassazione dei profitti è l’arma principale nella sciagurata concorrenza fiscale tra Stati mentre l’imposizione indiretta col trasferimento di potere d’acquisto dai poveri ai poverissimi sembra neutra, per quanto riguarda l’imposizione sul patrimonio dobbiamo distinguere tra ricchezza reale e ricchezza mobiliare, la prima è in grandissima  parte inesportabile, la seconda è ospite agognata dai numerosi paradisi fiscali ed anche dai più spregiudicati paesi europei, motivo per cui quest’ultima va colpita con una tassazione non meno severa ma una tantum, effettivamente straordinaria, sull’imponibile rilevato nel passato prossimo.

Rimane la liquidità in senso stretto, che il denaro si conservi nel materasso o nelle cassette di sicurezza poco importa, l’unico modo per tassarlo è un’inflazione moderata che richiede però la riattivazione dei meccanismi di rivalutazione automatica dei redditi e soprattutto una dinamica positiva della “buona” occupazione” e della combattività operaia che è la migliore difesa del salario reale (lavoro a tempo indeterminato, art. 18, sicurezza e salubrità sul posto di lavoro etc.). A questo scopo è necessario prevedere la sanzione della perdita dei benefici derivanti dalla fiscalizzazione degli oneri riflessi per tutte le imprese che violino norme di sicurezza, che adottino comportamenti antisindacali o procedano a licenziamenti illegittimi. Mi pare inoltre ragionevole e urgente una fiscalizzazione ad personam senza costi sostanziali: per disoccupati anziani o con carichi di famiglia o disoccupati da più di due anni consecutivi o che abbiano cumulato più di quattro anni di inattività nel corso della carriera lavorativa lo Stato assuma l’onere di versare i contributi in luogo del datore di lavoro sino al raggiungimento del pensionamento.

Il saldo tra indennità di disoccupazione o reddito di cittadinanza e contributi a carico dello Stato, da una parte, e imposte dirette e indirette sui nuovi redditi da lavoro sarà nettamente positivo anche senza considerare il moltiplicatore della maggiore spesa dei neoassunti.

E infine i numeri solo per rendere gli ordini di grandezza delle manovre possibili, nel 2019 le principali entrate dello Stato (amm.ne centrale) sono: 192 miliardi circa di imposte sulle persone fisiche (più dell’80% da lavoro dipendente), 34 mld. circa di imposte sulle persone giuridiche, poco più di 12 mld. di ritenute su dividendi e redditi da capitale, quasi 137 mld. di I.V.A., poco più di 25 mld. dagli oli minerali; aggiungiamo quasi 60 mld di entrate degli enti territoriali (in questa cifra sono comprese IRAP, solo 15 mld da soggetti privati, e IMU per complessivi 45 mld circa) e infine quasi 235 mld di entrate da contributi per INPS e INAIL (consuntivi di cassa 2019).

Supponiamo ora che le imprese versino almeno 180 mld di contributi e che il valore dei loro ammortamenti, fissato sui dati 2019, sia di 220 mld.

Poniamo come obbiettivo la fiscalizzazione graduale dei contributi a partire dai settori produttivi (agricoltura, pesca, industria, costruzioni) per complessivi 60 mld. Moltiplichiamo gli ammortamenti per un coefficiente medio convenzionale tale da formare un imponibile di 2000 mld. Un prelievo del 4% garantirebbe la copertura iniziale e anche l’assorbimento dell’IRAP e dell’IMU dovute benché aumentate.

L’effetto economico netto è un trasferimento di risorse dalle imprese più capitalizzate a quelle che utilizzano più lavoro, il diminuito costo del lavoro incentiva, in una situazione normale, le assunzioni, il maggior costo del capitale esistente spinge ad utilizzarlo più intensamente ma i nuovi investimenti sono incoraggiati per diminuire l’incidenza dell’imposta.

L’IRAP e l’IMU possono raddoppiare il loro gettito ferma restando l’esenzione della casa di abitazione non di lusso.

Non intendo formulare una proposta dettagliata ma spero che la direzione della riforma sia chiara: spostare la pressione fiscale dal lavoro al capitale, salvaguardando la competitività delle imprese, redistribuire reddito rafforzando il mercato interno e i “buoni” consumi, incrementare la buona occupazione (anche riducendo il tempo di lavoro), recuperare il patrimonio edilizio esistente, ridurre i prezzi finali delle merci salario etc. Per progettare riforme vere occorre credere, o fingere di credere, alla loro realizzabilità ma per onestà verso il lettore è opportuno riferire lo scetticismo di Kalecki: “è tuttavia difficile che la tassazione del capitale possa essere usata… su vasta scala; infatti sembra che essa indebolisca il principio della proprietà privata…”  (Kalecki op. cit.).

Il sogno dei riformisti veri (di norma i riformisti di governo fanno controriforme), piena occupazione senza inflazione, può trasformarsi in incubo: inflazione pesante (i prezzi record dell’oro sono un segnale inquietante) con conseguente boom dei tassi di interesse, disoccupazione di massa e crollo dei salari reali perché il ricorso esclusivo alla politica monetaria, in presenza di politiche di bilancio recessive, ha creato una enorme massa monetaria finora prigioniera di una colossale trappola della liquidità e quindi incapace di rilanciare la crescita. Il covid ha spazzato via le regole, per ora, ma il nostro paese si presenta all’appuntamento cruciale con tutti i suoi problemi irrisolti. La sinistra deve comunque battersi per le riforme autentiche, quelle che un tempo si chiamavano di struttura, tra queste non ultima la riforma della finanza pubblica, la loro attuazione è vitale per la democrazia e dimostrerebbe l’insostenibilità del regime del capitale perché democrazia e piena occupazione permanente sono incompatibili con questo sistema (vedi Gli aspetti politici del pieno impiego, Kalecki, 1943).

Possiamo quindi concludere con la sensata e divertente osservazione di Joan Robinson: “ogni governo che abbia sia il potere sia la volontà di rimediare ai principali difetti del sistema capitalistico dovrebbe avere la volontà di abolirlo del tutto”. (recensione di The trade cycle di R. F. Harrod).