Nelle repubbliche dell’Asia centrale le autorità governative continuano, con il loro sguardo distorto, a riscrivere la storia. In Uzbekistan stanno spingendo a rendere illegale la bandiera dell’URSS, giudicata “il segno dell’occupazione”, mentre le autorità del Kazakistan portano avanti una politica volta a cancellare i nomi sovietici e a propagandare, a nome dell’odierno Stato, i “crimini del sistema totalitario”. Cioè, dell’URSS.

Siamo di fronte ad uno “stile di lavoro” politico già sperimentato e rodato: durante una crisi politica e sociale si punta a spostare l’attenzione dei cittadini su altre questioni che non siano quelle sociali. E quest’arma di distrazione di massa appare essere sempre più indispensabile per i regimi al potere dei paesi post-sovietici. La crisi economica e i ritardi dello stesso sviluppo economico che si vanno gravemente manifestando in questa fase successiva alla pandemia, spingono i regimi post sovietici e antisovietici a individuare comunque un “colpevole”, anche se l’accusato non ha nulla a che fare con i fallimenti delle odierne leadership.

Di tutto ciò l’Uzbekistan è un chiarissimo esempio. A Tashkent, la capitale, si è tenuto un concerto di gruppi musicali russi, durante il quale, tra le altre cose, sono state eseguite canzoni sovietiche sulla Grande Guerra Patriottica. Alcuni spettatori hanno alzato la bandiera dell’URSS. Un atto del tutto normale e innocuo, ma al quale si è risposto con un’ondata di violenta indignazione. Il noto politico Alisher Kadyrov ha definito l’innalzamento delle bandiere sovietica una grave provocazione. E ha affermato: “Noi non siamo contrari alla manifestazione dei diversi orientamenti culturali e delle diverse attività, ma siamo contrari all’uso della cultura a fini politici. Consideriamo un insulto al popolo uzbeko innalzare nel centro stesso della capitale la bandiera del Paese occupante, dell’aggressivo stato sovietico, dipinto con il sangue rosso dell’intellighenzia uzbeka e dei nostri padri amati”.

Va ricordato che Alisher Kadyrov non è certamente una figura politica marginale. È il vicepresidente della Camera bassa del Parlamento e il leader del partito “Milliy Tiklanish” (Rinascita nazionale). Il partito uzbeko più forte che forma, assieme al Partito liberaldemocratico, l’alleanza di governo. Lo stesso ruolo politico di Alisher Kadyrov, dunque, ha fatto sì che le sue parole abbiano avuto una vastissima eco, siano state riportate ed enfatizzate da tutti i maggiori “media” del Paese, abbiano suscitato l’attenzione di altri organi statali sino ad arrivare alla Procura generale, che ha deciso di “valutare la provocazione”.  Nel clima di intimidazione e caccia alle streghe, il Ministero della Cultura, ad esempio, è stato costretto a difendersi e a cercare vie di fuga, affermando “che esso era responsabile solo di ciò che accadeva sul palco”. Non nella piazza.

Vi è un gioco delle parti: a Kadyrov è permesso lanciare accuse e denunce pesanti e gravi contro la storia sovietica, che altri funzionari e autorità statali non intendono manifestare per paura di “perdere la loro reputazione”, e assumere posizioni antipopolari. Una posizione ambigua che si estende dal giudizio sul passato sovietico alle questioni di politica linguistica.

Non molto tempo fa, il vicepresidente uzbeko ha chiesto importanti modifiche alla legislazione, modifiche dirette a togliere ai residenti del Paese il diritto di scegliere liberamente la lingua dell’istruzione e dell’educazione. Secondo il vice presidente, i cittadini e le cittadine dell’Uzbekistan devono essere obbligati a studiare solo l’uzbeko, dal momento che “studiare il russo e frequentare scuole di lingua russa spingerebbe i giovani a odiare i valori nazionali, la spiritualità uzbeka e la stessa patria”.

Queste oscure spinte politiche e ideologiche sono ritenute, dall’attuale regime uzbeko, funzionali all’accettazione, da parte dell’opinione pubblica, di misure gradualmente sempre più reazionarie. Ad accettare come cosa normale, ad esempio, le recenti misure approvate dal governo. È stato infatti annunciato che, all’inizio del 2023, tutto il linguaggio che si usa negli uffici, nei posti di lavoro, nei “media”, nei cartelli pubblicitari e in ogni dove, dovrebbe “finalmente” passare dal cirillico al latino. E i funzionari e i lavoratori che useranno il russo invece dell’uzbeko saranno multati e penalizzati.

Quanto alla storia, anche qui le brutali provocazioni di Kadyrov “arrivano a corte”. Rammentiamo: lo scorso anno, il presidente dell’Uzbekistan, Shavkat Mirziyoyev, ha ordinato di indagare sulla storia personale di ciascuna delle “migliaia di vittime innocenti del sistema totalitario” e di perpetuarne la memoria. 

Ciò che occorre dire è che nel “colore della nazione”, così come vengono chiamati dal presidente della repubblica coloro che l’Unione Sovietica combatté, si annoveravano tutti i complici dei fascisti. La Storia dell’Uzbekistan che va dal 1917 al 1991, in due volumi e pubblicata dall’Istituto di Storia dell’Accademia delle Scienze dell’attuale dirigenza politica e ideologica uzbeka, giustifica i soldati della Legione del Turkestan della Wehrmacht. Si sostiene che il “regime sovietico” li abbia spinti alla complicità col nazismo, a passare dalla parte del nemico, e che lo stesso regime comunista “per mezzo del terrore ha soppresso i basmachi, ha effettuato la collettivizzazione e ha distrutto l’élite nazionale e la sua libertà di pensiero”.

La propaganda antisovietica e anticomunista è stata portata a un livello ancora più alto in Kazakistan. Decine di eventi sono stati programmati per commemorare le vittime della lotta politica rivoluzionaria, che si celebra ogni anno il 31 maggio. Conferenze scientifiche e storiche, mostre, escursioni di scolari e studenti nei musei in memoria delle vittime della Rivoluzione. Tutto si muove per demonizzare l’Ottobre e la costruzione del socialismo in Unione Sovietica. 

La campagna antisovietica e anticomunista proviene dalle politiche e dalle direttive del presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev. Un anno fa, con un suo decreto, è stata costituita una commissione statale per la riabilitazione delle vittime della lotta rivoluzionaria. All’interno della commissione sono stati formati 11 gruppi di lavoro, ognuno dei quali sta studiando la storia personale dei controrivoluzionari. Prigionieri di guerra, sacerdoti, beni espropriati, ecc. Al termine dei lavori dei gruppi sarà costituita una commissione unificata. Inoltre, sono state organizzate 17 commissioni regionali, impegnate sui temi della perpetuazione della memoria delle “vittime del totalitarismo”. In particolare, è prevista la creazione di nuovi musei.

Lo zelo dei singoli funzionari va anche oltre. Lo studioso dell’Accademia nazionale delle scienze del Kazakistan, Khangeldy Abzhanov, ad esempio, propone di aprire un istituto di ricerca sulla “repressione della rivoluzione” riabilitando tutti coloro che hanno sofferto “del sistema totalitario sovietico”. “Abbiamo dozzine di gruppi che subirono condanne ingiustificate. Ad esempio, i prigionieri di guerra. Tutti loro furono condannati dopo la fine della guerra (erano i complici dei nazisti, n.d.r.) Una grande ingiustizia avvenne nel 1928, quando furono confiscate le fattorie di circa un migliaio di ricchi, senza che nulla giustificasse tale confisca (tranne la costruzione del socialismo, n.d.r.). Così si lamenta lo scienziato. Chiedendo, dunque, un inasprimento della politica della demonizzazione della memoria sovietica da parte dell’attuale regime kazako, in particolare sui temi della repressione condotta dalla rivoluzione, sui temi della collettivizzazione e del totalitarismo in generale. Per “decretare” una nuova visione della storia che sarà poi vietato confutare. 

C’è da meravigliarsi, in questo contesto, se poi i gruppi nazionalisti interpretano questa revisione della storia come un “semaforo verde” per le loro attività reazionarie e neofasciste? Le loro pubblicazioni pullulano di materiali volti ad equiparare impunemente il comunismo al fascismo. “Qual è la differenza tra Hitler e Stalin? Solo la forma dei loro baffi!” – afferma spavaldo lo scrittore Marat Baidildauly. Continuando, e trasformandosi nella voce dei gruppi nazionalisti e neo fascisti: “La cosa principale che unisce nazismo e stalinismo è che entrambe le ideologie sono state coinvolte nella morte del popolo kazako. Ma se i nazisti hanno distrutto mezzo milione di kazaki durante la guerra, il bolscevismo di Stalin ha distrutto 10 milioni di kazaki”. La Pravda ha più volte sottolineato l’assurdità di tali cifre. Basti dire che alla fine degli anni ’20 il numero dei kazaki non raggiungeva nemmeno i 4 milioni.

Un altro “combattente per la giustizia storica”, ​​Kali Ibrayimzhanov, ha chiesto di dare un nuovo nome al distretto di Panfilov, nella regione di Alma-Ata, che ora porta quello del prestigioso capo militare ed eroe dell’Unione Sovietica I. V. Panfilov. “Quando i desideri del popolo saranno ascoltati e il nome della regione verrà cambiato, potremmo sbarazzarci degli echi del sistema totalitario dell’Unione Sovietica, e questa sarà la più grande felicità alla vigilia del 30° anniversario dell’indipendenza del Paese”, scrive lo stesso Ibrayimzhanov, facendo spudoratamente appello alla “voce del popolo”…

Ma se le autorità non hanno ancora il coraggio di rimuovere gli eroi della Grande Guerra Patriottica, ogni anno vengono cancellate dozzine di altri nomi sovietici. Ad esempio, a Karaganda, i funzionari stanno cercando di cambiare il nome del distretto di Oktyabrsky, intitolandolo ad Alikhan Bukeikhanov, il leader dell’organizzazione borghese antisovietica che operò durante la guerra civile. A Nur-Sultan, Pionerskaya Street è scomparsa, 23 strade sono state ribattezzate Pavlodar. Tra i nomi cancellati vi sono quelli di Uritsky, Rosa Luxemburg, Tsiolkovsky, Mira e altri.

Riscrivendo la storia e flirtando con le forze nazionaliste di estrema destra, le autorità stanno liberando il genio dalla bottiglia. Pensando al beneficio immediato, come al solito, non calcolano le conseguenze delle loro azioni.