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Con Rossana Rossanda scompare una figura importante e prestigiosa non solo nella storia politica del comunismo italiano ma anche in quella della cultura marxista e di sinistra del nostro paese.

La capacità di coniugare sempre l’iniziativa e la passione politiche all’elaborazione strategica e, quindi, alla ricerca teorica è stato certamente un tratto della sua personalità di dirigente e di intellettuale. Formatasi come quadro comunista negli anni, per molti versi, cruciali e decisivi della costruzione del “partito nuovo” togliattiano, Rossanda è stata una delle protagoniste, in una delle federazioni più importanti di quel partito, ovvero quella di Milano, del cosiddetto “rinnovamento del ’56”.

Un rinnovamento politico come organizzativo che seguì ad una fase di durissima contrapposizione sia ideologica che politico-militare tra il campo socialista e il campo imperialista ma che fu esso stesso attraversato, nonostante la cosiddetta “destalinizzazione” e la svolta kruscioviana, della “coesistenza pacifica”, da aspri e drammatici conflitti politici e di classe all’interno del campo imperialista ma anche in taluni dei paesi socialisti. La vicenda successiva del PCI fino al suo scioglimento nel 1989 ne sarà in larga misura condizionata. Lo sforzo di Togliatti in quel “terribile ‘56” fu quello di imprimere al “rinnovamento” un’impronta nettamente anti-revisionista, anche nella consapevolezza degli esiti catastrofici che le modalità avventuristiche della “destalinizzazione” kruscioviana avrebbero potuto avere non solo sugli equilibri interni al potere sovietico ma sulla stessa tenuta del campo socialista. E tuttavia proprio in quel passaggio, Rossana Rossanda sarebbe stata una delle protagoniste di uno scontro durissimo con il gruppo dirigente della federazione di Milano, roccaforte della sinistra del partito più radicata nella classe operaia italiana e nelle sue tradizioni di lotta e di combattimento.

Al centro di quello scontro fu l’interpretazione e l’applicazione della “via italiana al socialismo”, ovvero sia i nuovi termini in cui essa riformulava e rilanciava le prospettive della lotta sociale e politica in Italia che la collocazione internazionale dei comunisti italiani, cioè il rapporto, costitutivo della loro stessa identità e ragion d’essere, con l’Urss e con il campo socialista. Gli esponenti di quella sinistra nella federazione milanese, Giuseppe Alberganti, Arnaldo Bera e Alessandro Vaia, subiranno una dura sconfitta, coronata dall’elezione alla segreteria di Armando Cossutta nel 1958. Rossana Rossanda farà parte, insieme con Aldo Tortorella, Elio Quercioli e Giorgio Milani, della nuova leva di giovani “quadri” che entrerà nella segreteria della federazione di Milano, su impulso di Luigi Longo. Ma l’esito del duro scontro interno era stato in realtà reso possibile dall’eliminazione di Pietro Secchia avvenuta nel 1954 con la sua rimozione dalla vicesegreteria del PCI e l’ingresso di Amendola alla direzione della Sezione di Organizzazione.

Ripercorrendo tale cruciale passaggio della vicenda storica del PCI, nella bella autobiografia politica La ragazza del secolo scorso, Rossanda non avrebbe mancato di sottoporre ad una critica radicale i vecchi, gloriosi compagni che avevano guidato la federazione di Milano lungo un’intera fase, sostenendo che proprio il loro fortissimo legame con l’esperienza rivoluzionaria sovietica e con il modello di socialismo che l’aveva informata li avrebbe frenati da ogni proposito di vera lotta interna, mantenendo ferma la fedeltà ai principi ideologici ma evitando ogni scontro aperto coi vertici del partito e con con lo stesso Togliatti.

Ma a Milano il suo lavoro di direzione politica della federazione si svolgerà con il pieno sostegno del centro del partito. Del resto, già negli anni che la vedono dirigere non solo il partito a Milano ma anche la Casa della Cultura nella grande città operaia e industriale, Rossana Rossanda si distingue per una convinta adesione alla necessità del “rinnovamento” non solo politico ma anche ideologico e culturale del PCI in una direzione  sempre più lontana dall’impianto leninista che aveva sorretto la strategia e l’azione politica dei comunisti italiani particolarmente nella fase più aspra e difficile della guerra fredda. Una direzione che, non a caso, si espliciterà nel corso degli anni ’60, ovvero soprattutto negli anni che seguiranno alla scomparsa di Palmiro Togliatti. Scriverà non a caso proprio ripercorrendo quel decennio nella sua autobiografia e al contempo esplicitando il suo “antisovietismo” evidentemente implicito già allora: “Nel partito ci togliemmo tacitamente l’Urss di dosso – questa è la verità. Hanno ragione i dissidenti dell’est di risentirsene e i nostri censori a strepitare ‘che vergogna’. Di quel che era l’Unione Sovietica, nuda e cruda, credevamo di aver preso atto – ideale sarebbe stato separarsene in un partito comunista che aprisse la bocca e parlasse ai sovietici con voce che non potessero non ascoltare. Il Pci non fu mai quel partito”.

Nel non aver sviluppato nel senso della rottura aperta con l’Urss il rinnovamento soltanto abbozzato all’VIII Congresso del dicembre ’56 con la “via italiana al socialismo”, la Rossanda indica quindi il limite di fondo di quest’ultima. In quella rottura infatti avrebbe dovuto consistere uno dei presupposti della stessa opposizione interna che, sia pure in modo tacito, senza quindi sfociare in una battaglia congressuale aperta, la “sinistra” ingraiana condusse nei confronti sia del centro di Longo e di Berlinguer che della potente destra amendoliana. Quella sinistra tentò di ridefinire così la stessa natura del PCI come partito comunista ma di nuovo tipo, per così dire, con un’identità di classe e internazionalista più immediatamente legata non solo alle lotte operaie e giovanili che scandivano l’espansione della grande industria fordista in una fase segnata più dallo sviluppo capitalistico che dalla sua crisi ma anche all’avanzata delle più dinamiche forze rivoluzionarie e antimperialiste nel mondo che non solo accompagnava e accelerava il crollo dei vecchi imperi coloniali ma contrastava di fatto lo stesso disegno egemonico dell’impero globale americano.

Ma ci pare illusoria l’idea, condivisa anche da Rossanda, che tutto questo potesse accompagnarsi alla messa in discussione della collocazione internazionale dei comunisti italiani nel campo socialista certo già drammaticamente diviso e indebolito dal conflitto cino-sovietico ma ancora pur sempre saldamente egemonizzato dall’Urss: in realtà, lungi dall’essere riducibile ad una mera realtà geopolitica, ovvero a una funzione oggettiva di “contrappeso” al campo imperialista secondo una visione di essa che fu propria anche di Amendola e della destra del PCI, l’Unione Sovietica si poneva ancora alla metà degli anni ’60,  pur con tutti i suoi limiti ed errori, come la forza centrale, il perno del fronte rivoluzionario e antimperialista mondiale, senza la quale la guerra di popolo in Vietnam come la stessa vittoria di Cuba non sarebbero state  neanche concepibili.

Con straordinaria lucidità, la Rossanda ne percepì già allora gli arretramenti e le difficoltà dello sviluppo socialista e perfino alcuni primi elementi di vero e proprio blocco della stessa transizione. Ma non crediamo si possa sostenere che la sua stessa esistenza avesse cessato di rappresentare pur sempre il principale problema, ovvero la più minacciosa contraddizione del mondo capitalistico. E, tuttavia, l’ansia di condurre più avanti il rinnovamento del PCI iniziato nel ’56 a partire dalle grandi questioni internazionali che animò allora Rossana Rossanda e gli “ingraiani” a lei più vicini e più insoddisfatti dell’apparente moderatismo del PCI corrispondeva ad una necessità reale, la cui elusione certo non pesò poco sulla successiva involuzione e forse perfino sulla fine del partito comunista italiano.

Nell’autunno del ’64, Amendola in un articolo su Rinascita giudicò superate le ragioni della scissione di Livorno e lanciò la proposta della riunificazione della sinistra italiana attorno ad un partito unico del movimento operaio, non più fondato sul centralismo democratico. La Rossanda sarebbe stata una delle protagoniste del dibattito suscitato nel partito dalla “scandalosa” proposta di Amendola, sostenendo insieme con Ingrao la necessità di ridefinire il PCI aprendolo alle nuove spinte operaie e giovanili in parte recepite dalla sinistra sindacale e la cui radicale e insieme spontanea domanda di cambiamento e di trasformazione sociale sembrava travalicare i confini del moderatismo comunista sia nella sua tradizionale versione togliattiana che in quella amendoliana.

Ma era chiaro che il sempre più evidente distacco dal marxismo-leninismo in assenza di una ridefinizione organica delle basi teoriche della via italiana al socialismo si traduceva in un disarmo ideologico del partito privando sia la componente amendoliana che quella ingraiana della capacità di coniugare strategia e tattica, ovvero l’obiettivo politico della conquista del governo e quindi del potere statuale con quello della trasformazione rivoluzionaria della società a partire dalla sua base materiale nei rapporti di proprietà e di produzione.

In tal senso possiamo senz’altro considerare interessante e fecondo l’operazione di rinnovamento della politica culturale del PCI condotta da Rossanda nel periodo che la vide dirigere gli intellettuali comunisti e la critica ai limiti idealistici e storicistici della cultura marxista del partito comunista per lungo tempo più incentrata sulle analisi gramsciane del Risorgimento e dei suoi limiti e molto poco attenta invece alla grande riflessione di Gramsci sull’egemonia dell’americanismo e del fordismo come modelli del capitalismo mondiale più avanzato e dinamico già negli anni ’30.

Ma a tale giusto richiamo al primato marxiano del modo di produzione e del conflitto tra le classi si accompagnava nella riflessione di Rossanda, un sostanziale, sebbene non sempre esplicitamente dichiarato, abbandono della concezione leninista del nesso tra economia e politica e quindi della teoria del partito e dello stato che aveva sorretto l’esperienza sovietica almeno per tutto il periodo staliniano. La sua formazione di allieva di Antonio Banfi all’università di Milano così come alcuni dei temi etico-politici del razionalismo critico di marca neo-kantiana di quel grande intellettuale e filosofo, non mancavano di riemergere nel suo sostanziale rifiuto non solo della tradizione dello storicismo italiano da Vico a Croce a Gentile ma anche dello storicismo dialettico e rivoluzionario di impronta hegeliana da cui avevano preso le mosse, nei lontani anni dell’Ordine nuovo, Gramsci e Togliatti.

Pure, la sua ricerca teorica, non priva di una acuta intelligenza critica ma anche di qualche elemento di spregiudicatezza incline all’eclettismo, non smarrì mai un saldo riferimento al nucleo rivoluzionario della dialettica di Marx, colto attraverso il filtro del comunismo di sinistra del giovane Lukacs dell’amato Storia e coscienza di classe. Gli stessi motivi più spontaneisti e movimentisti che sembrano caratterizzare almeno alcuni momenti della sua iniziativa politica e della sua elaborazione teorica e strategica, soprattutto negli anni della sua convinta adesione al “maoismo” e all’esperienza della Rivoluzione culturale in Cina, successivi alla sua rottura col PCI, si lega in fondo a questo profondo riferimento all’opera di Marx. Da esso discenderà sempre, del resto, la coerente rivendicazione della giustezza e insieme della necessità storica del comunismo come abolizione del carattere di merce del lavoro umano e sua liberazione dal dominio e dallo sfruttamento del capitale.

Ciò non toglie, tuttavia, che il suo marxismo teorico e politico verrà soprattutto a partire dagli anni ’60, che la vedranno dirigere la Sezione Cultura del PCI, sempre più distaccandosi non solo dall’esperienza sovietica ma anche, sebbene solo in ultima analisi, da alcuni aspetti fondamentali della lezione di Lenin riguardanti sia la nozione di “crisi generale del capitalismo” che il nodo della conquista del potere e della dittatura del proletariato come transizione al socialismo e al comunismo.

Sarà nel contesto delle insorgenze studentesche e operaie del ’68 e della crisi cecoslovacca che si consumerà, alla fine del decennio, la rottura tra Rossanda e il PCI. Una rottura con il cui interessante racconto si chiude non a caso la sua autobiografia. Rossanda vi esalta il carattere rivoluzionario e anticapitalistica dei movimenti dal basso insieme alla loro in parte nuova composizione sociale e di classe inquadrandoli dentro la crisi ormai irreversibile del centro sinistra in Italia e nel contesto internazionale segnato da una ripresa della contrapposizione tra i blocchi e dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Ma è su una presunta totale estraneità tra quelle insorgenze e l’universo comunista nel suo complesso che batte l’accento la sua riflessione, quasi che quell’universo costituisse ormai soltanto un peso o una remora e non ancora una potente realtà e un gigantesco problema per il mondo capitalistico.

Perciò, secondo Rossanda, l’inizio della fine del PCI coinciderebbe, oltre che col mancato incontro con le insorgenze sociali del biennio rosso ’68-69, con la mancata rottura con l’Urss, dopo la “riprovazione” dell’intervento sovietico a Praga. In realtà proprio il più avanzato livello dello scontro di classe in Italia come in Europa giustamente evidenziato da Rossanda spingeva il blocco occidentale a disgregare dall’interno il campo socialista anche approfittando dei suoi errori e delle sue contraddizioni.

L’iniziativa della Germania federale e le finalità antisovietiche della stessa Ostpolitik di Willy Brandt appaiono evidenti proprio negli sviluppi della crisi cecoslovacca e in larga parte spiegano le ragioni che portarono il PCUS alla grave scelta dell’invasione di un paese fondamentale per l’equilibrio bipolare e per la tenuta del campo socialista. È tuttavia vero che il PCI eluse il nodo cruciale del rapporto con l’Urss e che la distinzione sulla quale insistette Longo, e che certo fu una delle ragioni della radiazione di Rossanda e dei compagni del Manifesto, tra “dissenso” e “rottura” non stimolò una riflessione aperta e chiarificatrice ma fu piuttosto condizionata dall’esigenza di mantenere l’unità del partito e soprattutto del suo gruppo dirigente, sulla base di una concezione sostanzialmente strumentale o meramente formale del centralismo democratico. Ma ancora una volta al nodo del rapporto con l’Urss si legava quello della transizione, ovvero dei modi e delle forme diverse da quelle in cui era scaturito il primo Stato proletario della storia, della rivoluzione in Occidente.

Intervenendo nel dibattito al Comitato centrale che si sarebbe concluso con la sua radiazione, Rossanda richiamò con grande forza e lucidità tale tema sottolineando come il livello più avanzato dello scontro di classe ponesse il movimento operaio e il partito comunista anche in Occidente di fronte alla questione del potere. Una questione che, sottolineava, si poneva ormai fuori “dall’alternativa fra schema insurrezionale e spostamento, anche avanzata, di maggioranze politiche; per mettere l’accento sulle forme di organizzazione di potere diretto, espresso dalle lotte, destinato non solo ad annullare, ma a dialettizzarsi con le espressioni politiche più vaste, generalizzanti, anche quelle stesse della classe”.

Ma in una prospettiva di sviluppo della democrazia proletaria, intesa come esercizio del potere diretto delle forze sociali, Rossanda individuava l’unica possibilità di avanzamento anche della costruzione socialista in Urss e negli altri paesi del campo socialista. Di fatto, il tema sollevato in termini teorici prima ancora che politici della democrazia chiamava in causa la questione dello stato e del partito, ovvero dell’articolazione delle forme di democrazia diretta nella costruzione socialista con quelle della dittatura proletaria nella concretezza delle sue istituzioni e forme politiche. L’avere eluso una discussione aperta e franca su tali temi così cruciali, nonostante il loro enorme rilievo politico e strategico avrebbe finito per favorire l’approdo del PCI negli anni della segreteria di Berlinguer ad una concezione della democrazia puramente formale e subalterna all’ideologia dell’Occidente capitalistico.  Sia pure sul terreno di un confronto estremamente teso e critico con l’esperienza sovietica e con la stessa vicenda del comunismo italiano a partire da Gramsci e Togliatti, spinto fino ad una spregiudicata problematizzazione di alcuni capisaldi della teoria marxista e leninista dello stato e del partito, Rossana Rossanda non ha cessato, neanche dopo la sua tragica rottura nel 1969 con il PCI e l’URSS, e nei modi più sofferti e personali, di pensare il comunismo non come sterile utopia o mera possibilità ma come concreta autoliberazione e appropriazione di sé del genere umano.

Un’idea che proprio per la sua intrinseca forza e solidità si era storicamente incarnata in un partito e che per Rossanda parlava non certo di una illusione del passato, ma di un futuro da costruire ancora a partire dalla dura realtà del presente “Come far capire – scrive ne La ragazza del secolo scorso – che per noi il partito fu una marcia in più? Ci dette la chiave di rapporti illimitati, quelli cui da soli non si arriva mai, di mondi diversi, di legami fra gente che cercava di essere eguale, mai seriale, mai dipendente, mai mercificata, mai utilitaria. Sarà stata un’illusione, un abbaglio come ebbe a dire qualche tempo fa una mia amica. Ma un corposo e un solido abbaglio, assai poco distinguibile da un’umana realtà”.