Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Stimatissimo dalla base e dalla dirigenza comunista, Gaetano Seminatore è un compagno storico: già militante del P.C.I., è stato iscritto a Rifondazione Comunista e oggi è una colonna organizzativa dell’attuale PCI. Membro del Comitato Centrale e segretario della sezione PCI di Labaro (Roma) è, da 30 anni, il grande animatore e organizzatore della festa comunista di Labaro, che oggi si chiama “Festa dell’Unità Comunista”, un appuntamento che si ripete per quattro giorni in ogni settembre e che, per quanto è diventata popolare e frequentata da migliaia di cittadini e per quanto è ricca di dibattiti politici ed eventi, è ormai una festa di carattere nazionale. È un onore per “Cumpanis” incontrare il compagno Seminatore.

 

Caro Gaetano, per la lunga esperienza politica che hai vissuto, tutta da comunista, dal P.C.I. all’attuale PCI, hai maturato – lo sappiamo – una tua profonda capacità di leggere le “cose” e gli eventi. E vorremmo innanzitutto interrogarti sulla questione dello scioglimento del P.C.I.:  dopo 30 anni da quel nefasto avvenimento, quali sono state, a tuo avviso, le sue cause? Perché si giunse alla “Bolognina” e poi al XX° Congresso di Rimini, quello della fine del P.C.I.?

Devo dirti la verità: assieme a tanti altri compagni e compagne del P.C.I. allora sottovalutammo la portata della “Bolognina” e del XX° Congresso, sottovalutammo la portata negativa, per il movimento operaio italiano e per la democrazia nel nostro Paese, dello scioglimento del P.C.I. e della nuova via “occhettiana”. Sottovalutammo persino la scelta di Berlinguer di preferire “l’ombrello della NATO”, o meglio interpretammo quella scelta non come un cambio di identità, un abbandono della cultura comunista e antimperialista del Partito, ma come un adeguamento tattico alla nuova fase internazionale. E pensare che io stesso non perdevo una manifestazione contro la NATO, che io stesso presi le botte dalle forze dell’ordine a Sigonella, nelle lotte contro le Basi USA e NATO. Come tanti altri non compresi subito la gravità della decisione dei gruppi dirigenti del P.C.I. di sciogliere il Partito e, all’inizio, persino la scelta dei compagni che stavano costruendo Rifondazione mi sembrava una scissione. Sbagliata. All’inizio, non ho avuto il coraggio e forse, ancor più, non ho avuto la lucidità politica di battermi contro lo spirito della “Bolognina”. Tuttavia, non sono nemmeno stato mai conquistato dalle scelte di Occhetto e ricordo che ero così frastornato da ciò che accadeva che per un mese intero, dopo il XX° Congresso, me ne andai, da Labaro, a Como dove stavano alcuni miei famigliari e ciò, da una parte, per lenire il dolore e, dall’altra, per raccogliere le idee e decidere cosa fare. E non ci misi molto a decidere: compresi che lo scioglimento del P.C.I. era stato voluto da veri e propri traditori della causa comunista e rivoluzionaria; dei veri e propri traditori della classe operaia e dei lavoratori. Quella scelta era stata portata avanti nell’obiettivo di gestire il capitalismo, in un’ottica socialdemocratica che, nel partito successivo al P.C.I., prendeva corpo compiutamente. Alla luce della “Bolognina” e del XX° Congresso di scioglimento le spinte socialdemocratiche interne al P.C.I. si facevano tutte più chiare, a cominciare da quelle più poderose portate avanti da Giorgio Napolitano e dalla sua, certo non piccola, area interna al P.C.I.: le scelte di collocare il P.C.I. sul versante Atlantico; di ottenere la benedizione degli USA per trasformare il Partito in una forza di governo del capitalismo italiano. Napolitano lavorò con grande vigore a questa linea, che non fu contrastata sufficientemente. E quanto si impegnarono gli USA per questo cambiamento del P.C.I.?  Moltissimo e non possiamo dimenticarci che Napolitano era l’unico dirigente del P.C.I. ad avere il passaporto per recarsi negli USA. Dove si recò…

 

Tuttavia, sono passati 30 anni da questi avvenimenti, e diversi sono stati i tentativi, in Italia, di ricostruire un partito comunista di massa. Tentativi tutti falliti, nel senso che pur nella loro estrema dignità politica e morale, questi tentativi non sono mai riusciti a rimettere in campo una forza comunista dotata di legami profondi con il movimento operaio complessivo, con la società, col mondo intellettuale. Quali sono, a tuo avviso, le ragioni di questi fallimenti?

Credo che le prime questioni siano queste: non siamo riusciti a stare al passo con i tempi, ci siamo autoesclusi dalle esperienze e dai movimenti di massa; ci siamo, come comunisti, ulteriormente divisi. Prima questione, stare al passo con i tempi: in questi 30 anni che ci separano dal suicidio del P.C.I. la società è profondamente mutata, le forme del lavoro sono radicalmente cambiate. Oggi siamo di fronte ad una atomizzazione del lavoro, persino ad una “personalizzazione” del lavoro. Immagina i ragazzi che portano le pizze con la bicicletta: essi sono lavoratori più sfruttati di quanto siano sfruttati gli operai in fabbrica. Tuttavia, molti di loro vivono l’illusione di essere autonomi, di svolgere un lavoro autonomo. E immagina l’esercito delle piccolissime imprese, il mondo delle partite IVA, oggi travolto dalla crisi portata dal coronavirus: questo mondo ha creduto di essere indipendente dal grande capitale, di essere autonomo, non accorgendosi di essere invece subordinato al capitale, subordinato alle sue fasi di fortuna e di crisi. La polverizzazione del lavoro, il venir meno delle grandi concentrazioni operaie dei grandi poli industriali, gli stessi e nuovi modelli produttivi capitalistici (la robotizzazione, l’informatizzazione delle fabbriche) hanno prodotto un nuovo mondo del lavoro, che conosciamo troppo poco e questa nostra lontananza, questo nostro agire senza sapere, è una delle cause del nostro mancato rapporto di massa. Persino del nostro silenzio sulle questioni del lavoro. Rispetto a questa divisione e polverizzazione del mondo del lavoro occorrerebbe una proposta complessiva, e soprattutto un’iniziativa forte e continua dei comunisti, diretta a costruire un fronte unito e unico tra classe operaia, mondo della precarizzazione, ceto medio proletarizzato, disoccupazione e inoccupazione, immigrazione, per mettere in campo un fronte proletario anticapitalista di lotta. Ma, sinora, non ci siamo riusciti. Forse non l’abbiamo nemmeno pensato. Immagina il mondo sindacale: costituisce continuamente nuovi gruppi di lavoratori organizzati, nuove sigle sindacali, nuove categorie. E fa così perché la nuova società, il nuovo modello produttivo polverizzato impone loro di fare così: organizzare i lavoratori pezzo per pezzo. Dimenticando, però, l’azione di costruzione unitaria del nuovo lavoro. Essendo un’avanguardia, essendolo almeno sul piano teorico, dovrebbe essere il partito comunista a spingere politicamente, socialmente, teoricamente, per il superamento del lavoro organizzato solo in mille sigle tra loro diverse e persino tra loro antagoniste, per giungere ad una unità proletaria e di classe.

Seconda questione: la nostra assenza dalle associazioni e dai movimenti di massa. Questo è un problema di enorme portata: il P.C.I. faceva della propria presenza organizzata nelle organizzazioni di massa e nei movimenti di massa uno dei punti forti del suo essere partito di massa. Oggi, noi comunisti siamo assenti dalle organizzazioni sindacali, confederali e autonome; siamo fuori dalle grandi associazioni di massa e fuori dai movimenti di lotta. Se non superiamo questo problema, se non colmiamo questa grave lacuna, sarà davvero difficile giungere ad una nostra nuova natura di massa.

Terza questione: come comunisti siamo, oggi, divisi e polverizzati in tante sigle e organizzazioni tra loro diverse, cosa che ci indebolisce e ci spinge persino a lottare tra noi. Personalmente, sono stato felice quando, anni fa, si formò la Federazione della Sinistra, che aveva come scopo supremo quello dell’unità dei comunisti. I motivi per i quali la Federazione della Sinistra e l’unità dei comunisti sono stati progetti falliti andrebbero indagati, compresi, per essere al più presto e al meglio rilanciati…

 

Tu sei un grande organizzatore, lo dicono la tua stessa vita politica e la storia della tua militanza. Possiamo, dunque, porre a te questa domanda: che cos’è l’organizzazione in un partito comunista?

Non si può organizzare senza conoscere. Questa è la prima legge dell’organizzazione. Quando ero ragazzo nel P.C.I. mi mandavano a fare i picchetti contro i mungitori di mucche che non scioperavano. Spostare la militanza su quel versante sociale era una scelta strategica, poiché l’agricoltura e la zootecnica erano aree di massa del lavoro. E la cultura politica di massa del P.C.I. sapeva dove investire il lavoro della militanza comunista. Ora, mi pare che il primo problema dell’organizzazione comunista sia proprio questo: conoscere il Paese, le sue contraddizioni sociali primarie, il nuovo assetto produttivo capitalistico, conoscere al fine di sapere ove innanzitutto investire il lavoro della militanza. Conoscere il valore politico e teorico della presenza comunista nei luoghi della produzione e del conflitto. Ma tutto ciò non si conosce senza studio, senza scuola, senza cultura politica. Quando avevo 16 anni, il P.C.I. volle inviarmi a studiare alle Frattocchie. Io non volevo andare, e dicevo che quello che contava era il lavoro politico, la militanza, da cui si imparava tutto. Rispondevo che a Labaro eravamo già fortemente organizzati e i fascisti non osavano mettere piede nel nostro territorio. Il dirigente comunista di allora mi chiese se sapevo che cos’era il plus-valore. Io risposi che non lo sapevo e che cosa c’entrava tutto ciò con la mia militanza comunista. Mi rispose: vedi, tu non sei un comunista, sei solo un tifoso comunista. Feci le Frattocchie, studiai, compresi che cos’è il plus-valore, compresi il marxismo, uscii dalla scuola di partito molto migliore di prima, più consapevole, anche più capace di dare senso all’organizzazione comunista. Ora, trovo grave la mancanza di scuole quadri nelle esperienze comuniste attuali, presenti. L’organizzazione è innanzitutto coscienza e conoscenza del mondo che ti circonda, consapevolezza della natura e dell’agire della classe dominante, dell’avversario di classe.

 

Torniamo alla questione dell’unità dei comunisti. In linea di principio nessun comunista è contrario, ma nella pratica politica tale obiettivo non si persegue e ogni piccolo partito comunista rimane sulle sue. Tu che ne pensi? Perché un obiettivo così grande non si persegue concretamente?

Credo innanzitutto che la maggior parte dei comunisti, in Italia, non siano organizzati né nel PCI, né nel PRC, né nel PC, ma siano senza organizzazione, siano senza tessera, siano nella diaspora comunista. Quindi, quando pensiamo all’unità dei comunisti non dobbiamo pensare che essa sia solo l’unità dei gruppi dirigenti e dei militanti delle organizzazioni già presenti. Ma sia l’unità dei comunisti e delle comuniste in Italia. Di quelli e quelle che già hanno una loro organizzazione e quelli/e che non ce l’hanno. Se partissimo da questo obiettivo più generale capiremmo che l’unità dei comunisti non si fa solo con l’unità dei partitini presenti né, – tantomeno! – dalla sommatoria burocratica dei gruppi dirigenti. Occorre un pensiero nuovo, una nuova proposta politica e teorica all’altezza dei tempi e dell’attuale scontro di classe, una proposta complessiva che parta innanzitutto dalla messa a fuoco delle contraddizioni capitalistiche attuali, che giunga a proporre un’unità su basi ideologiche comuni e sia capace di affascinare e convincere i compagni già organizzati a superare le proprie organizzazioni e unirsi, riconquistando alla militanza la diaspora comunista. Certo è che per un progetto di questo tipo, l’unico a mio avviso capace di rendere concreta la parola d’ordine dell’unità dei comunisti, occorrerebbe innanzitutto che i gruppi dirigenti attuali dei piccoli partiti comunisti si mettessero in discussione e che per il progetto superiore dell’unità dei comunisti iniziassero a indicare e praticare un percorso politico unitario che, alla fine, non debba per forza di cose vederli di nuovo come primi dirigenti. In altre parole, questi gruppi dirigenti attuali dovrebbero essere pronti a sacrificare la loro attuale leadership per il bene comune dell’unità e di processi unitari che potrebbero sfociare in nuovi gruppi dirigenti, quelli che uno stesso processo unitario vasto e democratico dovrebbe indicare. E la domanda che occorre porsi è la seguente: sono in grado, oggi, gli attuali gruppi dirigenti dei diversi partiti comunisti presenti di indicare e sorreggere con determinazione e coraggio questa via? Io credo di sì, che potrebbero farlo e per questo importante progetto io stesso mi batterò.