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Intervista ad Antonio Bertuccelli, del Coordinamento nazionale

per la ricostruzione del PCI e per l’unità dei comunisti

Dalla crisi sociale l’esigenza

dell’unità dei comunisti

a cura della redazione

D. La tua esperienza politica e sociale è caratterizzata da alcuni “segni” forti: sei stato un militante e un dirigente del PCI (il Partito che poi si sarebbe sciolto dopo “la Bolognina”), sei stato, in Sicilia, il segretario regionale dell’attuale PCI, ora fai parte del “Coordinamento nazionale del movimento per la ricostruzione del PCI e per l’unità dei comunisti” e il tuo lavoro, a Messina, è quello di artigiano. Hai, cioè, tutte le carte in regola per analizzare, a partire dalla Sicilia, la crisi economica, politica e sociale in atto… cosa ne pensi?

R. La crisi, in tutte le sue forme (economica, politica, sociale, direi anche culturale e morale) è già pesantemente in atto ed essa non si è ancora mostrata in tutta la sua potenziale virulenza. Dal sentore che abbiamo, dai segni che emergono, la crisi potrà essere davvero spaventosa. E in Sicilia, nel Meridione d’Italia, per gli squilibri storici che già conosciamo, che Gramsci aveva già messo a fuoco, essa è già e sarà più avanti ancor più pesante che nel Centro e nel Nord d’Italia. Ora, la prima questione da porre, categoricamente, da comunisti, è la seguente: il mainstream generale, i media, la classe dominante, il governo la smettano di cambiare le carte in tavola addossando tutto il peso della crisi all’epidemia da coronavirus. Questo è uno spostamento persino volgare del problema: la pandemia, la chiusura della produzione e il “blocco” della circolazione delle merci per i due/tre mesi di lockdown hanno certamente aggravato i problemi. Ma questi erano già tutti presenti: la disoccupazione già dilagava, la povertà era già vastissima, il disagio sociale era già grandissimo. Non ci siamo forse accorti di quanto la massiccia privatizzazione della sanità pubblica abbia influito sulle grandi difficoltà di arginare e combattere l’epidemia? Questa selvaggia privatizzazione è avvenuta prima del coronavirus ed essa è stata concepita e portata avanti sia dall’Unione europea che dai governi italiani neoliberisti ad essa asserviti. Si tende a dimenticare. Ma i tanti suicidi, in Sicilia e nel resto del Paese, di poco più di un anno fa di artigiani, commercianti, di piccole e fragili partite Iva, di piccoli imprenditori, travolti dalla crisi economica pre-coronavirus, li vogliamo cancellare dalla memoria? E le fabbriche chiuse dal Sud d’Italia sino al Veneto degli ultimi due/tre anni vogliamo dimenticarle? Già nel dicembre del 2019 la disoccupazione, in Sicilia, era del 20% (media nazionale 9,8%), 346 mila persone senza lavoro e fuori dal mondo del lavoro. Il tasso di povertà, nella nostra isola, era, prima dell’epidemia, di quasi il 52% e 4 persone su 10 erano a forte rischio povertà. Certo, la pandemia ha peggiorato e peggiorerà il quadro generale, ma il coronavirus, per così dire, si è seduto su di un ramo già marcio. E sarà proprio la parte sociale nella quale mi trovo, da artigiano, a subire il colpo più duro: già ora, a Messina, il 50% delle piccole e piccolissime aziende artigianali, il piccolo e anche medio commercio, i negozi, la piccola impresa non ce l’ha fatta a riaprire e sono già in molti a riconsegnare al Comune e alle Camere di Commercio la licenza. Il mio stesso negozio è stato chiuso 3 mesi e non ho avuto un aiuto! Ciò vuol dire che sono già migliaia le persone nella disperazione e altre migliaia, presto, ci arriveranno. Per tutta questa vasta area di persone colpite, per questo già vasto pezzo di società, c’è ancora – lo constatiamo concretamente ogni giorno – il cosiddetto welfare famigliare ad intervenire, ad aiutare. Ma questo aiuto non potrà durare a lungo. I nonni non possono garantire da soli il futuro dei giovani. Da comunisti, dunque, dobbiamo respingere decisamente questa bufala dell’epidemia come grande e unica madre della crisi sociale e dobbiamo con determinazione affermare e provare, di fronte ai lavoratori, al proletariato, che la crisi è del capitale, che la fase stessa è segnata da un’altra, nuova e lunga crisi ciclica del capitale. Che il grande capitale ha prodotto la crisi e dalla crisi vuol venir fuori guadagnando. Che aiuto concreto c’è, infatti, per tutto questo mondo dell’artigianato, del piccolo commercio, della piccola impresa? Nulla! Nessuna spesa di questo mondo del lavoro è stata cancellata da parte del governo e dai governi locali nella fase della chiusura delle attività e di perdita di ogni entrata. Mutui, affitti, bollette, le tasse varie, i costi per l’utilizzo del suolo pubblico: ogni uscita è continuata, come se nulla fosse accaduto, come se le entrate fossero anch’esse continuate. Specie in Sicilia, un colpo simile a questa parte del lavoro e della produzione è un colpo micidiale all’intera economia, agli interi assetti sociali. E mentre i colpi si abbattevano su questa parte sociale, la cassa integrazione non arrivava, non è mai arrivata, agli operai. Ciò che invece è immediatamente arrivato è l’aiuto – come se ne avesse bisogno, come se ne avesse più bisogno degli artigiani e degli operai – al grande capitale. Non solo la FIAT-FCA è stata premiata e riempita di nuovi fiumi di soldi pubblici, ma anche altri pezzi importanti del grande capitale, anche siciliano, hanno cominciato a guadagnare dalla fase pandemica. A dimostrazione, dunque, che il grande capitale non ci perderà col coronavirus, ma esso sarà per il capitale altra fonte di guadagno. Vorrei aggiungere, mi sembra doveroso aggiungere, da comunista, che mentre, in quest’ultima fase, in questi ultimi mesi, tutte le attività hanno rallentato il loro “processo produttivo”, sino a sospenderlo totalmente, la base NATO di Sigonella non ha mai smesso di vivere, muoversi e riprodursi, a partire dall’arrivo dei velivoli a pilotaggio remoto RQ-4D Global Hawh, che consentiranno al sistema-Sigonella di raccogliere, a fini bellici e per preparare altri interventi militari dopo quelli recenti portati avanti contro l’Iran, immagini e informazioni sull’intera area del Mediterraneo, l’Africa e il Medio Oriente. Con “droni” di circa 14 tonnellate di peso, un’apertura alare di 14 metri e una capacità di volo di 30 ore, con le quali possono coprire 22 mila chilometri in una sola missione. Come dire: l’epidemia da coronavirus non ha certo distolto l’imperialismo USA e la NATO dai loro progetti di dominio militare mondiale. Quanto ci manca, anche a partire da ciò, a partire dal dominio del sistema militare USA-NATO, dalle immense spese per il riarmo e dai pericoli di guerra e a partire dai colpi che la crisi del capitale porterà contro i lavoratori, un partito comunista degno di questo nome!

 

D. Che ruolo gioca la mafia in questa fase pandemica?

R. La mafia sembra in silenzio, ma questo silenzio è più che mai inquietante. Non solo supponiamo, ma sappiamo dall’ordine concreto delle cose, che la mafia sta muovendosi. Si moltiplicano già i segni di una sua prima, grande operazione: essa, come gli avvoltoi sopra i cadaveri, sta già stringendo i voli sulle centinaia di artigiani e commercianti che non riescono più ad aprire, nell’intento di esautorarli e concentrare ancor più l’intera attività artigianale e di smercio nei grandi centri commerciali, spesso già caduti sotto il dominio mafioso.

 

D. Dicevi, prima, di quanto manchi, oggi, in Italia, un partito comunista degno di questo nome. Si può ricostruire?

R. Si deve ricostruire! Perché al movimento operaio italiano complessivo manca come il pane e perché nel mondo il movimento comunista è in grande crescita, a testimonianza del fatto che il comunismo è la gioventù della storia, è oggi più che mai attuale e all’ordine del giorno della storia.

 

D. Se si deve ricostruire, come ricostruirlo? Si deve lavorare, incalzandoli, affinché i gruppi dirigenti dei vari e piccoli partiti comunisti presenti nel contesto politico italiano si decidano per un progetto di superamento di se stessi, unendo in un unico partito, per questa via, i comunisti e le comuniste?

R. Questa spinta all’unità, sui gruppi dirigenti, deve essere esercitata. Ma vi dico ciò che penso: non credo che sarà facile unire per questa strada i comunisti. E questo perché, spesso, l’ostacolo all’unità proviene proprio dai gruppi dirigenti, immobili dentro il loro ristretto orizzonte partitico e poco inclini ad aprirsi, a superarsi, ad accumulare le forze, a unire, a costruire un unico e più forte partito comunista. Credo, a partire da ciò, che occorre che l’unità dei comunisti debba partire prioritariamente “dal basso”, dai militanti, debba partire da incontri ravvicinati tra militanti e militanti, tra i gruppi dirigenti territoriali dei vari partiti che, appunto nei paesi, nelle città, nelle fabbriche, senza attendere la “linea” dei loro dirigenti nazionali, inizino ad incontrarsi, “annusarsi,” unirsi nell’azione, nella discussione e nella lotta comune. Certo, auspicabile sarebbe che qualche soggetto o più soggetti comunisti, interni-esterni ai partiti comunisti presenti, sospingessero l’azione unitaria dei militanti di base e dei gruppi dirigenti territoriali. Un’azione vasta di questo tipo avrebbe anche la forza di attrarre la cosiddetta “diaspora comunista”, cioè tutta quell’area di compagni e compagne che, oggi, non sono organizzati in nessun partito comunista, che sono spesso refrattari ad iscriversi nei piccoli partiti comunisti già presenti proprio perché la polverizzazione comunista italiana in tante formazioni diverse è il simbolo (giustamente) ai loro occhi  della stessa negazione dell’unità dei comunisti e che rappresentano un’area comunista ben più vasta di quella, ora, organizzata nei partiti.

 

D. Perché credi che questo progetto unitario non possa essere sospinto e guidato dagli attuali gruppi dirigenti dei vari partiti comunisti presenti?

R. Non sono io ad affermare pregiudizialmente che questo progetto unitario non può essere sostenuto e guidato dagli attuali e vari gruppi dirigenti comunisti. Ricavo questa mia idea dallo stato delle cose presenti. Avete forse visto qualche gruppo dirigente nazionale comunista indicare davvero questa strada, in questa fase drammatica che richiederebbe come non mai l’unità? Avete constatato da qualche parte un vero progetto di superamento di sé a favore di una più vasta accumulazione di forze? Tutto ciò non è emerso da nessuna parte, a dimostrazione che in questi gruppi dirigenti prevale l’autoriproduzione di sé e del proprio, piccolo, partito. A totale discapito dell’accumulazione di forze comuniste, a discapito della costruzione di un ben più significativo partito comunista. Così, certo, non mettiamo paura ai padroni.

 

D. E che partito comunista dovrebbe nascere da un progetto unitario come quello che auspichi?

R. Un partito comunista di 20/30 mila iscritti, sin da subito, e si potrebbe, poiché lo stesso progetto unitario darebbe passione e conquisterebbe compagne e compagni oggi soli e isolati. Un partito non arlecchinesco, ma ideologicamente omogeneo (che non vuol dire privo di diversità e di discussione ma, appunto, omogeneo, non malamente intessuto, cioè, da tendenze ideologiche irriducibilmente antagoniste). Un partito di lotta, antimperialista, internazionalista, di quadri, con una funzionante scuola-quadri e con una linea di massa. Un partito con una forte democrazia interna, con un centralismo democratico che non serva, come spesso ancora avviene, alla repressione del dissenso interno e della discussione, che invece dev’essere concepita, sino in fondo, come il sale della democrazia. Come potrebbe, peraltro, oggi, attrarre le nuove generazioni un partito che non facesse della democrazia interna uno dei pilastri, assieme alla natura rivoluzionaria, del proprio essere, della propria organizzazione? Un partito comunista organizzato prioritariamente nei luoghi di lavoro e dello scontro capitale/lavoro, un partito che faccia del lavoro collettivo e delle decisioni collettive lo stesso stile generale del lavoro politico. Un partito che si batta contro ogni culto della personalità (da quella per il segretario nazionale a quella per il segretario di sezione). Un partito comunista fortemente unitario, che si batta per l’unità, nelle lotte, delle forze comuniste e anticapitaliste, ma che mai ceda la propria, piena, autonomia ideologica, culturale, politica e organizzativa. Poiché per uscire dalla propria, profonda e tutta sua (nel senso che non proviene dal movimento comunista mondiale, che è invece in crescita) crisi, il movimento comunista italiano ha innanzitutto bisogno di ricostruire, nella dialettica lotta sociale-ricerca teorica aperta, il proprio profilo politico-teorico. E per questo obiettivo ciò che è innanzitutto necessaria è l’autonomia, politica, culturale e organizzativa.