Nel quadro della Piattaforma Operaia Antimperialista (PCOA), uno dei cardini del Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo, abbiamo intervistato il compagno Luis Primo, coordinatore del movimento operaio e popolare europeo.

D. Qual è stata la sua traiettoria politica e quale il suo ruolo nel processo rivoluzionario?

Sono attivista politico e delle lotte sociali nel movimento operaio sindacale venezuelano; sono stato Segretario generale del Sindicato de Trabajadores del Metro de Caracas (SITRAMECA) dal 1987 al 1997. Con un gruppo di compagni nel 1999 abbiamo fondato il Frente Nacional Constituyente de Trabajadores e poi, la Fuerza Bolivariana de Trabajadoras y Trabajadores (FBT). Ho preso parte anche alla creazione della Union Nacional de Trabajadores (UNETE). Sono stato membro della direzione della Fundacion para la Formacion Socialista de los Trabajadores Daniel de Leon, aggregata al Ministero del lavoro, nel 2007 e 2008. Ho anche lavorato per il Plan Guayana Socialista (PGS) dal 2009 al 2012, e in quella sede ho presentato la proposta, sollecitata dal Ministero per la Pianificazione, circa il “Centro di formazione ideologico-politica dei lavoratori e delle lavoratrici di Guayana”, poi sono entrato nella squadra 9 di formazione del PGS, dove abbiamo portato avanti un programma di formazione sul controllo operaio  nelle imprese di base di Guayana, formando circa 300 “agitatori” o formatori, che a loro volta hanno formato più di 5.000 lavoratrici e lavoratori di tali imprese. Dal 2010 al 2015, nel contesto del Plan Guayana, abbiamo formato il Movimiento nacional por el  Control Obrero y Consejos de Trabajadoras y Trabajadores (MNCOCT) di cui sono stato uno dei coordinatori, e che ha realizzato vari incontri e un Congresso ideologico con la partecipazione di più di 2000 lavoratrici e lavoratori di diverse imprese recuperate a livello nazionale. In quegli incontri abbiamo discusso e abbiamo dato impulso alla necessità dell’autogoverno operaio nella produzione delle imprese di base e in altre imprese del Paese. Attualmente sto lavorando con la Central Bolivariana Socialista de Trabajadoras y Trabajadores (CBST) e la Vicepresidencia de la Clase Obrera del PSUV nella Piattaforma Operaia Antimperialista (PCOA) da Madrid, in Spagna.

D. Qual è il suo lavoro in Spagna e che cosa pensa del lavoro militante della PCOA in Europa?

Secondo noi, il nostro lavoro in Spagna è strategico e rappresenta l’articolazione con tutti i paesi dell’Unione Europea e quindi con il movimento operaio e popolare europeo. Le borghesie dell’Unione Europea usano la Spagna come testa di ponte per la loro politica di ingerenza contro il Venezuela e l’America Latina. Per noi, dalla Spagna viene facilitato il lavoro con i diversi settori operai e con i movimenti sociali, per riuscire a organizzare le lotte antimperialistiche.

A proposito di questo lavoro in Europa e specialmente nello Stato spagnolo, voglio dire che siamo un gruppo di compagni e compagne che in questo momento si basa su tre direttrici politico-organizzative: in primo luogo, organizzare la rete di solidarietà con il Venezuela e con altri paesi. In secondo luogo, costruire reti di formazione ed esperienze socio-produttive anticapitalistiche, e infine creare reti di comunicazione, informazione e diffusione.

Per il primo punto, abbiamo sviluppato una campagna di solidarietà con il Venezuela insieme con diversi settori sindacali, partiti politici e movimenti di solidarietà sia dello Stato spagnolo che europei. Ci siamo impegnati anzitutto ad esercitare pressioni perché l’Unione Europea disattivi tutte le misure unilaterali e coercitive che hanno fatto tanto male alla popolazione venezuelana; inoltre, abbiamo lavorato per promuovere attività contro le principali banche europee che trattengono fondi di proprietà della Repubblica Bolivariana del Venezuela, che sarebbero molto utili per risolvere tanti problemi che oggi affliggono il Paese come risultato di questo blocco criminale. Fra quelle banche possiamo ricordare la Banca d’Inghilterra, nel Regno Unito, Euroclear con sede in Lussemburgo, il Banco Novo del Portogallo e altre banche che, con la scusa assurda che il Governo Bolivariano del Venezuela non è riconosciuto, trattengono quasi cinque miliardi di euro.

Rispetto alle altre due direttrici del nostro lavoro, l’anno scorso abbiamo iniziato delle riunioni per presentare la nostra proposta nello Stato spagnolo. Sono state riunioni molto importanti e solidali con il Venezuela, soprattutto fra i sindacati alternativi, nazionalisti e indipendentisti, come il LAB di Euskadi, la Confederacion Intersindical Gallega (CIG) della Galizia, due sindacati localmente maggioritari; il Sindicato Andaluz de Trabajadores (SAT); la Intersindical Valenciana, la Intersindical Alternativa de Cataluña (IAC), la Central Unitaria de Trabajadores de Galicia (CUT) e la Intersindical CSC Cataluña, ma anche con sindacati del Metro di Madrid del CCOO e dei sindacati della UGT.

In Europa ci siamo riuniti con altrettanto successo con settori sindacali della CGT di Francia, con movimento sociali come i Gilet Gialli e altri movimenti di solidarietà, con la CGTP del Portogallo. Ma abbiamo avvicinato anche partiti politici come il PCE di Spagna, abbiamo contatti con il PCP del Portogallo, con France Insoumise, con il Partito della Sinistra Europea e altri. Quest’anno, con la realizzazione del Congresso Bicentenario dei popoli, settore lavoratrici e lavoratori, abbiamo consolidato questi contatti e ne abbiamo aperti di nuovi. Ne sono esempio i gruppi di lavoro di formazione e le esperienze anticapitalistiche e di comunicazione, realizzate il 22 e 23 maggio di quest’anno, che ci hanno permesso di presentare proposte concrete al Congresso del Bicentenario il 24 di giugno. Quei gruppi ci permetteranno di dare continuità al lavoro che si sta portando avanti nella Piattaforma della Classe Operaia Anticapitalista e su questa base costruire un Coordinamento promotore di collegamenti del PCOA in Europa.

D.Quali sono i principali problemi che avete incontrato finora?

Credo che il problema principale sia la frammentazione delle organizzazioni politiche di sinistra in Europa e la dispersione dei movimenti sociali antimperialisti e di solidarietà: ciò rende piuttosto difficile il nostro lavoro. Credo – ed è un’opinione personale – che una sinistra realmente tale debba essere contro l’Unione Europea e contro la NATO, e costruire una nuova Unione Europea delle lavoratrici e dei lavoratori. Questo deve essere il progetto dei settori di sinistra: finché la sinistra non è antimperialista e anticolonialista, non è sinistra. Ma penso che questo problema, malgrado le diversità e la frammentazione, si possa risolvere con il dibattito e la critica da parte dei settori di lavoratrici e lavoratori che vogliono lottare insieme per cambiare questo sistema di oppressione. E poi noi pensiamo che fra diversità e unità non ci sia contraddizione, bensì una dialettica che si impara nella lotta contro il capitalismo colonialista e contro l’imperialismo. 

D. Quale è il suo ruolo nella PCOA e nel Congresso Bicentenario?

Ci stiamo dedicando al Coordinamento dei Piani e al proseguimento della PCOA. Abbiamo sviluppato un Piano di lavoro i cui obiettivi sono: in primo luogo, il consolidamento dei Nuclei esistenti e la formazione di nuovi Nuclei PCOA in altri paesi. Poi, la formazione di Gruppi di lavoro (GT) su tre materie: Risorse, finanze e logistica, Formazione ed esperienze anticapitalistiche e Comunicazione e diffusione. Sulla base di questi tre gruppi di lavoro si formerà poi il Grupo de Enlace de Coordinacion Internacional. 

Nel quadro delle manifestazioni per i duecento anni della battaglia di Carabobo, abbiamo indetto il Congresso Bicentenario dei Popoli, proposto dal presidente Nicolas Maduro. Prima a livello nazionale, e da marzo a livello internazionale; il suo obiettivo principale è stato quello di invitare attivisti e dirigenti politici alleati della rivoluzione bolivariana al Congresso Bicentenario dei Popoli del Mondo, il 24 di giugno, per fissare un’agenda comune di lotta internazionale, che abbia come epicentro la lotta dei popoli per la propria sovranità e per la difesa dei diritti umani, contro le misure coercitive unilaterali applicate illegalmente da un gruppo di paesi, e di sviluppare azioni comuni contro le condizioni e le contraddizioni che si sono approfondite nel mondo in seguito alla pandemia di Covid-19. Al Congresso hanno partecipato settori indigeni, intellettuali, artisti, donne, parlamentari e partiti politici, giovani e studenti, lavoratrici e lavoratori.

La PCOA, con i suoi promotori principali, la Vicepresidencia de la Clase Obrera del PSUV e la CBST, ha organizzato il Congresso Bicentenario dei Popoli nel settore lavoratrici e lavoratori. A questo scopo abbiamo organizzato un primo incontro il 22 marzo, con i seguenti obiettivi: fissare le basi programmatiche del Congresso Bicentenario, settore lavoratrici e lavoratori; consolidare gli spazi di articolazione e coordinamento della lotta dei lavoratori e delle lavoratrici del mondo, e infine sviluppare un Piano di azione di solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e i popoli e le nazioni sovrane. A questo incontro preliminare hanno partecipato 183 dirigenti operai-popolari di 69 paesi. Su questa base, abbiamo realizzato incontri regionali in America Latina, nei paesi arabi, in America del Nord e nei Caraibi, in Africa, Europa, Oceania e Asia, ottenendo la partecipazione di più di 350 rappresentanti di diverse organizzazioni sindacali, partiti politici e movimenti sociali vicini alla classe operaia, provenienti da 80 paesi. Abbiamo concluso l’8 di maggio con l’Incontro mondiale della classe operaia, cui hanno partecipato 221 delegati di diversi settori operai, sindacali, di movimenti sociali e politici provenienti da più di 70 paesi dei cinque continenti.

Le proposte più importanti sono state la realizzazione della Red de Escuelas Antimperialistas Obreras y Populares e della Corresponsalia Antimperialista, e la creazione del Observatorio Internacional Obrero Popular che ha tenuto una prima riunione nel contesto del Congresso Bicentenario in giugno. Queste proposte sono state presentate il 22 maggio nella riunione del Gruppo di lavoro della Formazione.

Fra i successi politico-organizzativi più importanti possiamo citare la formazione della PCOA araba in otto paesi e del Equipo Promotor de Enlace della PCOA in America Latina, con la partecipazione di venti paesi, oltre alla formazione – come abbiamo già detto – dei Gruppi di lavoro di Formazione, di Esperienze socio-produttive anticapitalistiche e di Comunicazione e diffusione.

D. Data l’attuale situazione internazionale, quali sono gli obiettivi del PCOA?

Anzitutto vorrei brevemente contestualizzare la situazione internazionale. L’imperialismo si trova in una crisi organica, una crisi di civiltà. Ci troviamo in quel momento della crisi capitalistica in cui – come diceva Gramsci – il vecchio muore ma il nuovo non può nascere e in quell’intervallo di tempo si determinano i fenomeni morbosi più vari. È appunto quel che vediamo in questo momento.

Sappiamo bene che l’imperialismo cerca di tenere sotto controllo i territori, e la pandemia di Covid-19 è stata il detonatore della crisi globale del capitalismo neoliberista, ma è anche un’opportunità, per il capitale, di controllare lavoratrici e lavoratori e i popoli del mondo. 

E siamo fermamente convinti che la pace si trova seriamente in pericolo sul pianeta come conseguenza delle aggressioni militari degli Stati Uniti e dei suoi alleati, e della mortale corsa agli armamenti che serve solo a procurare grandi profitti alle grandi corporations del complesso militare-industriale. La guerra è stato il meccanismo preferito dell’espansionismo imperialista, in particolare di quello statunitense.

La crisi ha aumentato la disoccupazione, la precarizzazione del lavoro, l’informalità che danneggia le lavoratrici e i lavoratori di tutto il mondo.

La pandemia di Covid-19 nei paesi capitalisti definiti “civili e sviluppati” ha mostrato il suo vero volto: prima viene il capitale, poi gli esseri umani. Questo principio adottato dai governi capitalisti ha provocato la morte di centinaia di migliaia di loro connazionali, all’unico scopo di salvare il capitalismo. Gli stati cosiddetti “sviluppati” hanno lasciato priva di vaccino la maggior parte dei popoli del mondo, e le multinazionali farmaceutiche – Pfizer, Jansen, Astra Zeneca e altre – sono state quelle più avvantaggiate dalla pandemia.

Di fronte a questa crisi organica dell’imperialismo, le diverse frazioni imperialiste del Foro Economico Mondiale hanno proposto la “Grande Ripartenza”, che implica una redistribuzione del potere fra multinazionali, settori economici e zone geografiche; ma le tensioni sono al massimo, e sono pericolose, potendo portare a decisioni temerarie dalle conseguenze incalcolabili. In questo contesto, le élites capitaliste pretendono di “trasformare” questo capitalismo agonizzante, per poter continuare la riproduzione ampliata del capitale mentre il genere umano si avvia verso l’abisso.

Sappiamo bene che cosa significa questa “grande ripartenza” dei capitalisti e degli imperialisti colonialisti: il sovrasfruttamento di lavoratrici e lavoratori, la ricolonizzazione dei paesi, l’eliminazione della sovranità dei popoli del mondo, la distruzione dell’ambiente e con essa del genere umano. C’è in gioco il futuro dell’umanità, ed è appeso a un filo.

Ma consideriamo che esistono alcuni elementi importanti che stanno mettendo un freno all’imperialismo colonialista degli Stati Uniti e dell’Europa, ansiosi di distruggere il pianeta pur di non ammettere la loro sconfitta. In primo luogo, a livello delle grandi potenze, si sta formando un nuovo rapporto di forze, con la multipolarità espressa da Cina e Russia contro l’unipolarità di Stati Uniti e soci, il Giappone e l’Unione Europea.

In secondo luogo, e malgrado la catastrofe umana, i popoli cominciano a sollevarsi contro questa situazione: grandi proteste e manifestazioni sono avvenute nel 2018, 2019 e 2020, malgrado la pandemia, sia in Europa che negli Stati Uniti, e si stanno intensificando in America Latina e nei Caraibi, ponendosi come epicentro di un processo di lotta di classe di portata più ampia.

Infine, la Rivoluzione Bolivariana si erge come un’enorme fortezza popolare nel quadro della poderosa unione civile-militare, sulla base degli ideali di Simon Bolivar e di Hugo Chávez. Il popolo bolivariano e il suo governo lottano costruendo, ponendosi come un bastione di dignità, a fianco dei popoli e dei governi di Cuba, Nicaragua, e di altri paesi che resistono ai bestiali attacchi dell’imperialismo. Il Venezuela è diventato oggi il punto di riferimento principale dell’antimperialismo.

Tutti questi processi lanciano nuovi segnali, indicano nuove tendenze di sviluppo nella lotta di classe a livello globale, che potrebbero cambiare i rapporti di forza fra il capitale e la classe lavoratrice per scatenare un cambiamento globale del sistema dominante. Dobbiamo però considerare che questo sviluppo delle lotte negli ultimi anni, benché abbia coinvolto le folle e si sia sviluppato a livello mondiale, mostra delle debolezze. Le lotte sono sempre frammentate e disperse, incentrate su problemi nazionali, mentre lo sfruttamento imperialista è molto più globalizzato e transnazionalizzato.

Sulla base di questo contesto internazionale, in sede PCOA abbiamo affermato che esiste la necessità di globalizzare le lotte antimperialiste e creare un’organizzazione che articoli la solidarietà con le nazioni attaccate e con le lavoratrici e i lavoratori del mondo, contro l’imperialismo di Stati Uniti ed Europa. Queste forme organiche non sono nuove, sono state precedute dalle tradizioni storiche dell’internazionalismo proletario, che ha il suo primo antecedente nella fondazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori da parte di Marx ed Engels, nel 1864. Nel nostro XXI secolo ci sono state molte proposte di creare nuove forme organiche che assecondino la lotta di lavoratrici e lavoratori. Possiamo ricordarne alcune recenti: la proposta della V Internazionale lanciata da Hugo Chavez Frias nel 2009, quella di Samir Amin del 2017 che si sta realizzando, e la fondazione nel 2020, in piena pandemia, della Internazionale Progressista, con intellettuali come Naomi Klein, Noam Chomski e altri.

Dobbiamo perciò ricostruire relazioni e alleanze con cui ristrutturare le nostre forze per un’unica lotta globale contro l’imperialismo colonialista. Costruire nuove forme organiche che cerchino di dare obiettivi comuni ai movimenti sociali, per costruire forme di solidarietà concreta fra loro. È necessario un robusto internazionalismo per prestare attenzione immediata e adeguata ai pericoli di estinzione: per guerra nucleare, per disastro climatico o per collasso sociale.

In quest’ultimo anno siamo riusciti a consolidare il progetto della Piattaforma della Classe Operaia Antimperialista (PCOA). Ci definiamo come un movimento antimperialista, anticoloniale, anticapitalista e antipatriarcale, con la missione primaria di organizzare le lotte e la solidarietà dei lavoratori e dei popoli di tutto il mondo. Vogliamo rinsaldare delle alleanze strategiche con le internazionali esistenti, con le organizzazioni sindacali mondiali, con le diverse federazioni, organizzazioni di lavoratori, movimenti sociali e partiti politici, sempre ponendo come elemento unificante le lotte antimperialiste.

D. Come si struttura il vostro lavoro?

La forma organica della Piattaforma l’abbiamo ideata come una rete di reti di eguali che collaborano fra loro, come totalità integrale di molteplici rapporti fra le diverse organizzazioni che partecipano e i rispettivi militanti. La classe lavoratrice è il soggetto politico che attraversa tutte queste organizzazioni e movimenti del mondo del lavoro nella sua lotta antimperialista e anticolonialista. Ogni rete è costituita da molteplici nodi dove si deve produrre il dialogo, il dibattito e l’elaborazione di proposte di lotta, per dare una portata globale allo scontro. Abbiamo un tipo di organizzazione territoriale-culturale, a livello nazionale, regionale continentale e mondiale, che è diversa ed eterogenea; questo va tenuto in considerazione e fa parte del nostro procedere per tentativi ed errori che dobbiamo seguire con questo tipo di organizzazioni. Dobbiamo sempre inventare qualcosa di nuovo per evitare di sbagliare. Ne è un esempio la PCOA araba, che include due continenti, il Medio Oriente e l’Africa settentrionale; ma questa si identifica con l’Africa come continente, e questo dobbiamo capirlo bene, perciò diciamo che si tratta di un’organizzazione territoriale-culturale.  L’America Latina, malgrado la sua grande diversità interna, si può intendere come un’organizzazione territoriale-culturale, ma di questo si sta discutendo. Per la riuscita della rete abbiamo anche un’organizzazione per gruppi di lavoro. Stiamo creando quattro gruppi: lotta della classe operaia, solidarietà con i popoli e le nazioni sovrane, formazione ed esperienze socio-produttive anticapitaliste, comunicazione, informazione e diffusione, e infine risorse e finanze. Questi gruppi di lavoro si organizzeranno su basi territoriali e culturali e verranno coordinati dal Gruppo di collegamento di Coordinamento internazionale.

D.Come giudica la situazione in Europa, continente che segue le indicazioni degli Stati Uniti e da cui parte in grande misura la campagna mediatica contro il Venezuela?

Bisogna contestualizzare tutto questo. L’Europa è sempre a rimorchio dell’imperialismo statunitense, non ha mai voluto assumere una posizione indipendente. Dal primo dopoguerra fino ad oggi tutta la geopolitica dell’Unione Europea è rimasta subordinata all’imperialismo degli Stati Uniti e alla NATO come suo braccio militare. Se qualche volta ha preso timidamente qualche posizione contraria all’imperialismo, si è trattato di poca cosa. La subordinazione all’impero statunitense ha la sua spiegazione storica. Gli Stati Uniti, dopo la sconfitta di Germania e Giappone, hanno intrapreso politiche keynesiane, a imitazione del New Deal americano, verso l’Europa e anche verso il Giappone. Ciò per ricostruire le zone distrutte dalla guerra, eliminare le barriere commerciali, modernizzare l’industria europea e portare di nuovo il continente alla prosperità; tutti questi obiettivi erano destinati ad evitare che si propagasse il comunismo, che aveva una grande e crescente influenza nell’Europa del dopoguerra, e anche in Giappone. Su questa base e alleandosi alle borghesie d’Europa si inizia a disegnare l’Unione Europea, prima con la Comunità Economica Europea (CEE) nel 1957, il cui scopo era di ottenere l’integrazione economica, con un mercato comune e l’unione doganale, e anni dopo con la creazione dell’Unione Europea, nel 1993, che sarà l’integrazione politica del continente. Dal 1957 fino alla metà degli anni Settanta la frazione borghese keynesiana riuscì a determinare una grande crescita economica, sviluppando lo “Stato del benessere”, che fu in realtà una conquista della lotta dei lavoratori e delle lavoratrici d’Europa. In ogni modo, le borghesie europee riuscirono ad allontanare un poco lo spettro del comunismo.

Dagli anni Settanta comincia ad apparire una profonda crisi organica del sistema capitalista, prodotto della profonda lotta della classe operaia condotta soprattutto in Francia, Germania e Italia, che segnerà l’inizio della decadenza del sistema. Tuttavia, sconfitto il movimento operaio e studentesco in Europa e nel mondo, il settore capitalista keynesiano non trova risposte per uscire dalla crisi. Emerge un altro settore globalista e neoliberista che con la scomparsa dell’URSS e la caduta del muro di Berlino conquista l’egemonia del sistema capitalista mondiale; su questa base, tutto il sistema politico dei partiti europei si riconfigura, i grandi partiti come i democristiani spariscono o si riciclano in una o varie “nuove destre” neoliberiste, mentre i partiti socialdemocratici verranno riciclati in un social-neoliberismo, cioè quelle che ieri erano politiche sociali per mantenere il sistema, oggi sono tagli di tali politiche per mantenere il sistema. La sinistra si frammenta e in alcuni settori si mantiene una visione liberale di sinistra. 

Risulta così che le due organizzazioni politiche egemoniche d’Europa sono essenzialmente analoghe, portano il peso storico della subordinazione imperiale e devono tutelare gli interessi dell’imperialismo statunitense.

Sotto la facciata di una “politica equilibrata” dell’UE si nasconde la politica dei due pesi e due misure, la ambiguità e una politica colonialista e imperialista nei confronti dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia. L’America Latina e specialmente il Venezuela sono da due decenni oggetto di ostilità e di ingerenze illecite non solo da parte degli Stati Uniti, ma specialmente dell’Europa. Ai primi eravamo abituati, l’ingerenza fa parte del loro DNA, ma l’UE ha sorpreso per la sua ostilità contro il governo costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela e non ha mai smesso di manovrare per abbatterlo. Ma l’ingerenza dell’UE è andata anche oltre, in America Latina, dai colpi di stato militari in paesi come Paraguay, Honduras o Bolivia, fino a persecuzioni giudiziarie infondate contro dirigenti del Brasile o dell’Ecuador. Cioè tutto ciò che profuma di progressismo in America Latina provoca come risposta l’ingerenza dell’Unione Europea. Ma dove questa politica colonialista presenta una visione testarda e malata è nei continui tentativi di destabilizzare il Venezuela, usando la Spagna come pedina preferenziale. Gli esempi non sono pochi: il colpo di stato del 2002 contro il governo legittimo di Hugo Chavez, con l’intervento diretto delle ambasciate degli USA e della Spagna; l’appoggio incondizionato dell’Unione Europea a numerosi politici di opposizione sanzionati dalla giustizia venezuelana per i disordini del 2014 e 2017, fra cui Leopoldo Lopez e Antonio Ledesma, che fuggirono con la complicità dell’ambasciata di Spagna e dell’Unione Europea; l’atto provocatorio del Parlamento europeo quando nel 2017 attribuì il premio Sacharov ai due oppositori venezuelani suddetti, insieme a mezza dozzina di altri politici di opposizione; il Venezuela è il primo paese latinoamericano colpito dalle sanzioni dell’Unione Europea nel 2017; nel 2018 l’UE stabilisce ulteriori sanzioni che si concretano nel congelamento di fondi e nel divieto di ingresso in territorio comunitario per sette alte cariche del governo di Maduro e del potere giudiziario; il riconoscimento da parte del Parlamento europeo, malgrado l’opposizione di Italia e Grecia, del deputato Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente su una piazza pubblica; il furto delle riserve auree presso la Banca d’Inghilterra e altre banche europee, per una somma di almeno cinque miliardi di euro; il mancato riconoscimento dei risultati delle elezioni legislative del dicembre 2020; nel giugno 2020 le sanzioni dirette ad alcuni funzionari venezuelani e nel febbraio di quest’anno ad altri 19 funzionari, per un totale di 55 fra ministri, giudici, governatori locali, deputati o membri della giunta elettorale, con la dubbia giustificazione che sono corresponsabili di frode elettorale e di violazione dei diritti umani. Oltre all’azione ostile, da parte dell’UE e del governo spagnolo, contro il viaggio della ministra degli esteri Arancha Gonzalez Laya alla frontiera fra Colombia e Venezuela, il febbraio scorso, facendo i complimenti al governo colombiano per “il suo sforzo grande e generoso verso gli emigranti venezuelani”, in contrasto con “altri paesi che erigono muri”.

Per noi il ruolo svolto dall’Unione Europea e recentemente dal suo massimo esponente in politica estera, Josep Borrell, dimostra una chiara complicità con tutte le azioni golpiste e destabilizzanti contro i governi progressisti d’America Latina e specialmente in Venezuela, mentre quando i governi sono conservatori, di fronte alle violazioni dei diritti umani c’è solo il silenzio.

D. In Spagna molti politici sfuggiti alla giustizia venezuelana vivono nel lusso, come Leopoldo Lopez, e animano una lobby potente insieme alla destra europea contro il Venezuela, sabotando tutti i tentativi di dialogo intrapresi dal governo bolivariano. Che cosa state facendo adesso, rispetto alle elezioni, al tentativo di Guaido di reinserirsi nel gioco politico, e alla nuova iniziativa di Henrique Capriles che, come sempre, manifesta grandi ambizioni elettorali?

La vita di lusso in cui vivono fuggiaschi e corrotti dell’opposizione venezuelana e alcuni traditori che hanno profittato del governo bolivariano è reale e la gente lo può constatare nel quartiere Salamanca di Madrid, uno dei più cari al metro quadrato. Un’analisi del New York Times ha rivelato che, secondo i calcoli delle società immobiliari di Madrid, solo in quel quartiere ci sono 7.000 appartamenti di lusso appartenenti a venezuelani; se a questo aggiungiamo che il costo al metro quadrato nell’aprile di quest’anno ammontava a 5.933 euro, e sapendo che ogni appartamento supera i cento metri quadrati, possiamo vedere facilmente la quantità di denaro investito. È la punta dell’iceberg del processo di fuga di capitali dal Venezuela, effettuata dalla borghesia parassitaria venezuelana e in secondo luogo da ex funzionari di governo. Capitali che alla fin fine derivano dalla corruzione, un fenomeno connaturato al sistema capitalistico, giacché questo è sempre stato un’economia dell’espropriazione. La corruzione fa parte della produzione di profitti per l’accumulazione rapida di ricchezza, come un tipo di capitale originario, istituzionalizzata nell’organizzazione del lavoro nel capitalismo.

Su queste basi, è vero che in Spagna si sta formando una lobby vicina alla destra europea, ma senza sottovalutare questa lobby bisogna notare che è fondamentalmente elettorale e che serve molto alla destra marcia della Spagna per formare gruppi di pressione politica contro il Venezuela, ma è anche vero che ha poca coesione politica e ideologica, anche se è senza dubbio pericolosa. Tutte le avventure di colpi di stato, assassinati di personalità politiche, mercenari, paramilitari ecc., vissute fino a oggi, sono organizzate e finanziate dagli Stati Uniti, e non da questa lobby dedita a riciclare il capitale prodotto dalla corruzione per garantire una vita comoda ai suoi rappresentanti. Voglio dire che non sono come la lobby sionista che ha una visione politica generale cementata da un’ideologia religiosa che dà coesione a tutta la sua visione del mondo, tenendo lo stato di Israele come obiettivo ultimo senza badare ai mezzi. E ha inoltre un’esperienza di molti anni, il che dà coesione a tutte le sue politiche belliche per proteggere lo stato di Israele.

Rispetto all’opposizione possiamo individuare vari fattori che stanno cambiando il rapporto di forze a livello internazionale

Alla fine del 2020 si è prodotta una frattura che ha generato due opposizioni. Una che ha partecipato alle elezioni legislative del 6 dicembre e che ha pubblicamente rinunciato al terrorismo e al “cambio di regime” per via insurrezionale ed è disposta al dialogo; un’altra che mantiene il progetto del “cambio di regime” con la forza, vuole eliminare l’“usurpazione”, provocare sanzioni contro il popolo venezuelano e un’invasione del paese.

In secondo luogo, le elezioni legislative non riconosciute né da Washington né da Bruxelles hanno dato uno straordinario successo al chavismo, sconfiggendo l’opposizione “democratica” e lasciando fuori dai giochi l’altra opposizione terrorista e il suo “lider maximo” Guaidó.

Terzo, l’elezione nell’Assemblea Nazionale del nuovo Consejo Nacional Electoral (CNE) è stata un risultato dell’accordo con l’opposizione “democratica”, ma era inclusa anche negli accordi del fallito dialogo nella Repubblica Dominicana.

Questi tre elementi hanno permesso l’esistenza di un cambio minimo ma importante del discorso con Washington e Bruxelles, come hanno dimostrato le dichiarazioni di Cynthia Arnson, direttrice del Programma Latinoamericano del Wilson Center di Washington, che ha affermato che l’amministrazione Biden non è totalmente d’accordo con la severa politica di sanzioni. Abbiamo poi la posizione dell’Unione Europea rispetto a Guaidó: non avendo più la carica di deputato, non lo considererebbe più “presidente incaricato”, titolo che deteneva finora.

Questo ha sbalestrato Guaidó, finché gli è arrivata un’ancora di salvezza nella persona di Story, capo dell’ufficio degli Stati Uniti in Colombia e portavoce del settore terrorista dell’opposizione venezuelana, il quale ha dichiarato che Washington sarebbe disposta a togliere le sanzioni a patto di aprire un tavolo di negoziato. Su questa base Guaidó ha cercato di ripulire la sua immagine e ha dichiarato che è necessario aprire un negoziato anche con Maduro e togliere le sanzioni, indicando con la maggior sfacciataggine la sua complicità con le misure unilaterali e coercitive che sono sempre state uno strumento coloniale e imperialista degli USA e dell’Unione Europea.

Guaidó pretende di essere il leader dell’opposizione, ma ormai è bruciato, esistono molti altri leader dell’opposizione “democratica”, e c’è poi anche Henrique Capriles Radonski che in un’intervista a El Pais ha riconosciuto che esiste una crisi di dirigenti nell’opposizione; inoltre non si può guardare alla politica del Venezuela con gli occhi di chi è sostenuto da Washington e Bruxelles, cioè – sottinteso – Guaidó.  

Possiamo però concludere con una constatazione importante, che è una specie di paradosso dell’opposizione: quel che prima era credibile, cioè un cambio di regime con l’appoggio dell’imperialismo di Stati Uniti ed Europa, oggi non lo è più.