Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Dal sogno della rivoluzione mondiale

a Ronald Reagan negli USA e alla “solidarietà nazionale” in Italia

Il lungo arco degli anni Settanta

di Salvatore Di Stefano*

Gli Anni Settanta in Italia e nel Mondo sono stati anni splendidi e drammatici nello stesso tempo. Hanno tenuto insieme, solo per citare alcuni avvenimenti rilevanti, il riconoscimento della Cina all’ONU, l’avvio dell’Ostpolitik da parte di Willy Brandt, l’apertura della Conferenza di Helsinki, lo scoppio della prima grande questione energetica con la crisi petrolifera del 1973,  il colpo di stato in Cile dell’11 settembre del 1973 e la fine del governo di Unidad Popular di Salvador Allende, le guerre in Medio Oriente e la conseguente sconfitta del mondo arabo progressista ad opera di Israele, la “rivoluzione dei garofani” in Portogallo, la crisi dell’imperialismo americano, simboleggiata dalla sconfitta in Vietnam, la morte di Franco e l’inizio della fine del franchismo in Spagna, il golpe di Videla in Argentina, l’unificazione del Vietnam, la morte di Mao Zedong, gli accordi di Camp David, le quattro grandi modernizzazioni di Deng Xiaoping in Cina, la “rivoluzione islamica” in Iran, l’invasione sovietica in Afghanistan, il governo Thatcher in Gran Bretagna, il governo sandinista in Nicaragua, la presidenza Reagan negli Stati Uniti (novembre 1980).

Anche per il nostro Paese hanno rappresentato una fase epocale: si aprirono con la “strategia delle tensione”, avviata dalla bombe fasciste di piazza Fontana (dicembre 1969) e dalla lunga stagione del terrorismo, l’approvazione dello Statuto dei lavoratori, la nascita delle Regioni, il tentativo golpista del fascista Junio Valerio Borghese, la rivolta urbana a Reggio Calabria e la strage di Gioia Tauro, l’elezione di Giovanni Leone presidente della Repubblica, l’elezione di Berlinguer alla carica di segretario nel PCI, le elezioni del 1972 con il MSI che arriva al suo massimo storico (8,2) e la formazione del governo Andreotti, il varo della politica di austerity dopo lo scoppio della crisi petrolifera, la proposta del “compromesso storico” da parte di Berlinguer dopo il golpe in Cile, la vittoria del No al referendum sul divorzio, la strage fascista di piazza della Loggia a Brescia e l’attentato fascista al treno Italicus, l’approvazione della legge sul nuovo diritto di famiglia, la firma dell’accordo sulla scala mobile tra sindacati confederali Cgil-Cisl-Uil e Confindustria, i governi Andreotti di “solidarietà nazionale”, l’eurocomunismo con il PCI al 34,4 % e la sua accettazione dello scudo NATO, Craxi segretario del PSI, lo scandalo Lockheed, la sconfitta sindacale nella vertenza dei metalmeccanici, il movimento del Settantasette e l’inizio del riflusso, Luciano Lama cacciato dalla Sapienza, la riforma sanitaria, l’assassinio per mano mafiosa di Peppino Impastato, il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, Sandro Pertini presidente della Repubblica, la scomparsa di Paolo VI e l’elezione – dopo il brevissimo pontificato di Giovanni Paolo I – del papa polacco Karol Wojtyla col nome di Giovanni Paolo II, la strage di Bologna (2 agosto1980).

Non è chi non vede che, sia a livello internazionale come sul piano nazionale, è stato un decennio che avrebbe potuto portare le forze democratiche alla trasformazione profonda di molti Paesi, a occidente e a oriente, e ad un arretramento significativo del capitalismo e del suo sistema di profitto e di sfruttamento. Peraltro, anni periodizzanti di quello che è stato chiamato il “secolo breve”, dato che proprio a metà di quel decennio, secondo Hobsbwam, finisce “l’età dell’oro” e comincia “l’età della crisi”.

Ecco perché, all’inizio degli Anni Ottanta la svolta ultraconservatrice impressa dal thatcherismo-reaganismo allo scenario mondiale nonché la crisi definitiva dell’Unione Sovietica, che porterà alla sconfitta del 1991, sarà foriera di una ripresa del capitalismo, il quale, anzi, indosserà la divisa più feroce, quella che veste oggi, provocando in ogni parte del Mondo guerre e conflitti sanguinosi e adottando spesso sul piano economico-sociale le ricette “lacrime e sangue” dei “Chicago boys” di Milton Friedman.

Ma su ciò che è accaduto dagli Anni Ottanta in poi torneremo in un’altra occasione perché ora focalizzeremo la nostra attenzione sugli Anni Settanta.

Intanto cominciamo col dire che non è facile definire un decennio dal punto di vista dei concetti della storiografia, perché fare la sintesi di tutti gli avvenimenti è un lavoro complesso che necessita di una profonda conoscenza del periodo preso in esame e presuppone la capacità di operare gli indispensabili collegamenti affinché si possa leggere una fase attraverso categorie interpretative corrette, tenendo conto che la Storia si presta a un uso pubblico, e quindi a un uso politico più di qualsiasi altra disciplina, e dunque bisogna maneggiarla attentamente, scegliendo con acribia gli strumenti concettuali approntati dalla storiografia e dalla politica. Di più: occorre possedere gli elementi fondamentali che danno conto della complessità dell’epoca studiata, saperli interpretare criticamente e collegarli con le opportune determinazioni fattuali. Bisogna, inoltre, incardinare la riflessione dentro i concetti di prima - durante - dopo affinché si comprenda chiaramente da dove si viene e dove si è arrivati con l’avvenuta transizione. Per capirci: gli anni Settanta non sono stati una semplice intercapedine tra gli anni Sessanta – caratterizzati dallo sviluppo economico, politico e sociale – e gli anni Ottanta, con il loro individualismo rampante e i loro soldi “a buon mercato”.

Ritengo, perciò, che il modo più appropriato per definire quel decennio, gli anni Settanta, cercando di coglierne il filo conduttore e la trama unitaria, possa essere:

Gli anni dell’azione collettiva: tra lotte di massa e tentativi di “fascistizzazione”.

In Italia alla fine degli anni Sessanta il centro-sinistra entrò in una crisi irreversibile. Le cause erano molteplici e scaturivano sia da fattori interni, sia da moventi esterni. Proprio sul piano internazionale, caratterizzato da una fase della “guerra fredda” meno drammatica, dopo il containement e il roll-back applicati dagli USA, e che gli storici chiamano di “distensione e di coesistenza pacifica”, si fecero radicali le spinte per il cambiamento della “società dei consumi” e del capitalismo maturo, sollecitazioni che partivano soprattutto dalla principale cittadella imperialista: gli Stati Uniti d’America. Ed infatti da Berkeley e dalle altre principali università americane iniziò il Sessantotto, quel grande movimento studentesco e giovanile che velocemente si propagherà nelle società dell’Ovest e dell’Est.

Peraltro, tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta le lotte del movimento operaio, in Europa e nel Mondo, si erano sviluppate in maniera impetuosa e avevano raggiunto risultati, per certi versi, straordinari. La storia dell’intero periodo è stata saldata in unico contesto dalla particolare situazione internazionale, appunto la Guerra fredda, esistente fino alla caduta dell’URSS, cioè dal costante confronto-scontro delle due superpotenze emerse dalla Seconda guerra mondiale.

 “Intere generazioni”, scrive Hobsbwam ne “Il secolo breve”, “crebbero sotto l’ombra funesta di conflitti nucleari mondiali che come si riteneva comunemente, potevano scoppiare a ogni istante e devastare l’umanità”. Infatti, la Seconda guerra mondiale ha posto, oltre alla contrapposizione bipolare Est-Ovest, un altro gigantesco problema, quello della bomba atomica.

Fu tenuto in piedi stabilmente un confronto nucleare che riposava su una “verità di per sé evidente”: la paura di una distruzione mutuamente assicurata avrebbe impedito all’una o all’altra parte di dare il via al suicidio programmato della civiltà.

 

L’incubo nucleare costituì il tema di fondo della riflessione di esponenti politici, intellettuali, scienziati, psichiatri, psicanalisti, scrittori; ma soprattutto diventò la questione che le nuove generazioni misero al centro del loro impegno per cambiare la società. Il famoso documento di Port Huron (Michigan), elaborato nel 1962 dal movimento degli Students for a Democratic Society, e da molti considerato un’anticipazione significativa di ciò che si sarebbe detto e fatto nell’anno 1968, affermava senza infingimenti la priorità della pace.

Ecco, pertanto, alcuni passaggi significativi del Manifesto di Port Huron. Agenda per una generazione: «Siamo persone di questa generazione, cresciute tutte – per quanto modestamente – nel benessere, alloggiate nelle università, e guardiamo con preoccupazione al mondo di cui siamo eredi. Quando eravamo bambini gli Stati Uniti erano il paese più ricco e forte del mondo: l’unico ad avere la bomba atomica, quello che meno mostrava le ferite della guerra moderna, il promotore delle Nazioni Unite, il Paese che avrebbe esteso al resto del globo l’influenza occidentale. Libertà ed eguaglianza per ognuno, un governo “retto dal popolo, del popolo, a favore del popolo”: erano questi i valori americani che sentivamo buoni; i principi che ci permettevano di vivere da uomini. Molti di noi sono perciò cresciuti in questa convinzione. Ma col passar del tempo eventi troppo sconvolgenti per poter essere ignorati hanno infine intaccato la nostra serena fiducia. È stata prima di tutto la realtà diffusa e avvilente della degradazione umana, simbolizzata dalla lotta del Sud contro il pregiudizio razziale, a far uscire gran parte di noi dal silenzio e a spingerci all’attivismo. E dopo questa, la presenza inesorabile della guerra fredda, simbolizzata dall’esistenza della Bomba, a renderci consapevoli del fatto che in qualsiasi momento noi, i nostri amici, e i milioni di quegli astratti «altri» che ci erano noti fondamentalmente per il pericolo condiviso, avremmo potuto morire. […]. Le tanto proclamate intenzioni pacifiche degli Stati Uniti venivano contraddette dagli investimenti economici e militari volti a mantenere lo status quo della guerra fredda. [...]. Non soltanto il nostro mito di un’America virtuosa è venuto appannandosi; non soltanto – una volta scoperta l’ipocrisia degli ideali americani – siamo stati disillusi; ci siamo anche resi conto che ciò che un tempo avevamo ritenuto «l’età dell’oro» americana non era, di fatto, che il declino di un’era. L’erompere, nel mondo intero, della rivoluzione contro il colonialismo e l’imperialismo; il consolidarsi di un sistema di stati totalitari; la minaccia della guerra; la sovrappopolazione; il caos internazionale; la supertecnologia – il corso di questi avvenimenti metteva alla prova la tenacia della nostra fede nella democrazia e nella libertà, e la nostra capacità di progettarne l’applicazione a un mondo in pieno sconvolgimento. […]

Tuttavia, se queste ansie possono produrre una indifferenza generalizzata verso i problemi umani, non è forse vero che sono al contempo in grado di produrre la volontà di credere che una alternativa al presente c’è davvero, e che cambiare le cose nella scuola, nel posto di lavoro, nella democrazia, nel governo è possibile? È proprio a tale volontà – scintilla e motore di cambiamento – che noi indirizziamo questo appello».

La questione della guerra si poneva, quindi, in modo radicalmente diverso e i primi ad avvertire la novità furono, appunto, i giovani. Infatti, il pacifismo sarà uno dei temi portanti del movimento del Sessantotto e non per caso la guerra del Vietnam diventerà un passaggio decisivo della protesta dei giovani di tutto il mondo, per certi versi la loro identità. Si trattava di un “No alla guerra” formulato e propagandato in maniera difforme da come i partiti comunisti e socialisti e il movimento per la pace, sorto in Italia alla fine degli anni Quaranta per protestare contro l’adesione alla NATO voluta dalla Dc e dai suoi governi, avevano impostato la mobilitazione. La guerra, come si evince dal documento di Port Huron e da tante altre testimonianze, veniva contestata “in sé e per sé” dato che lo scoppio del conflitto atomico sarebbe stato esiziale per l’intera umanità. Ma pochi anni dopo il rifiuto della guerra si politicizzò ulteriormente e diventò la condanna della guerra imperialista combattuta dagli USA contro un piccolo Paese che eroicamente resisteva all’aggressione: il Vietnam! Aiutare il Vietnam, inteso come realtà storica, geografica, nazionale, specifica, significava per certi versi trascendere la sua specificità assolutizzando il suo valore di esempio morale, il suo essere incarnazione di un principio: la ribellione dei popoli del mondo contro l’imperialismo. “Creare due, tre, molti Vietnam”, “Portare il Vietnam a casa”, “Fare dell’università e dei luoghi di lavoro il nostro Vietnam”, “Il Vietnam è dentro ogni militante che combatte l’imperialismo”.

 Il centro-sinistra, dopo una prima fase nella quale aveva realizzato alcune riforme (nel 1962 il governo presieduto da Amintore Fanfani aveva nazionalizzato l’industria elettrica, attuato la riforma della scuola media innalzando l’obbligo scolastico a 14 anni, preparato un programma per l’edilizia popolare) e un intenso dibattito si era aperto sul riformismo possibile nella prima metà degli anni Sessanta, si era arenato di fronte alle grandi questioni del Paese: portare a compimento un processo pienamente democratico, affrontare e risolvere la “questione meridionale”, dare attuazione allo stato sociale, riformare la struttura dello stato, e via dicendo; in pratica attuare la Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza. Ma ciò fu impossibile per le forti resistenze delle forze conservatrici, che non disdegnarono i tentativi golpisti ed eversivi come dimostrava la vicenda del “Piano Solo”, organizzato dal generale dei carabinieri De Lorenzo (1964) e lo scandalo del SIFAR (1967), che squadernò le trame che i servizi segreti avevano ordito in accordo con uomini politici di destra per ostacolare la politica di riforme. D’altra parte in quegli anni, seppur in un processo di crescita elettorale, era entrata in crisi la strategia che il PCI aveva sposato nel 1956 (dopo il XX congresso in URSS e i fatti di Ungheria), quella della “via italiana al socialismo”.

Il fallimento del centro-sinistra e al tempo stesso l’impossibilità di uno sbocco di governo delle sinistre fece precipitare il Paese in una deriva pericolosissima che segnerà tutto il decennio degli anni Settanta. Al quadro qui delineato occorre aggiungere un altro tassello importante: la nascita nei primi anni Sessanta dei gruppi e delle organizzazioni, che poi diventeranno movimenti e partiti, della “nuova sinistra”; alcuni di questi fortemente innovativi rispetto alla tradizione del movimento operaio italiano e internazionale, altri, anche se critici verso il PCI e l’Unione Sovietica, si mossero nel solco dell’ortodossia comunista richiamandosi schematicamente al marxismo-leninismo e aggiornandolo col maoismo.

Quali sono i “confini” degli anni Settanta? Iniziano e finiscono con due tremende stragi: piazza Fontana a Milano, 12 dicembre 1969, 17 morti e 88 feriti; stazione di Bologna, 2 agosto1980, 85 morti e più di 200 feriti. Ancora: iniziano con la crisi dei governi di centro-sinistra e finiscono con la conclusione dell’esperienza dei governi di solidarietà nazionale e possono essere collocati tra “l’autunno caldo” e “la marcia dei quarantamila” a Torino.  Sul piano internazionale i riferimenti essenziali sono la tragedia cilena, la crisi petrolifera, la vittoria del Vietnam, la “rivoluzione khomeinista”: complessivamente, se facciamo eccezione per l’esperienza cilena, un declino dell’imperialismo americano, che non ebbe come contraltare la riforma strutturale del sistema sovietico.

Dunque, negli anni Settanta nel nostro Paese le lotte e i movimenti ebbero una dimensione sociale, sindacale, rivendicativa, di concreto miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle grandi masse popolari, ma assunsero al tempo stesso una ispirazione, un progetto politico di trasformazione radicale della società in senso alternativo al sistema di potere dominante: ritornava all’ordine del giorno il tema della trasformazione socialista della società italiana – e non per caso la reazione sarà durissima (vedi i tentativi di golpe, le stragi, gli attentati, in pratica i rigurgiti fascisti e il pericolo concreto della “fascistizzazione”) – richiamando e ponendo il paragone con altri passaggi storici della vicenda italiana: il “biennio rosso” nel primo dopoguerra, la guerra di liberazione e il periodo delle sinistre al governo (1945–’47) cacciate dal “golpe bianco” di De Gasperi dopo la pace di Parigi (10 febbraio 1947) e il viaggio negli Stati Uniti, e ora si riproponeva nel biennio 1968-’69. Il fatto è che in Italia esisteva un forte, elettoralmente, e radicato, culturalmente egemonico e socialmente presente in tutto il Paese, Partito comunista, che dal1956 parlava di “via italiana al socialismo” (ci tornerò dopo), ma che il becero anticomunismo nostrano vedeva come il fumo negli occhi, il demonio in carne e ossa.

E poi non si può trascurare la presenza rilevante, significativa, incalzante, e in alcuni casi incisiva, di quella che è stata definita la sinistra extraparlamentare, la “nuova sinistra”, la sinistra rivoluzionaria, i filocinesi, i maoisti, decine di migliaia di militanti, soprattutto giovani, che tra il ’68 e il ’78 (pensiamo allo scioglimento di Lotta Continua e alla crisi che colpì questi gruppi dopo il ’77 con il cosiddetto “riflusso”) hanno occupato la scena in maniera rilevante. Grazie a tale presenza, che si aggiungeva – anche se in forte competizione - a quella della sinistra storica PCI e sindacato, si posero le basi dell’azione collettiva che rappresenta la cifra di tutto il decennio. Oltre alle lotte operaie, con una forza che raramente si era vista nella storia del movimento operaio italiano, furono imponenti le manifestazioni studentesche, mai viste prima, e le iniziative continue delle grandi masse popolari nel loro complesso. Di più: nacquero nuove forme organizzate in settori storicamente conservatori - magistratura democratica, medicina democratica – e in altri ambiti ci fu un fiorire di gruppi che organizzavano i cittadini in maniera attiva e partecipativa, centri sociali, consultori, asili, inquilini, proletari in divisa, carcerati (dannati della terra), con lo scopo precipuo di combattere l’individualismo e la frammentazione della società. E un’altra grande novità fu rappresentata dal risveglio del mondo cattolico che in tutti gli ambiti della società italiana mostrava voglia di partecipare, di prendere parte alla trasformazione che il Paese stava vivendo; del resto, qualche anno prima vi era stato il Concilio Vaticano II che aveva, per certi versi, aperto la Chiesa ai poveri, soprattutto quelli del Terzo Mondo. La svolta intrapresa da papa Giovanni XXIII fu la più importante nella storia della Chiesa, dopo il concilio di Trento, e fu anch’essa un segno della forza e irreversibilità dei mutamenti che erano in corso. E da noi nacquero le Comunità di base, le ACLI diventarono punto di riferimento di settori significativi del mondo del lavoro, la stessa CISL (nata da una scissione di segno anticomunista dalla CGIL negli anni Cinquanta) si radicalizzò e diventò protagonista, certo non da sola, dell’”autunno caldo” e delle lotte degli anni Settanta.

Gli anni Settanta si aprirono con l’approvazione dello “Statuto dei Lavoratori”, ministro del Lavoro era il socialista Giacomo Brodolini, che introdusse cambiamenti sostanziali nei rapporti di lavoro perché garantiva il rispetto dei diritti costituzionali nelle fabbriche e importanti libertà sindacali. Un altro momento importante della storia politica di quegli anni fu la secca sconfitta dei gruppi cattolici conservatori e integralisti, che, con l’appoggio della Democrazia Cristiana, promossero il referendum (1974) per l’abrogazione della legge sul divorzio approvata qualche anno prima (da poco era stato istituito il referendum abrogativo, diventava cioè possibile, a patto di chiederlo con cinquecentomila firme, indire un referendum popolare per abrogare una legge vigente). La sconfitta della DC, e dello schieramento di destra che si era creato, diede la misura della contraddizione tra la permanente centralità della DC nel sistema politico e le trasformazioni che si stavano realizzando nella società. Tutto questo mentre lo scontro sociale e politico si svolgeva con particolare intensità e mentre si esauriva il primo ciclo di sviluppo economico del secondo dopoguerra, che comunque aveva portato a nuovo protagonismo dei sindacati che avevano assunto centralità con grandi vertenze nazionali nel campo della sanità, della scuola, dei trasporti, delle pensioni, della casa.

Il quadro economico generale si presentava in maniera negativa, visto che persisteva una politica deflazionistica, in presenza di una continua fuga dei capitali, una fluttuazione della lira, soprattutto nel 1973, con una sostanziosa svalutazione negli anni successivi. Al tempo stesso, erano aumentati gli investimenti al Sud: sul totale nazionale erano passati dal 28,1% del 1969 al 33,5% del 1973:si trattava di una trasformazione veloce “non governata”, di uno sviluppo senza guida, che provocò tra l’altro molte esplosioni di protesta nel Mezzogiorno, come a Reggio Calabria, Pescara, L’Aquila, Battipaglia, Eboli, e tante altre. In pratica, la democrazia dei partiti si rivelò incapace di intercettare o orientare quelle ansie e quelle tumultuose domande della società: trovarono così ulteriore linfa le tensioni centrifughe e le spinte disgregatrici.

Gli anni Settanta sono, come abbiamo detto, quelli della grande avanzata del PCI (soprattutto alla metà del decennio), ma sono anche quelli nei quali non finisce il “regime democristiano” e persistono “strategia della tensione”, terrorismo e stragismo, tentativi golpisti e, nel complesso, una trama nera che le forze più reazionarie volevano utilizzare per imporre nel nostro Paese un governo filo-fascista, anche se esponenti importanti della politica governativa e degli apparati statali tentarono di mettere in piedi la teoria degli “opposti estremismi”, peraltro fallita abbastanza rapidamente.

Il sostegno a questa strategia veniva da settori importanti della DC e della finanza, dagli stati fascisti del bacino mediterraneo, dall’imperialismo americano: la tendenza alla “fascistizzazione” dello stato come sbocco alla crisi mondiale e italiana. In verità, si trattava di una tendenza storica della borghesia italiana a partire dall’immediato secondo dopoguerra, dato che quasi tutto il vecchio apparato statale venne ricostruito, i fascisti furono riammessi negli organi statali, mentre furono epurati i partigiani. Dunque, la continuità dello stato volle dire soprattutto continuità col passato fascista e liberale, nonché la scelta deliberata di non applicare la Costituzione.

La fascistizzazione dello stato era in sostanza la tendenza a calpestare gli stessi istituti e le stesse regole della democrazia parlamentare borghese e stravolgere, come detto, le norme costituzionali. E la fascistizzazione non poteva che incoraggiare le forze dell’estrema destra direttamente collegate con l’imperialismo, che portava con sé i grumi del fascismo: “L’imperialismo porta nel suo seno il fascismo come la nube porta nel suo seno la pioggia.” In quegli anni, peraltro, ebbe una certa risonanza la teoria dei corpi separati (servizi di sicurezza e altri organi affini), come artefici della “strategia della tensione”, teoria contrastata aspramente da quanti affermavano la natura di classe dello stato e dunque sostenevano che, in realtà, tutto lo stato è un corpo separato dalla società, l’organo di dominio di una classe sull’altra. Erano le forze della “nuova sinistra”, soprattutto dopo la strage di stato e gli attentati fascisti messi in atto con l’intreccio-complicità degli apparati statali, a contestare questa deriva revisionista del PCI che spesso scambiava le dichiarazioni ideologiche con la funzione reale: i corpi separati in realtà erano separati solo tecnicamente, ma certo non politicamente, dalle forze dominanti e anzitutto per loro stessa natura essi, più di altri organi, dipendevano strettamente dalle forze dominanti. Ed era anche vero che all’interno di questi organismi era consistente l’infiltrazione, l’intreccio coi servizi segreti di Paesi stranieri non perché legati a singoli personaggi, ma come politica generale dei governi italiani in quegli anni. Del resto, come diceva Lenin: “La migliore delle repubbliche parlamentari è, pur tuttavia, una forma di dominio di classe della borghesia”; e in Italia questo ruolo lo assunsero la DC, i settori statali ad essa collegati, le forze economiche rappresentate dalle grandi società finanziarie e dai grandi monopoli: con ciò non si vuole certamente affermare che tutta la DC, tutto l’apparato statale e tutte le forze economiche erano conquistate alla reazione, vogliamo sottolineare però che il processo di fascistizzazione avveniva all’interno di una lotta aspra che “infiniti lutti addusse agli Achei”. Fortunatamente i militanti degli anni Settanta non aspettarono fatalisticamente che il processo di fascistizzazione si compisse; anzi, esso fu arrestato e battuto perché la borghesia italiana non riuscì, fortunatamente, a portare a termine il suo disegno per la grande risposta, democratica e di massa, che il popolo italiano seppe dare.

A metà degli anni Settanta, dunque, il nostro Paese continuava a trovarsi in una condizione di democrazia bloccata, di “conventio ad excludendum” in virtù dei limiti imposti dagli accordi di Yalta (1945), che avevano segnato i decenni di guerra fredda: non per caso, parlare della storia d’Italia vuol dire rapportarsi necessariamente alla storia dell’Europa e del Mondo. Di più: la spaccatura del Paese rischiava di provocare guasti irreparabili e lo spettro che fu agitato, quello cileno, quello della drammatica conclusione dell’esperienza del governo di Unidad Popular guidato da Salvador Allende. Berlinguer, segretario del PCI, alla fine di settembre del 1973 scrisse tre articoli su “Rinascita”, il settimanale di cultura politica del partito, nei quali, dopo una lunga e complessa analisi, lanciò la proposta del “compromesso storico”, che trovò ascolto soprattutto nella componente morotea della DC e che, probabilmente, sarà anche la causa dell’uccisione dello statista democristiano. Il quale, per un certo periodo, seguì la tattica che aveva portato avanti nel 1960 con Tambroni: in quell’occasione dimostrò, dopo lo spargimento di sangue del luglio ‘60, che l’unica strada percorribile sarebbe stata, con tempi propri della “balena democristiana”, il centro-sinistra; in quel momento voleva far vedere, anche ai più scettici, che non vi era alternativa all’apertura, prima, e all’accordo, dopo, col PCI, contravvenendo clamorosamente alla rigida divisione stabilita dagli accordi bipolari tra le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale e che nessuno aveva potuto, perché qualcuno aveva voluto ma era finito male, infrangere.

E il cerchio sembrò chiudersi dopo le amministrative del 1975, nelle quali si registrò una grande avanzata del PCI che rappresentava più di un terzo dell’elettorato italiano, e poi alle politiche del1976, nelle quali non si ebbe lo sfondamento del partito di Berlinguer, né la “fine del regime democristiano”, perché il PCI mantenne le percentuali precedenti e la DC ebbe un calo, ma non crollò. In pratica, si posero le basi per la “solidarietà nazionale”, che nelle intenzioni di Moro e Berlinguer avrebbe dovuto avere come sbocco organico il compromesso storico.  La gravità della crisi economica e finanziaria che seguì al forte aumento del prezzo del petrolio (1973), diede particolare rilievo alla proposta del segretario del PCI, che ebbe ascolto da parte del nuovo segretario della DC, il moroteo Benigno Zaccagnini, e spinse Moro ad aprire la “terza fase” della vita politica italiana allargando ai comunisti la collaborazione governativa. E così per la prima volta, dopo l’esperienza dei governi di coalizione antifascista del dopoguerra, si formò una maggioranza parlamentare che includeva anche il Partito comunista in una situazione economica e politica drammatica: l’inflazione aveva superato il 15%, il Paese soffriva una stagnazione della produzione di cui era difficile prevedere la durata, il terrorismo spadroneggiava. Ma i grandi progetti si concretizzarono con uno sbocco che dimostrava l’infondatezza della proposta, visto che la DC era stata, e continuava ad essere, il perno del sistema di potere della borghesia italiana dopo la Seconda guerra mondiale: nacque così il governo Andreotti (!), che non vedeva la partecipazione diretta del Partito comunista, che si limitava a non votare la sfiducia all’esecutivo, consentendone l’insediamento. Anche il PSI si orientò per la “non sfiducia”, mentre gli altri partitiche facevano parte dell’alleanza del quadripartito votarono la fiducia. Furono quasi due anni drammatici e logoranti soprattutto per il PCI, attaccato da più parti e incapace di affrontare il nodo di fondo della sua strategia: in che modo un partito comunista (in occidente), radicato e forte elettoralmente, può governare? Quali alleanze, quali scelte economiche, quali passaggi istituzionali deve compiere?

Nel marzo del ’78 Andreotti formò un nuovo governo di solidarietà nazionale, sostenuto questa volta anche da comunisti e socialisti: si trattava di una svolta epocale, determinata soprattutto dall’imperversare del terrorismo “rosso” – Brigate rosse, Prima linea, Nuclei armati proletari e altri – molto diverso da quello fascista.

La vicenda si chiuderà drammaticamente con il rapimento di Moro (16 marzo 1978), i 55 giorni della “prigionia”, l’uccisione e il ritrovamento del suo cadavere in Via Caetani, la strada che collega Via Botteghe Oscure e Piazza del Gesù, il 9 maggio 1978. Con la scomparsa di Moro, la dialettica delle forze politiche esistente negli ultimi anni si orientò verso moduli relativamente nuovi. Il “progressismo conservatore” del leader DC, fondato su un’originale saldatura tra tattica e strategia e su un determinato progetto egemonico, era finito con lui. Gli equilibri interni alla DC non tardarono a ricomporsi. La prospettiva del compromesso storico si indebolì irrimediabilmente e in breve tempo si esaurì l’esperienza del governo di solidarietà nazionale: il PCI tornò all’opposizione lanciando la politica dell’Alternativa democratica e tentò di ripercorrere la strada dell’opposizione sociale, in particolare al Sud (la gestione del dopo terremoto) e alla Fiat, che non fu certo foriera di successi.

La stagione delle lotte operaie e studentesche, del protagonismo della società civile, dei movimenti collettivi e di altro ancora, andò lentamente esaurendosi. La chiusura può essere stabilita da un altro ferocissimo attentato, così come Piazza Fontana aveva inaugurato il decennio, quello alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, uno dei principali snodi ferroviari del Paese. Ancora una volta, dopo vari depistaggi, le indagini appurarono le responsabilità dei terroristi fascisti e la complicità di settori significativi dei servizi segreti; ma soprattutto iniziava una fase storica molto diversa rispetto a quella degli anni precedenti.

La conclusione del decennio era caratterizzata da una svolta neoconservatrice a livello planetario: nel ’78 era salito al soglio pontificio Karol Wojtyla (autore di un’azione anti-conciliarista), nel ’79 Margaret Thatcher aveva vinto le elezioni in Gran Bretagna, nel 1980 il repubblicano Ronald Reagan aveva vinto le elezioni presidenziali negli USA, e infine nel 1982 il cattolico Helmuth Khol riguadagnava il potere nella Germania federale. L’intero scacchiere occidentale si posizionò sul versante neoconservatore; infatti, la congiuntura di qualche anno prima, favorevole alle sinistre, incontrava serie difficoltà o subiva un drastico ridimensionamento. Ancora più netto fu il cambiamento, in peggio, in campo economico: l’offensiva liberista, che portava il segno del reaganismo, venne attuata attraverso le riconversioni industriali, collegate ai processi di mondializzazione e finanziarizzazione delle società capitalistiche più sviluppate, con l’emergere e il potenziamento di nuovi gruppi imprenditoriali e finanziari, con la riduzione del proletariato di fabbrica, con la crescita del terziario e dei ceti intermedi. Inoltre, conteranno altri aspetti, per dir così sovrastrutturali, come “la crisi delle ideologie”, un ricambio delle generazioni, l’avanzata di un sistema di valori basato sul successo e sul denaro, nonché l’accresciuta influenza dei mass media su una società più individualizzata e autonomizzata rispetto a quelle dei decenni precedenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*docente di Filosofia e Storia, ha insegnato nei licei fino al 2019. È stato per oltre un decennio supervisore del tirocinio per le attività della S.I.S.S.I.S. presso l'Università di Catania per l'indirizzo universitario di Scienze Umane (Filosofia, Storia, Scienze dell’Educazione) e per il Tirocinio Formativo Attivo (TFA) per l’abilitazione all’insegnamento nella scuola secondaria di primo e secondo grado, presso l’Università degli Studi di Catania. Ha approfondito il pensiero di Platone, «Il “Parmenide” come momento fondamentale della fase critica del platonismo», e ha pubblicato un testo (con altri autori) sull’insegnamento della filosofia, «Dalla meraviglia alla conoscenza umana», Casa Editrice La Tecnica della Scuola, Catania 1999. È autore di un saggio sul pensiero di Gramsci, «Gramsci e la Questione meridionale», pubblicato nel volume collettaneo “Gramsci e la storia d’Italia”, Edizioni Unicopli Milano, prima edizione 2008. Ha pubblicato, inoltre, un libro sul movimento del Sessantotto, «'68, CHE PASSIONE!», C.U.E.M.C., Catania, 1988 e un saggio nella rivista “MERIDIONE, Sud e Nord nel Mondo”, Edizioni Scientifiche Italiane, Anno XIX, Numero 2-3, Aprile-Settembre 2019, “Riflessioni sul Sessantotto cinquanta anni dopo: occasione mancata!?”. Ha curato la presentazione dell’Anti-Dühring di F. Engels, dal titolo “Come interpretare la realtà materiale e trasformarla”, La Città del Sole, volume XXV Marx-Engels, opere complete, 2016, Napoli. È stato militante e dirigente del Movimento Studentesco – Movimento Lavoratori per il Socialismo, del PdUP e di Rifondazione Comunista. È presidente dell'Associazione Etnea Studi Storico−filosofici di Catania, che si occupa della formazione dei docenti e degli alunni.  Con questo articolo Salvatore Di Stefano inizia a collaborare a “Cumpanis”.