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Dal PCI al PD

La bramosia di potere

della cosiddetta sinistra

di Vittorio Gioiello

direttore del Cespi (Centro Studi Politici Internazionali)

“per un percorso di ricerca teorica collettiva, indispensabile se si intende mantenere in piedi una forma di organizzazione dei comunisti in questo paese”

 

 

Premessa

 

Con queste note intendiamo mettere in evidenza che non vi era nessuna “situazione oggettiva” che comportasse lo scioglimento del maggiore partito comunista d’occidente, che nelle analisi dell’ultimo Berlinguer, quello che, dopo l’esperienza negativa della “solidarietà nazionale”, rompe la camicia di forza che la destra del partito gli aveva stretto intorno, vi erano in nuce gli elementi teorici per affrontare la fase che si era aperta nella crisi capitalistica. E il “nuovismo” su cui si disloca il nuovo gruppo dirigente non ha alcun fondamento, se non quello legato alla “bramosia del potere”, giocata in modo del tutto subalterno alle classi dominanti.

È Gramsci che legge in modo corretto il rapporto tra conservazione e innovazione:

 “In realtà, se è vero che il progresso è dialettica di conservazione e innovazione e l’innovazione conserva il passato superandolo, è anche vero che il passato è cosa complessa, un complesso di vivo e di morto […] Ciò che del passato verrà conservato nel processo dialettico non può essere determinato a priori, ma risulterà dal processo stesso, avrà un carattere di necessità storica, e non di scelta arbitraria da parte dei cosiddetti scienziati e filosofi”. (Quaderni del carcere”, Einaudi, 1975, Q.10, pp. 1325-26)

 

“Indimenticabile ‘89”, così è stato definito quell’anno dall’allora segretario del Pci, Achille Occhetto, che ne trarrà il convincimento di cambiare nome al suo partito. Al contrario di quanto era avvenuto dopo la repressione della protesta studentesca di piazza Tien an men a Pechino, il 3 giugno dello stesso anno: nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo del 18 giugno, il Pci aveva tenuto e il suo segretario aveva sostenuto che non c’era necessità di cambiare nome al partito, visto che ciò che era successo a Pechino non aveva nulla a che fare con la storia dei comunisti italiani. Invece, la “fine della guerra fredda” spinse Occhetto a enunciare la necessità di “andare oltre” la tradizione dello stesso partito comunista italiano. E, naturalmente, finì per identificare la storia del Pci con quella dei partiti al potere nei regimi dell’Est.

Questi funambolismi sono tipici del personaggio, ma per comprendere, al di là degli aspetti trasformistici di Occhetto, le vicende che hanno portato alla fine del Pci bisogna risalire alla fine dell’esperienza della “solidarietà nazionale”.

Non è possibile, nell’economia di questo articolo, analizzare nello specifico i caratteri della cosiddetta “anomalia italiana” (o “caso italiano”), che, non a caso, ha suscitato la particolare “attenzione” della Trilateral, ci limitiamo a constatare che è nel triennio della solidarietà nazionale che avviene una rottura tra la politica del Pci e società italiana. Iniziato con la vittoria del Pci (l’“anomalia italiana”), il triennio si conclude non solo con la sua pesante sconfitta politica, ma soprattutto con il mutamento di segno politico-culturale che quella vittoria implicava e registrava. E per illuminare il contesto ideale e politico attuale è proprio dall’analisi sugli anni ’70 che bisogna partire. Da allora si avvia un processo di distruzione di ogni legame sociale, che produce una cultura della società sostanzialmente nichilista. Questo esito è determinato dalla espulsione del marxismo dalla storia del nostro paese, e ha fatto sì che la critica del marxismo sia approdata, inevitabilmente, verso la destra radicale.

 

 

 

Aspetti dell’offensiva neo-conservatrice

 

Infatti, negli anni settanta si dispiega, a livello internazionale, l’offensiva neo-conservatrice con questa lettura: “Vi è una crisi della democrazia prodotta da un sovraccarico di domanda, è necessaria una riduzione della complessità per realizzare la governabilità del sistema”.

Quella che diventa vera e propria teoria dominante, prefigurandosi come una nuova teoria generale, è il neo-funzionalismo sistemico o teoria della complessità, elaborata da Niklas Luhmann. La parola chiave della teoria luhmaniana è complessità e vuol rappresentare la crisi di ogni “spiegazione semplice” del mondo e dei processi sociali: “il mondo è complesso e rende sempre più inafferrabile la totalità degli elementi e dei dati”. Perciò, non è più pensabile alcun “soggetto generale” che riesca a conoscere la totalità.

Traducendo e banalizzando (ma neanche eccessivamente): non è pensabile che un partito, una organizzazione, un intellettuale collettivo, riesca ad interpretare il mondo nel suo complesso. Ed è ovvio che, se non riesce ad interpretarlo, è assurdo che pretenda di trasformarlo!

Questa cultura politica ha come obiettivo quello di produrre una sorta d’impotenza a leggere i processi storici nel loro reale svolgimento. E il suo carattere dominante risiede nel suo essere teoria generale, teoria che tende ad uniformare forme di stato e forme di governo della società all’interno delle categorie di “governabilità”, “stabilità” ed “efficienza” tipiche del pensiero conservatore (di N. Luhmann suggeriamo: “Potere e complessità sociale”, 1979; “Come è possibile l’ordine sociale”, 1985).

È la teoria che, a metà degli anni settanta, indirizza i lavori dell’allora costituenda Trilateral. Diverrà il punto di riferimento teorico del cosiddetto “nuovo corso” occhettiano.

Sempre negli anni settanta cominciò a guadagnare il centro della scena il movimento neoliberista, sostenuto da vari think-tanks ben finanziati (derivanti dalla società di Mont Pelerin, come l’Institute for Economic Affaire di Londra e la Heritage Foundation di Washington), con crescente influenza all’interno del mondo accademico, in particolare all’Università di Chicago, dove dominava Milton Friedman.

Elemento centrale nella nuova filosofia della destra radicale è quello rappresentato dai temi dell’anticollettivismo e dell’antistatalismo. L’antistatalismo è stato rimesso a nuovo grazie all’avanzata sul piano internazionale del monetarismo. sono le panacee dell’individualismo possessivo e del libero mercato di Hayek e Friedman, che   ribaltano il keynesismo imperante nel dopoguerra. Vi è stata una riscoperta della scuola austriaca con beatificazione di Hayek, von Mises e Popper. Come ai primi del novecento, ci si ispira all’“economia delle scelte” che ha assunto la forma di una riscoperta della scuola austriaca di Carl Menger e prosecutori. È la teoria marginalista, che muove da una psicologia dei bisogni da soddisfare. Secondo i marginalisti, infatti, costi e prezzi relativi della sfera produttiva sono determinati dal mercato dei bisogni – o del consumo, che si preferisca dire. Di qui la presunta “sovranità del consumatore” rispetto al produttore, che diventa, inconsapevolmente, un pubblico servitore, che rischia di non incontrarsi coi consumatori.

Muovere, per la determinazione dei valori/prezzi relativi, dal mercato della produzione anziché muovere, per imputazione, dal mercato dei consumi è, per i marginalisti (o neoclassici), tanto un errore teorico che misconosce i criteri di scelta, quanto un rischio di socialismo e di marxismo, in quanto Marx su questo “errore” imposta le sue teoriche di sfruttamento ecc.

È all’interno di questo quadro politico-culturale che va analizzato il processo che porta allo scioglimento del PCI e alle varie sequenze per portano alla formazione del PDS; dei DS e infine del PD.

 

 

 

Il cosiddetto “nuovo corso” socialista e Norberto Bobbio

 

E venendo alle vicende italiane, altro aspetto di cesura, rispetto all’analisi marxista, è la considerazione della necessità di passare dal “totalitarismo”, categoria entro cui viene identificata la storia passata, alla “rivoluzione liberale”. A dare vita a questa operazione è Norberto Bobbio, il quale nella seconda metà degli anni ’70 muta radicalmente giudizio sul marxismo italiano, su Gramsci, sul Pci, rispetto al modo come egli stesso si era rapportato a tali questioni negli anni ’50.

Bobbio muta il giudizio sul Pci, del quale viene messo in discussione il carattere democratico, sia quello su Gramsci, la cui dottrina dell’egemonia viene considerata ora come una variante della dittatura del proletariato, sino a riproporre contro il Pci e il marxismo italiano la nozione di totalitarismo e, più in generale, una veduta della storia d’Italia incentrata sulla contrapposizione tra totalitarismo e liberalismo, nella quale è contenuta, seppure in nuce, la tematica della cosiddetta II Repubblica. È in questo contesto che nasce e si afferma Craxi, il quale ha contribuito ad accelerare e a rendere esplicita la crisi del sistema politico italiano. Basta pensare al ruolo svolto dal tema del “presidenzialismo” e a quello della “Grande Riforma”. È in tale contesto culturale e politico che va collocata anche la nascita della destra, la formazione di uno spazio politico a destra, nel quale la contrapposizione tra liberalismo e totalitarismo assume più coerentemente la forma di una rottura di sistema.

È tutta una cultura, presidenzialista e antipartitocratica, che entra ora in contatto con la società.

Un ruolo fondamentale in tutto ciò lo ebbe, innanzitutto, Cossiga, il quale dal Quirinale rimise in circolo due capisaldi fondamentali della tradizione missina (la critica antipartitocratica connessa all’ipotesi di una riforma in senso presidenzialistico; la questione del superamento della pregiudiziale antifascista) che rilanciarono di fatto il paradigma neofascista. È dentro questo contesto culturale e politico che va collocata la centralità di Craxi, prima, e poi la presidenza Cossiga, che innesta una fase di radicalizzazione che favorisce di fatto lo sviluppo della destra. Ma questo passaggio non sarebbe avvenuto senza la trasformazione del Pci in Pds, il modo in cui il Pci è uscito di scena, rimuovendo e condannando la sua storia.

 

 

 

L’ultimo Berlinguer, la questione morale, la difesa della costituzione

 

Berlinguer dal 1981 aveva tentato di rimediare agli sbandamenti degli anni della “solidarietà nazionale”. Riferendosi al pensiero di Gramsci, l’ultimo Berlinguer, quello che rompe con la politica della solidarietà nazionale, fa della questione morale il cardine di una strategia politica che si rivelerà quasi profetica, prima del tempo. La centralità della questione morale nasce, fondando la proposta politica di un’alternativa democratica, nei giorni successivi al terremoto dell’Irpinia e della Basilicata del novembre del 1980. Nasce dopo aver visto le macerie del terremoto e quelle delle istituzioni colpevoli dei drammatici ritardi nei soccorsi denunciati dal Presidente Sandro Pertini: quelle macerie mettevano a nudo quanto ci fosse stato di un sistema politico e istituzionale corroso e malato.

E Berlinguer, in un’intervista, afferma in quei giorni che “il processo di distacco tra Paese e istituzioni” è arrivato ad un punto drammatico. “La questione morale esiste da tempo. Ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale, poiché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni”. Berlinguer teme che “lo scivolamento verso esiti oscuri e avventurosi prima o poi divenga inevitabile”. Vede il rischio – quale profezia quattordici anni prima della “discesa in campo” dell’uomo delle televisioni! – che questa crisi si risolva “invocando un “uomo forte”, e “cambiando il carattere parlamentare della nostra democrazia”.

Il 28 luglio 1981 Enrico Berlinguer rilascia una celebre intervista al direttore de “la Repubblica” in cui sottolinea tematiche che oggi, a 29 anni di distanza, tornano ad essere drammaticamente attuali.

Vi si afferma che i partiti sono soprattutto macchine di potere e di clientela; hanno scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente; sono senza idee e ideali, con programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”.

Analizzando la crisi capitalistica, Berlinguer prosegue: “pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Ma siamo convinti che si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, della sfiducia, della disperazione”. (In Conversazioni con Berlinguer”, Roma, 1984, p. 255)

È dalla negazione di questa strategia che nasce la “svolta” occhettiana. Ma prima di giungere “all’indimenticabile ‘89” occorre analizzare i prodromi di una linea subalterna all’ideologia dominante, che matura ben prima di quella data emblematica.

È sempre Berlinguer, nella prefazione ai Discorsi parlamentari di Togliatti, a focalizzare il nesso tra questione morale e questione istituzionale:

“[…] la profonda esigenza di restituire alle istituzioni la funzionalità e il ruolo che spetta loro in una Repubblica democratica a base parlamentare viene distorta e tradita. Attraverso alcune delle ‘riforme’ di cui si sente oggi parlare si punta a piegare le istituzioni, e perciò anche il parlamento, al calcolo di assicurare una stabilità e una durata a governi che non riescono a garantirsele per capacità e forza politica propria.

[…] Anche la irrisolta questione morale ha dato luogo non solo a quella che, con un eufemismo non privo di ipocrisia, viene chiamata la Costituzione materiale, cioè quel complesso di usi e di abusi che contraddicono la Costituzione scritta, ma ha aperto anche la strada al formarsi e al dilagare di poteri occulti eversivi – la mafia, la camorra, la P2 – che hanno inquinato e condizionano tuttora i poteri costituiti e legittimi fino a minare concretamente l'esistenza stessa della nostra Repubblica.

Di fronte a questo stato di cose, di fronte a tali e tanti guasti che hanno una precisa radice politica, non si può pensare di conferire nuovo prestigio, efficienza e pienezza democratica alle istituzioni con l'introduzione di congegni e di meccanismi tecnici di dubbia democraticità o con accorgimenti che romperebbero anche formalmente l'equilibrio, la distinzione e l'autonomia (voluti e garantiti dalla Costituzione) tra Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, e accentuerebbero il prepotere dei partiti sulle istituzioni”.

 

È palese, quindi, l’opposizione di Berlinguer a qualunque ipotesi di cosiddette “riforme istituzionali”.

 

 

 

Ingrao sul terreno delle cosiddette “riforme istituzionali”

 

Di converso, alla fine degli anni Ottanta, in un “Osservatorio Istituzionale” curato dal Centro per la riforma dello stato, allora presieduto da Pietro Ingrao, si è testualmente sostenuto dinanzi alle pressioni del Psi di Craxi che “l’ipotesi di riforme avanzata (elezione diretta del capo dello stato) e la procedura suggerita per realizzarla (referendum propositivo) non possono tuttavia essere pregiudizialmente demonizzate”, e ciò sul presupposto che “il regime presidenziale è solo una tra le molteplici forme di governo sperimentate nella vicenda degli stati democratici, moderni e contemporanei”.

Particolarmente dal 1987 – prima quindi della caduta del “muro di Berlino” – la deriva ha preso corpo preciso dopo la sortita dello stesso Ingrao a favore di un “governo costituente” a termine per una più rapida attuazione delle riforme istituzionali “più urgenti” con la partecipazione dei comunisti; per “un riesame del sistema elettorale” (v. Atti del XVII Congresso), sulla scia di tutto un arco di proposte avanzate da destra, variamente ma univocamente orientate a ritornare a soluzioni di stampo autoritario, contro la proporzionale e per l’uninominale, con il mistificante richiamo alla contrapposizione tra un presunto “accrescimento del potere di scelta del corpo elettorale” e del peso negativo del sistema dei partiti di massa, che la cultura dominante della destra sociale e politica ha sempre bollato nei termini della cosiddetta “partitocrazia” con lo storico obiettivo di delegittimare il pluralismo sociale, l’autonomia sociale e politica della classe operaia, e quindi le organizzazioni in cui essa aveva con la resistenza trovato gli strumenti di rafforzamento delle lotte contro il capitalismo. La proposta di Ingrao precisava addirittura che l’obiettivo era quello di una “alternativa” di programma e di schieramento alle politiche della Dc, e più chiaramente e pericolosamente per consentire quel metodo di “alternanza” nella direzione del paese - e quindi al Governo - che era alla radice della linea di condotta spregiudicata già affermata nei fatti dal craxismo e dall’intero Psi in nome della “grande riforma”, volta a istituzionalizzare la preminenza dell’esecutivo e dei poteri forti sulle assemblee elettive e quindi contro il principio della sovranità popolare.

La proposta allora minoritaria dell’autore di Masse e potere, si è rapidamente fatta strada con Occhetto che, nel 1986 (quando era “coordinatore” della segreteria del Pci) cominciò a parlare di “democrazia compiuta” per superare la proporzionale nelle elezioni locali. E nel 1987 (quando era “vicesegretario” dello stesso Pci) si spinse ad un più generale “ripensamento di leggi elettorali” compresa quella nazionale, che si inquadrasse nel “mutamento di ottica” con il noto slogan della “discontinuità” fondata sulla critica alla cosiddetta “democrazia consociativa” in nome della riconosciuta esigenza di “governare più che di mediare”. Occorreva prefigurare una strategia di “alternativa” imperniata sulle riforme istituzionali che lasciasse alle spalle una posizione “oggettivamente” (anche se “nobilmente”) conservatrice”, ponendo in primo piano “la questione del Governo”, prendendo nelle mani le ragioni “della stabilità”, della capacità di governo, della efficacia e della efficienza dell’azione pubblica”.

Non si può non osservare che se la cultura di governo è quella che vede perseguire riforme istituzionali come rafforzamento dell’esecutivo, vuol proprio dire che si configura come cultura “neutra” che accomuna, in nome dell’efficienza, chiunque sia al governo per stabilizzare il potere sociale dominante. Mentre al contrario la cultura marxista e alternativa al capitalismo deve coerentemente puntare sul potere delle masse e, per esse, degli strumenti di democrazia di base e delle assemblee elettive, nella logica con cui le lotte degli anni 68-75 avevano creato spezzoni di potere nuovo verso la democratizzazione e la socializzazione del potere che oggi non vengono neppure rammentate, in nome della rincorsa acritica al “cambiamento”, al “nuovo”, in generale alle riforme istituzionali. Il PCI era stato di “opposizione”, non già perché (come ogni formazione politica) non avesse in prospettiva il compito di portare la classe operaia alla direzione dello stato, sebbene perché poneva come condizione che il programma di governo comprendente i comunisti aprisse una fase di attuazione dei principi costituzionali di democrazia sociale.

Per mettere ulteriormente in evidenza la subalternità di un intero gruppo dirigente al tema delle “riforme istituzionali”, giova ricordare come Aldo Tortorella, allora responsabile della commissione per le politiche istituzionali del PCI, nel febbraio del 1987, in una relazione al CC, attua anch’egli una rottura con la strategia che aveva collocato, fino a quel momento, il partito tra le forze che con più coerenza difendevano il sistema politico uscito dalla Costituente. In quel CC Tortorella afferma che il “nuovo PCI” è tra le forze che vogliono “sbloccare il sistema politico”. Il senso di quella affermazione Tortorella lo specificherà in un saggio del gennaio 1988 su “Politica ed economia”:

“La rivendicazione, da parte di Togliatti, delle regole liberal-democratiche e della idea di nazione come patrimonio essenziale del movimento operaio e socialista, fu determinante per il radicamento e per l’educazione del PCI. Non giovò invece una distinzione tra “democrazia formale” e “democrazia sostanziale”, concepita come se la seconda assorbisse la prima […] Non era esatta l’idea che la trasformazione dei rapporti proprietari determinasse di per sé stessa una condizione superiore di democrazia”.

Il rifiuto della distinzione tra democrazia formale e democrazia sostanziale non poteva altro che significare la chiusura con l’elaborazione togliattiana della “democrazia progressiva”. Bisognava liberarsi della “doppiezza” togliattiana. Se Togliatti aveva sostenuto l’esistenza di un nesso dialettico e inscindibile tra “democrazia” e “socialismo”, nelle tesi del XVIII Congresso si affermerà che “la democrazia è la via al socialismo”.

 

 

 

Un altro “nuovo corso”… occhettiano

 

Il “nuovo corso” (così verrà definito il ribaltamento di strategia) si colloca su un terreno democratico-borghese, se non liberal-borghese. Dahrendorf, Hirschman, Thurow, Wlazer, Kelsen vengono “scoperti” ed assunti.

La stagione dei diritti parte da qui: è l’americanismo. Infatti, negli Usa dilagano teorie atomistiche che identificano l’espansione della democrazia con l’accrescimento progressivo dei diritti individuali. Si imbracciano, perciò, i diritti di “cittadinanza sociale” inesorabilmente cartolari e privi di reale consistenza e si abbandona la lotta per un nuovo tipo di “potere”, che aveva comportato strategie “reali” così legate alla materialità dei rapporti sociali da scatenare contro il movimento operaio italiano e la democrazia l’ideologia del centro sinistra, l’ideologia del fascismo, il terrorismo “nero” e “rosso”, l’organizzazione di poteri “occulti” di vecchio e nuovo conio come mafia-camorra-‘ndrangheta da un lato, e servizi segreti di Stato, massoneria di varia collocazione come la P.2, centri di potere internazionale, dall’altro lato.

Il primo congresso dopo la morte di Berlinguer – il XVII – si svolge a Firenze nell’aprile 1986. In quel congresso verrà sancita l’appartenenza del Pci alla sinistra europea di cui si dichiara “parte integrante”. È la sanzione del prevalere della destra comunista che ha in Napolitano il suo esponente principale. Sono parole che vanno nella direzione auspicata dalla corrente migliorista: l’omologazione del PCI nell’ambito delle forze che si riconoscevano nell’Internazionale socialista, la fine della berlingueriana “diversità comunista”.

In una intervista a Critica marxista dell’aprile 1981 Berlinguer metteva in evidenza come:

“La difficoltà in cui si sono imbattuti i partiti socialdemocratici sta …in ciò: che la loro politica, illudendosi di essere “realistica e concreta”, nei fatti è diventata spesso adeguamento alla realtà così come essa è, e ha portato alla messa in parentesi dell’impegno al cambiamento dell’assetto dato, li ha portati cioè all’offuscamento e alla perdita della propria autonomia ideale e politica dal capitalismo. La nostra diversità rispetto alla socialdemocrazia sta nel fatto che a quell’impegno trasformatore e a quella autonomia ideale e politica noi comunisti non rinunceremo mai”. (in “Critica marxista”, Editori Riuniti, 1981, pp.11,12)

 

Ciò che distingue il Pci dai partiti socialdemocratici europei sta dunque per Berlinguer nell’anomalia con cui i comunisti “stanno nella storia”: nel credere alla costruzione di una marxiana “società di liberi e di uguali”, ovvero alla possibilità di trasformare i rapporti sociali di produzione, in modo da rendere la società a misura d’uomo, facendo avanzare forme nuove di socialismo. Il Pci non deve omologarsi agli altri. Più democrazia e più socialismo devono essere gli ingredienti. Non solo l’una o solo l’altro.

Nella stessa intervista Berlinguer specifica quale concezione debba caratterizzare la “diversità” dei comunisti:

“La principale diversità del nostro partito rispetto agli altri partiti italiani, oltre ai requisiti morali e ai titoli politici che noi possediamo e che gli altri stanno sempre più perdendo…, sta proprio in ciò: che noi comunisti non rinunciamo a lavorare e a combattere per un cambiamento della classe dirigente e per una radicale trasformazione degli attuali rapporti tra le classi e tra gli uomini, nella direzione indicata da due antiche e sempre vere espressioni di Marx: non rinunciamo a costruire una “società di liberi e uguali”, non rinunciamo a guidare la lotta degli uomini e delle donne per la “produzione delle condizioni della loro vita”. (idem, p.10)

 

E prosegue:

“Oggi, lo sforzo della classe operaia (e del partito) per affermare la propria autonomia ideale e politica rispetto alla società capitalistica, nasce dalla ripulsa dei “valori” dominanti. Per esempio, uno dei valori costitutivi e fondanti delle società capitalistiche è l’individualismo, la contrapposizione fra gli individui, la lotta di ciascuno contro tutti gli altri, di ciascun gruppo o corporazione chiusa in se stessa contro tutte le altre. La classe operaia, e noi comunisti, tendiamo ad affermare invece il valore della solidarietà di classe e della solidarietà di tutti gli oppressi e gli sfruttati. Con ciò è chiaro che noi apriamo una lotta, perché siamo convinti della necessità, della possibilità e della utilità generale di costruire rapporti nella società e nello Stato fondati sul ribaltamento di quel valore, di quella idea base del capitalismo, che è appunto l’individualismo”. (idem, p.11)

 

Il prius della “diversità” di Berlinguer non stava, quindi, nell’etica, ma in una concezione della politica e degli obiettivi della politica. Altro aspetto da mettere in evidenza sulle tesi del XVII congresso è la lettura degli aspetti contradditori della società: è il congresso ove accanto alla “contraddizione di classe” si leggono “le contraddizioni trasversali” (dell’ambiente, della vita e del rapporto uomo-donna). Questa “scoperta” verrà giocata tutta in termini antioperai. Viene decretata la fine della centralità della classe operaia come conseguenza del passaggio dal “lavoro”, ai “lavori” tecnicamente qualificati e differenziati da quelli dell’operaio-massa, pervenendo così ad un completo rovesciamento delle proprie posizioni teoriche e strategiche. Anche su questo terreno vi è una subalternità all’ideologia dominante.

 

 

 

Innovazione tecnologica, predizioni millenaristiche, “fine (!) del lavoro”

 

Agli inizi degli anni ottanta la diffusione della microelettronica diventa di massa, con il dilagare del personal computer e con l’introduzione su larga scala di sistemi di controllo di processo e di controllo informativo nelle unità produttive. A fronte di questi processi vi è la rinuncia ad analizzare i meccanismi attraverso i quali l’innovazione tecnologica nasce, si diffonde, incide sull’occupazione e sul tempo libero, sulle condizioni di vita e di lavoro.

Si sconfina, invece, in predizioni millenaristiche, come quelle della “fine del lavoro” o della “soddisfazione totale dei bisogni” attraverso l’automazione.

[Buona parte di queste estrapolazioni sono identiche a quelle che verso la metà degli anni sessanta si facevano a proposito dell’informatica. Analoghe le speranze: due soli calcolatori sarebbero bastati a soddisfare le esigenze di calcolo mondiali (previsione del presidente della IBM negli anni cinquanta); i lavori noiosi e ripetitivi sarebbero stati eliminati.]

C’è un paradigma dilagante che descrive (non analizza) l’innovazione microelettronica, e che si esprime nei seguenti termini: poiché la microelettronica sostituisce anche il lavoro intellettuale, questo significa la "fine del lavoro": tutto il lavoro verrà svolto dalle macchine, e quindi per l’uomo non ci sarà più lavoro. Poiché non vi sarà più lavoro manuale, non vi sarà più produzione di beni fisici, ma prevalentemente di informazione e di servizi a questa connessi”: “il lavoro immateriale”. Ciò significa la “fine della società industriale”, che era fondata sulla produzione di beni fisici, e la nascita della società “post-industriale”, fondata su piccole unità produttive e sulla produzione di servizi. Poiché l’automazione opera in gran parte attraverso “sistemi”, a sua volta impone nell’organizzazione del lavoro l’adozione di forme non tayloristiche. Ciò rappresenta, come tendenza, la “fine del taylorismo”, organizzazione del lavoro tipica della società industriale.

Fine della produzione di beni fisici, fine del taylorismo, emergenza di nuovi strati di tecnici come strati portanti della produzione, fine della classe operaia: tutto questo prefigurerebbe il superamento del capitalismo.

L’attuale automazione non deriva tanto dalla “rivoluzione tecnico-scientifica” quanto dalla crisi del capitale, e dal tentativo di uscirne. Le nuove tecnologie mirano a contrastare la caduta della produttività del lavoro (mediante l’aumento del suo controllo da parte del capitale).

Sennonché, le contraddizioni del capitale non scompaiono in virtù delle “nuove tecnologie”. Il palliativo “tecnologico”, a lungo termine, le approfondisce: perseguendo ciascuno il proprio fine individuale (abbassare i costi e alzare i profitti), i capitalisti fanno cadere il tasso di profitto del capitale totale.

Inoltre, le tecnologie non sono neutre, ma si inseriscono in un modo di produzione determinato, in una fase concreta del suo sviluppo. Le “nuove tecnologie”, quindi, lungi dall’attenuare le leggi che portano all’auto soppressione del capitale, a lungo termine ne accentuano la vigenza.

Occorre, perciò, rimuovere la falsa idea che l’innovazione tecnologica sia tale da rompere la continuità con la manifestazione organica del capitale industriale-finanziario emersa già agli inizi degli anni ’30.

E la questione era già presente in Berlinguer. In una intervista all’Unità del dicembre 1983, l’allora segretario afferma:

“Mi pare… che sia assolutamente da respingere l’idea che questi nuovi processi costituiscano una confutazione del marxismo e del pensiero di Marx in particolare. Il carattere sociale della produzione (e anche della informazione come fattore di produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica”. (in “Conversazioni…”, p. 354)

 

Altro aspetto riguarda il carattere intrinsecamente “democratico” assegnato allo sviluppo delle comunicazioni in rete. Ancora una volta alla tecnologia viene assegnato un ruolo taumaturgico nel risolvere questioni di fondo della società, ruolo che viene oltremodo ingigantito dallo sviluppo di Internet: le tecnologie sarebbero in grado di per sé ad aprire la strada alla democrazia diretta.

Questo grandioso disegno è caldeggiato dalla forme nuove del potere economico rappresentato dalle multinazionali, a cui risulta difficile riconoscere un atteggiamento ricettivo nei confronti delle istituzioni democratiche; d'altro lato vi sono gruppi che, annunciando l'avvento imminente di una repubblica elettronica, denunciano il tentativo da parte del potere politico di voler esercitare un controllo normativo sulle reti, che si configurerebbe come minaccia per i potenziali contenuti emancipatori delle tecnologie informatiche.

Una posizione oltremodo simile a quella delle multinazionali, che rifiutano qualsiasi forma di controllo statale, ma al solo scopo di favorire, a proprio vantaggio, una radicale liberalizzazione dei media e delle reti. Una strategia questa meramente finalizzata a trasferire il potere di controllo dallo stato ai privati.

Circa la conclamata possibilità di accesso alla rete, risulta chiaro che, via Internet, l'utente è libero di decidere con quali persone o cose vuole mettersi in contatto. Bisogna tuttavia intendersi e si tratta di un punto cruciale nell'odierno dibattito sul rapporto informazione-democrazia: una cosa è la possibilità di un libero accesso all'informazione, tutt'altra la probabilità che i cittadini possano farne uso.

Nell’intervista precedentemente citata, Berlinguer sgombera il campo da tante illusioni sull’utilizzazione della “rete” come strumento di democrazia diffusa:

“La ‘democrazia elettronica’ limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell’uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica. Anzi credo che bisogna preoccuparsi di essere pronti ad affrontare questo pericolo anche sul terreno legislativo. Ci vogliono limiti precisi all’uso dei computer come alternative alle assemblee elettive. Tra l’altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l’unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone… io credo che nessuno mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza dell’uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi”. (in “Conversazioni…”, p. 354)

 

 

 

“Nuovismo” e scioglimento del PCI

 

Prima del XVIII congresso il “revisionismo occhettiano” ha un momento di rilevanza con l’intervista sulla Rivoluzione francese rilasciata all’ “Espresso”:

“il PCI – afferma Occhetto – è figlio della rivoluzione francese. Abbiamo riconosciuto ‘la democrazia come valore universale’ […] affermato proprio in quella dichiarazione”.

Occhetto aggiunge che va rigettata, però, la successiva esperienza giacobina, che “rappresentava un disvalore perché aveva in sé le radici del totalitarismo”. L’intervista è rilasciata in occasione del bicentenario della Grande rivoluzione; lo scopo evidente della tesi di Occhetto stava nel ridimensionamento della Rivoluzione d’ottobre, accantonata insieme a 70 anni di storia e di idealità comuniste per lasciare spazio al richiamo agli ideali liberali sanciti dalla rivoluzione del 1789. Una operazione propagandistica, senza alcun fondamento sul piano storico-teorico. Che il PCI – come tutti i partiti comunisti del ‘900 – fosse figlio dell’Ottobre e non del 1789 era indubbio.

Giova anche ricordare come Marx, nella sua critica alla “Dichiarazione” e ai “diritti”, denunciasse i limiti dell’emancipazione politica, che non era in grado di toccare le differenze tra cittadino e borghese, tra l’eguaglianza formale del cittadino e la disuguaglianza reale che si riscontra tra i membri della società civile/borghese. È la questione che sarà presente ai costituenti italiani, che formalizzeranno le norme per realizzare l’eguaglianza sostanziale.

Il XVIII si svolge a Roma nel marzo 1989 con Occhetto segretario generale, eletto nel giugno 1988. Il progetto alla base del congresso è quello di sconfiggere la destra del partito. Paradossalmente questa prende una serie di colpi in un congresso che si colloca, dal punto di vista politico-ideale, tra i più a destra nella storia del Pci. Infatti, guida l’operazione una logica che spinge alla rottura con la tradizione comunista. Chiave di volta è l’idea di “discontinuità”. L’obiettivo della politica diviene “cambiare”, “modernizzare”, non più trasformare i rapporti sociali in nome dell’eguaglianza. La tradizione togliattiana, e lo stesso Togliatti, sono fatti oggetto di più attacchi, di diversa natura.

Il 25 febbraio 1988 L’Unità pubblica un articolo di Umberto Cardia in cui si sostiene la tesi, peraltro non nuovissima, che Ercoli non avrebbe fatto tutto il possibile per salvare la vita di Antonio Gramsci.

Il primo atto significativo di Occhetto, dopo la sua elezione a segretario, è quello di dare ampia diffusione al giudizio, pronunciato in un discorso tenuto a Civitavecchia in occasione dell’inaugurazione di un busto a Togliatti, secondo cui il fondatore del “partito nuovo” era stato “inevitabilmente corresponsabile di atti dell’epoca staliniana, piena di ombre per il movimento operaio”. La messa in scena ha un’ampia eco, perché viene concepita nel clima ancora arroventato dalla campagna di diffamazione della figura di Togliatti alimentata dal Psi nei mesi precedenti.

Il suo aspetto più grottesco risiede nel fatto che trentadue anni prima (nel rapporto al Comitato centrale del Pci del giugno 1956) Togliatti aveva già affrontato l’argomento in termini ben più schietti e puntuali, riconoscendosi “corresponsabile” della politica di Stalin, compresi i suoi atti “criminali”, senza invocare l’attenuante della “situazione oggettiva”. Il XVIII congresso è una specie di prova generale della “svolta”.

Lo scrive esplicitamente Claudia Mancina (allora vice-direttrice dell’Istituto Gramsci, successivamente, nei primi anni ’90, responsabile culturale del PDS). In un articolo sul Manifesto, nell’ottobre 1988, sostiene che il “nuovo corso” del PCI andava considerato a partire “dal peso delle macerie” costituito dal consumarsi della tradizione teorica e politica di questo partito e, più in generale, del comunismo.

All’allora responsabile culturale, Fabio Mussi, accadrà di rimproverare gli intellettuali perché rimpiangono quel “bambolotto di pezza” che il PCI aveva rappresentato.

Non si balocca certamente Michele Salvati che usa l’espressione “Pulizia teorica” in un articolo del 1989: via Gramsci, ma soprattutto via Marx causa dell’errore primigenio. A questo proposito Salvati si esercita in un’ipotesi di storia controfattuale: “Che cosa sarebbe stato il socialismo senza Marx?”.

La risposta è chiara: ci saremmo risparmiati gli orrori del Novecento e dalle rivoluzioni del 1948 sarebbe scaturito in linea diretta il “riformismo ragionevole”. “Pulizia teorica” è la sostanza della “svolta”. (in Interessi e ideali, Feltrinelli,1990, pp. 82-91)

Bisognava prendere le distanze dalla tradizione comunista. La generazione dei quarantenni deve accedere al potere. Bisogna “dare spazio ai giovani”, una questione di scheda anagrafica. Di qui il delirio del “nuovismo”.

Nella relazione di apertura del congresso Occhetto pronuncia l’aggettivo “nuovo” 48 volte, nella replica si supera: 49 volte. Avendo espulso dall’analisi storiografica l’indagine sugli anni ’70 (avendo negato il marxismo) non rimaneva che definire il ventennio successivo come nuovo e incomparabile rispetto al decennio precedente e, insieme, ritenere che innovare non fosse nient’altro che distruggere il passato.

È il postmodernismo che si costituisce su due assunti: a) il “nuovo” considerato come momento centrale di ogni analisi, di ogni discorso; b) la “discontinuità” come presupposto di ogni proposta politica, fondata sulla “incomparabilità” del presente dovuta alla scomparsa di una visione retrospettiva, la sua cesura netta con la storia passata che comporta una concezione del presente come privo di ogni storicità.

Gramsci, nei Quaderni, asserisce che:

“[…] Giudicare tutto il passato filosofico come un delirio o una follia non è solo un errore di antistoricismo […] ma […] suppone un pensiero dogmatico valido in tutti i tempi e in tutti i paesi, alla cui stregua si giudica tutto il passato.

[…] Se questo modo di giudicare il passato è un errore teorico, […] potrà avere un qualche significato educativo, sarà ispiratore di energie? Non pare, perché la questione si ridurrebbe a presumere di essere qualcosa solo perché si è nati nel tempo presente, invece che in uno dei secoli passati. Ma in ogni tempo c’è stato un passato e una contemporaneità e l’essere ‘contemporaneo’ è un titolo buono solo per le barzellette”. (A. Gramsci “Quaderni…”, Q11, pp.1416-17)

 

A proposito di elementi di novità Occhetto sancisce la nascita del “governo ombra”, scimmiottando il modello inglese (quale innovazione!) e, per la prima volta nella storia del PCI, si avvale di uno staff personale.

Il lasso di tempo che separa il XVIII dal XIX Congresso (congresso straordinario) – che si svolge a Bologna nel marzo 1990 e che approverà a maggioranza la proposta formulata da Occhetto di promuovere una nuova formazione politica in cui dissolvere il Pci – passa alla storia come il dibattito sulla “cosa”.

Da parte della maggioranza si parla molto della “novità” della formazione politica cui si intendeva dare vita e della necessità di realizzarla con “nuovi interlocutori”. Si mitizza la cosiddetta “sinistra sommersa” e le risposte entusiaste vengono dai Verdi, da ex militanti di Lotta Continua, da spezzoni di quella che era stata l’area del 1977. Fa da battistrada la rivista “Micromega”. Il primo convegno dei “club” (come allora si definirono), indetto da una lettera firmata da Paolo Flores d’Arcais, Antonio Lettieri, padre Pintacuda ed altri, si tiene nel febbraio 1990. In quella occasione Norberto Bobbio saluta la “svolta” come “una magnifica avventura”.

L’opposizione si costituisce in due mozioni, una firmata da Ingrao, Tortorella, Natta, Chiarante, Castellina, Magri, Garavini e altri; l’altra firmata da Cossutta. Una minoranza che ottiene circa il 34% di consensi.

Un inciso, vista la provenienza dell’attuale segretario del PD, senza l’Emilia Romagna il rapporto di forze sarebbe stato molto più equilibrato. Infatti, le federazioni di questa regione danno il 40% dei delegati alla maggioranza. Il “delegato occhettiano tipo” è un funzionario del partito, membro delle potenti federazioni dell’Emilia Romagna.

Durante il congresso Occhetto non pronuncia nemmeno una volta il nome di Marx nei suoi discorsi.

Alcuni libri, scritti di recente, hanno analizzato nello specifico questo percorso e ad essi rimandiamo.

Il XX e ultimo Congresso si tiene a Rimini nel gennaio-febbraio 1991. Una parte dell’opposizione, guidata da Cossutta e Garavini decide di dar vita a un nuovo partito, quello della Rifondazione comunista.

 

 

 

Nasce “la Cosa”: il Partito democratico di sinistra

 

La nuova organizzazione del disciolto PCI si chiamerà “Partito Democratico della Sinistra” e il suo simbolo sarà una quercia sotto le cui radici rimarrà in miniatura l’ex simbolo del Pci.

Il nuovo simbolo intende evocare insieme l’albero della libertà della rivoluzione francese (come abbiamo visto uno dei riferimenti ideologici occhettiani), il socialismo italiano dell’inizio del secolo (nel 1918 il Psi aveva la quercia come simbolo), e l’ecologia. Scompare la parola “comunista”.

Di fatto, il gruppo dirigente del Pci, di fronte agli impulsi del “craxismo”, diventa sempre più privo di autonomia politica e culturale, e sciogliendo il partito, sposa l’idea del superamento del conflitto di classe nella fase c.d. “post-industriale” segnata dalla rivoluzione tecnologico-informatica, finendo per proclamare superata la Costituzione di democrazia sociale.

Uno dei primi atti del nuovo partito è l’attacco alla cosiddetta “partitocrazia”, e alla “frammentazione” del sistema politico, temi cari alla destra.

È da questo punto di vista che va valutato il caso Segni, la sua fortuna e, insieme, il suo rapido declino. È con Segni che la tematica craxiana e cossighiana del presidenzialismo ha trovato le sue basi di massa e ciò che gli mancava la critica di massa dei partiti, il popolo.

Il Pds dimentica che il “sistema dei partiti” era deprecato perché c’era la sinistra socialcomunista (e Don Sturzo non si sarebbe espresso contro il sistema dei partiti se non guardando a quel che succedeva in Italia dopo il fallimento della legge-truffa del 1953). Occhetto sostiene con forza il disegno anticostituzionale di Segni tendente a cancellare il sistema elettorale proporzionale.

Infatti, nel solco della gravità del presidenzialismo, si è situata l'altra cosa grave e più sottilmente pericolosa dell'attacco alla Costituzione, che sono stati i referendum e la legge elettorale maggioritaria. I referendum sono stati presentati in forma abile e soprattutto quello che a prima vista poteva sembrare avere meno significato come il referendum per la preferenza unica, aveva un effetto di grimaldello come poi effettivamente è stato.

Nella mancanza di una autonomia, di fronte a promotori che ne hanno sostenuto la necessità “Per evitare che chi vota faccia parte delle cordate di potere”, nessuno ha saputo o voluto dire che le vere cordate di potere sono quelle di coloro che fanno le Liste e non certo degli elettori. Perché quand'anche ci fossero stati elettori che andavano a votare d'accordo con una cordata, se il candidato corrotto non fosse stato messo in lista e nell’ordine oltretutto che più lo garantiva, l'elettorato non avrebbe mai potuto votarlo. Riuscendo a far credere l'incredibile, cioè che il malaffare viene alimentato dalla democrazia stessa, dal pluralismo e dagli elettori.

È stato così diffuso e avallato a livello di massa un senso comune antidemocratico tipico della destra, stabilendo un precedente gravissimo, che ha incrementato il vento di destra di un sovvertimento più generale, secondo cui quanto maggiore è la democrazia e più ampia la libertà di scelta degli elettori, tanto più risulta incrementata la possibilità di corruzione e inquinamento mafioso.

Quel referendum risultava quindi evocativo di una “criminalizzazione” della democrazia e captatorio e ricattatorio. Perché – oltre a servire per un secondo e altro fine che era quello dell'abolizione del sistema proporzionale in nome dell'anti partitocrazia (quando invece responsabili non sono i partiti in quanto tali ma un certo loro ceto burocratico) –, è servito a togliere potere di scelta agli elettori, lasciando viceversa intatto, quello degli apparati burocratici di vertice. Dando, anzi, a questi apparati burocratici, antidemocratici e talvolta corrotti, il potere esclusivo di deliberare e decidere chi deve essere candidato e quindi sicuramente eletto, con l'uninominale di cui l’uni preferenziale era concepito come un passaggio e un grimaldello.

Tutto questo dietro altre e ulteriori falsificazioni, come quelle che in tal modo si sarebbe reso arbitro il cittadino, nel momento stesso in cui invece con il sistema maggioritario-uninominale lo spogliavano definitivamente di ogni potere tra una elezione ed un’altra, per l'intera legislatura. Perché a questo cittadino definito “arbitro”, con tal sistema gli si lascia solo la possibilità di fischiare l'inizio, ma non gli è consentito come ad un vero arbitro, di intervenire nei cinque anni della partita che è la legislatura.

Quel primo referendum è stata la prima trappola con cui si sono carpite le firme e poi i voti per i successivi referendum, in funzione di un disegno più complessivo di alterazione e riduzione della democrazia che, per sua natura, non può che essere proporzionalisticamente pluralista. Un disegno del resto, che gli stessi promotori del referendum non nascondevano affatto se come è vero che si  affermò che l'uni-preferenziale sarebbe stato “un passo in avanti verso il sistema uninominale” e che nel caso quel referendum fosse passato, esso sarebbe servito a riproporre gli altri che erano stati bocciati (giustamente) dalla Corte costituzionale, per arrivare alla introduzione dei collegi uninominali e del maggioritario che furono superati nel 1919 e poi reintrodotti dal fascismo, che abbiamo cancellato con la Resistenza e la Liberazione e che hanno cercato di reintrodurre con la legge truffa del 1953.

È solo dopo una prima bocciatura della Corte Costituzionale e dopo la vittoria del referendum per la preferenza unica che si è quindi arrivati al referendum decisamente più pericoloso e destabilizzante: quello per la modifica del sistema elettorale del Senato, che era il vero scopo dei promotori dei referendum rispetto a cui gli altri servivano ad un ampliamento del campo di interessi da aggregare.

Ci siamo riferiti a Craxi e il riferimento è d’obbligo, non tanto per la vicenda di tangentopoli – di cui è attore principale, ma non unico protagonista – quanto per il fatto che gli elementi di fondo su cui l’ex segretario socialista giocò la sua fortuna politica hanno costituito il “nocciolo razionale” – al di là dell’“involucro mistico” –  con cui il cosiddetto “polo progressista” si presenta alle elezioni del 1994.

È sul terreno dell’aziendalismo, della governabilità, ecc. che si caratterizza il programma elettorale ed è confermato proprio da frasi emblematiche che stralciamo dalla “dichiarazione d’intenti comuni delle forze progressiste”: “... Questa forte volontà di cambiamento deve ora tradursi ... in una competizione per il governo del paese tra schieramenti alternativi ... Per far questo è necessario coniugare l’equità sociale, a cominciare dal diritto al lavoro e dalla giustizia fiscale, con le ragioni dell’efficienza e del mercato” [i corsivi sono nostri].

D’altra parte, quando si afferma – sempre nella “dichiarazione d’intenti” – che “per ridare dinamismo all’economia ... occorre ... promuovere – quando sia il caso – le privatizzazioni ...”, non siamo sul terreno del “più mercato, meno stato” di reaganiana memoria?

Nel programma del Pds, che di fatto uniformerà “la gioiosa macchina da guerra” (espressione occhettiana) saranno, quindi,  condensate tutte le proposte che dalle forze culturali della destra democristiana e missina, dalle forze “palesi” e “occulte”, sono state fatte nel tempo, su: governo di legislatura, l’incompatibilità tra gli incarichi di ministro e di parlamentare, il potere di nomina e di revoca dei ministri da parte del Presidente del Consiglio, il superamento del bicameralismo paritario attribuendo al Senato le funzioni di una Camera delle regioni.

Tutto il resto del programma, non a caso, corrisponderà alla linea socio-economica che la Confindustria indicherà in un decalogo (“Dieci punti per lo sviluppo”). L’Unità del 25 febbraio 1994 diffonde, in un volumetto con copertina verde (è casuale?), il “Programma di governo del Pds”, con una presentazione “inevitabile” di Occhetto.

Ecco, in sintesi, ma su questioni fondamentali, la comparazione fra i due testi [in corsivo quello della Confindustria]:

-sul rapporto tra Stato ed economia:

“Ricostruire uno Stato che gestisca di meno e governi di più ... lo Stato dovrà preoccuparsi soprattutto di creare un contesto ambientale favorevole allo sviluppo, e cioè, in pratica, sviluppare gli investimenti in infrastrutture ... utilizzando per la concreta realizzazione di tali fini più le forze di mercato che la gestione diretta ... La risposta più adeguata alle degenerazioni clientelistico-assistenziali dello stato sociale italiano ... consiste nella riqualificazione e riorganizzazione del nostro “sistema di welfare” ... Forme miste vanno incentivate e va sostenuto lo spirito di iniziativa individuale ... Nella ricostruzione del sistema sanitario non si può che adottare una strategia complessa che ... introduca le compatibilità economiche”.

“Lo Stato deve ... regolare ma non gestire ... Serve una previdenza che passi da un sistema esclusivo a ripartizione a un sistema misto. E una sanità basata sul principio della concorrenza. Un sistema misto, dove lo Stato provveda agli investimenti infrastrutturali di base e alla copertura dei meno abbienti, e i cittadini siano liberi di rivolgersi a strutture mutualistiche e assicurative”.

“Le privatizzazioni possono essere una importante occasione per riorganizzare su basi più moderne l’industria nazionale ... Proponiamo: una politica di privatizzazione delle imprese pubbliche”.

“Accelerare la privatizzazione delle imprese manifatturiere ed estendere lo stesso principio alla produzione dei pubblici servizi di trasporto e alla gestione delle reti per l’energia e le telecomunicazioni, promuovendo il collocamento sul mercato dei grandi monopoli pubblici”.

-la forma dello Stato:

[qui le affinità più che con la Confindustria sono con la Lega, non senza tener conto, però, che il federalismo fiscale è la nuova parola d’ordine del padronato italiano]. Vediamo cosa dice il programma del Pds: “Organizzare il passaggio a un nuovo Stato regionale di ispirazione federalista»; a proposito del sistema fiscale, si propone di «realizzare nel nostro paese una situazione analoga a quella che esiste nei grandi Stati federali (Usa, Germania, Svizzera, ecc.)”.

- il sistema elettorale:

“Una nuova legge elettorale, che preveda il doppio turno e la scelta esplicita della maggioranza parlamentare e del Presidente del Consiglio”.

“Doppio turno anche per le politiche e possibilità per i cittadini di scegliere il capo dell’esecutivo con l’elezione diretta ... Già oggi le forze politiche dovrebbero indicare il candidato alla Presidenza del Consiglio”.

Occhetto asseriva il primato dei programmi su quello degli schieramenti, mentre è evidente il nesso stretto che lega ideologia e schieramenti, di fatto si stabilisce un approccio a favore dell’impresa privata, contro le strutture pubbliche di intervento nell’economia, che evoca, le parole d’ordine delle “leghe” di oggi, ma anche quelle del fascismo nascente, quando nel 1921 Mussolini si presentava candidato a prendere il potere in nome dei valori degli “individui” e di uno stato “regolatore” ma non “gestore”: salvo poi convertire dal potere tali posizioni “liberiste” nei principî neo-protezionisti del capitale, contenuti nella Carta del lavoro ispirata al corporativismo ed entrati a far parte del codice civile.

È noto che “la gioiosa macchina da guerra” subisce una pesante sconfitta, che possiamo definire “annunciata”, visto il programma con cui si è presentata alle elezioni.

 

 

 

Da Occhetto a D’Alema

 

Occhetto si dimette e si apre il conflitto tra D’Alema e Veltroni per la successione, conflitto giocato in modo cinico e strumentale sul nome di Berlinguer: un Berlinguer ad “uso personale”.

Prevarrà D’Alema, che, eletto segretario del partito il 1° luglio 1994, mette in discussione le fondamenta della “svolta”. Ammette le responsabilità della sinistra per la vittoria di Berlusconi, responsabilità derivante dal modo con cui il gruppo dirigente del PDS aveva interpretato la fine della Prima Repubblica e critica l’uso distorto del termine “partitocrazia” e di “consociativismo”.

Certo non è lo stesso D’Alema che, qualche anno prima ai tempi della “svolta”, si impegnava in un’aspra polemica con Saverio Vertone, ex comunista e corsivista del “Corriere della Sera”:

“È indubbio che la storia del comunismo in questo secolo non è riducibile allo stalinismo…Il nome del nostro partito ha la sua ragion d’essere innanzitutto in questa storia, e per questo non sentiamo il bisogno di liberarcene”. (in C. Valentini “Il nome e la cosa”, Feltrinelli, 1990)

E che, nei confronti di Occhetto dichiarava:

“Non c’è dubbio che con Occhetto vi sia una fortissima sintonia, un affiatamento per cui non accade più che ogni volta occorra discutere sulle premesse prima di decidere il da farsi. Nel PCI si è creato un gruppo dirigente nuovo. Il nuovo corso ha rimescolato le carte della discussione interna, favorendo una sintonia politica del tutto originale”. (idem in C. Valentini)

 

L’innovazione – dice D’Alema – non deve avere come approdo una “democrazia senza partiti”, ma va messo al centro il tema della “democrazia bloccata” e mirare alla ricostruzione di un sistema dei partiti orientato all’alternanza. Bisogna andare nel senso dell’Europa e cioè di una democrazia bipolare, attuare il bipolarismo.

Capisaldi di questa strategia: una riforma federale dello Stato, un cambiamento della forma di governo, la costruzione di un partito sopranazionale.

Va attuato un progetto di “rivoluzione liberale”, fondato su “un’alleanza dei produttori”, con una gestione del processo di privatizzazione concepito come grande occasione per riorganizzare il sistema industriale italiano.

In un intervento del maggio 1995 D’Alema ha l’occasione di precisare il suo orientamento:

“Una riforma liberale del mercato che garantisca la trasparenza e l’effettiva concorrenza…Su questo terreno ha riscontrato grande sintonia con gli operatori finanziari della City di Londra. Ritengono anch’essi che non sia stata la sinistra in Italia a bloccare il mercato, ma la presenza di un assetto oligarchico del nostro capitalismo…Alla City vorrebbero un ‘capitalismo normale’, in cui chi ha i soli e vuole acquistare una grande azienda pubblica fa una regolare offerta senza che qualcuno lo imbrogli. Ritengo che anche la sinistra sia interessata ad avere in Italia un capitalismo più aperto alla concorrenza e più democratico…la sinistra può rappresentare una prospettiva credibile per il governo del paese se si fa interprete, sul terreno della modernizzazione, di quella che abbiamo definito una rivoluzione liberale”. (M. D’Alema “La sinistra nell’Italia che cambia”, Feltrinelli, 1997, pp.78-79)

 

Sono gli assi portanti del cosiddetto neo-riformismo.

L’obiettivo della politica neo-riformista viene indicato nella costruzione di un “Paese Normale”.

Viene spontaneo osservare: in un paese “normale” quale posto ci sarebbe per riforme capaci di cambiare equilibri economici e sociali? Le trasformazioni sociali, quali conseguenze di “riforme di struttura” (cfr. Togliatti) sono risultanti di conflitti, di conflitti anche assai aspri. D’altra parte se la lotta di classe non c’è più (come la storia del resto), si può ipotizzare una realtà che cambia attraverso una “normalità autoregolantesi”, proprio come il “mercato autoregolato”. Abbiamo oggi spiattellati davanti i risultati sia della preveggenza degli esperti della City sia del cosiddetto “mercato autoregolato”!

Nel 1997 D’Alema si insidia come Presidente della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali e cerca di dare uno sbocco oramai incontenibile alle più timide e ambigue tendenze emerse nella precedente (1993), su un versante configurando un c.d. stato “regionale” spinto (si è detto) “sino ai limiti del federalismo”, e su un altro versante puntandosi a scegliere una delle varianti del governo dall’alto.

Già all’interno della “Commissione bicamerale” presieduta da D’Alema la “revisione della Seconda Parte della Costituzione” ha avuto una configurazione anticipatrice della “deriva autoritaria berlusconiana”.

Infatti, la Commissione non ha esitato a proporre la modifica della stessa logica cui è ordinata la Seconda Parte relativa all’organizzazione dello stato, predisponendo il passaggio al “federalismo” mediante l’anteposizione del “titolo” riguardante l’articolazione della Repubblica in comuni, province e regioni al posto del “titolo” riguardante il ruolo del Parlamento e così inserire un “titolo” sulla “partecipazione dell’Italia all’Unione Europea”.

In tale logica, l’attacco al Parlamento veniva completato, facendolo slittare dopo i “titoli” relativi rispettivamente al Presidente della Repubblica e al Governo, aprendo così la strada alle alternative oggi in discussione sulla forma di governo (premierato, presidenzialismo, semi-presidenzialismo, cancellierato) che hanno dato la stura alla ricerca da parte di Berlusconi di uno dei vari “bricolage”.

 

 

 

La breve vita del PDS: nascono i DS

 

La storia del PDS termina nel 1998, quando, sotto la guida di D'Alema, il partito si fonde con altre forze della sinistra italiana. Di esse soltanto una proviene dalla storia del comunismo (il Movimento dei Comunisti Unitari), mentre le altre sono di provenienza social-riformista (Federazione Laburista e associazione Riformatori per l'Europa), di provenienza laica (Sinistra Repubblicana) e perfino di provenienza e cultura cattolica (Movimento dei Cristiano Sociali). Da questa apertura del PDS a tali forze della sinistra moderata, nasce un nuovo soggetto politico: i Democratici di Sinistra.

I DS divengono una forza della sinistra moderata e democratica italiana, che sottolinea il suo legame con il socialismo democratico europeo, anche eliminando dal simbolo il riferimento al PCI e sostituendolo con una rosa rossa (simbolo appunto del socialismo europeo) con accanto prima la sigla del “PSE” e poi la scritta per esteso “Partito del Socialismo Europeo”. Il primo risultato è l'approdo di Massimo D'Alema a Palazzo Chigi: con la caduta del Governo Prodi, il leader Ds diventa Presidente del Consiglio grazie al sostegno del “gladiatore” Cossiga e del “funambolo” Mastella, mentre Veltroni assume la guida del partito. Uno dei primi atti del neo-presidente è l’assenso alla partecipazione dell’Italia alla cosiddetta “guerra umanitaria” contro la Jugoslavia. Per la prima volta, nel dopoguerra, un altro cardine della Costituzione italiana (l’art. 11) viene violato.

Si giunge alle elezioni del 2001 e il centrosinistra, guidato da Rutelli, perde e i Ds, sebbene si confermino la prima forza della coalizione, si attestano sul 16,6% di consensi. In autunno si tiene un congresso straordinario per la sostituzione del dimissionario Veltroni, che si candida a sindaco di Roma. Piero Fassino viene nominato nuovo segretario, D’Alema presidente.

 

 

 

Un uomo “appassionato” segretario: Piero Fassino

 

“Io sono un uomo di pace” afferma Fassino nelle conclusioni al congresso del novembre 2001 e come uomo di pace si vanta, a proposito dell’intervento in Yugoslavia, “dell’uso della forza a cui siamo ricorsi, che ha consentito di tornare alle ragioni della politica, perché senza quell’intervento nel Kosovo, oggi a Belgrado probabilmente non ci sarebbero la democrazia e la libertà”.

Non soddisfatto di esportare democrazia e libertà, nel pieno dell’intervento armato in Afghanistan, Fassino desidera che “il nostro partito mandi un saluto a quei marinai che stanno per partire proprio oggi verso il Golfo Persico e verso l’Oceano Indiano, per far sentire a questi nostri soldati che sono lì avendo dietro l’intero paese, avendo il consenso dell’Italia per garantire, con la loro azione e con la loro presenza, che in quella regione così tragicamente travagliata da conflitti si possa rapidamente tornare alla pace e alla libertà per tutti”.

Magnifica la globalizzazione, ma vuole battersi “per una globalizzazione che non sia la globalizzazione soltanto dell’economia e dei mercati ma anche la globalizzazione dei diritti”.

Ne fa un lungo elenco e afferma che bisogna “tenere insieme diritti e processo di modernizzazione del paese”.

Siamo, come detto in precedenza, sul terreno dei diritti inesorabilmente cartolari e privi di reale consistenza.

In pieno movimento “no-global”, Fassino auspica che si “passi dal “no global” al “new global”, da una logica di critica antagonistica ad una condizione che è la condizione globale del nostro tempo”.

E prosegue, all’interno di una logica di puro “contrattualismo”:

“Per me centralità del lavoro non è mai stato una nozione ideologica. È uno dei parametri sulla base dei quali giudico se quella società è giusta oppure no. E se c’è piena occupazione, quella è una società più giusta, più democratica, più libera. Però il punto è –come tutti sappiamo – che siamo passati da un mondo del lavoro al mondo dei lavori. Il mondo del lavoro si è segmentato, articolato e frammentato perché è intervenuta una grande rivoluzione tecnologica, con il passaggio dal ciclo produttivo meccanico – il quale per struttura, composizione, e definizione aveva forti elementi di rigidità sia tecnologici che sociali – a un ciclo produttivo informatico. La società, appunto, del software delle informazioni in cui la flessibilità è l’elemento caratterizzante della struttura produttiva e della struttura sociale. Per questo c’è la flessibilità, una realtà”. (P. Fassino “Conclusioni” al II Congresso dei DS, 18 novembre 2001)

 

Ci siamo soffermati in precedenza sugli aspetti teorici della cosiddetta “rivoluzione tecnologica”, qui possiamo ulteriormente osservare, a proposito della flessibilità, che negli Stati Uniti le prime aziende ad essere ristrutturate “in modo flessibile” sono state, negli anni Ottanta, quelle più sindacalizzate. Certo, la “lotta di classe” è concetto obsoleto, ma bisognerebbe comunicarlo ai padroni!

Non soddisfatto di tale subalternità alla logica dell’impresa, Fassino si pone il “problema di come garantire anche tutte quelle figure professionali che dall’articolo 18, oggi, non sono tutelate e a cui non parlo se mi barrico sulla difensiva soltanto su quello. La questione è come costruisco una rete di diritti, uno “statuto dei lavori”.

Non è la sostanza dell’attuale attacco allo Statuto dei lavoratori portato dalla Confindustria?

Dopo una rilettura di come il partito si sia legato al socialismo europeo, vantandosi del fatto di come lui ne fosse “convinto dieci anni fa, al contrario di molti compagni” e “Con la svolta guidata da Achille Occhetto noi decidemmo che l’identità del nostro partito doveva essere l’identità di una forza politica che si collocava nella famiglia del socialismo europeo e internazionale. […] Il PSE è nato il 9 novembre 1992, e tra i firmatari dell’atto di fondazione c’è la firma di Achille Occhetto”. “Oggi parliamo di Blair, che è primo ministro; parliamo di Schröder, primo ministro; parliamo di Jospin, anch’esso primo ministro. Questi partiti, dieci anni fa non stavano al governo. Noi dobbiamo divenire una riconosciuta e riconoscibile forza riformista non perché siamo affiliati all’Internazionale socialista o al partito del socialismo europeo, ma perché ne condividiamo la stessa cultura politica”.

Ora, il laburismo rimodellato da Blair si basa sull’accettazione dei cardini del cosiddetto neo-liberismo di fine secolo, sull’onda del periodo thatcheriano, anzi traendo vantaggio da quell’esperienza. Altro aspetto, non secondario per giudicare il personaggio, è la scelta di stile di vita, basata sulla possibilità di essere avidi senza sentirsi in colpa perché il mercato lo vuole. Ci sarà pure un rapporto tra Blair che costruisce il New Labour, Schroeder che costruisce la Neue Mitte e le scelte dell’uno per un incarico milionario alla Banca Morgan, e dall’altro per un incarico, sempre milionario alla Gazprom?

La diversità dei comunisti riguardava anche gli stili di vita. I dirigenti del Pci, anche i più alti, avevano uno stile di vita sobrio determinato da un reddito che restava modesto.

“Sul piano istituzionale – dice Fassino – il bipolarismo è stata una scelta del nostro partito, ed è una scelta da non revocare in dubbio. Inoltre, il sistema politico istituzionale diventa federale, anche grazie alla riforma dell’Ulivo confermata dal recente referendum”. Fassino – ricordo – si riferisce alle  “modifiche del Titolo V” una revisione costituzionale che il centrosinistra impone (confermata da un referendum con la partecipazione del solo 34% degli elettori) dopo che per soli quattro voti era stata battuto in parlamento il centrodestra, inquinando il testo costituzionale del 1948 di un federalismo posticcio, sia per la codifica della subalternità costituzionale dell’ordinamento italiano all’unità europea, sia per la esplicitazione di un principio – la conclamata sussidiarietà – in nome della quale nel luogo destinato a qualificare i compiti di “stato, regioni, città metropolitane, province e comuni” si è innovato ai Principi fondamentali e alla Prima parte stabilendo che in ogni livello istituzionale va riconosciuta “l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale”, laddove la menzione letterale dei “cittadini” è fuorviante per non far pensare in via immediata alla grande impresa anelante ad occupare ogni forma di intervento nella società.

Occorre rimarcare, per onestà teorica, che la formula della “sussidiarietà” fu il presupposto su cui il IX principio della Carta del lavoro fascista con prosopopea affermava che “l’intervento dello stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l’iniziativa privata”.

Fassino conclude ringraziando “in particolare un dirigente del nostro partito tra gli altri, un dirigente che non ebbe paura di dichiararsi riformista quando da noi questa parola era bandita, che ha tracciato la strada prima di altri e, se mi è permesso, un dirigente che ha detto cose che se avessimo ascoltato allora ci avrebbero fatto risparmiare molto tempo. Questo dirigente è Giorgio Napolitano”. Non poteva essere altrimenti, infatti successivamente il neo-segretario in un libro autobiografico (sono molto consci di sé questi “nuovi” dirigenti: sia Occhetto, che D’Alema, che Veltroni firmeranno loro biografie!) scriverà che la strategia dell’alternativa democratica dell’ultimo Berlinguer:

“appare non solo assolutamente vaga nei contenuti ma anche equivoca nel lessico, perché quell’aggettivo ‘democratica’ lascia quasi intendere che il governo di pentapartito metta in discussione la democrazia, concetto estremo peraltro affermato da Berlinguer in uno dei suoi ultimi discorsi…È la deriva identitaria e solipsista di un partito che – di fronte alle difficoltà del presente – non sa opporsi al richiamo delle sirene del passato. Un partito che si rifugia in una autoconsolatoria riaffermazione di identità, di cui si rivendica la ‘diversità’ come se la differenza tra noi e gli altri partiti fosse un patto genetico e non più semplicemente programmatico. Un partito che si esilia, così, in una malinconica e solitaria navigazione senza bussola”.  (P. Fassino “Per passione”, Rizzoli, 2003, pp.160-161)

 

Il nuovo leader intraprende il percorso che mira a unire tutto il centrosinistra moderato e riformista in un unico partito, il Partito democratico. In tal senso va la formazione della Fed (la Federazione dei partiti dell'Ulivo) e la presentazione di una lista unitaria alle Europee del 2004.

 

 

 

Dai DS al Partito Democratico

 

E’ Michele Salvati, deputato eletto nelle liste dei Democratici di Sinistra, in alcuni articoli pubblicati sui quotidiani Il Foglio e la Repubblica nell'aprile 2003, che delinea il nuovo partito, che deve nascere dall'incontro tra le culture socialdemocratica, cristiano-sociale e socio-liberale. L'idea di Salvati viene ripresa da Romano Prodi, all'epoca presidente della Commissione Europea.

L'anno seguente, al IV congresso dei DS, Fassino viene riconfermato alla guida del partito e nel 2006 matura la vittoria dell'Unione, guidata da Prodi.

Il primo atto formale verso la costituzione del nuovo Partito venne effettuato il 23 maggio 2007 con la nomina di un Comitato promotore, il "Comitato 14 ottobre", così chiamato con riferimento alla data in cui sarebbe stata eletta l'assemblea costituente del Partito Democratico.

Il Comitato definì le modalità di svolgimento delle primarie per l'elezione dell'Assemblea Costituente Nazionale e delle Assemblee Costituenti Regionali, con i rispettivi Segretari.

Le liste collegate a Walter Veltroni ottenevano complessivamente il 76%, decretando automaticamente l'elezione di Veltroni a Segretario Nazionale del PD.

Il “Veltroni pensiero” lo possiamo desumere da una serie di interviste che il protagonista di una serie ininterrotta di sconfitte, rilascia ad alcuni quotidiani.

“La storia del comunismo è finita nell'89, in modo drammatico e vitale (sottolineatura nostra, d’altro canto in precedenza aveva dichiarato di non essere mai stato comunista). Richiamarla in causa oggi significa cedere alla nostalgia intellettuale, continuare a interrogarsi su transizioni e successioni. Ora l'approdo è stato raggiunto. Una lunga fase del viaggio si è conclusa. Comincia un'altra storia, un altro viaggio, con nuovi compagni e nuove rotte. È il tempo di tentare la grande espansione, la ricerca di una soluzione razionale, realista, innovatrice, di cui il paese ha bisogno. Un grande partito di popolo, che parli delle cose di cui parla il popolo e non delle cose di cui parlano i politici. Che costruisca una democrazia meno pesante e meno invadente, più lieve e più veloce”. […]

“Sono sempre stato convinto che prima o poi in Italia sarebbe nato un partito democratico. È il sogno della mia vita politica. Questa è l'introduzione al mio libro su Bob Kennedy, Il sogno spezzato: “Il kennedysmo è stato, con la socialdemocrazia svedese, la più alta forma di governo sperimentata dai democratici in società occidentali avanzate (…). A questa specie non appartengono, per me, i governi socialisti che si sono succeduti negli Anni '80 in Europa”.  (Intervista al “Corriere della sera”, 12 ottobre 2007)

 

In una intervista al Corriere della sera dal titolo “La democrazia italiana è malata, ecco le dieci riforme per cambiare” Veltroni espone le sue idee istituzionali.

Non ci dilungheremo nel lungo elenco, citiamo le più emblematiche.

Dopo una premessa che esprime in modo chiaro quale concezione della democrazia caratterizza il personaggio: “La democrazia italiana sta andando in crisi per assenza di capacità di decisione, per la prevalenza della logica dei veti delle minoranze sulle decisioni delle maggioranze”.

Veltroni prosegue:

“Lo disse Calamandrei (n.d.r.: esponente del Partito d’Azione, favorevole al presidenzialismo) durante i lavori della Costituente: ‘La democrazia per funzionare deve avere un governo stabile: questo è il problema fondamentale della democrazia’.

Bisogna, perciò, superare l'attuale bicameralismo perfetto, assegnando alla Camera la titolarità dell'indirizzo politico, della fiducia al governo e della funzione legislativa e facendo del Senato la sede della collaborazione tra lo Stato e le autonomie regionali e locali. Senato e Camera manterrebbero potestà legislativa paritaria nei procedimenti di revisione costituzionale.

Va riformata la legge elettorale, in modo da ridurre la assurda frammentazione e favorire un bipolarismo mediante la previsione per legge di elezioni primarie per la selezione dei candidati.

Va rafforzata decisamente la figura del Presidente del Consiglio, sul modello tipicamente europeo del governo del primo ministro, attribuendogli, ad esempio, il potere di proporre nomina e revoca dei ministri al Presidente della Repubblica. Va prevista una corsia preferenziale, con tempi certi, per l'approvazione dei disegni di legge governativi e voto unico della Camera sulla legge finanziaria nel testo predisposto dalla Commissione Bilancio, sulla falsariga dell'esperienza inglese. Va completata la riforma federale dello Stato, attuandone gli aspetti più innovativi, a cominciare dal federalismo fiscale”. (Intervista al “Corriere della sera”, 24 luglio 2007)

 

Le idee sugli aspetti economici Veltroni le espone in un lungo intervento al Lingotto di Torino.

Dopo l’elogio al “governo Prodi che ha portato avanti una grande opera di risanamento finanziario, ha rotto un lungo immobilismo con le liberalizzazioni e l'apertura dei mercati”, Veltroni promuove i processi di concentrazione bancaria:

“Il sistema bancario italiano non è più quella frammentazione di soggetti che è stato per molto tempo. Oggi banche e industrie nazionali acquistano, conquistano ed entrano a far parte di reti e gruppi europei”.

Il nostro è il paese della gigantesca evasione ed elusione fiscale, come sconfiggerla? Veltroni ci suggerisce la ricetta: […] “Non è con gli odi di classe che si sconfigge l'evasione. È, al contrario, attraverso il convincimento e l'adesione ad un comune progetto per la società. […] Io penso ad un Partito democratico che in tema di lotta all'evasione fiscale bandisca dalla sua cultura politica ogni pregiudizio classista, considerando altrettanto esecrabili quell'imprenditore che evade, quel pubblico dipendente che percepisce lo stipendio e non fa quello che dovrebbe e chi offre lavoro in nero”. (Discorso al Lingotto, Torino 24 giugno 2007)

Infine la questione della sicurezza che:

“Non è né di destra né di sinistra. Chi governa ha il dovere di fare di tutto per garantirla. Avendo ben presente il presupposto: integrazione e legalità, multiculturalità e sicurezza, vivono insieme”. (Idem, Discorso al Lingotto) L’uomo innamorato dell’Africa ritiene che la sicurezza – “non di destra né di sinistra” – riguardi però esclusivamente le questioni legate all’immigrazione!

Un’ulteriore osservazione, prendendo spunto da un episodio della cronaca politica milanese. Appena conclusi i congressi di scioglimento dei DS e della Margherita, i due partiti decidono di organizzare a Milano un meeting per raccogliere idee e proposte per il nascituro Partito Democratico. Gli esiti della manifestazione vennero sintetizzati dal quotidiano la Repubblica, sponsor del Partito Democratico, con questo titolo “Tasse, sicurezza, merito”. Avrebbero potuto essere le parole d’ordine di una convention della destra. La riduzione delle tasse, come è noto, è il cavallo di battaglia della destra liberista; la sicurezza è la bandiera del populismo; il merito è un messaggio ambiguo che la destra declina come riconoscimento per chi si arricchisce e fa carriera.

Si può anche ricordare che a Rimini, nella primavera del 1982, si svolge una conferenza del PSI con tema “Governare il cambiamento”, che propone con Martelli un’alleanza tra “meriti” e “bisogni” e, con Craxi e Amato, una “grande riforma” istituzionale. La storia si ripete, in farsa o tragedia?

Concludiamo questa ricognizione sul “Veltroni pensiero” con un’intervista a Repubblica del gennaio 2008, un elogio ad Obama: “La sua (di Obama) è una leadership calda, capace di evocare l’idea di un’America che recupera la guida morale del mondo […] Vorrei che anche noi sapessimo ascoltarlo, uscendo dalle sconfitte, dai conflitti e dalle ideologie di un tempo che dobbiamo mettere per sempre alle nostre spalle”.

Gli Stati Uniti già nella prima metà dell’Ottocento hanno avuto una logica imperiale sia nei modi del loro ampliamento territoriale ad Ovest ed a Sud (genocidio dei nativi e terre strappate al Messico) sia nei loro rapporti con il continente americano nel suo complesso (dottrina Monroe). Poi nel Novecento tale ruolo ha avuto come palcoscenico il mondo intero. Immaginare che la politica estera degli Usa possa essere guidata da una dimensione “morale” prescinde del tutto da qualsiasi analisi dei processi storici reali.

Alle elezioni del 2008 Veltroni rimedia l’ennesima sconfitta, che verrà confermata alle elezioni regionali sarde.

Si dimette e Dario Franceschini assicura l’interregno fino all’elezione – con lo strumento plebiscitario delle primarie – di Pierluigi Bersani.

È dalla mozione che Bersani presenta alle primarie che desumiamo i suoi programmi. (P. Bersani, “Idee per il PD e per l’Italia)

La premessa è che “la crisi restituisce attualità alle idee di fondo del riformismo”.

 

 

 

Un inciso sull’attuale crisi capitalistica

 

A questo punto del ragionamento è necessario aprire un inciso: la crisi economico-finanziaria che sta sconvolgendo oggi il mondo, e conseguentemente la “politica”, attesta che è inevitabile riproporre in termini, ovviamente aggiornati, il modello teorico marxista, senza del quale le forze dominanti continuerebbero a giocare alternativamente sul liberismo alla Hayek e sull’interventismo alla Keynes, pur di perpetuare il dominio di classe.

E gli avvenimenti oggi in atto nel mondo richiamano la previsione di Marx della crisi generale:

“La cosa che più incisivamente fa sentire al borghese, uomo pratico, il movimento contraddittorio della società capitalistica sono le alterne vicende del ciclo periodico percorso dall’industria moderna, e il punto culminante di quelle vicende: la crisi generale.” (K. Marx, Poscritto alla seconda edizione del Capitale, libro I, p. 28)

Ciò che fa pensare al carattere generale della crisi odierna è il fatto che essa non è riducibile a un fenomeno essenzialmente – e tanto meno esclusivamente – economico. La crisi affonda certamente le sue radici nella classica contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione. La crisi di sovrapproduzione, che cominciò a evidenziare i suoi eccessi critici già dalla metà degli anni sessanta, in USA, è la forma in cui questa contraddizione si manifesta ciclicamente.

Ma è un fenomeno che riguarda la società nel suo insieme, e in quanto tale investe tutti gli aspetti della vita sociale. E, sia pure in forme e intensità diverse, la crisi tocca tutte le aree del mondo.La crisi è crisi del rapporto tra politica e società, crisi culturale e morale. E lo spostamento a destra è una componente di ciò che Gramsci chiamava fenomeno “organico”:

“Si verifica una crisi, che talvolta si prolunga per decine di anni. Questa durata eccezionale significa che nella struttura si sono rivelate […] contraddizioni insanabili e che le forze politiche operanti positivamente alla conservazione e difesa della struttura stessa si sforzano tuttavia di sanare entro certi limiti e di superare”.

Gramsci insiste sulla necessità di stabilire una relazione corretta tra l’aspetto “organico” e quello “congiunturale” di una crisi. A definire ciò che è “congiunturale” non sono semplicemente le condizioni economiche, ma proprio gli sforzi “incessanti e perseveranti” messi in atto per difendere e conservare lo status quo. Se la crisi è profonda – “organica” – questi sforzi non possono essere puramente difensivi. Saranno invece di natura formativa, tendenti a creare un nuovo equilibrio di forze, a mettere insieme un nuovo “blocco storico”, nuove configurazioni e nuove “filosofie” politiche, a ristrutturare profondamente lo Stato. Quindi, lo “spostamento a destra” non è un riflesso della crisi: è, a sua volta, una reazione alla crisi.

Per avere una visione “organica” dei processi in atto va, quindi, indagato il nesso dialettico tra struttura e sovrastruttura, tenendo presente che è “l’insieme dei rapporti sociali che determina una coscienza storicamente definita”. (A. Gramsci “Quaderni…”, Q8, pp.1077-78)

Solo il riconoscimento delle contraddizioni della storia – e delle contraddizioni economiche della struttura che ne sta alla base – serve a conoscere, analizzare e rivelare, in tutte le sue contraddizioni, il reale funzionamento pratico del modo di produzione capitalistico. È necessario pensare il modo di produzione capitalistico come un momento della storia generale della riproduzione umana: il modo di produzione capitalistico è “storico”.

 

Bersani segretario del PD

Riprendendo i temi della mozione Bersani, non sono molte le differenze rispetto alle impostazioni che hanno caratterizzato in precedenza i programmi del PD. Vi è, ovviamente, dopo l’elezione di Obama alla presidenza degli Stati Uniti, un giudizio nettamente positivo: “Gli Stati Uniti hanno saputo reagire al pericolo di una crisi di egemonia dando vita ad una leadership democratica capace di imprimere un nuovo senso alle relazioni internazionali”.

Poi, un’accentuazione dei temi del lavoro, però tutta all’interno di una visione corporativa: “La prima, fondamentale frattura nasce dall'indebolimento del lavoro, in netto contrasto con la sua rilevanza nell'economia della conoscenza. … Nella cittadinanza il lavoro si esprime come attività umana che contribuisce a regolare le relazioni sociali, oltre la contrapposizione tra lavoratore e impresa”. Bisogna “Ridurre le disuguaglianze, liberare il merito e promuovere una nuova alleanza tra Stato, terzo settore e privati ispirata al principio di sussidiarietà” […] “Per affermare una reale eguaglianza delle opportunità occorre una rivoluzione copernicana che ponga al centro il merito e la responsabilità. L'Italia ha bisogno di una nuova stagione di liberalizzazioni”

Come si può notare siamo sempre sul terreno del merito, del principio di sussidiarietà e delle liberalizzazioni: dove stanno le idee di sinistra?

“…crediamo in un mercato aperto e regolato, ma non intendiamo affidare al mercato il controllo di beni essenziali come la salute, l’istruzione e la sicurezza”. E questo dopo aver riaffermato il principio di sussidiarietà che, infatti, in Lombardia in modo particolare, ma anche altrove, ha permesso alla Compagnia delle Opere il quasi monopolio nella gestione dei servizi sanitari.

Si scrive poi che: “Il principale problema italiano è se in futuro si potrà ancora parlare di Repubblica una e indivisibile” e “Un’Italia unita da Nord a Sud fa bene prima di tutto agli italiani”; salvo poi affermare che “Il federalismo responsabile e solidale è la rotta da seguire per avvicinare le istituzioni ai cittadini”.

Quale unità può prefigurarsi smembrando – in venti staterelli – un paese dove tuttora esiste una “questione meridionale”? E quanto un nuovo centralismo regionale – di questo si tratta quando si parla di federalismo – possa avvicinare le istituzioni ai cittadini rimane un mistero.

“il bipolarismo è una conquista della nostra democrazia” e “Non siamo classisti, non siamo elitari, non siamo populisti.  Noi siamo un partito riformista perché crediamo che l’uomo possa cambiare le cose e che le cose possano essere migliorate.”

Nel PCI i sostenitori di questa tesi non a caso si definivano “miglioristi”. Ora hanno trovato la loro collocazione naturale.

Penso che questa sintesi della mozione Bersani possa riaffermare il dato di fatto che vi è una costante permanenza del PD sul terreno liberal-liberista.

 

 

 

Matteo Renzi: storia di un intruso

 

La democrazia ridotta a farsa

C’è un episodio che avrebbe dovuto rendere avveduti i suoi cultori entusiasti per il “nuovo che avanza”: l'allora presidente della Provincia di Firenze si reca nel 2007 al dipartimento di Stato Usa per un inspiegabile tour.

I suoi incontri sono poco noti, ma di certo incontra Michael Ledeen, che diventerà una delle menti della politica estera del segretario del Partito democratico Matteo Renzi.

Chi è: Michael Ledeen, consulente strategico per la Cia e per la Casa Bianca.

Ledeen è stato la mente della strategia aggressiva nella Guerra Fredda di Ronald Reagan, è stato la mente degli squadroni della morte in Nicaragua, è stato consulente del Sismi negli anni della Strategia della tensione, implicato nella P2.

È stato, inoltre, una delle menti della guerra al terrore promossa dall'Amministrazione Bush, oltre che teorico della guerra all'Iraq e della potenziale guerra all'Iran, è stato uno dei consulenti del ministero degli Esteri israeliano.

Quindi, sono principalmente i neocon ad appoggiare Renzi dagli Stati Uniti.

Non a caso l'ultimo cassiere dei Ds, Ugo Sposetti, ebbe ad affermare: “Dietro i finanziamenti milionari a Renzi c'è Israele e la destra americana”. Oltre a questi antecedenti, diciamo “diplomatici”, è interessante analizzare l’approccio teorico.

Indicativa è la prefazione alla ristampa del volume di Norberto Bobbio su “Destra e sinistra” (2104, Donzelli editore). “Lo spazio della sinistra, il tempo dell’innovazione” è il titolo della prefazione di Renzi.

Eccone alcuni stralci:

Riflettendo sulla teoria, sui principi fondamentali, non so se non sia più utile oggi declinare quella diade nei termini temporali di conservazione/ innovazione. Tiene ancora, dunque, lo schema basato sull’eguaglianza come stella polare a sinistra?

Venti anni dopo il monito di Bobbio, è maturo il tempo per superare i suoi confini, modificati e resi frastagliati dal mondo globale.

La sinistra è oggi chiamata a riconoscere e a conoscere il movimento continuo delle nuove dinamiche sociali, contro chi vorrebbe vanamente fare appello a blocchi che non esistono più e che è un bene non esistano più!

Come recuperare, dopo anni di diffidenza, anche tra i progressisti, idee come «merito» o «ambizione»?

Come evitare che, in un paesaggio sociale tanto mutato, la sinistra perda contatto con gli “ultimi”, legata alle fruste teorie anni sessanta e settanta.

La sinistra deve mostrare di avere coraggio e non tradire se stessa.

Deve accettare di vivere il costante movimento dei tempi presenti e accoglierlo come una benedizione e non come un intralcio. È questo straordinario, irrefrenabile movimento che sfonda la vecchia bidimensionalità della diade destra/sinistra e le dà temporalità e nuova forza.

Infine una riflessione che anticipa l’attacco alla Costituzione:

“Dal punto di vista del sistema politico sono e rimango un convinto bipolarista. Credo che un modello bipartitico, all’americana per intenderci, sia un orizzonte auspicabile”.

Per non perdere il filo della ricostruzione storica, questo è il cardine su cui Veltroni fonda il Partito Democratico. Certo Matteo Renzi si prende qualche licenza culturale, come citare Norberto Bobbio contro Bobbio, esempio di chi, se aveva ragione in passato, non l’avrebbe più oggi, quando la distinzione tra destra e sinistra non avrebbe più senso.

Altro aspetto emblematico. Il “nuovo che avanza” rilancia anche Berlusconi, primo interpellato da Renzi per incardinare tutta l’operazione di attacco alla Costituzione. L’avere invitato l’uomo più corrotto dell’Italia d’oggi, e insieme il più grande corruttore della storia patria, alla sede del Partito Democratico (erede del PCI, non dimentichiamo, malgrado gli innesti democristiani e di qualche frammento laico e socialista), aggiunge la ciliegia che mancava alla torta. Condannato da mesi per squallidi reati contro la cosa pubblica ad astenersi dalla politica, Berlusconi per ora appoggia Renzi, rassicurando i suoi che non è un comunista. Nella conferenza stampa seguita all’evento, le parole di Renzi formalizzano la “profonda” e “importante” sintonia tra le proposte politico-istituzionali del PD renziano e quelle di Forza Italia.

Insomma, il berlusconismo trionfa. Matteo appare il vero erede di Silvio. L’aveva anticipato Fedele Confalonieri che, riferendosi al sindaco di Firenze, disse:

“Non saranno i Fini, i Casini e gli altri leader già presenti sulla scena politica a succedere a Berlusconi, sarà un giovane”.

Le proposte su cui si profila l'intesa PD-FI non sono che il punto d’arrivo di un tragitto politico che viene dall’era del CAF, dal principio degli anni Ottanta, e in specie da Bettino Craxi, il primo devastatore della democrazia italiana, e insieme il primo avversario della sinistra, al quale poi più avanti una mano robusta diede il picconatore Cossiga.

Mentre fra gli eredi del Partito comunista, poi PDS, poi DS, poi PD, con la pseudo fusione con i cattolici etc., fu tutta una gara prima a rinnegare il passato, poi a inventare un futuro a partire da nomi poco compromettenti (Gandhi, Luther King, Kennedy…), da riferimenti teorici bislacchi quanto generici, da programmi politici che cancellavano diritti e riducevano libertà: il tutto sotto l’ombrello della “modernità”.

Renzi porta avanti il proprio disegno all’insegna della pura conquista del potere e di gestione oligarchica dello stesso: leaderismo populistico autoritario, tanto di Matteo, quanto di Silvio.

Come scritto da Angelo d’Orsi:“In sintesi, il contenuto della sintonia, fa rifulgere nella sua luce più intensa quanti danni abbia fatto al Paese una classe politica che da Occhetto a Mario Segni, da Craxi a Berlusconi, senza trascurare ‘a sinistra’ Veltroni e D’Alema, ha fatto della "governabilità" la sua chiave di volta per dare un futuro all'Italia. La governabilità che, figlia del ‘decisionismo’, a scapito della democrazia, con la foglia di fico della pseudo-democrazia delle ‘primarie’, ha portato all'oggi”.

Renzi conquista il PD, lanciando ripetutamente un’Opa ostile verso l’intero gruppo dirigente storico, nato dalla fusione tra ex-PCI e ex-DC. La parola d’ordine è “rottamazione”.

In questione c’era l’impianto culturale e programmatico tradizionale di PCI e DC, ma soprattutto la forma-partito. Dunque la rottura con la tradizione comunista e democristiana avviene sulla concezione della politica, del partito, dei rapporti tra cittadini e Stato. Ma il punto dirimente di scontro con i gruppi dirigenti di origine PCI-DC furono l’Italicum e la proposta di riforma costituzionale del 2016.

Tutto il ciarlare di “cambiamento”, dell’Italia da cambiare, di sistema da cambiare, e soprattutto, di Costituzione da cambiare, conduce alla riduzione a farsa della democrazia. E alla eliminazione de facto del potere del cittadino.

E questo al di là della nuova legge elettorale, pomposamente battezzata da Renzi “Italicum”, degna, non meno del “Porcellum” di Calderoli, della Legge Acerbo (del 1923, da cui le elezioni truffaldine del 1924, che spianarono la strada al totalitarismo mussoliniano), ossia intrinsecamente antidemocratica, e implicitamente fascista.

È utile una ricostruzione sintetica dei passaggi.

Nella primavera del 2016 la “cosiddetta riforma Boschi” è approvata in Parlamento a colpi di maggioranza, quindi deve essere sottoposta a referendum. Il contenuto, in sintesi schematica, prevede l’abolizione del bicameralismo perfetto, abbinata ad una legge elettorale, l’Italicum, che consenta la piena governabilità al partito di maggioranza relativa, anche qualora non superasse il 20-25% del corpo elettorale. Un’eventuale vittoria del SÌ avrebbe privilegiato il rapporto diretto tra i cittadini/elettori e il Capo del governo nonché Leader di partito, a scapito dell’intermediazione di partito.

Una perla.

La proposta di cambiare il ruolo del Senato (trasformato nella cosiddetta “Camera delle autonomie”, un'altra greve balordaggine), e in genere della II parte della Costituzione repubblicana, sarebbe (Renzi dixit) la “grande riforma costituzionale... attesa da 70 [settanta] anni”. Peccato che la Carta costituzionale, discussa tra il 1946 e il 1947, sia entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Come dire, ancora prima di partorirla, e addirittura di pensarla, i Padri costituenti stavano meditando di cambiarla. Largo alla nuova ignoranza.

Nel corso della campagna referendaria ad un certo punto i sondaggi assegnano ai “no” un vantaggio di otto punti percentuali (diventeranno venti). È la fase del Renzi che “se perdo il referendum sulle riforme lascio la politica”. Quindi personalizzazione massima dell’appuntamento con lo scopo di ricevere quell’investitura popolare che non ha mai avuto.

Un episodio emblematico che ricorda “i padrini” del nostro uomo.

È la presa di posizione di JP Morgan per la controriforma renziana e, in generale, contro le costituzioni del sud Europa, scritte dopo la caduta dei regimi fascisti e di ostacolo, secondo il colosso di Wall Street, per una maggiore integrazione europea.

Interviene anche Giorgio Napolitano che, nonostante i 91 anni, torna in campo a sostegno del “sì”, chiedendo alle forze politiche di porre fine alla “guerra sul referendum costituzionale”.

È il timore che la bocciatura della riforma Boschi dia un colpo alla traballante costruzione europea che spinge l’ex-presidente della Repubblica a difendere la riforma Boschi, mentre, al contrario, non nasconde un certo fastidio nei confronti di Renzi, colpevole di “politicizzazione e personalizzazione del referendum”.

I timori di Napolitano si materializzano. Renzi, pesantemente sconfitto (il NO ottiene circa il 61%), abbandona (temporaneamente! La dignità non fa parte del suo essere) il campo. Da sempre, il “rottamatore” si era posto come il primo della classe con un rispettabile seguito, nonostante le sue idee fossero oltremodo contrastate.

Anzi, era riuscito a tramutare in un vanto il suo essere discutibilmente divisivo, con annessi i progetti che l’hanno visto protagonista, come Buona Scuola, JobsAct e Riforma Costituzionale. Sarebbe stato più semplice se si fosse reso conto prima di essere nel posto sbagliato.

Così un giorno, all’improvviso, si è accorto di non essere di sinistra. Nasce (Forza?) Italia Viva. Il battesimo e i saluti formali avvengono, come di prassi, alla Leopolda. In una nota Renzi chiarisce qualche punto programmatico:

“Ho deciso di lasciare il Pd e di costruire insieme ad altri una Casa nuova per fare politica in modo diverso. Dopo sette anni di fuoco amico penso si debba prendere atto che i nostri valori, le nostre idee, i nostri sogni non possono essere tutti i giorni oggetto di litigi interni. La vittoria che abbiamo ottenuto in Parlamento contro il populismo e Salvini è stata importante per salvare l’Italia, ma non basta. Adesso si tratta di costruire una Casa giovane, innovativa, femminista, dove si lancino idee e proposte per l’Italia e per la nostra Europa. C’è uno spazio enorme per una politica diversa. Per una politica viva, fatta di passioni e di partecipazione. Questo spazio attende solo il nostro impegno”.

Un partito dell’establishment, dell’uomo che si fa da sé, sul modello francese di En Marche. Giovane si traduce con futuro e con progresso, a cui fa seguito l’innovazione, il femminismo (è quello delle quote rosa e del gender gap), start up e imprenditoria sotto la grande bandiera dell’Europa. Quello spazio enorme a cui si fa riferimento è l’ala liberale.

Ma, qui il cerchio si può chiudere.

Sono inevitabili le lacune di queste note, ma l’obiettivo è suggerire un percorso di ricerca teorica collettiva, che è indispensabile, se si intende mantenere in piedi una forma di organizzazione dei comunisti in questo paese.