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Intervista all’analista politico Bassem Tajeldine*

Dal Medioriente all’America Latina,

la strategia del caos degli Stati Uniti

 

*Bassem Tajeldine è un analista politico venezuelano, specialista in questioni mediorientali.

Lo abbiamo sentito a proposito dell’esplosione che, il 4 agosto, ha provocato una strage nel porto di Beirut

a cura di Geraldina Colotti

Qual è la tua lettura di quanto accaduto in Libano?

Si possono fare diverse ipotesi. La prima è quella dell’incidente, che però porta immediatamente a porsi alcuni interrogativi, a partire dal perché un materiale altamente pericoloso come il nitrato di ammonio si trovasse lì, in quantità così elevate (circa 2.750 tonnellate) e senza alcuna misura di protezione. Ipotesi che ha portato all’arresto dei responsabili per la sicurezza. Il nitrato è uno dei componenti chimici che serve per fare fertilizzanti in un paese che ha un potenziale agricolo molto importante: il Libano esporta ortaggi e frutta in vari paesi della regione e non solo. Tuttavia, il nitrato di ammonio di per sé non è combustibile, ha bisogno di un innesco, di un catalizzatore per reagire in quella maniera. La lettura immediata, quella di una tremenda negligenza, ha portato il popolo in piazza contro il governo, contro la corruzione dantesca. Il Libano è fra i paesi più indebitati del mondo. La commissione di inchiesta internazionale, incaricata di far luce sull’uccisione di Rafīq al-Harīrī, avvenuta nel 2005, a fronte del più completo interesse per il popolo, è costata oltre 1.000 milioni di dollari, che avrebbero potuto essere spesi in alimentazione, servizi sanitari e sociali. L’esplosione è avvenuta in un contesto di crisi caratterizzato da un crescendo di manifestazioni di piazza. Il governo libanese, oltre a essere un governo neoliberista è erede degli accordi di Ta’if, conclusi dopo la guerra civile libanese, quando gli spazi politici vennero ripartiti tra le varie componenti religiose. In Libano, un presidente dev’essere sempre un cristiano, anche se la maggioranza non è più cristiana come all’epoca, un primo ministro dev’essere sunnita, il presidente dell’Assemblea Nazionale uno sciita e così via. Anche i ministeri sono ripartiti in base alle confessioni religiose. In Libano non esiste uno stato democratico, né il popolo vota direttamente il presidente. Un’altra considerazione personale è di natura tecnica. Il nitrato d’ammonio esplode solo con un combustibile che permetta una reazione a catena. Questo porterebbe a pensare a un attentato, vista la storia di aggressioni da parte di Israele. Si è parlato di un missile, o di una bomba del Mossad, ma sono solo ipotesi. Quel che certamente dà da pensare è che, subito dopo l’esplosione, che ha provocato un’onda espansiva a fungo, simile a una bomba atomica, Trump abbia dichiarato che non si trattava di un semplice incidente e abbia proposto di inviare l’FBI, avvalorando il sospetto che lo facesse per insabbiare le responsabilità di Israele.

 

 

Nella gestione mediatica seguita all’esplosione in Libano, appare centrale l’attacco a Hezbollah. Che pensi di questa forza politica e qual è la sua attuale capacità di incidere nella realtà libanese?

Sì, e si è parlato anche di armi iraniane esplose sulla costa. Durante l’ultima guerra, nel 2006, Hezbollah ha inferto una cocente sconfitta alle truppe sioniste di invasione. L’intenzione di Israele di destabilizzare il Libano per tutto quel che ciò comporterebbe per la regione, è costante. Il presidente francese Emmanuel Macron è arrivato subito a proporre un prestito per la ricostruzione, accompagnato però dal ricatto: i soldi arriveranno se verrà disarmata Hezbollah, la principale forza di resistenza libanese. In questa chiave, i media occidentali hanno diffuso i sospetti su Hezbollah, per appoggiare la proposta di disarmo di una forza che ha difeso il Libano e che collabora con l’esercito libanese nella difesa della patria. Hezbollah è praticamente uno stato parallelo che si incarica della difesa e della resistenza, che non interviene nella politica interna e questo il popolo lo sa. Per questo, pochissimi libanesi hanno creduto che Hezbollah tenesse un deposito di armi in pieno porto.

 

 

Trump, la cui pericolosità forse non era stata intesa a sufficienza nel mondo arabo dopo la sua elezione, sta cercando di cancellare la questione. Come valuti gli ultimi avvenimenti, dall’apertura dell’ambasciata USA in Israele agli ultimi accordi di Trump, e come si inserisce tutto questo nella situazione mediorientale?

Il cosiddetto Accordo del secolo si è configurato come una grande truffa alla causa araba e una pugnalata sferrata dagli Emirati Arabi, su richiesta dell’Arabia Saudita, che agisce per conto degli Stati Uniti. I 7 emirati eseguono la politica estera decisa dagli Usa e da Israele nella regione: finanziando gruppi terroristi, ideologizzando mercenari per una presunta crociata della jihad contro governi nazionalisti laici o contro la resistenza regionale guidata dall’Iran, un asse antimperialista a cui oggi si sono aggiunti l’Iraq, la Siria, il Libano e la guerriglia yemenita. Questo accordo, in cui si inserisce l’apertura dell’ambasciata USA a Gerusalemme, prevede la sepoltura completa della causa palestinese, la confisca di tutta la terra palestinese per cancellare la Palestina dalla mappa. Tanto che, già in Google map non appare più lo stato palestinese, si dà per scontato il risultato dell’accelerazione della politica di espansione sionista e il conseguente caos nella regione. Come hanno scritto vari analisti internazionali, la strategia degli USA, di Israele e del campo a loro legato è quella di distruggere gli stati-nazione che non fanno parte delle loro alleanze per sostituirli con degli stati falliti. Una formula perfetta per eliminare qualunque forma di stato che possa reclamare diritti e sovranità e per appropriarsi delle risorse strategiche in Medioriente. Debilitare la causa araba e dominarla attraverso le petromonarchie, creare gruppi terroristi per generare il caos, inventare stati falliti facilmente controllabili, permettere a Israele di espandersi e di perpetuare una guerra di aggressione infinita in nome di una ridicola giustificazione messianica che copre una politica segregazionista e razzista. Questo è il gran disegno funzionale al sistema capitalista e agli interessi del complesso militare-industriale.

 

 

Hezbollah serve anche da pretesto per attaccare la rivoluzione bolivariana, usando l’attuale ministro Tareck El Aissami, che è di origine siriana. Come si inserisce questo attacco dei think tanks di Washington nella situazione venezuelana?

Il Venezuela ha sviluppato importanti legami di amicizia con l’Iran, il quale ha inviato benzina per mitigare la crisi energetica seguita al blocco economico-finanziario dell’imperialismo. Recentemente, il presidente della Colombia, Iván Duque, testa di ponte degli interessi nordamericani nella regione, ha accusato il Venezuela di comprare armi dall’Iran per attaccare la Colombia. Una evidente strategia di distrazione dai fallimenti delle sue politiche neoliberiste esplosi con la pandemia, e dagli omicidi mirati di leader sociali o di ex guerriglieri che si susseguono quasi ogni giorno. Per attaccare il Venezuela, si usa, in modo ipocrita e cinico, qualunque pretesto: dai rapporti con l’Iran al narco-traffico pur sapendo che il primo paese produttore di coca è la Colombia, dove gli Usa hanno installato 9 basi militari e dove la Dea controlla il traffico di droga. Usando la Colombia di Duque o il Brasile di Bolsonaro, Trump cerca di costruire il pretesto per farla finita con il governo bolivariano e imporre, appunto, uno stato fallito da controllare.

 

 

Quali scenari possono crearsi in Venezuela in vista delle elezioni parlamentari del 6 di dicembre e di quelle presidenziali del 3 novembre negli Stati Uniti?

Il governo Trump è disperato per la propria situazione interna, per l’avanzata del candidato dei democratici, Joe Biden che pensava di poter battere senza sforzo e che, invece, i sondaggi danno in netto vantaggio. La crisi economica crescente, la sofferenza imposta a milioni di cittadini per l’atteggiamento irresponsabile tenuto da Trump durante la pandemia, lo spingono ad accelerare la guerra commerciale contro la Cina, a chiedere il ritorno delle imprese delocalizzate in Asia, ad aumentare la retorica contro i migranti centroamericani deportati per deviare l’attenzione da quel che succede. In questo senso, sta creando ad arte la “minaccia Venezuela”, già definita “inusuale e straordinaria” da Obama, per proporsi come salvatore di tutta la regione latinoamericana, e consolidare il ruolo di gendarme mondiale. Aumentano i discorsi minacciosi. Per suscitare sentimenti suprematisti e nazionalisti, si manipolano i rapporti secondo i quali un missile iraniano, partendo dal Venezuela, potrebbe colpire le coste statunitensi. In questo modo, si compiacciono gli orientamenti delle mafie anticubane di Miami e si contende a Biden il voto della Florida, che non è affatto scontato. Un’avventura bellica contro il “pericolo rosso” potrebbe presentare i suoi vantaggi.