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Sono anni che parliamo di unità dei comunisti, consapevoli che questa sia necessaria, seppur non sufficiente, al fine di tenere aperta la questione comunista in questo paese.

Il paese del più grande partito comunista dell’occidente vive da anni una realtà in cui i comunisti sono divisi in minuscoli partiti, l’uno contro l’altro armati ma popolato, soprattutto da comunisti, siano essi con tessera o meno, che ritengono di essere ‘liberamente’ comunisti (?!) o, ancor peggio, fuori dai partiti si ritengono ‘individualmente’ comunisti, che è un ossimoro in sé.

È chiaro che questo disfacimento, unito alla mancanza di una prassi comune, sia figlio della sconfitta storica della fine dell’Unione Sovietica e di quanto essa abbia generato, con effetto domino, nel resto del mondo: la fine della storia, si è detto. Di fatto, la sussunzione del modello capitalistico anche da parte di coloro che quel modello avevano fino ad allora avversato, compresi i socialdemocratici, già da allora. Oggi perfino la sinistra ‘sinistra’ (ma che vuol dire?) rifiuta quella che gli oratori definivano ‘l’alternativa di sistema’, che altro non è, per chi parla in normale italiano, un sistema alternativo, ma alternativo al sistema capitalistico, che preveda la centralità del lavoro nell’agenda politica, la partecipazione sostanziale dei lavoratori nei luoghi delle scelte, la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Programma ambizioso, in effetti. Facile che ad occhi incerti e ‘individuali’ possa apparire utopia.

Il primo obiettivo, dunque, è dare uno strumento utile affinché quegli occhi, che vedono in questa utopia la società che vorrebbero, incrocino altri occhi simili, affinché non siano più individui, affinché scoprano che quella società ha un nome, un nome che pretende l’impegno collettivo e non passa dalla, pur apprezzata, buona volontà individuale.

Non si è comunisti individualmente, si può essere comunisti privi di un partito di riferimento, privi, dunque, dello strumento minimo per lavorare al cambiamento. Non perché un partito sia utile in sé ma perché è solo attraverso il confronto e l’organizzazione che la resistenza a questa società si può organizzare e i semi per una nuova società possono essere sparsi, come humus per il futuro.

Perché noi, che oggi ci definiamo comunisti in questa fase, abbiamo ben chiaro che il compito che la storia ci ha assegnato sia la resistenza e la semina per il futuro. Tenere accesa la fiammella, tenere viva l’idea di un’alternativa possibile al modello unico di società che ci impongono e compiere più passi possibile in quella direzione.

Dotarci, se non altro, e dotare le generazioni che vengono e che verranno di uno strumento comune per organizzare la resistenza e il confronto su quali siano i terreni di resistenza possibili: un partito comunista nel quale i comunisti si riuniscano, che non inciampi negli errori già compiuti, che non raccolga ciò che si divide alla prima tempesta, perché l’omogeneità politico-culturale è cosa dalla quale non si prescinde.

Essa non significa omogeneità di pensiero e di venute su ogni questione ma garanzia di confronto che non sia conflitto nelle classi che non hanno abbandonato la lotta, perché il nemico sta fuori. Perché la lotta di classe, che ci raccontano essere locuzione arcaica, passata, novecentesca, non è mai finita, le classi dominanti hanno continuato a vincerla, battaglia dopo battaglia, erodendo diritti e conquiste sudate dal movimento dei lavoratori nel secolo scorso, precipitandoci nella realtà del quotidiano, fatta di salari inadeguati alla sopravvivenza, di precarietà, di incertezza, di individualismo e solitudine.

Quindi, confronto che garantisca di uscire dall’arroccamento di partiti che oggi sono evidentemente inadeguati, che ci apra serenamente agli altri partiti in una discussione feconda, che coinvolga anche i comunisti senza partito e tutti coloro che sono politicamente e culturalmente omogenei, ovvero, banalizzando ciò che è in realtà molto complesso, tutti coloro che ritengono la storia del movimento comunista internazionale la propria storia, al di là delle personali analisi e opinioni, dalla storia dell’URSS a quella del PCI, passando per la guerra del Vietnam per arrivare alla Cina di oggi. La nostra storia, che ci ha visto vincitori e sconfitti e che ha prodotto la situazione che viviamo oggi. Una storia non priva di giudizi ma in nome della quale non ci si divida, una storia che ci renda omogenei, anzi compagni, a prescindere dai punti di vista divergenti su questioni puntuali.

È da questa omogeneità politica e culturale che nasce una comune analisi sulla situazione internazionale, che ritengo imprescindibile sulle questioni di fondo, su chi siano gli avversari e i potenziali alleati, sulla chiarezza della parte della barricata su cui stare. Non siamo i sostenitori delle rivoluzioni colorate, finanziate dal grande capitale statunitense, non siamo i sostenitori del peace keeping, che porta guerra e l’orrore laddove la guerra non c’era o dove i popoli cercano di autodeterminarsi in barba all’equilibrio imposto dagli USA, e gli esempi sarebbero troppi dall’America Latina all’Ucraina.

Ma dobbiamo al contempo essere consapevoli che, seppure le questioni internazionali abbiano un’estrema importanza, il consenso oggi non può passare solo da queste. Troppo pochi e troppo deboli sono i comunisti per affermare le loro ragioni su questioni che appaiono tanto lontane dal senso comune di massa e sulle quali il main stream ha una sola voce, monolitica, quella del capitale, in nome del quale si individuano i buoni e i cattivi, i dittatori da combattere e le libertà da affermare. Devono sapere, i comunisti, che la loro verità sulle questioni internazionali, che non bruciano sul quotidiano dei lavoratori, potranno ‘passare’ e interessare solo quando si saprà coniugarle con ciò che incide sulla materialità della vita dei lavoratori, qui ed ora. Se sapremo individuare le vertenze sulle quali possiamo avere peso e voce, quando riusciremo a farci ragione, a farci riconoscere come quelli che sulle questioni del lavoro, sulla sanità, sulla scuola dicono verità e propongono soluzioni, allora forse riusciremo ad avvicinare i lavoratori anche alle questioni internazionali, così come noi le decliniamo, in nome della pace e dell’autodeterminazione dei popoli e della cooperazione internazionale.

Inutile ribadire che per riuscire anche solo ad avviare un lavoro di questo tipo, che ridia speranza di riscatto ai lavoratori subordinati e assimilabili (penso alla pletora di false partite iva, in realtà subordinate e prive di tutele) e alle classi subalterne, oggi sempre più numerose in questo paese, occorre che i comunisti siano uniti in un solo partito, che si superino gli attuali steccati, le diffidenze, le piccole storie dei singoli e le acredini individuali, che si mettano a disposizione ruoli, che si rimescoli tutto senza paura di perdere posizioni o di contaminazione deteriore, dalla quale ci terrà al riparo la sola sopracitata omogeneità culturale che l’assunzione della nostra storia, quale patrimonio comune dal quale ripartire senza ripetere errori già commessi, ci garantisce.