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Da vinti a invincibili

Unire le forze, progettare il futuro,

battere il capitalismo

Intervista a cura di Fosco Giannini a Marino Severini, “voce e chitarra” de la Gang*

*I Gang, la rock band marchigiana, nata e capitanata dai fratelli Marino e Sandro Severini, sono da 30 anni i portabandiera più coerenti e credibili di un rock sanguigno e soprattutto militante. Chitarre e batteria al servizio di un messaggio politico-culturale da sempre ben chiaro e definito che, prendendo spunto dalle sonorità punk dei Clash di Joe Strummer, li ha resi testimoni e cantori di una realtà per molti versi simile alla Londra cantata dal celebre gruppo punk-rock. Ideali e capacità cantautorali che nel filo conduttore di una decina di album sempre fedeli ad una linea di pensiero solidale e attenta agli oppressi e alle ingiustizie sociali, rendono la band di Filottrano un punto di riferimento più unico che raro nel panorama musicale italiano. Coscienza e memoria, radici e ali, terra e fuoco, lotta e speranza, ecco gli ingredienti che da sempre costituiscono la ricetta dei Gang, che hanno dimostrato di poter passare con disinvoltura dal linguaggio crudo e immediato del punk a quello più complesso e ricercato della canzone d'autore, senza dimenticare l'immenso potenziale della tradizione popolare più genuina. Un tesoro inestimabile, che si inserisce a pieno titolo nei capisaldi musicali e culturali d'Italia. Album: 1984, Tribes' Union; 1987, Barricada Rumble Beat; 1989, Reds; 1991,Le radici e le ali; 1993, Storie d'Italia; 1995, Una volta per sempre; 1997, Fuori dal controllo; 2000, Controverso; 2004, Nel tempo e oltre, cantando (con i La Macina); 2006, Il seme e la speranza; 2011, La rossa primavera; 2015, Sangue e cenere; 2017, Calibro 77; 2017, Scarti di lato.

 

 

 Emblematica della concezione che Marino Severini e il fratello Sandro (cofondatore e musicista de La Gang)  hanno del lavoro musicale del Gruppo, è la loro “presentazione” dell’Album “Le radici e le ali”, un album del tutto schierato nel solco della tradizione dell'internazionalismo. Pubblichiamo una sintesi di quella “presentazione”:

“Se ci chiedete da che parte stiamo, noi rispondiamo con il Sud perché pensiamo che, come nella Guerra del Golfo, i conflitti che insorgeranno nei prossimi anni dovranno essere visti da un’angolazione diversa da quella precedente, non in termini ideologici ma di interessi contrastanti tra Nord opulento e Sud straccione. Noi ci identifichiamo nella tradizione dell’internazionalismo. Il nostro lavoro va inquadrato nell’ambito di quella sinistra che si suol dire “eretica”, fatta di gruppi che si sono sviluppati fuori o ai margini del movimento operaio… Se si vuole capire la nostra musica bisogna tenere conto dello sviluppo economico che ha avuto questo paese e delle contraddizioni diverse che ha generato nel Nord e nel Sud. La musica in questo genere di lotta è sempre stata punto di riferimento e strumento di aggregazione: lo fu per Woody Guthrie, a cui stava a cuore l’unità dei lavoratori in un momento di transizione tra la cultura agricola e quella industriale, lo fu per Víctor Jara e Violeta Parra in Cile contro il regime di Pinochet e per il canto delle mondine, nel vercellese di metà secolo, quando scelsero lo sciopero. Oggi i giovani, come categoria sociale antagonista e portatrice di nuovi valori in contrapposizione a quelli del sistema, non ci sono più, o almeno restano sacche di resistenza che sopravvivono in piccole riserve. La “generazione” oggi non è più sintomo di controcultura o ribellismo. I giovani, negli ultimi quindici anni, sono stati vittime di un’omologazione crescente e questo mito interclassista riversato su di loro è, ora, funzionale al sistema. Il rock non è dunque più la bandiera della cultura giovanile, anzi in seguito ad una tendenza diffusa di conformazione della musica ad altri generi di consumo è in atto un certo accantonamento del rock a favore di un orientamento deciso verso la pop music. Questo non significa che il rock sia morto, ma che è tempo che si rinnovi e trovi nuova aspirazione, non necessariamente nel mondo giovanile”.

Prima dell’intervista “Cumpanis” propone (attraverso i link) la visione di un concerto de la Gang del 1991 (presentazione dell’Album “Le Radici e Le Ali” (https://youtu.be/3h32x0snm24) e la meravigliosa canzone “Nino”, per Antonio Gramsci (https://youtu.be/LZNBjgNYTrM)

 

 

Caro Marino, la tua storia artistica, la tua stessa storia personale, la tua netta “scelta di campo”, ci inducono a porgerti, senza indugi o imbarazzi, questa prima domanda, di carattere politico e sociale: la redazione di “Cumpanis” è dell’avviso che l’enorme crisi sociale che già tutta era presente, in Italia come altrove, ben prima del coronavirus e che la pandemia ha ancor più aumentato, richiederebbe oggi un forte e unico partito comunista e un vasto fronte di lotta anticapitalista e di popolo. Ciò per riconsegnare finalmente una rappresentanza politica al movimento operaio complessivo. Qual è il tuo punto di vista, rispetto a ciò?

Io continuo a credere fermamente, oggi più di ieri, che sia necessario un Fronte vasto, più vasto di un partito, un Fronte di Unità Popolare all’interno del quale i comunisti con o senza tessera e partito possano fare “la loro parte”. Una parte decisiva, se caratterizzata dal portare nel Fronte la materialità delle cose, la coscienza di classe, il superamento della proprietà privata e dei rapporti capitalistici di produzione, il progetto rivoluzionario e, insieme a ciò, una forte e strategica tensione unitaria. A monte c’è un’idea precisa, quella del futuro e di come “la città futura” si debba costruire. Perché ciò che dovrebbe anche oggi differenziare la cultura, soprattutto quella di governo, della sinistra, non solo italiana, è proprio la componente culturale del futuro. Pietro Barcellona nel suo “Alzata con pugno” afferma appunto che “La sinistra ha sempre avuto le qualità e le caratteristiche identitarie che risiedono nella capacità di durare, di guardare al futuro, di progettare e di avere la passione per il differire”.  Poiché, e i tempi lo confermano, sappiamo benissimo che senza futuro c’è soltanto il fascismo, che è questa psicologia dell’immediato che ci distrugge. L’immediato è del fascismo, esso è in sé la risposta rozza, immediata, di pancia, alle grandi contraddizioni sociali, è uno sfogo mortale, è la fine delle passioni. È il sonno della ragione. Dunque, la sinistra senza un’idea di futuro non è se stessa. E il compito principale della sinistra, soprattutto oggi come ieri, dei comunisti, oltre a quello di progettare, è quello di costruire il futuro e partecipare alla sua edificazione. Come? Come si è sempre fatto! Come hanno fatto i nonni e i nonni dei nonni e le nonne delle nostre nonne. Con le nostre culture carsiche, rivoluzionarie e popolari. Quali? La tradizione cristiana, che spesso nulla ha a che fare con quella vaticana. La tradizione dei Balducci, dei Don Gallo e Don Milani, dei Don Puglisi e così via, fino ai testimoni e ai protagonisti della Teologia della Liberazione, che riaccendono in noi una   vocazione rivoluzionaria tutta latino-americana. La tradizione socialista (che oggi ha fior fiori di “agitatori culturali” come l’economista francese Thomas Piketty) e naturalmente quella più compiuta, comunista. Mai come oggi Gramsci è l’intellettuale più letto, studiato e ammirato in tutto il mondo, dal Libano alla Palestina, dall’India all’Inghilterra e gli Usa… ci sarà un motivo! E forse più di uno… ma per questo si vorrebbe aprire un capitolo. E la terza tradizione: quella delle Minoranze! Senza di essa non ci sarebbe progetto democratico. Le minoranze: quelle delle sinistre eretiche, dei migranti, il movimento delle donne, le subculture giovanili e non, provenienti dalla “strada”.

Dall’incontro di queste tre Grandi Culture può nascere quella forza capace di guidare il Paese verso una direzione ostinata e contraria al nuovo feudalesimo che impera, rapina e preda ogni risorsa e riduce in schiavitù milioni di esseri umani. La battaglia a cui ci si deve preparare oggi non è semplicemente quella di una classe contro un’altra, ma è la battaglia per la civiltà e a guidarla, organizzarla e portarla fino alla vittoria finale dovrebbero essere non gli ultimi o i dannati, ma gli sfruttati della Terra. Ed è da “noi", gli sfruttati, che può nascere una concezione del lavoro diversa da quella che è stata ostaggio e vittima dello strangolamento del profitto e della produttività. Un lavoro per il bene, perché è nel fare e nel fare il bene (non la merce) che risiede da sempre la forza e il vero e unico riscatto di colui che fa, che crea, che trasforma e produce. E il lato su cui sfondare le mura opprimenti di questo feudalesimo deve essere quello dei beni e dei beni comuni.

Una strategia che implica una grande rivoluzione culturale e antropologica, quella che trasforma il verbo avere in essere. Io non possiedo l'aria o l'acqua o la foresta e il fiume ma io sono l’acqua, sono l'aria, sono la foresta e il fiume... io sono il socialismo. Questo dev’essere il tempo della resa dei conti. Il tempo di un nuovo umanesimo, che assuma in sé i valori del primo umanesimo innervandoli con la cultura prodotta storicamente dal movimento operaio e proletario complessivo, dalla lotta anticolonialista e di liberazione antimperialista di tutti i popoli. Per giungere ad un secondo umanesimo: non più quello delle classi illuminate, ma quello dei popoli, del proletariato mondiale, degli operai delle fabbriche, degli ultimi, di chi fugge dalle guerre e dalla miseria prodotte dall’imperialismo, dei poveri cristi che vivono l’abbandono e la disperazione delle periferie metropolitane, ormai milioni di esseri umani, un popolo in preda alle destre fasciste, poiché la sinistra non esce più dai centri urbani e non sente più l’odore della povertà.

È anche a partire da ciò  – è il mio punto di vista –  che oggi  ad un comunista si richiede il passaggio dall’identità all’appartenenza, dalla comunità alla socializzazione, lo spazio dove vive e rivive la comunicazione, un passaggio e una trasformazione che è vitale,  in cui c’è tutto da guadagnare e niente da perdere, per farci nuovi e poter risorgere, uscire dal pantano del presente, dalla dittatura del presente, che ci tiene in ostaggio e ci impedisce di mettere a valore le strade già fatte, ci impedisce di  tener viva la memoria, di mirare al futuro.

Sinceramente, come ripeto da decenni, in questo tempo non ho bisogno dei cosiddetti politici, ma ho un disperato bisogno dei pontefici, di uomini e donne capaci di scorticarsi l’anima per costruire ponti fra religioni, culture, linguaggi e costruire un nuovo e rivoluzionario umanesimo. Solo da questo lavoro, da questa aratura e semina potremo avere un buon raccolto. Da tutto ciò potrà risorgere finalmente la politica e con essa “Il sogno di una cosa”, quella profezia chiamata comunismo.

Ti dico tutto questo, caro Fosco, perché sono certo che il desiderio di molti comunisti come me è quello di fare un bel bagno rigenerante nell’Oceano, stanchi come siamo delle acque di torrenti diventati ormai acquitrini o, peggio, paludi.

 

 

La tua condizione di artista, il tuo essere cantante e musicista, il fatto di essere stato ed essere tuttora molto amato da importanti settori delle ultime generazioni e di avere con tanti giovani un forte rapporto diretto, ci permettono di chiederti un giudizio sulle attuali, giovani, generazioni. Cosa pensano? Che aspirazioni hanno, secondo te? Come vivono, se li vivono, i nostri valori e i nostri ideali, l’avversione al fascismo, al razzismo, alla guerra, alla diseguaglianza e alla società divisa in classi, il desiderio della trasformazione sociale?

Non sono io quello che può rispondere a una domanda del genere, non possiedo gli strumenti per farlo, non sono un sociologo… più’ di 35 anni fa mi sono laureato con una tesi dal titolo “Nuove aggregazioni giovanili” e più di quello che scrissi allora, dopo aver studiato e indagato “sul campo” a proposito di “giovani”, non so. Da parte mia, modestamente, credo che i giovani, come li abbiamo conosciuti noi, quelli della mia generazione, non esistono più da quasi mezzo secolo, nel senso che non esiste la “generazione”. I giovani, in quanto tali, non sono portatori da tempo di un modello altro di società rispetto a quella adulta… ne sono invece lo specchio fedele, gran parte di essi subiscono l’egemonia di valori della società adulta, non entrano in conflitto aperto con essa, o meglio il conflitto lo vivono sulla loro pelle, in maniera drammatica ed esistenziale più che politica. Nizan, nel suo “Aden Arabia”, scrisse quasi un secolo fa “Avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. Una frase che facemmo nostro quasi mezzo secolo fa ed oggi la stessa frase risuona ancora più attuale, tanta è la ferocia con la quale la società si abbatte sull’universo giovanile e adolescenziale per ammaestrarlo, renderlo innocuo e predisporlo affinché diventi “sangue nuovo” indispensabile al perpetuarsi dell’orrore “dell’uno contro tutti”. Quando anche nel nostro Paese i giovani sono stati capaci di rivendicare un mondo altro per sé e per l’intera umanità, lo Stato ha reagito con “la scuola Diaz”, con il terrore e la repressione, come questa “democrazia” ha sempre fatto… quindi io posso soltanto constatare che essere giovani oggi è una condizione drammatica che comporta la rinuncia a ciò che i giovani hanno di più prezioso: il futuro. “No Future for my” dei Sex Pistols, urlato nel ’77, risulta profetico col senno di poi… Comunque, io vedo l’universo adolescenziale estremamente frastagliato, composto da stili di vita, valori, e principi fra i più variegati, quindi non si può parlare di giovani tout court ma bisogna calarsi e indagare, conoscere a fondo per poi avere a che fare con le “mille e una” differenze. Il mio atteggiamento nei loro confronti non è mai stato di tipo consolatorio o vittimistico e lo posso riassumere con le parole di Antonio Gramsci, che scrive: “Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania di grandezza. È il solito rapporto fra il grande uomo e il cameriere. Fare il deserto per emergere e distinguersi”. (Dentro queste parole come non riconoscere la tragedia politica dei 5 Stelle o peggio del renzismo?). “Una generazione vitale e forte che si propone di lavorare e di affermarsi tende, invece, a sopravvalutare la generazione precedente perché è la propria energia che le dà la sicurezza, che andrà più oltre”.  E aggiunge, Gramsci: “Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più comodo se i genitori avessero fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chi sa cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro; ma essi non l’hanno fatto e quindi noi non abbiamo fatto nulla di più. Una soffitta su un pianterreno è forse meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa fare solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani”.

Forse sbaglio ma credo che ogni Rivoluzione cominci sempre con un “grazie!”. E i più giovani non sanno più dire grazie, perché nessuno insegna loro come si dice; mi spiego, non ricordo il nome del filosofo, forse era polacco o ungherese, poco importa, fatto sta che distingueva la storia dell’Umanità in due fasi: la fase in cui prevale il mito del diritto e la fase in cui prevale il mito del dovere. Quella in cui prevale il mito del diritto è il tempo dei predatori, di chi rivendica il diritto a tutto, e tutto si piglia non guardando in faccia a nessuno, è il tempo di chi “si fa da solo”. Noi ne abbiamo conosciuto “uno” che ha sempre rivendicato di essersi fatto da solo… e quindi abbiamo ben presente di che tempo si tratti. Questo ciclo finisce quando inizia quello in cui prevale il mito del dovere. Questo ciclo inizia quando noi ricominciamo a dire “grazie!”. Grazie a chi? Il filosofo fa degli esempi, ne ricordo alcuni… grazie a chi ci ha “fatto”, a chi ci ha concepito, se ci piace essere vivi “nel miracolo della carne” a qualcuno dovremmo ringraziare, ai nostri genitori. Grazie ai compagni che ci hanno sostenuto nell’adolescenza, che ci hanno aiutato a non sentirci soli nel superare i primi ostacoli e le angosce e le paure, e grazie infine ai nostri maestri, senza i quali non avremmo scoperto la meraviglia. Ecco allora che tornando a dire “grazie” ristabiliamo in noi delle relazioni che ci fanno sentire “relativi”, cioè fatti da tante di queste relazioni, quelle da cui nasce e rinasce la nostra cultura, e relazione dopo relazione ecco che ci sentiamo appartenenti! Questa consapevolezza che nasce dal “grazie” è indispensabile per avere e prendere coscienza della libertà, che non è, come è stato insegnato da questa società ai più giovani, da decenni, il “fare quello che cazzo ti pare”, ma la libertà di poter scegliere e nella scelta sentirsi responsabili rispetto alla propria “appartenenza”. È per questa libertà e solo per essa che si può tornare a lottare e combattere e anche dare la propria vita, come hanno fatto coloro che si sono messi dalla parte della vita e della sua dignità e di questa libertà, combattendo gli orrori del fascismo e del nazismo. Le canzoni che scrivo servono soprattutto per imparare a dire nuovamente “grazie”. Aggiungo un dato di fatto rispetto a quello che si dice a sproposito dei giovani che “non ascoltano le parole dei vecchi”: non è affatto così, dipende dalle parole e soprattutto dall’autorevolezza che hanno i vecchi nei loro confronti. Basti pensare che i due fari che più illuminano   le migliori gioventù del Pianeta sono in sostanza due “ragazzi” come Noam Chomsky, che mi pare abbia compiuto 92 anni, e l’altro è José Mujica, che a maggio ne ha compiuti 85… non è semplicemente un fatto di “comunicazione” ma soprattutto, ripeto, di autorevolezza! E per quella ci vuole tempo, solo col tempo si acquista ed è conquistata da chi sa tenere il passo attraverso i tanti territori di un Lungo Cammino o della Lunga Marcia verso la Libertà!

 

 

La pandemia ha colpito duramente anche tanti tuoi colleghi del mondo dell’arte e della musica. Non solo artisti, ma tante e diverse figure di lavoratrici e lavoratori di questo tuo mondo, dalla musica, al cinema, al teatro. Visto dal di dentro, quanto è stato duro questo colpo? E come le forze del governo stanno rispondendo ad esso?

Ogni domanda in un’intervista è un po’ come un sasso tirato nello stagno. Di solito si risponde in un ambito legato al primo cerchio che il sasso provoca nell’acqua… quasi mai si va oltre, fino al cerchio più grande. Questo significa restare imprigionati nel presente e non tener conto di una “prospettiva”. Io direi allora di allargare il campo, anzi di partire con un piano sequenza lungo, se non lunghissimo… non so se hai presente l’inizio di The Hateful Eight di Tarantino… una cosa del genere. Per dirla con Walter Benjamin, il coronavirus è stato un “segnalatore d’incendio” a livello mondiale e il segnale è stato più che chiaro e rivelatore non solo per quel che riguarda uno stato o un governo nazionale e locale, ma ha messo a nudo il Re! Cioè ha dimostrato tutta la ferocia di un modello di sviluppo dominato da una divinità che è il profitto. Quindi è importante ancora una volta mettere in luce questo modello di vita sociale, economico e culturale che è assolutamente privo di qualsiasi umanità, è l’esatto contrario di quella che viene comunemente chiamata Civiltà. Ebbene, questo modello prevede che chiunque non partecipi alla continua rigenerazione del profitto, non sta alle sue regole e leggi (che volgarmente sono chiamate leggi di mercato) viene espulso, buttato ai margini, viene “bandito”. Questo è un dato di fatto, pensare di riformare, di moderare, di mediare con questo modello credo sia una partita persa in partenza.  Oggi con la pandemia chi vive da tempo ai margini, alla frontiera dell’impero del profitto, viene letteralmente spinto nella fossa comune della povertà. Se passiamo da questo Cerchio Grande ad uno più piccolo, quello che riguarda direttamente, sia noi che migliaia di operatori nei campi più disparati dell’arte e nello specifico della musica, dai musicisti, ai tecnici, macchinisti, camionisti, fonici, gestori di club… ebbene tutto questo mondo di “invisibili” è tale e talmente vulnerabile oggi più di ieri, semplicemente perché manca in Italia, da sempre, una Legge sulla Musica. A differenza di molti altri paesi europei, non c’è nessuna legge nel nostro Paese che tenga conto delle effettive circostanze nelle quali tutti noi siamo costretti a lavorare. Anche se adesso questo governo facesse a tutti un’elemosina di 600 euro, cosa che ancora non è avvenuta, questo non cambierebbe di una virgola la realtà estremamente precaria nella quale tutti noi ci troviamo a lavorare da sempre. I motivi di questa assenza legislativa sono diversi e molte delle responsabilità di questa situazione sono da addossare alla politica di sinistra che ha sempre impedito o tergiversato di fronte alla richiesta di una legislazione in materia di “produzione, promozione e distribuzione della Musica” in Italia , mantenendo intatte così delle lobby come la Siae e la gestione del mercato musicale da parte di apparati come l’Arci (che dietro la maschera dell’impegno culturale ricopre di fatto la funzione di  portare voti nei serbatoi del PD), quindi impedendo indirettamente una vera e propria autonomia degli operatori del settore. Io direi che prima di tirare le uova marce puntando ai piani alti, come il governo, sarebbe meglio prendere bene la mira e lanciarle a poca distanza da tutti noi. Per ciò che mi riguarda, spero che questo momento veramente drammatico per molti di noi possa servire per acquisire una maggiore coscienza sullo stato delle cose, giungendo, come si dovrebbe e una volta per tutte, ad una vera e propria legge sulla musica, aggiungo io sul modello francese… ma qui si apre un altro sipario, un’altra “commedia”.

 

 

Tu sei innanzitutto un’artista e hai scelto di fare una musica e una canzone di impegno e di lotta. E a partire da ciò, quest’ultima domanda non poteva mancare: qual è il tuo giudizio sulla musica di oggi, sulla canzone di oggi, quella che “va per la maggiore”, quella più ascoltata e venduta in Italia?

Anche in questo caso per rispondere ho bisogno di un “campo lungo”, ancora più ampio della risposta precedente. Per parlare come si deve “della musica “premetto che io non entro più di tanto nel merito di questa categoria dell’arte, poiché faccio canzoni. E le canzoni contengono anche la musica, ma non sono   la musica… Detto questo, credo sia arrivato il tempo di fare chiarezza e ristabilire per bene i confini fra ciò che è un Bene, in questo caso un Bene Culturale e Comune, e ciò che è invece la Merce. Per decenni noi abbiamo assistito ad una sorta di “sdoganamento” di ogni forma artistica e di produzione culturale per condurre tutto questo nell’ambito del mercato e sottoporlo alle sue leggi e ai suoi principi, primo fra tutti quello del profitto. Facendo, così, diventare ogni espressione artistica né più né meno che una merce.  La responsabilità di questa barbarie è tutta della sinistra italiana e della sua “politica culturale”, un dato di fatto che Pasolini già denunciava negli anni ’70. C’è Musica e musica, e la “nostra musica” è espressione di una cultura, la nostra, quella popolare, quindi è un Bene ed essendo tale, come tutti i Beni ha come riferimento e interlocutore la cultura e la politica. Se invece è “altro”, una musica che è semplicemente una merce ha e avrà come interlocutore il mercato. Sono due universi completamente diversi, da non confondere, da separare invece nettamente. E da questa separazione dipende poi il “come si fa”, quali sono i materiali da usare, le competenze, i requisiti necessari, la funzione e l’utilità … perché un conto è costruire un Bene, comune e culturale, altro è costruire, realizzare un prodotto, una merce. Sono mondi inconciliabili   E questo va assolutamente e quanto prima, ribadito. Se noi non cominciamo a distinguere un Bene da una merce, non ci sarà futuro per la “nostra musica”, quella che ha bisogno di una Legge, tanto per tornare alla risposta precedente, perché solo con una legislazione ad hoc potremo liberare la Nostra Musica dalle pastoie e dalle catene del mercato e dei suoi padroni, e potremo dar vita finalmente anche in questo Paese a una stagione di vera Indipendenza dal mercato e dai vari vassalli, valvassori e valvassini.

Non userei parole come “impegno o lotta” a proposito delle nostre canzoni, perché allontanerebbero magari molti interlocutori; ripeto, io considero il mio lavoro, un lavoro culturale, un contributo volto alla messa in campo di un processo di emancipazione di tutto un Paese. Servono a far dialogare le radici e le ali. Gran parte di esse traggono ispirazione da Storie, utili per non dimenticare, per tenere viva la memoria. Non le definirei soltanto canzoni di lotta e di impegno. Mi spiego meglio: non sono mai stato d’accordo con quella sorta di “manifesto” che per anni e anni ha campeggiato su di noi, “La Memoria siamo Noi”. Mi dispiace per Minoli e de Gregori, ma io sono sempre più convinto che la Storia appartiene ai vincitori. Chi vince ha la Storia e ne impone la propria versione con i mezzi che ha a disposizione, quelli del Potere. Allora, noi, che abbiamo avuto nei secoli dei secoli? Noi abbiamo avuto, anzi noi siamo, Le Storie, al plurale. Come scrive Leslie Silko, scrittrice indiana d’America “Se hai le storie hai tutto, se non hai le storie non hai niente”. E queste storie nostre fanno una Storia diversa da quella dei vincitori, fanno la Storia nostra, quella dei Vinti. Tenerle vive, ricordare, anche cantando, queste nostre storie significa che non abbiamo dimenticato il nostro cammino, le strade percorse che ci hanno portato fino a qui, significa quindi che non abbiamo dimenticato l’esclusione, l’emarginazione, lo sfruttamento, le violenze subite. E così teniamo viva la memoria che è l’unico mezzo, l’unico strumento che da vinti ci rende invincibili.