Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

In relazione all’intervento dell’URSS del 1956 in Ungheria, il P.C.I. si schierò dalla parte della scelta sovietica. Pubblichiamo questi due articoli di Pietro Ingrao (entrambi pubblicati su L’Unità, il primo del 25 ottobre 1956 e non firmato, il secondo del 27 ottobre e siglato P. I.) allora direttore de L’Unità, volti ad argomentare la linea del Partito in difesa del socialismo ungherese attentato da un “putsch controrivoluzionario”. Respingere anche con le armi il tentativo antisocialista: “Difendiamo questo punto fermo, anche con scelte gravi e dolorose, poiché siamo un partito rivoluzionario”, così scrive Ingrao ne “Il coraggio di prendere posizione”. Molti anni dopo, Ingrao avrebbe affermato di vergognarsi di aver scritto questi articoli, di aver assunto questa posizione. Niente di male nel ripensare se stessi, ma forse è più verosimile l’ipotesi che il partito rivoluzionario, di cui lo stesso Ingrao parlava nel ’56, da tempo aveva cessato di esistere, trascinando nel suo vuoto anche coloro che erano stati i suoi dirigenti.

Da una parte della barricata

A difesa del socialismo

articolo non firmato ma scritto da Pietro Ingrao

L’Unità, 25 ottobre 1956

 

Dall’altro ieri notte è in atto a Budapest un putsch controrivoluzionario. Non siano di fronte a manifestazioni di piazza che abbiano dato luogo a conflitti, a disordini, a provocazioni. Si tratta di un attacco armato, meditato, tenace, diretto contro i gangli vitali della capitale ungherese, i centri dello Stato, i nodi decisivi; e chiaramente rivolti a rovesciare con la violenza il regime di democrazia popolare, il governo legittimo, l’assetto sociale e politico del paese. I fatti gravi e dolorosi non consentono equivoci. È un altro dei criminosi tentativi di spezzare con la sedizione e con la forza il cammino della rivoluzione socialista.

Questo è avvenuto mentre era in corso in Ungheria un processo di democratizzazione del regime, di correzione degli errori del passato, di punizione dei responsabili di tali errori, di modifiche politiche per allargare la base del potere popolare e migliorare il tenore di vita del popolo. Questo processo aveva dato luogo a una lotta politica intensa e anche a incomprensioni, resistenze, ritardi. La linea di sviluppo democratico verso cui procedeva il regime però era chiara ormai; e risultava non solo dalle dichiarazioni politiche dei dirigenti dello Stato e del Partito, ma dai mutamenti già in corso. Forze ostili al potere popolare e al regime socialista hanno tentato delittuosamente di inserirsi, per mutare con la rivolta armata il processo di rinnovamento e di democratizzazione in una restaurazione violenta che colpisse le basi democratiche e socialiste del regime ungherese.

I ribelli controrivoluzionari hanno fatto ricorso alle armi. La rivoluzione socialista difende con le armi se stessa, le sue conquiste, il potere popolare, come è suo diritto e dovere sacrosanto. Guai se così non facesse. In Polonia, dove la lotta politica non è uscita dai limiti della legalità socialista, la crisi è stata risolta pacificamente, democraticamente, senza conflitti armati. In Ungheria, dove si attenta con le armi alla legalità socialista, il potere socialista risponde necessariamente colpo su colpo, sul terreno armato su cui si è posta la sedizione controrivoluzionaria. Il governo ungherese, per sconfiggere la rivolta ha chiesto aiuto alle truppe sovietiche di stanza in Ungheria in base al Patto di Varsavia. Noi siamo vivamente addolorati che si sia dovuti giungere a questo punto. Ciò dimostra da una parte la pericolosità dell’attacco portato al regime popolare. Ma dimostra anche che esistono serie debolezze, le quali debbono essere affrontate con energia e sanate nella loro origine. Gravi e difficili compiti stanno dinanzi al Partito, alla classe operaia, al popolo ungherese per superare queste debolezze, correggere gli errori, assicurare al regime la fiducia effettiva e operante di tutto il popolo, anche di quegli strati che se ne sono distaccati.

La condizione prima e decisiva perché questi compiti possano essere assolti e il popolo ungherese possa progredire è oggi la sconfitta rapida e totale dei ribelli controrivoluzionari, la disfatta di tutti coloro che vogliono ritornare a un passato reazionario, la difesa del potere socialista. Prima ciò sarà fatto, prima il popolo ungherese potrà riprendere il cammino. Non possono esservi esitazioni. Nessuno può ingannarsi sulla prospettiva tragica che si aprirebbe davanti all’Ungheria ove dovesse prevalere in qualche modo la rivolta controrivoluzionaria. Fatalmente ciò sarebbe il ritorno alle guardie bianche, al terrore fascista tipo Horthy, al regime dei feudatari tipo Esterházy; il ritorno a tutto ciò che esisteva prima della liberazione del Paese nel ’45 da parte delle truppe sovietiche e che la rivoluzione socialista ha spazzato. Che questo solo possono promettere all’Ungheria le bande di ribelli controrivoluzionari è provato da tutta la storia passata dell’Ungheria, è provato dalla amara esperienza del popolo spagnolo. Il fascismo di Horthy nel ’19 si aprì la strada sulle rovine della rivoluzione socialista e da quelle rovine è nato per l’Ungheria il cupo periodo che l’ha portata alla servitù verso Hitler, alla guerra fascista, alla disfatta militare. Coloro – democratici borghesi e socialdemocratici – che nel ’19 tradirono, esitarono o dalla critica legittima agli errori del regime socialista passarono alla lotta controrivoluzionaria, pagarono poi anch’essi con la fine delle loro organizzazioni, con la distruzione delle loro e delle altre libertà. Terza via non ci fu. Terza via non c’è oggi.

Domani si potrà discutere e anche differenziarsi sui modi e sui tempi della rivoluzione socialista. Questo dibattito, questa ricerca sono necessari. Oggi una questione ben più grave e grande è sul tappeto. Oggi si difende la rivoluzione socialista, la base attuale di ogni progresso sociale e di sviluppo democratico dell’Ungheria. Chi colpisce quella base, lo voglia o non lo voglia, riapre la porta alle forze antagoniste di classe, per una legge che è scritta nella storia di questi cinquanta anni. Bisogna scegliere: o per la difesa della rivoluzione socialista o per la controrivoluzione bianca, per la vecchia Ungheria fascista e reazionaria. Quando crepitano le armi dei controrivoluzionari, si sta da una parte o dall’altra della barricata. Un terzo campo non c’è, Noi siamo per il socialismo, per coloro che in questo aspro momento lo difendono, con le armi alla mano in Ungheria. E auguriamo ad essi la vittoria; e chiamiamo alla solidarietà con essi tutti coloro – anche non socialisti – che odiano la reazione, il ritorno al passato, la violenza bianca. Siamo consapevoli che vinta la prova delle armi, altro bisognerà fare perché il regime socialista ungherese liquidi le proprie debolezze, superi le difficoltà, consolidi intorno a sé il consenso democratico del popolo. Ma questo è il lavoro di domani. Oggi il compito è uno solo: sconfiggere la controrivoluzione, difendere il socialismo.

Il coraggio di prendere posizione

di Pietro Ingrao

L’Unità, 27 ottobre 1956

 

La situazione in Ungheria è confusa e grave. Estremamente grave. La lotta armata è in corso ed è impossibile, al momento in cui scriviamo, prevederne gli sviluppi. L’estensione che ha assunto la sommossa indica la profondità della crisi che attraversa il regime popolare ungherese, la gravità degli errori che sono stati commessi dai suoi dirigenti, la frattura che ne è derivata con le masse. Bisogna guardare in faccia questa realtà, essere consapevoli della lezione che ne deriva, per fronteggiarla e superarla.

Al tempo stesso la gravità, il prolungarsi della rivolta dimostra che le forze che la dirigono hanno di mira obiettivi radicali e di fondo: hanno di mira non la democratizzazione, lo sviluppo della democrazia socialista, ma un mutamento delle basi sociali e politiche del regime. Non vogliono la sostituzione di Geroe con Nagy, l’avvento di un nuovo gruppo dirigente e lo stabilirsi di un nuovo rapporto fra il governo e le masse, ma un rovesciamento del governo e del regime, l’abbattimento del potere socialista. Questo solo può essere il senso di una rivolta che si sviluppa da tre giorni e si organizza contro i centri decisivi dello Stato. Sappiamo che vi sono masse, le quali seguono gli insorti e combattono con loro, ma sono estranee a fini e obiettivi controrivoluzionari: e fra queste masse sono operai, studenti, intellettuali, trascinati dagli errori dei dirigenti ungheresi a prendere oggi le armi contro il regime popolare. Questi dirigenti hanno colpe gravi, e la testimonianza tragica è nella tempesta che oggi si trovano ad affrontare, nell’incapacità di fronteggiare con le loro forze la sommossa. Guai però se si dimenticasse che il regime contro cui è scatenata la rivolta è quello che ha cacciato i capitalisti dalle fabbriche e i feudatari dalle campagne, rovesciando il corso della storia di Ungheria, battendo le forze fasciste e reazionarie che l’avevano dominata decenni e decenni. Chi – nella lotta agli errori del passato, nella critica al regime, nella protesta – scende sul terreno della rivolta armata e della lotta sanguinosa contro di esso, quale che sia la sua volontà, il suo stato d’animo, i suoi obiettivi, mette in movimento e porta innanzi le forze della restaurazione capitalistica. Questa – al di là della volontà dei singoli – è la logica delle cose, dei contrasti di classe. E per convincersene, basta chiedersi: che avverrebbe se vincesse la sommossa controrivoluzionaria? Non ci può essere dubbio alcuno che verrebbe aperta la strada al ritorno dei partiti e dei gruppi capitalistici, che sono stati cacciati dal regime socialista. È questa la discriminazione per cui diciamo: no. È questa la ragione storica per cui la vittoria della sommossa armata antisocialista può avere solo uno sbocco reazionario, un significato infausto per il progresso e l’avvenire dell’Ungheria.

Per questo noi scegliamo. Il coraggio di dire la verità è anche il coraggio di dire da quale parte si sta quando infuria la guerra civile. Sappiamo che questa scelta costa; e che questa lotta tragica costerà al regime socialista ungherese e alle forze socialiste e comuniste un prezzo altissimo e che sarà necessario un lavoro di anni, e lotte, vittorie e conquiste per sanare le ferite che questa lotta ha aperto. Sappiamo che della tragedia ungherese esce una lezione, a cui non si può sfuggire: la rivoluzione socialista per essere, per vivere e consolidarsi deve trovare la sua base nella realtà nazionale, deve scaturire dalle forze reali di classe di ogni nazione e deve procedere per la propria via originale. Non può risultare dall’applicazione di un altro modello, la sua possibilità di andare avanti sta nella capacità di allargare e rendere effettiva la partecipazione delle masse alla direzione economica e politica del Paese. Il XX Congresso del P.C.U.S. ha dato una elaborazione teorica di questa fondamentale esperienza del movimento operaio e comunista in questi decenni: dalla grande vittoria di Ottobre all’avvento oggi di un sistema mondiale socialista. La tragedia ungherese lungi dal confutare quella linea, la conferma: e gran parte di tale tragedia viene dal non aver inteso quella lezione e quella linea.

Sappiamo però anche che la libertà vera ed effettiva dell’Ungheria, la sua democratizzazione non possono e non potranno venire dal ritorno dello sfruttamento capitalistico, dal ritorno delle fabbriche nelle mani di pochi gruppi di privilegiati. Da questo ritorno può venire solo un arresto, il risorgere di una servitù e di una soggezione storica per i lavoratori ungheresi, anche per quelli che oggi combattono con gli insorti. Si cerchi la via della pacificazione in Ungheria, ma mantenendo ferme le basi del regime socialista, che sono le basi dell’avvenire dell’Ungheria.

Difendiamo questo punto fermo, anche con scelte gravi e dolorose, poiché siamo un partito rivoluzionario, a cui non basta la protesta e la denuncia contro il regime capitalistico, ma che fa, agisce e per questa strada aspra di coraggio, di combattimento, di assunzione di responsabilità è riuscito ad aprire un corso nuovo nella terza parte del globo e a determinare un mutamento di proporzioni storiche nella struttura del mondo. Siamo protagonisti e combattenti; e rappresentiamo questa forza nuova mai esistita, che attraverso lotte difficili e dure, attraverso errori e sconfitte ha saputo però guidare alla vittoria e condurre al potere – per la prima volta nella storia – la classe operaia e i lavoratori.