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Editoriale

Da Trump a Biden

Il quadro internazionale, le forze antimperialiste, i comunisti

di Vladimiro Merlin

“Cumpanis” Milano

Nei giorni delle elezioni presidenziali statunitensi il mondo intero ha seguito l'evento, i mass media hanno prodotto lunghe ore di trasmissione, come se non si eleggesse il presidente di un solo paese, per quanto potente, ma una specie di “presidente del mondo”, come se fossimo tutti “americani”.

È ovvio che quanto accade in USA è destinato ad influenzare la situazione internazionale dal punto di vista militare, economico e politico, e questo giustifica una certa attenzione, ma questo passaggio delle elezioni presidenziali è stato utilizzato anche come un tassello di una operazione di egemonia culturale e ideologica, per far vivere come “propria”, ad ogni cittadino europeo e non solo, la vicenda di un passaggio elettorale di un paese che non è il suo, che dista migliaia di chilometri e che, almeno formalmente, non dovrebbe determinare implicazioni sulla sua vita quotidiana.

Se ripensiamo a 20 o 30 anni fa, quando già il dominio politico, economico e militare Usa era da tempo affermato, e ripensiamo ai vari passaggi elettorali presidenziali, per fare solo un esempio al passaggio dal primo Bush a Clinton, non troviamo un coinvolgimento così profondo e ampio come è stato suscitato, anche nel nostro paese, da queste elezioni.

Senza dubbio il “fattore” Trump ha avuto un suo ruolo in questa dinamica, e poi ne parleremo, ma credo che si dovrebbe riflettere molto a fondo sul processo di assimilazione culturale e ideologica al modello Americano che si sta sviluppando da alcuni decenni, in Europa e nel mondo, grazie alla nuova potenza e pervasività dei media internazionali, che hanno il loro centro negli USA, di cui i media nazionali sono, sempre di più, una semplice dependance.

 

 

 

Trump

 

Anche chi, come noi, non nutre grandi speranze (o illusioni) sui possibili cambiamenti che si possono determinare dalla vittoria di Biden, non ha potuto esimersi dal gioire per la sconfitta di Trump, un aggressivo e prepotente reazionario, razzista e amico dei nazisti (se non nazista lui stesso).

Un personaggio che sembra riuscire ad incarnare tutte le peggiori aberrazioni del capitalismo, a cominciare dalla più totale insensibilità sociale, messa in evidenza in primo luogo dalle sue misure sull'immigrazione, in particolare dalla separazione dei bambini dai genitori, che riecheggia quanto avveniva nei lager nazisti. Insensibilità palesatasi ancora di più di fronte alla pandemia, in relazione alla quale dopo lunghi mesi, con milioni di malati e centinaia di migliaia di morti, non si curava neppure di celare la sua totale indifferenza.

Profondamente razzista non solo verso le minoranze interne, per esempio, nel suo atteggiamento aggressivo verso la Cina non c'è solo strumentalità verso un rivale economico e politico, ma trapela quel disprezzo verso i popoli “inferiori” che era proprio del colonialismo nei confronti dei popoli non europei.

Razzismo ancora più evidente verso gli afroamericani, rispetto ai quali non ha ritenuto di spendere una sola parola di fronte ai ripetuti omicidi di neri ad opera della polizia, persone disarmate, che non avevano commesso nessun reato, mentre non ha perso occasione per attaccare come criminali e terroristi da stroncare e incarcerare i partecipanti alle proteste.

Il culmine è riuscito a raggiungerlo quando ha definito “brave persone” i nazisti suprematisti bianchi che, armati, scendevano in piazza sparando contro i manifestanti di Black Lives Matter, mentre definiva terroristi gli antifascisti che si difendevano dagli attacchi dei suprematisti.

 

 

 

Biden

 

Nonostante ci venga presentato come un progressista, addirittura Trump lo ha definito un socialista e la stampa di destra nostrana (il “Giornale”) è riuscita a ripescare alcune sue frasi elogiative di Tito, dopo un incontro con il grande statista avvenuto nel '79, per dimostrare che si tratta di un pericoloso socialista amico dei comunisti, la realtà, purtroppo, è ben diversa.

Non solo nel campo democratico è considerato un moderato (e sappiamo cosa siano i Democratici “moderati”) ma vanta anche buoni rapporti con molti esponenti Repubblicani, ed è considerato l'uomo dei compromessi con i Repubblicani.

Negli anni in cui è stato presidente della commissione esteri del congresso risulta che abbia avuto buoni rapporti addirittura con Jesse Helms, uno dei repubblicani più reazionari in assoluto, uno che potrebbe competere, in questo campo, con lo stesso Trump.

Nelle sue prime dichiarazioni, dopo la vittoria, è arrivato a dire che si deve combattere il fascismo negli USA; su questa affermazione, probabilmente, pesa la necessità di mandare messaggi all’ala più radicale del suo partito, che è stata determinante per la sua elezione e che già chiede spazi nel governo, cosa che, ovviamente, renderebbe molto più problematica la possibilità di dialogare con i settori repubblicani cosiddetti moderati.

Ma questa affermazione di antifascismo cozza con alcuni passaggi della sua vita politica, in particolare quando Obama lo incaricò di “seguire” la vicenda della cosiddetta “rivoluzione arancione” in Ucraina.

È un po' difficile pensare che un vicepresidente degli Stati Uniti si limiti a “seguire”, come un osservatore neutro, una vicenda come quella Ucraina, considerato anche il rilevante ruolo che ebbero gli USA in quegli accadimenti, è forse più appropriato dire che fu incaricato di “gestire” quello che fu un vero e proprio colpo di stato.

Ma soprattutto nel gestire quel processo Biden utilizzò le forze naziste ucraine, fino al punto di consentire all’ingresso di esponenti apertamente nazisti nei governi post Maidan; evidentemente non si pose il problema del fascismo in quella circostanza.

Neppure se lo pose quando, sempre da vicepresidente di Obama, sostenne i tentativi di golpe in Venezuela, appoggiando economicamente, politicamente e militarmente esponenti e forze politiche reazionarie, anche qui con componenti fasciste.

La sua figura, in relazione a quella di un feroce reazionario come Trump, può apparire come progressista, e i media mondiali cercano di alimentare questa immagine, ma nel merito di quelle che saranno realmente e concretamente le sue future scelte politiche, viste le premesse che, solo in parte, ho cercato di evidenziare, non credo che ci si possa fare illusioni, anche perché le precedenti esperienze di presidenze democratiche dimostrano che per alcuni aspetti di fondo vi è sempre stata una certa continuità tra Democratici e Repubblicani.

 

 

 

Democratici e Repubblicani

 

Qualcuno sostiene che i Democratici e i Repubblicani siano, in realtà, un unico partito ma, a mio parere le cose stanno in modo diverso, si tratta di due partiti che rappresentano, però, la stessa classe sociale, rappresentano il 10% (o forse anche meno) più ricco del paese.

Ma dentro questa classe dominante vi sono tendenze diverse legate sia ad aspetti strutturali (a quali componenti del grande capitale appartengono: manifatturiero, finanziario, digitale ecc.) che ad aspetti politici (divergenze su quale è la forma più conveniente per esercitare il proprio dominio, sia a livello nazionale che internazionale).

Vi è anche molta continuità: gli interessi strategici da tutelare, cioè quelli del grande capitale USA e del suo dominio imperialistico sul resto del mondo, ma vi è divergenza sul modo in cui questi interessi concretamente si debbano tutelare.

Così i Democratici sono più legati a quella componente della classe dominante Usa che ha i propri interessi collegati alla globalizzazione, che basa la propria ricchezza sul sistema economico mondiale, fondato anche sul ruolo del dollaro.

Non è un caso che il presidente che ha completamente liberato da ogni vincolo o controllo la speculazione finanziaria sia stato Clinton, un democratico ritenuto tra i più progressisti, cosa che ha determinato il disastro dei derivati e la crisi del 2008, dalla quale, peraltro, non si era ancora completamente usciti all'arrivo dell'attuale epidemia.

Ma con i derivati gli Usa hanno scaricato il proprio enorme debito privato sul resto del mondo, evitando di piombare in una terribile crisi, facendo pagare il prezzo economico e sociale agli altri paesi, anche ai loro “alleati” capitalisti (alleati sì, ma pur sempre subalterni).

È questa maggiore vocazione alla globalizzazione e il legame con quei settori della classe dominante che in essa hanno i loro interessi che può spiegare come mai sono quasi sempre stati i presidenti democratici a scatenare le guerre americane dal '45 ad oggi: Truman la guerra di Corea, Kennedy la guerra del Vietnam e il tentativo della Baia dei Porci, Johnson l'escalation dell'intervento USA in Vietnam e l'invasione della repubblica Dominicana di Juan Bosch Gavino, Clinton l'intervento in Somalia e bombardamenti in Bosnia, Afghanistan, Sudan e Serbia, Obama che, nonostante il Nobel per la pace, è riuscito a intervenire militarmente in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan e a bombardare Yemen, Somalia e Pakistan, ed è stato anche il presidente del tentativo di colpo di stato in Venezuela.

Sul versante Repubblicano abbiamo Reagan con l'invasione di Grenada e il bombardamento di Tripoli e i 2 Bush con le 2 guerre in Iraq, e Bush padre l'invasione di Panama.

Come si vede, sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo (entità ed estensione delle guerre), i presidenti democratici sono stati di gran lunga più guerrafondai di quelli Repubblicani.

E sono stati, in diversi casi, quelli più progressisti in politica interna ad essere più guerrafondai in politica estera.

Quest'ultimo aspetto, tra le altre, ha una sua spiegazione: chi deve portare una nazione in guerra ha bisogno del massimo di consenso e compattezza sociale interna, viceversa i repubblicani che sono meno propensi ad interventi militari (anche se non meno aggressivi nei rapporti internazionali) possono permettersi di essere più aggressivi sul piano interno per quanto riguarda il conflitto sociale e razziale, non solo per propensione ideologica.

In questo senso Trump ha superato ogni precedente, lo scontro sociale e la divisione e contrapposizione negli Usa ha raggiunto, durante la sua presidenza, dei livelli che non si vedevano da almeno 50 anni. Un esperto di storia Americana ha evocato come unico precedente di tale situazione il periodo della guerra di secessione, secondo me è esagerato, mi sembra più appropriato il parallelo con la situazione di forte scontro e contrapposizione sociale degli anni '60 e primi anni '70 del secolo scorso, considerando, però, che in quel momento gli USA erano coinvolti nella disastrosa guerra del Vietnam e nelle lotte del movimento per i diritti degli afroamericani.

Da questo quadro, schematico e sommario, emerge che è difficile dire se sia meglio un presidente Democratico o Repubblicano, ma piuttosto che dipende dal punto di vista da cui si guardano le cose. Se si guardano dal lato dei popoli dei paesi del mondo vittime delle guerre e dei bombardamenti Usa, si potrebbe pensare che sia, forse, meglio un presidente Repubblicano, se lo si guarda dal punto di vista degli afroamericani, o di altre minoranze (nativi, latinoamericani ecc.) e anche da chi è escluso, per esempio, dal sistema sanitario, si può pensare che sia meglio un presidente Democratico.

Una cosa è certa che, per quanto riguarda il sostegno a regimi golpisti e fascisti e per quanto riguarda i tentativi di sovversione dei processi sociali progressivi e socialisti nel mondo, non vi è stata alcuna differenza tra i presidenti Democratici e Repubblicani.

In particolare, riguardo a Trump, che pure non ha fatto guerre, bisogna dire che rispetto al Medio Oriente, un'area che, ormai da decenni, è teatro di una guerra permanente, la scelta del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e il fatto di essere riuscito a portare alcuni paesi arabi reazionari ad un accordo con Israele, equivale a determinare le condizioni di una prossima guerra, anche se condotta, magari, tramite Israele o, come in Yemen, tramite i paesi arabi più reazionari.

 

 

 

I brogli

 

È possibile che nelle elezioni Usa vi siano stati dei brogli, del resto il sistema elettorale arcaico, come giustamente lo hanno definito i russi, si presta a manipolazioni, non so se è avvenuto in questa occasione, personalmente ho alcune perplessità di cui dirò dopo, ma certamente brogli sono già avvenuti, uno assolutamente accertato, mi riferisco alla sconfitta di Al Gore ad opera di Bush figlio; in quel caso i brogli  furono accertati, in Florida, ai danni di Al Gore, ad opera del fratello di Bush che era governatore di quello stato che fu determinante per la vittoria, ma Gore fu “convinto” ad accettare, comunque, il risultato e Bush rimase presidente. In quel caso non solo i repubblicani, ma anche quello che viene definito deep state (stato profondo) cioè il complesso militare-industriale, i servizi (CIA, FBI) il Pentagono ecc., tutti non volevano Gore, quindi nonostante i brogli provati non diventò presidente.

Ma nel caso di Trump la situazione non appare la stessa, per prima cosa va notato che anche 4 anni fa Trump vinse contro l'odiatissima Hillary Clinton pur prendendo meno voti, e lì sarebbe bastato poco per truccare il risultato se Trump fosse stato un candidato così sgradito all'élite dominante ed al deep state (come era Gore), invece non è avvenuto.

È vero, nella sua presidenza, Trump è riuscito a crearsi nemici ovunque.

Lo smisurato egocentrismo che trapela dai suoi comportamenti, facendo intuire che, più che un presidente egli si ritenga una specie di imperatore, lo ha portato a scontrarsi violentemente con chiunque non ubbidisse, senza obiezioni, ad ogni sua opinione o scelta, a partire da tutti i suoi collaboratori, tutti reazionari come lui, anche quelli che erano stati determinanti per la sua vittoria, per proseguire con i giornalisti e i mass media (salvo i pochi suoi collaterali, come la tv Fox con cui, però, ha rotto violentemente dopo che questa rete non ha sostenuto la sua campagna sui brogli), compresi quelli digitali come Facebook che, tramite Bannon, erano stati determinanti per la sua elezione.

Non si è fatto mancare neppure uno scontro frontale con gli apparati del deep state (con FBI, Cia, e Pentagono) di cui ha rimosso i più alti dirigenti perché non assecondavano ogni sua decisione (come per esempio schierare l'esercito contro i manifestanti che protestavano per gli assassinii degli afroamericani e gli abusi della polizia).

Questi apparati sono abituati da decenni a svolgere una funzione di “orientamento” delle scelte dei vari presidenti, che siano Democratici o Repubblicani, e non ad essere degli ubbidienti esecutori di ogni “ordine” che arrivi dal Presidente di turno.

Sicuramente queste forze, che pesano nell'influenzare gli orientamenti della società Usa, non hanno aiutato Trump, anzi, probabilmente, lo hanno contrastato, ma, come dicevo, non credo che, in questo caso, siano stati necessari dei brogli.

In primo luogo Trump ha preso molti voti in più della volta scorsa, riuscendo, quindi, a mobilitare al massimo l'elettorato repubblicano e reazionario, ma questa volta sono entrati in campo anche altri fattori, per prima cosa la mobilitazione dell'elettorato afroamericano e delle minoranze, per le vicende che conosciamo, che, invece, è noto, la volta scorsa non andarono a votare Hillary Clinton, lo stesso vale per l'ala sinistra del partito democratico, la cui mobilitazione, questa volta è stata, palesemente, e da tutti è stato riconosciuto, determinate per il risultato.

Inoltre non si può non vedere che la disastrosa gestione dell'epidemia e la sprezzante indifferenza palesata da Trump hanno avuto conseguenze, soprattutto negli stati e nelle città più tragicamente colpite.

Infine, anche questo è assodato, alcuni settori di Repubblicani hanno votato per Biden e lo hanno detto, come i Bush ed alcuni governatori di stati repubblicani, questo getta un'ombra sulla figura di Biden e non è di buon auspicio rispetto al segno delle sue politiche future.

Con questo quadro, il risultato della vittoria di Biden appare fondato più su questo insieme di fattori che su possibili brogli.

 

 

 

La “rivoluzione arancione” di Trump

 

Nel quadro sopra delineato la campagna di Trump contro i brogli e le affermazioni sulla sua vittoria sembrano più un estremo tentativo di condizionare lo spoglio dei voti negli ultimi stati, che risultavano determinanti, che una reale possibilità di contestare, su fatti fondati, la correttezza dei risultati (a differenza della vicenda di Al Gore già citata).

Certo facevano impressione i seguaci di Trump, armati, che tentavano, urlando e picchiando sui vetri, di interrompere lo spoglio delle schede e, in qualche caso, di fare irruzione negli uffici elettorali, intimidendo gli scrutatori; lascia anche perplessi l'inazione della polizia, di solito brutalmente e violentemente repressiva, specie con i movimenti antirazzisti e di sinistra, che lasciava fare e non interveniva, limitandosi a non consentire l'ingresso.

La cosa che, a me, più ha dato da pensare e che, stranamente, nessuno ha notato, è che Trump, in questo caso, ha adottato una strategia molto simile a quella che hanno utilizzato gli Usa per le cosiddette “rivoluzioni arancioni”, per sovvertire i legittimi governi di molti paesi, non ultima la Bolivia di Morales.

Questa strategia, ormai collaudata almeno dai tempi dell'Ucraina, e riproposta da ultimo in Bielorussia, consiste nel dichiarare truccate le elezioni, denunciare brogli, sollevare (avendola organizzata e preparata prima) una mobilitazione di quella parte della popolazione contraria ai legittimi vincitori che, pur essendo una minoranza, può, come in qualunque paese, portare in piazza alcune migliaia di persone.

Far partire una massiccia campagna mediatica internazionale che, senza alcuna prova, all'unisono, come un sol uomo, rilancia la certezza dei brogli e la legittimità dei perdenti quali rappresentanti (presidenti, ecc.) di quel paese, quindi facendo leva sulla complicità di settori di apparati dello stato che o lasciano fare (assalti e invasioni di parlamenti, assedio dei legittimi vincitori, ecc.), o addirittura “passano dalla parte dei manifestanti”, per arrivare, infine, al colpo di stato.

Questo “film”, pressoché identico, lo si è visto in Ucraina, fu tentato in Cina con la famosa Tien An Men, è stato tentato più volte ed è fallito in Venezuela, è riuscito in Bolivia ma è stato smentito dall'esito delle ultime elezioni, è stato ritentato in Bielorussia, ed è stato il canovaccio su cui si è sviluppata la cosiddetta primavera araba.

Trump ha pensato di utilizzare questa strategia, almeno in parte, per cercare di imporre la sua vittoria elettorale.

Ha denunciato i brogli e l'illegittimità della vittoria di Biden, ha incitato i suoi seguaci (come abbiamo visto anche armati) alla mobilitazione per ribaltare il risultato elettorale, appena prima del voto ha detto esplicitamente ai gruppi paramilitari razzisti e nazisti di fare un passo indietro ma di rimanere pronti (parole inaudite se pronunciate da un presidente in carica), ma qui il percorso necessariamente si è fermato.

Non ha avuto nessun appoggio dai grandi mass media, né nazionali né internazionali, che, del resto, come abbiamo già visto, si era ampiamente inimicati nel corso della sua presidenza, addirittura ha perso l'appoggio dei suoi media più fedeli, da qui il suo feroce attacco alla rete televisiva Fox.

Non ha avuto, ovviamente, nessun appoggio dagli apparati del deep state (CIA, FBI, Pentagono), con cui ha avuto scontri pesanti, e non appare casuale, in questo contesto, la rimozione del capo del Pentagono, avvenuta in questi giorni, ormai da ex presidente.

Ha riscosso, forse, solo una certa benevolenza, come abbiamo visto, da settori della polizia.

È chiaro che non avrebbe potuto realizzarsi, in toto, la strategia delle “rivoluzioni arancioni”, fino ad arrivare al golpe di fatto; non è possibile, nella capitale dell'impero, nel paese che viene indicato dai media come il modello della democrazia, almeno nelle condizioni attualmente date, applicare gli stessi metodi e le stesse pratiche che gli Usa hanno utilizzato, anche prima delle “rivoluzioni arancioni”, in tutti i continenti del globo, dal '45 ad oggi, né è pensabile che lo stesso Trump potesse credere di spingersi fino a quel punto. È più plausibile che abbia pensato di applicare, in parte, quella strategia per bloccare e condizionare lo spoglio delle schede, e minacciando persino l'approdo ad una guerra civile, imporre un passo indietro dei democratici e uno sbocco simile a quello già visto tra Bush e Al Gore.

Al momento in cui scrivo questa strategia appare ormai sconfitta, Trump continua a riproporre la sua posizione ma in modo sempre più debole e l'isolamento in cui si trova, anche rispetto al partito Repubblicano è evidente, continua ad avere un ampio sostegno popolare, ma sembra più il modo di gestire una ritirata senza perdere la faccia più che la conferma di un tentativo di prova di forza.

 

 

 

Alcune conclusioni

 

Cosa ci potremo aspettare, allora, da Biden?

Non è facile fare previsioni, molti fattori sono in campo e possono condizionare le sue scelte politiche, ma alcune cose, a mio parere non cambieranno.

In primo luogo lo scontro con la Cina, l'ascesa di questo paese è ormai un fattore inarrestabile.

Fino a poco tempo fa, pur avendo perso la supremazia sul terreno economico tradizionale e su quello della potenza finanziaria, gli Usa mantenevano la superiorità sui settori tecnologicamente più avanzati e sul settore del digitale/web. Oggi la Cina ha operato il sorpasso anche in questi campi, agli Stati Uniti sono rimasti solo tre settori in cui mantengono una superiorità: quello militare, quello dei mass media e il fatto di avere un’ampia zona del mondo sottoposta alla loro supremazia. Quest'ultimo fattore può consentire agli Usa di cercare di isolare e boicottare la Cina, in particolare grazie alla subalternità dell'Europa e del Giappone, come si sta vedendo sulla partita del 5G.

Inoltre, non dimentichiamo che gli attriti più pericolosi, sul terreno militare tra USA e Cina con il rischio di scontri aerei e navali, sono avvenuti durante la presidenza Obama, con Hillary Clinton segretaria di Stato e Biden vicepresidente.

È probabile, quindi, che anche con Biden gli USA non rinunceranno ad utilizzare la principale carta che resta loro in mano per contrastare il loro declino, che è la carta militare e della corsa agli armamenti.

Anche con la Russia appare difficile che si possa arrivare ad un raffreddamento delle tensioni.

Un'altra questione, a mio parere, non è destinata ad attenuarsi ed è la profonda frattura nella società Americana e lo scontro sociale che ne deriva, sia perché il livello dello scontro è diventato molto elevato e sia perché Trump non sembra intenzionato ad abbassare i toni e pare che voglia munirsi anche di una rete televisiva per continuare nella sua campagna di mobilitazione, probabilmente con l'idea di ricandidarsi tra 4 anni.

Probabilmente cambierà qualcosa sul piano sociale, non solo per quanto riguarda la sanità.

Ovviamente dovrebbe mutare il clima sul tema del razzismo e l'atteggiamento di copertura e sostegno degli omicidi gratuiti della polizia, non fosse altro che per il peso che il voto degli afroamericani ha avuto nella vittoria di Biden.

Sono stati annunciati da Biden sia un cambiamento sulla questione ambientale, tornado agli accordi firmati da Obama, che un mutamento riguardo alla questione del nucleare Iraniano ma, in particolare su questo ultimo punto bisognerà vedere come si svilupperanno i rapporti con i repubblicani cosiddetti moderati e cosa ne pensano gli apparati (CIA, Pentagono, ecc.).

Potrebbero cambiare anche i rapporti con UE e NATO, i democratici sono più orientati ad utilizzare il soft power con gli alleati europei e a “valorizzare la NATO”, purché, ovviamente, si allinei sulle posizioni USA, a differenza dell'atteggiamento di brutale comando e di scontro economico che ha caratterizzato la presidenza Trump.

Non ci si aspetta che cambi la politica imperialistica degli USA rispetto al resto del mondo, potrebbe cambiare la forma in cui si esprime, ma non la sostanza.

In questo contesto internazionale servirebbe un passo avanti nello sviluppo dei rapporti tra i paesi socialisti e tra i partiti comunisti, in modo da rendere visibile, a livello internazionale la presenza e il ruolo dei comunisti, e rilanciare l'idea e la proposta di un movimento comunista internazionale.

Vi sono, però, anche alcuni aspetti che inducono, probabilmente, a percorrere ancora con molta prudenza e senza eccessiva enfasi, questa strada, e sono, a mio parere, il fatto che nel fronte di paesi che si oppongono all'imperialismo vi sono anche paesi come la Russia e l'Iran che sono importanti politicamente, economicamente e militarmente ma non sono paesi socialisti, e un’eccessiva caratterizzazione del movimento comunista sul piano internazionale potrebbe creare difficoltà nello sviluppo di questi rapporti, non dimentichiamo che tra la Russia e la Cina si sta costruendo una alleanza militare strategica; inoltre la Cina riesce, nel contesto attuale, a segnare grandi successi sul piano internazionale, come l'accordo firmato mentre sto scrivendo con i paesi dell'ASEAN, il Giappone e la Corea del Sud.

Pur considerando questi aspetti rimane, comunque, la necessità, trovando i modi e i tempi più opportuni, di far fare ulteriori passi avanti ai rapporti internazionali tra i partiti comunisti e ricostruire, in forme nuove, un movimento comunista internazionale.