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Luigi Di Ruscio

Luigi Di Ruscio (a sinistra) con Mariano Guzzini

Il lettore che non avesse mai conosciuto Luigi Di Ruscio non si infili nei sensi di colpa. È vero che Di Ruscio è un incontro importante, ma molte istituzioni e molte consuetudini ne hanno appannato i meriti e resa complessa la frequentazione.

Chi lo ha incontrato leggendo i suoi libri, o – meglio ancora – frequentandolo di persona sa bene che l’uomo era un grande, e frequentarlo faceva un gran bene.

Tuttavia, anche a me è successo di arrivare alla ragguardevole età di 34 anni (43 anni fa) senza sapere nulla né di lui né delle sue opere in poesia e in prosa. Ignorando il suo indirizzo di Oslo, e il nome della sua compagna e dei suoi quattro figli, che oggi sono ritrovabili in un video niente male.

Anche il mio incontro, del resto, fu causato da una rivista. Capitò che sul mio tavolo di direttore della rivista comunista “Marche oggi” (perché anch’io sono stato direttore di riviste, caro Fosco!) arrivasse da Fermo il numero uno, anno terzo, del giornale “Garofano Rosso”, direttore responsabile Giuseppe Colasanti, datato 9 marzo 1977. Le sue dodici grandi pagine erano interamente dedicate a Luigi Di Ruscio, a cura di Domenico Pupilli, nato a Grottazzolina, insegnante e incisore.

C’era un disegno di Ernesto Treccani, una sequenza di foto di Luigi Crocenzi, marchigiano trasferito a Milano, uscite nel 1946 e nel 1947 sul Politecnico. C’erano 27 poesie e un racconto (Apprendistato). Una nota biografica e 74 righe di Domenico Pupilli nella penultima pagina, assieme a una giustificazione della redazione indirizzata ad un lettore che si domandasse perché mai.

Mi impressionò molto l’intera operazione giornalistica e culturale.

Apprezzai i due fotoracconti di Luigi Crocenzi (“Italia senza tempo” su Fermo e i suoi dintorni, e ”Andiamo in processione”).

Trovai molto giudiziosa la nota redazionale, che tra l’altro diceva: “… il nostro foglio non poteva che cogliere l’occasione di pubblicare queste cose, frutto di notevole sforzo, di un vero e proprio lavoro che è contemporaneo a quello della fabbrica, perché della vita di fabbrica è la trasposizione in parole”.

I testi veri e propri, sia le poesie che la prosa, mi convinsero a prendere la penna e a scrivere una nota per “Marche oggi” intitolata “Un garofano rosso per Luigi Di Ruscio”.

Quel mio pensierino fu spedito ad Oslo, e Di Ruscio mi fece avere i suoi primi libri di poesie (“Non possiamo abituarci a morire”, del 1953; e il più recente “Le streghe si arrotano le dentiere”, del 1966.) Nello stesso pacco – o in uno successivo: pacchi e lettere da Oslo arrivavano in continuazione – mi spedì anche una copia di “Apprendistati”, con una dedica in punta di forchetta: “A Mariano Guzzini, con fraternità”, e una copia del numero 30 di Ombre rosse, la rivista di Goffredo Fofi e Luigi Manconi, che pubblicava una sua poesia.

In quella pagina dalla punta di forchetta era già passato al confidenziale: “caro Mariano, questa poesia è anche nella mia raccolta di Savelli, ma in una stesura diversa. Se per il prossimo “Marche oggi” vuoi un mio pezzo sono pronto. Basta che mi scrivi cosa vuoi. Credimi. Luigi”. Il libro di Savelli era le “Istruzioni per l’uso della repressione”. Intanto era uscita l’antologia curata da Giancarlo Majorino “Poesie e realtà ‘45-‘75” dove figurano otto sue poesie.

Dopo di che la mia buca delle poste si riempì delle sue lettere, e le dediche nei libri che pubblicava diventarono ancor meno formali. Nelle “Poesie operaie” Ediesse editore, 2007, la dedica suona così “A Mariano e a tutti i ricordi che abbiamo insieme e alle nostre tutte speranze”. E nella “Allucinazione”, Cattedrale editore, 2007, scrive: “A Mariano, compagno e amico carissimo, Macerata, 27 ottobre”.

Assieme inventammo occasioni di rinfocolamento della cultura locale. Con Maurizio Blasi, anche lui fermano, inventammo un programma radiofonico per la terza rete marchigiana (si chiamò “Istruzioni per l’uso di Luigi Di Ruscio”), e una lunga intervista, la cui trascrizione mi arrivò di rimbalzo da Oslo – in una sorta di gioco circolare – in una busta contenente uno dei tanti progetti di libro purtroppo rimasti sulla carta.

Cito tutto questo perché vorrei fissare un punto. L’operaio Di Ruscio nella sua abitazione di Oslo, Aasengata 4c, inseguiva una poesia e una letteratura universali, ma cercava contemporaneamente di mantenere salde le sue radici locali, fermane, e voleva spendere l’eventuale riconoscimento del valore della sua opera per illuminare Fermo e i suoi dintorni di una luce diversa. La sua critica puntuale della burocrazia politica (nelle sue opere in prosa, “Palmiro”, del 1986, “L’Allucinazione”, del 2007, “La neve nera di Oslo”, del 2010, ecc) non gli ha mai impedito una forte vicinanza con il suo proletariato, con la gente del Tenna e del vicolo Borgia di Fermo, e con la grande speranza del comunismo. Ma non tanto nel mondo e nell’internazionale, quanto tra il Foglia e il Tronto, tra i Sibillini e la costa adriatica. Lungo il Tenna, tra la Grottazzolina dove tuttora è al lavoro nella sua bottega il disegnatore acquafortista e scrittore Domenico Pupilli e il vicolo Borgia, nel cuore della sua Fermo, sulla quale ironizza ma che ama visceralmente.

Con paranoie, certo. Con rancori non sempre giustificati e tentativi di accattivarsi la benevolenza del pensiero volgare e sottoproletario, certo. Ma anche con colpi che vanno al bersaglio maggiore, quando la coscienza ironica lo porta ad “amare tutto, moltiplicato tutto”.

Alcune volte è tornato nelle Marche, e ci siamo incontrati.

Una volta – nei primi giorni d’agosto del 1980 (almeno così ho scritto dietro la fotografia, ma forse ho confuso la data) – siamo andati a mangiare gli gnocchi di Gioconda, a Montesicuro. C’erano sua moglie (Mary), una figlia (Caterina) e un figlio (Tomas). C’era Franco Scataglini, con Massimo Rafaelli e Gianni D’Elia. Ho parecchie fotografie di quella giornata, scattate da me, e quindi senza la mia immagine. Un paio però le ha scattate Mary, e io ci sono, molto fiero di essere accanto a Luigi. Momentaneamente single.

Una foto di gruppo la fece sviluppare lui ad Oslo. E me la spedì, con un commento autografo dietro: “Questa è l’unica poesia che è venuta. Però nel gruppo c’è tutto. Facci caso, i ridenti e anche fuggitivi sono i giovani, i quattro giovani: Gianni, Massimo, Caterina e Tomas. Credo che vada tutto bene, Luigi”.

I ridenti e fuggitivi oggi non sono più giovani, e i due grandi poeti (lui e Scataglini) sono morti. Del resto anche il ristorante di Gioconda è diventato una abitazione e non ha più gnocchi da elargire. Come ho potuto verificare un giorno che andavo stupidamente in cerca del passato che, proprio perché è passato, non lo si acchiappa più.

A questo punto ricapitolerei per il lettore neofita, che solo oggi viene a sapere dell’esistenza di un operaio (“Non un poeta operaio, come pure e sbrigativamente si è detto tante volte, quasi si trattasse di sommare il sostantivo all’aggettivo, o viceversa, ma un poeta capace di introiettare, metabolizzare, rielaborare la condizione operaia alla stregua della condizione umana tout court”, come scrive Massimo Raffaeli nella postfazione di “Poesie operaie”) che è entrato di diritto nella storia della nostra letteratura, e nel famedio dei marchigiani che non si possono ignorare se si vogliono fermare gli eredi dei Delfini di Citto Maselli fermamente intenzionati a riprendersi l’egemonia culturale, i follaioli che mai leggeranno un libro e i debilitanti debilitati dalla disgrazia di essere venuti al mondo. E ce ne sono tanti.

Di Ruscio nasce a Fermo, nel vicolo Borgia, il 27 gennaio 1930. Vive l’infanzia e l’adolescenza nel proletariato naturalmente antifascista e anticlericale, molto povero e molto comunista. Una descrizione di questa prima fase della sua esistenza è contenuta nel racconto “Apprendistato” (al singolare) uscito di spalla sul Garofano Rosso curato da Domenico Pupilli.

Autodidatta, scrive testi che spedisce nel 1953 ad un premio letterario promosso dal quotidiano l’Unità. È poco più che ventenne, ma la sua raccolta (“Non possiamo abituarci a morire”) viene riconosciuta meritevole del primo premio da una giuria presieduta da Salvatore Quasimodo.

L’editore Arturo Schwarz di Milano (“iena trosko-fascista” secondo Togliatti, per aver pubblicato “La rivoluzione tradita” di Trockij con una fascetta che diceva: “Stalin passerà alla storia come il boia della classe operaia”) la pubblica con la prefazione di Franco Fortini. Prima di pubblicare Trockij, suscitando l’ira del “Migliore”, che pare intervenisse pesantemente per fargli togliere il finanziamento dalla banca.

A questo punto dovrei aprire una lunga e dolorosa parentesi sui pregi e sui limiti della politica culturale di quel Pci.

Luigi Di Ruscio ne parla diffusamente nel suo “Palmiro”, e Luciano Bianciardi fornisce utili spaccati di un mondo milanese dove la Feltrinelli stava muovendo i suoi primi passi, ne “l’integrazione”, da gustare meglio nell’edizione Bompiani grazie all’introduzione di Goffredo Fofi, e ne “Il lavoro culturale”.

Ma io vorrei occuparmi dei riflessi di quella politica nella regione Marche, nel bene (basta citare Licini, sindaco del suo paese, il premio dell’Unità a Di Ruscio, e poi le riviste di Enzo Santarelli e – si parva licet – del sottoscritto, e Paolo Volponi, e molto altro ancora) e nel male (con la mancata assistenza al medesimo Di Ruscio, la guerra fratricida a Enzo Santarelli, la chiusura indispettita e sterile delle suddette riviste e il distacco di Paolo Volponi).

Ma non ho le qualità ironiche e analitiche dei due maestri sopra citati, sicché non vado oltre, limitandomi a ripetere che serve a poco premiare la raccolta poetica del ragazzo di 24 anni, se poi lo si abbandona ad un destino di emigrazione inevitabile, quando a 49 ci chiede aiuto.

La questione non è irrilevante, e nemmeno di lana caprina. Se oggi la mezza Marca sporca di nerofumo assale tutti i palazzi del modesto potere locale e sono al lavoro per cancellare definitivamente la pomposa e menzognera qualifica di regione “rossa” dal territorio tra il Foglia e il Tronto, in parte il “merito” (diciamo così) del ricambio in atto va cercato nel degrado dell’impegno culturale della sinistra e nell’avvenuto abbandono di qualunque soggetto che si sia incaponito nel volere approfondire prima di banalizzare. E prima di consegnarsi più o meno rassegnato ad un destino subalterno e decerebrato, e di clientela del prepotente di turno nel teatrino di burattini della politica varia ed eventuale.

 

Insomma nel 1957, all’età di 27 anni, il vincitore del premio dell’Unità emigra ad Oslo.

Ne parla in un suo libro. Dove dice che la scelta fu determinata dal costo del biglietto del viaggio. Gli Stati Uniti o il Sudamerica sarebbero costati molto di più, e la destinazione possibile diventò Oslo. Dopo qualche anno – nove – Alberto Marotta e Salvatore Quasimodo decidono di pubblicargli il nuovo libro di poesie, “Le streghe s’arrotano le dentiere”. Omai per te ti ciba, era il motto dell’impresa editoriale di Alberto Marotta, iniziata nel 1959 e fortemente voluta dallo stesso Quasimodo. E anche sul rapporto dei comunisti napoletani con la cultura ci sarebbe da scrivere assaissimo.

Dopo questi primi fuochi d’artificio la corporazione degli scrittori e degli editori cominciò a interessarsi del caso Di Ruscio, lentamente, come quando scende la colata di lava. A bassissima intensità. Gli interlocutori più attenti erano di sinistra, spesso estrema. Ma nella sua regione di origine, con la quale voleva assolutamente intrecciare molto più di un fuggevole rapporto, le cose ingranavano poco. Usciva in qualche antologia di poeti marchigiani. Ma l’accademia era ancora con il ponte levatoio sbarrato. Con l’eccezione di Alfredo Luzi. E con l’eccezione di Gilberto Bagaloni, notevole figura di intellettuale residente, per certi aspetti simile al più fortunato Carlo Antognini, il quale ultimo ebbe la fortuna di avere l’appoggio dei chiericati e dei chiericandi, cosa che non accadde a Bagaloni. Che pure diede alle stampe opere di assoluto interesse, compreso il Di Ruscio del 1978. E Scarabicchi, Polverari, Tombari, Duilio Scandali, Trubbiani, e il fondamentale “La tutela difficile” di Valerio Paci e Giorgio Mangani che segnò una tappa di un confronto critico ormai stupidamente e colpevolmente rimosso.

E arriviamo al 1980. Quando da un modesto ufficetto con uso di dattilografa e diritto alla mazzetta dei quotidiani, al sesto piano di via delle Botteghe Oscure, rientrai in Ancona, mi feci eleggere in Provincia e diventai assessore alla cultura, un ruolo che all’epoca suonava bene e faceva fico.

Intrecciai vecchi e nuovi rapporti. Tra i vecchi c’erano Valeriano Trubbiani, Gilberto Severini e Ricardo Madrid, nella circostanza addirittura miei dipendenti, e i giovani nuovi editori che stavano dando vita al “lavoro editoriale”: Giorgio Mangani, e tutto il suo gruppo.

Non mi fu difficile fare una serie di cose giuste. I giovani editori mi aiutarono a organizzare pregevoli incontri culturali, e per ricambiare consigliai Di Ruscio come autore da riscoprire e rilanciare. Da questo traffico nacque “Palmiro”, che aveva questo sottotitolo: “l’italia più esilarante e poetica del dopoguerra. Il romanzo di un formidabile Pci”. Un bel libro, che la politica locale ovviamente ignorò.

Prima di andare a Roma avevo chiuso il fascicolo di maggio-ottobre 1979 di “Marche oggi” che conteneva una importante lettera di Di Ruscio, ed una meno fondamentale risposta mia. Di quella lettera si richiedeva la pubblicazione, anche perché nella parte finale era sviluppata la richiesta di poter tornare nelle Marche e “se non mi aiutano per trovare lavoro nelle Marche gli intellettuali non capisco chi potrebbe aiutarmi”.

Qualcuno probabilmente lesse quella richiesta, ma nessuno mi propose niente e io stesso non seppi come fare per soddisfare la sua più che legittima richiesta in qualche modo. È vero che il partito non ha mai voluto essere una agenzia di collocamento e che la questione doveva sempre essere politica oppure era irricevibile e irrilevante. Ma pure tanti rampolli di dirigenti hanno trovato posti fissi per tirare a campare, e non si spiega perché uno di quei posti non lo avrebbe potuto occupare l’emigrante che fabbricava chiodi a Oslo.

I libri di Di Ruscio ormai sono una pila che ingombra la scrivania, e vanno letti. Non è questa la sede per declamare qualche verso o per leggere con voce impostata qualche brano di prosa.

Come scrisse Antonio Porta sul Corriere della sera, recensendo “Apprendistati”, “Di Ruscio è una talpa che continua a scavare e la sua macchina macina-parole funziona a pieno regime grazie a un sistema di verbi che ribadiscono, verso dopo verso, la necessità della presenza centrale di un io capace di interagire con il “farsi e disfarsi” della storia del nostro tempo. Al posto della disperazione vi è il senso del comico, invece delle sintesi e dei dogmi c’è l’incalzare delle domande”.

Il lettore che ormai non è più ignaro, perché è stato contaminato – spero – dalla mia passione e dai miei ricordi, non deve fare altro, a questo punto, che leggere, gustare, rifiutare o condividere. Chi invece lo avesse già fatto e sapesse tutto quello che c’è da sapere su Di Ruscio può cominciare a farmi le pulci, esercitando la critica, come si veniva invitati a fare nel retro delle tessere del non dimenticabile Pci.

Peraltro la frase esatta non si fermava lì, in quanto continuava con “e l’autocritica”. Il tesserato per bene e politicamente corretto, insomma, era invitato a criticare e contemporaneamente ad autocriticarsi. E io obbedisco, come Garibaldi.

 

È possibile che l’intero pezzo parli troppo di me, con il pretesto di parlare di Di Ruscio. Ma a questa critica so come replicare. Quelli bravi, che hanno già scritto tutto sull’opera dell’inquilino dell’abitazione in Aasengata 4c sono noti, e i loro testi sono disponibili. E non si tratta solo di Franco Fortini e Salvatore Quasimodo, di Antonio Porta e di Giancarlo Majorino o di Francesco Leonetti, e Giuseppe Zagarrio.

Ci sono anche i giovani emeriti, che a Montesicuro erano ridenti e fuggitivi, ma che adesso si preparano ad essere venerati maestri. Mi riferisco a Massimo Raffaeli, ad Angelo Ferracuti, a Massimo Gezzi, ad Andrea Cortellessa e ad altri che lascio sulla punta della penna per non dimenticarne qualcheduno.

Io non posso confrontarmi con loro. Ma posso mettere sul tavolo ricordi autentici, e così facendo – lo capisco bene – posso dare l’impressione di sgomitarci sopra. Ma vorrei che il lettore onesto intellettualmente accetti la mia spiegazione, dovuta alla modestia, e non alla tracotanza.

E già che ho ripreso la parola cercherò di togliere la polvere della banalità dal ritratto del nostro compagno morto a 81 anni, il 23 febbraio 2011, il giorno dopo che al ridotto delle Muse avevamo presentato il mio studio “Passato quotidiano” con Franco Cassano e Andrea Nobili, evocando un demiurgo mite, da utilizzare per restituire un senso alto alla regione Marche. Lo dico per contestualizzare, senza pretendere che sia esistito un rapporto di causa ed effetto tra la presentazione del mio libro e la scomparsa di Di Ruscio.

Lui aveva scritto di voler essere cremato. Chiedendo di collocare le ceneri nel fornetto di suo padre, nel cimitero di Fermo. Invece la famiglia, sostanzialmente tutta norvegese, lo ha sepolto in una bella posizione, in una specie di collinetta, precisando sulla lapide che si tratta di un poeta.

E non è detto che non abbia fatto la cosa giusta la signora Mary, che parlava solo norvegese e non si intrometteva nelle fantasie poetiche del suo compagno che scriveva tanto ma nella incomprensibile lingua italiana.

Eppure, ho come l’impressione che al ragionamento che ho cercato di sviluppare manchi qualcosa di importante. Anche se non riesco a capire cosa. Potrei seguire il filo di Arianna dell’uso dell’ironia, del sarcasmo e dell’invettiva per tenere desta l’attenzione dell’ascoltatore e captare benevolenze aggiuntive. Come mi capitava quando intervenivo nelle assemblee, e non mancavo mai di infilare qualche battuta divertente all’interno dei ragionamenti complicati che adoperavo per cambiare un mondo troppo liquido e troppo mobile per essere cambiato con un ragionamento. Per giunta di sinistra.

Quindi qualcosa ci ha unito, nelle nostre differenti esposizioni. In un testo contenuto in “Epigramma”, Valore d’uso edizioni, 1982, è scritto:

 

“giuravo che avrei smesso di scrivere

 il giorno dopo ricominciavo come niente fosse

 con tutte le poetiche e le ideologie

 e le parole che saltano stupidamente

 da tutte le parti”.

 

Si tratta di un meccanismo perverso che conosco palmo a palmo. Basta cambiare “scrivere” con “fare politica” e tutto il resto funziona perfettamente. Eravamo malati della stessa malattia, e rifiutavamo di prendere atto che il contesto ci sfuggiva, e che nessuno seguiva la testa del nostro corteo.

E il giuoco delle analogie può continuare. Entrambi abbiamo concepito la residenza come distanziamento, usando la lontananza come memoria sempre duttile e in perenne metamorfosi. E mescolando il dialogo con il conflitto, come se si trattasse di attività analoghe.

Peraltro c’è un modo di onorare l’amico venuto a mancare usandone i versi più popolari alla stregua di canzonette rasserenanti. A volte mi esercito in questa sorta di amichevole profanazione, e mi trovo bene. A titolo di esempio, e per concludere, citerò due passaggi molto rasserenanti e molto cantabili. Tratti sempre da “Epigramma”.

 

“Non è proprio certo che iddio esista

l’esistenza del papa e dei cardinali

non può essere messa in dubbio.

Sarebbe preferibile che fosse tutto il contrario:

l’esistenza di dio fosse totalmente certa

e l’esistenza del papa e dei cardinali

cosa del tutto improbabile”.

 

E ancora:

“I peli della poesia vengono divisi in mille parti,

le balle che ci racconta il potere

invece spudoratamente ce le beviamo tutte.

Anche in questo caso è preferibile il contrario:

beviamoci spudoratamente tutte le balle delle poesie,

e le balle che ci racconta il potere

dividiamole in mille parti, con tutte

le infinite metodologie critiche”.

 

Leggo quei versi, e mi sento inserito in un coro popolare, che canta assieme a Ettore Petrolini la “gita a li castelli”. Ma io sono vecchio e stanco. Scusatemi. E leggete le poesie più serie e impostate che rendono godibilissimi i libri di Di Ruscio. In versi e in prosa. Che – secondo una sua fulminante battuta – non è altro che poesia con versi troppo cresciuti.