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Cuba e la complessa relazione

fra l’individuale e il collettivo

di Karima Oliva Bello

docente di Psicologia della Personalità all’Università dell’Avana; “Granma”,19 luglio 2020;

traduzione di Alessandra Riccio per “Cumpanis”.

Pochi giorni fa sono stati commemorati i 59 anni delle storiche parole di Fidel agli intellettuali cubani. Mi interessa molto un passaggio di quel discorso. Fidel ha detto: «La Rivoluzione (…) deve agire in maniera che tutti quegli artisti e quegli intellettuali che non sono genuinamente rivoluzionari, possano trovare dentro la Rivoluzione un campo dove poter lavorare e poter creare; e dove il loro spirito creatore, pur non essendo scrittori o artisti rivoluzionari, abbia l’opportunità e la libertà di esprimersi. Cioè dentro la Rivoluzione». E subito dopo aveva aggiunto: “Questo significa che dentro la Rivoluzione, tutto; contro la Rivoluzione, niente!». I discorsi non devono essere interpretati al margine del momento storico e del contesto in cui sono stati pronunciati, ma in queste parole Fidel affronta una contraddizione che è ancora vigente, forse una delle più significative con cui si scontra un processo rivoluzionario: la relazione fra l’individuale e il collettivo.

Il liberalismo porta all’estremo questa contraddizione; le libertà individuali dichiarate sono formali e finiscono con l’essere effettive solo per chi possiede il potere economico o quando non colpiscono direttamente gli interessi di quel gruppo di potere. La storia dei movimenti sociali a livello globale ha dimostrato che le libertà individuali, per chi è storicamente indifeso, dovranno essere, prima di tutto, una conquista collettiva di determinate condizioni di possibilità, la cui continuità, inoltre, deve essere difesa nel tempo, sempre collettivamente. Lì dove i collettivi sono stati parcellizzati, cooptati, corrotti, sono stati brutalmente spazzati via i diritti e le libertà individuali, senza che i colpiti contassero su risorse per potersi difendere. Lo abbiamo visto accadere con la precarizzazione del mondo del lavoro negli ultimi decenni su scala globale: oggi è sempre più difficile ottenere un lavoro con un minimo di diritti lavorativi garantiti, eppure erano state conquiste storiche della classe operaia.

La necessità imperiosa di valorizzare il collettivo ci porta a riconsiderare l’individuale, che non può essere annullato: il collettivo deve essere un veicolo per far sì che gli interessi individuali abbiano più possibilità di esistere.  Come ha fatto Julio Cortázar con un acume esemplare quando, a marzo del 1980, in Casa de las Américas, diceva: «Non ho mai nascosto a nessuno la mia convinzione che, a questo punto l’orizzonte critico dovrebbe aprirsi di più a Cuba, che i mezzi di informazione – come hanno già notato alcuni dirigenti – continuano a non essere all’altezza di quello che potrebbero essere attualmente, e che c’è una quantità di cose che potrebbero essere fatte e non vengono fatte o che potrebbero essere fatte meglio. Ma queste critiche le faccio sempre partendo da un sentimento che per me è la felicità della fiducia, le faccio mentre sto vivendo e vedendo la prodigiosa quantità di cose positive che ha fatto la Rivoluzione Cubana su tutti i terreni e, soprattutto, le faccio senza ancorarmi stupidamente a quello che sono, cioè uno scrittore, senza rinchiudermi nel mio criterio esclusivo da intellettuale quando tutto un popolo, contro tutto e tutti, sbagliando e inciampando, è oggi un popolo infinitamente più degno della sua cubanità che nei tempi in cui vegetava sotto regimi alienanti e sfruttatori».

Il popolo di cui parla Cortázar è proprio il soggetto collettivo di quel processo storico che è stato la Rivoluzione Cubana. E quando dico popolo non mi sto riferendo a un blocco omogeneo. Pensare così è insostenibile. Il popolo di Cuba è eterogeneo nelle sue condizioni di vita e nei suoi desideri, negarlo adesso non avrebbe senso. Che cosa definisce, dunque, questo soggetto collettivo che si fa sentire quando sfila in piazza, approva una Costituzione o rinnega l’“opposizione” a Cuba? Forse esiste ancora un consenso strutturante in base ad alcuni principi fondamentali che si sono andati via via costruendo insieme al senso di cubanità e di identità nazionale (da cui il suo peso), attraverso un complesso processo storico di lotte, di resistenze, di rivendicazioni, di grandi sacrifici e coinvolgimenti per il costo di un desiderio: la sovranità della nazione cubana e la difesa di un sistema che considerato più giusto nella misura in cui garantisce in modo universale e inalienabile un insieme di diritti collettivi, cioè a tutti e a tutte in modo uguale, e la cui efficacia si è resa evidente in questi giorni, salvando vite con nome e cognome, al di là delle statistiche.

Questo è il più grande ostacolo contro cui si scontra l’“opposizione” a Cuba. Una “opposizione” fabbricata a Washington, i cui interessi restano sempre al margine del consenso collettivo a Cuba poiché sono connessi agli interessi economici di gruppi di potere con cui il popolo non si identifica, non può attivare la mobilitazione sociale. In poche parole, non c’è mai stata una “opposizione” cubana che non sia stata fabbricata dagli Stati Uniti. Questo non è un discorso paranoico sul nemico, è una realtà riconosciuta anche da loro. La stampa privata e gli altri attori politici a Cuba sono finanziati da alcune delle più screditate e nocive organizzazioni della destra internazionale. Dovremmo addirittura prepararci per un contesto in cui questa questione potrebbe essere sempre più presente.

Con l’auge delle reti sociali, l’“opposizione” cubana sta diversificando il suo aspetto e ormai non ci troviamo più solo di fronte a quei gruppi di Miami che mantengono una narrativa di odio, ma stanno comparendo attori e scenari nuovi nella stessa isola, pur se formati e nutriti da fuori. Essi giocano continuamente con simboli che hanno un valore nell’immaginario collettivo e capitalizzano problematiche sociali realmente esistenti. Naturalmente non alludo a chi, al di fuori dei mezzi statali, ma al margine del finanziamento straniero, sta creando in internet del materiale valido, con una prospettiva critica sulla società cubana attuale, che viene ad arricchire il dibattito sulla nostra realtà da posizioni, a volte, profondamente marxiste e decoloniali, che sommano e non sottraggono.

Negli ultimi tempi, a Cuba si è amplificata la percezione del diritto a discutere sul pubblico: cubane e cubani deliberano in qualunque ambito della vita nazionale, da una decisione sull’architettura locale a cosa fare con le frontiere di tutto il paese. Esistono voci che approfittano del contesto per manipolare mediaticamente l’opinione pubblica riguardo alla gestione dello Stato e alle sue istituzioni, non possiamo ignorare questa realtà. Ma è anche certo che non tutto si riassume in questo e che, nonostante i fabbricanti di odio, esiste un senso della difesa del bene comune. La necessità di una gestione di governo a livello locale che approfondisca meccanismi di partecipazione popolare, che converta nella sua filosofia di lavoro la consultazione, la trasparenza, l’offerta d’informazione opportuna sui processi di presa di decisioni, si impone come qualcosa di consustanziale allo sviluppo del socialismo.

A marzo del 2020 è stato annunciato il programma nazionale contro il razzismo e la discriminazione razziale. Giorni fa è stata annunciata l’approvazione in quest’anno del Decreto-Legge sulla protezione animale. E si dovranno continuare a creare piattaforme di lavoro per analizzare, dibattere, costruire alternative per le problematiche presenti nella società cubana attuale, in grado di approfondire il carattere democratico e di giustizia del sistema politico a Cuba. Ciò non potrebbe essere fatto al margine del socialismo, il capitalismo oggi acuisce ciascuna di queste problematiche in lungo e in largo nel mondo. La transizione socialista non risolve queste problematiche in maniera naturale o spontanea, come qualcosa di inerente a se stessa, ma crea migliori condizioni per analizzare, dibattere, lavorare intorno a queste problematiche. Ci dovranno essere piattaforme inclusive, trasparenti, di costruzione di dialoghi e di consensi. Le cause, quando sono giuste, trovano spazio dentro la Rivoluzione e le sue istituzioni. Forse a questo alludeva Fidel quando diceva che ci doveva essere posto per tutti nella Rivoluzione.

Nessuno di quelli pagati dall’estero per cambiare Cuba ha presentato una proposta decente al popolo. Lottare con tutte le forze affinché i cubani e le cubane conservino la loro vita in mezzo alle condizioni più avverse ed essendo Cuba un paese povero, senza sacrificare un pezzetto di sovranità, ecco una proposta all’altezza di questo popolo. Forse Fidel alludeva a questo quando ha detto dentro la Rivoluzione tutto ma contro di essa, nulla. Anche se ci sono molte cose, come ha detto Cortázar e come riconosciamo noi rivoluzionari che devono essere fatte meglio a favore di questo soggetto collettivo, in modo che l’individuale abbia la possibilità di esistere in maniera sempre più piena.