L’Assalto alla Caserma Moncada fu un’eroica azione militare, condotta da un gruppo di giovani cubani, guidati da Fidel Castro, che sarebbe passata alla storia come la “Generazione del Centenario”, il cui obiettivo era quello di scatenare la lotta armata contro la dittatura di Fulgencio Batista. Nonostante il loro immenso coraggio e la loro grande dignità, gli assalitori – inferiori per numero e armi – non poterono prendere la fortezza. L’ordine del dittatore era di eliminare dieci rivoluzionari per ogni soldato del regime ucciso in combattimento. Il massacro fu smisurato e la maggior parte degli assalitori rimase uccisa. I sopravvissuti furono arrestati, dopo una caccia spietata, processati e condannati al carcere.

Contesto

Nel suo storico discorso tenuto al processo per gli attentati alle caserme Moncada e Carlos Manuel de Céspedes, Fidel Castro indicò come ragioni di una rivoluzione a Cuba la crisi delle istituzioni politiche e i gravissimi problemi sociali esistenti, aggravati tutti dall’illegale colpo di stato del 10 marzo 1952.

Il controllo, la minaccia e la repressione poliziesca si fecero sentire di fronte alla più piccola reazione dell’opposizione, anche di quella che invocava soluzioni pacifiche. La crisi politica giunse rapidamente ad un vicolo cieco.

La situazione nel Paese su questioni vitali come la salute, l’istruzione e il lavoro era precaria. Le classi povere non avevano accesso ai mezzi di sussistenza indispensabili e subivano ogni genere di maltrattamenti e umiliazioni. Un triste panorama offuscava la vita del comune cubano.

Preparativi per l’assalto

La caserma Guillermón Moncada, nel 1953, era il quartier generale del primo reggimento “Antonio Maceo” nella città di Santiago de Cuba, capitale della provincia d’Oriente. 

Fu scelta per diversi motivi:

Per la sua importanza, la Moncada era la seconda fortezza militare del paese, occupata da circa un migliaio di uomini; 

La sua lontananza dall’Avana rendeva difficile l’invio di aiuti all’Esercito Orientale;

Inoltre, Santiago de Cuba era situata sulla costa meridionale, sul mare, e circondata da montagne;

Nella regione orientale, nel secolo precedente, erano iniziate le tre guerre di indipendenza che si erano combattute a Cuba, c’erano state insurrezioni popolari in vari momenti del periodo repubblicano – anche durante la rivoluzione del 1933 – e le sue montagne erano note per la resistenza armata dei contadini contro i latifondisti, e il suo popolo era sempre stato caratterizzato da uno spirito di ribellione, per cui quel territorio era chiamato “l’Oriente indomito”.

Il piano fu elaborato in assoluta segretezza. Oltre a Fidel, lo conoscevano solo due compagni della direzione del movimento e il suo responsabile a Santiago de Cuba. Gli altri sapevano che si sarebbe svolto uno scontro decisivo, ma non sapevano di cosa si trattasse esattamente.

Stessa attenzione si ebbe nella strutturazione del movimento: fu organizzato su base cellulare e si osservavano rigorosamente le norme di sicurezza richieste dalla sua natura clandestina. Aveva due comitati direttivi: uno militare, sotto il comando di Fidel, e l’altro civile, guidato da Abel Santamaria. Era, inoltre, un’organizzazione selettiva. Secondo gli orientamenti di Fidel, i suoi membri venivano reclutati tra le classi e le categorie umili della popolazione: operai, contadini, impiegati, modesti professionisti. Erano uomini e donne preferibilmente giovani, scevri da ogni ambizione, non contagiati dall’anticomunismo o dai mali e dai vizi della politica tradizionale. All’inizio del 1953, il movimento contava circa 1.200 membri.

Le armi, le uniformi e le risorse necessarie per la lotta furono ottenute senza ricorrere all’aiuto di persone facoltose o politici corrotti. La loro acquisizione fu resa possibile principalmente dalla volontà e dal sacrificio personale dei combattenti stessi.

Un giovane cedette la sua attività e contribuì alla causa con 300 dollari; un altro liquidò l’attrezzatura del suo studio fotografico, con il quale si guadagnava da vivere; un altro ancora impegnò il suo stipendio per diversi mesi e fu necessario vietargli di disfarsi anche dei mobili della sua casa; quest’ultimo vendette il suo laboratorio di prodotti farmaceutici; alcuni consegnarono i loro risparmi di più cinque anni, e alla stessa maniera si susseguirono altri casi di abnegazione e generosità. 

Per garantire l’azione venne affittata una piccola proprietà, la fattoria “Siboney”, situata alla periferia di Santiago de Cuba, con il presunto scopo di dedicarla all’allevamento di polli. In essa vennero collocate le armi, le uniformi e le automobili che sarebbero state usate nell’attacco e lì si sarebbero radunati i combattenti al momento opportuno.

Il 26 luglio fu scelto per l’azione perché era la domenica di Carnevale, una festa alla quale tradizionalmente partecipavano persone provenienti da diverse parti dell’isola, per cui la presenza di giovani di altre province non avrebbe destato sospetti.

L’azione

Un gruppo di giovani, guidati da Fidel Castro, si posero all’avanguardia nella lotta per la vera indipendenza di Cuba. Nell’anno del centenario dell’eroe nazionale José Martí, il 26 luglio 1953, effettuarono l’assalto alle Caserme Moncada e Carlos Manuel de Céspedes, rispettivamente a Santiago de Cuba e a Bayamo.

All’alba di quel giorno, 135 combattenti, vestiti con le uniformi dell’esercito e guidati da Fidel, definirono il piano di attacco. Si organizzarono in tre gruppi, il primo dei quali, con Fidel alla testa, avrebbe attaccato la fortezza. Gli altri due gruppi, comandati rispettivamente da Abel Santamaría – secondo capo del movimento – e Raúl Castro, avrebbero cercato di impadronirsi di due importanti edifici adiacenti alla caserma: l’Ospedale Civile, dove sarebbero stati curati i feriti, e il Palazzo di Giustizia, dal cui tetto avrebbero sostenuto l’azione principale.

Quando tutti furono pronti, venne letto il “Manifesto della Moncada”, scritto dal giovane poeta Raúl Gómez García sotto l’orientamento di Fidel. Gómez García lesse i suoi versi “Siamo già in battaglia” e Fidel rivolse loro questa brevissima esortazione: «Compagni: potranno vincere in poche ore o essere sconfitti; ma ascoltate bene, compagni, in ogni caso il movimento trionferà. Se vinciamo domani, ciò a cui Martí aspirava sarà realizzato prima. In caso contrario, il gesto servirà da esempio al popolo cubano, a prendere la bandiera e ad andare avanti. La gente ci sosterrà in Oriente e in tutta l’isola. Giovani del Centenario dell’Apostolo! Come nel ’68 e nel ’95, anche qui in Oriente lanciamo il primo grido di Libertà o Morte! Conoscete gli obiettivi del piano. È indubbiamente pericoloso e chiunque parta da qui con me stasera deve farlo di sua spontanea volontà. Avete ancora tempo per decidere. Tuttavia, alcuni dovranno restare per mancanza di armi. Quelli di voi che sono determinati ad andare, facciano un passo avanti. La parola d’ordine è non uccidere, se non per necessità».

Dei 135 rivoluzionari, 131 si fecero avanti. Ai quattro che ci avevano ripensato fu ordinato di tornare indietro e, poco dopo le 4 del mattino, tutti gli altri si misero in viaggio in auto verso Santiago.

I gruppi guidati da Abel e Raúl raggiunsero il loro obiettivo: la presa dell’Ospedale Civile e del Palazzo di Giustizia. Il gruppo principale, guidato da Fidel, arrivò come previsto a uno dei posti di guardia, il n. 3, lo disarmò e s’introdusse all’interno attraverso la garitta, ma una pattuglia arrivata inaspettatamente, e un sergente apparso improvvisamente in una strada laterale, provocarono un prematuro scontro a fuoco che allertò le truppe e permise al campo di mobilitarsi rapidamente. La sorpresa, fattore decisivo del successo, non era stata ottenuta. La lotta si svolse fuori dalla caserma e si protrasse in un combattimento di posizione.

Gli assalitori erano in totale svantaggio di fronte a un nemico superiore in armi e uomini, trincerato all’interno di quella fortezza. Un altro elemento avverso, anch’esso accidentale, era che gli aggressori non potevano più contare su diverse automobili dove si trovavano le armi migliori, poiché i loro occupanti si erano persi, prima di raggiungere la Moncada, in una città che non conoscevano. Rendendosi conto che continuare la lotta in quelle condizioni era un suicidio collettivo, Fidel ordinò la ritirata. Mentre ciò accadeva a Santiago, 28 rivoluzionari attaccavano la caserma di Bayamo, operazione che fallì anch’essa.

Dopo l’assalto

Subito dopo questi eventi, la dittatura reagì con una brutale repressione. Batista decretò lo stato d’assedio a Santiago de Cuba e la sospensione delle garanzie costituzionali su tutto il territorio nazionale; chiuse il quotidiano “Noticias de Hoy”, organo del Partito Socialista Popolare, e applicò la censura alla stampa e alla radio in tutto il Paese. Creò così le condizioni per lanciare contro la ribellione popolare i corpi repressivi con violenza e senza rischio che ciò venisse reso noto.

In relazione agli assalitori della Moncada, ordinò che fossero assassinati dieci rivoluzionari per ogni soldato ucciso in combattimento. Ad eccezione di alcuni combattenti che riuscirono a fuggire con l’aiuto del popolo, quasi tutti gli altri furono catturati e, gran parte di loro, uccisi nei giorni seguenti. Solo sei assalitori delle due caserme erano morti negli scontri; ma le forze repressive del regime ne assassinarono 55, e anche due persone estranee agli eventi.

Inoltre, a differenza del trattamento umano riservato dai rivoluzionari ai militari caduti in loro potere, gli assalitori prigionieri vennero torturati prima di essere uccisi, e successivamente furono presentati come caduti in combattimento. In seguito, davanti al tribunale che lo giudicava, Fidel Castro avrebbe denunciato il crimine: «Non si è ucciso in un minuto, un’ora o un giorno intero, ma in una settimana intera; le percosse, le torture, i lanci dal tetto e gli spari non cessarono un istante, come strumenti di sterminio maneggiati da perfetti maestri del crimine. La caserma Moncada divenne un’officina di tortura e di morte, e alcuni uomini indegni trasformarono l’uniforme militare in grembiuli da macellaio».

I crimini commessi in quei giorni dal regime furono denunciati da Fidel Castro nella sua dichiarazione di autodifesa “La storia mi assolverà”: Fidel passò da accusato ad accusatore e denunciò tutti i mali che facevano soffrire il popolo cubano.

Ripercussioni

L’assalto alla caserma Moncada si concluse con una sconfitta militare; tuttavia, ebbe una straordinaria importanza per il popolo cubano e per il movimento di liberazione nazionale che stava nascendo. Nel 1961, l’allora comandante Raúl Castro Ruz e ministro delle Forze armate rivoluzionarie (FAR), riferendosi all’importanza storica di questo evento, dichiarò: «In primo luogo si diede inizio a un periodo di lotta armata che non si sarebbe concluso fino alla sconfitta della tirannia. In secondo luogo, si è creata una nuova leadership e una nuova organizzazione che ripudiava il quietismo e il riformismo, che erano combattenti e risoluti e che, nel processo politico stesso, stavano costruendo un programma con i punti più importanti della trasformazione socio-economica e politica richiesta dalla situazione a Cuba. Come ha detto Fidel: “La Moncada ci ha insegnato a trasformare le sconfitte in vittorie”». 

Dopo il trionfo della Rivoluzione, la Moncada fu trasformata in città-scuola che prese il nome di “Ciudad Escolar 26 de Julio” e un suo spazio fu dedicato a un museo sulle vicende legate all’assalto.

Cronaca dell’assalto

Era la domenica di Carnevale quel 26 luglio 1953 a Santiago de Cuba quando, di mattina, alle 5.15, un gruppo di centosettantacinque giovani della cosiddetta “Generazione del Centenario”, agli ordini di Fidel Castro, diede inizio all’assalto. L’obiettivo era requisire le armi per poi indire uno sciopero generale in tutto il Paese e leggere l’ultimo discorso di Eduardo Chibás. 

Raúl Castro e il suo gruppo arrivarono a prendere il Palazzo di Giustizia, come previsto, e Abel Santamaría, con il suo, fece lo stesso con l’Ospedale Civile, edifici entrambi situati vicino alla caserma. 

Ma un incidente imprevedibile impedì al gruppo di Fidel di prendere la fortezza. Quella calda mattina, il destino volle che l’arma migliore che i rivoluzionari possedevano, “il fattore sorpresa”, venisse neutralizzata quando si imbatterono in una coppia della cosiddetta “guardia cosacca”. Nonostante ciò, la supremazia andò agli assalitori che causarono all’esercito trenta perdite, di cui undici morti e diciassette feriti. Ma la Moncada conteneva al suo interno più di mille soldati della tirannia, contro i quali, venuto meno il suddetto fattore sorpresa, si poteva fare poco o nulla. Così i rivoluzionari scelsero di ritirarsi, dopo aver combattuto per circa due ore e quarantacinque minuti. 

In caso di mancata conquista della caserma, le istruzioni erano quelle di ritirarsi a Siboney e, da lì, tentare di raggiungere le montagne della Sierra Maestra e continuare la lotta. Ma neanche la ritirata andò a buon fine.

Molti furono arrestati e successivamente uccisi, alcuni riuscirono a fuggire e ad andare all’estero, altri, furono perseguitati dalle forze repressive, arrestati pochi giorni dopo, processati e condannati al carcere.

Fidel fu catturato il primo agosto, alle pendici della Gran Piedra, da una pattuglia militare comandata dal tenente Sarría, che, eccezion fatta per quell’esercito, si rifiutò di consegnarlo al comandante Pérez Chaumont, conducendolo al Bivacco di Santiago per presentarlo direttamente in tribunale. Il comportamento del tenente Sarría ha sicuramente salvato la vita al capo dell’assalto. In precedenza, al momento del suo arresto, Sarría aveva dovuto fermare le guardie della sua pattuglia, poiché volevano assassinare l’intero gruppo di detenuti, tra cui Fidel. «Le idee non si uccidono!», esclamò ripetutamente il tenente per convincere i suoi violenti subordinati.

La repressione scatenata dai tiranni contro gli assalitori fu quanto di più feroce si possa immaginare. Ci sono molti esempi a riprova di questa affermazione. 

Catturati dopo l’aggressione, ad Abel Santamaría furono cavati gli occhi, e a Boris Luis Santa Coloma (i due erano rispettivamente fratello e fidanzato di Haydée Santamaria) furono strappati i testicoli. 

Una ventina di combattenti furono prelevati vivi dall’Ospedale Saturnino Lora dove si trovavano, e trasferiti dai soldati della tirannia nella caserma assaltata dove Batista ordinò l’uccisione di dieci prigionieri per ogni soldato morto; furono selvaggiamente torturati e uccisi. 

In quello stesso ospedale, per aiutare come infermiere, c’erano Haydée Santamaría e Melba Hernández, e anch’esse furono arrestate e portate alla Moncada. Queste due donne furono testimoni eccezionali del massacro che vi è stato commesso. Se non furono uccise anche loro, fu solo perché un fotografo, che accompagnava la giornalista Marta Rojas, finse di fotografarle – non aveva la pellicola in macchina – e, diffondendo la notizia che c’erano due donne detenute nella caserma, i soldati non avrebbero più potuto presentarle come morte in combattimento. 

Altri compagni furono assassinati in ospedale, con iniezioni di aria e canfora nelle vene. Pedro Miret sopravvisse e, durante il processo, denunciò l’accaduto. 

In seguito, i cadaveri di alcuni combattenti furono dispersi in diverse zone della caserma. Altri furono gettati nelle vicinanze di El Caney e Siboney, anche di Songo e La Maya, per simularne la morte in combattimento.

I partecipanti all’assalto alla caserma di Bayamo non ebbero miglior fortuna. Basta citare un solo esempio per mostrare il massacro che vi è stato compiuto: dopo essere stati arrestati, Hugo Camejo e Pedro Véliz sono stati impiccati, legati con una corda al collo e trascinati da un veicolo nel Callejón de Sofía, vicino al cimitero di Veguitas. Come i suoi compagni, anche Andrés García Díaz è stato sottoposto allo stesso metodo omicida. Dato per morto, è comunque sopravvissuto ed ha potuto denunciare l’accaduto.

Nessuno mette in dubbio gli orrendi crimini commessi dai subordinati di Chaviano e Pérez Chaumont che, a loro volta, eseguivano gli ordini di Batista. C’è anche una prova inconfutabile che li attesta: delle 70 persone morte il 26 luglio e nei giorni successivi per mano della tirannia, solo otto erano cadute in combattimento; il resto dei cadaveri, senza eccezione alcuna, mostravano segni di evidenti mutilazioni e brutali torture.

«Dante divise il suo inferno in 9 cerchi: nel settimo mise i criminali, nell’ottavo mise i ladri e nel nono i traditori. Che difficile dilemma avrebbero i demoni a trovare un posto adatto per l’anima di quest’uomo… se quest’uomo avesse un’anima! Chi ha incoraggiato gli atroci fatti di Santiago de Cuba non ha nemmeno un’anima». La citazione è di Fidel, riferendosi a Fulgencio Batista e a Zaldivar.

Fidel fu isolato dal resto dei compagni e processato in una piccola sala dell’Ospedale Saturnino Lora, allestita per l’occasione. Era il 16 ottobre 1953 e, nella sua autodifesa, pronunciò la sua arringa finale già citata in queste righe e nota come “La storia mi assolverà”. 

Come tutti i suoi compagni, il giorno dopo venne trasferito nel carcere nazionale di Isla de Pinos, oggi Isla de la Juventud. I mesi di prigione non intaccarono minimamente l’anelito di libertà dei rivoluzionari, tutt’altro; tra le sbarre del carcere andavano definendo la loro condizione ideologica: Martí era l’autore intellettuale dell’assalto alla Moncada (aveva detto Fidel al processo). E maturarono la ripresa di una guerra popolare contro la tirannia, delineando strategie future.

I moncadisti non accettarono mai la libertà in cambio di preliminari e disonorevoli condizioni, proposte dai loro avversari. Fu la pressione dell’opinione pubblica a ottenere l’amnistia del 1955 per tutti i prigionieri politici, compresi i partecipanti all’assalto alla caserma Moncada, che si concretizzò il 15 maggio.

Già appena fuori – mentre era in carcere non perse mai i contatti con il mondo esterno – Fidel accelerò il processo organizzativo del Movimento, e fu creata una direzione nazionale. Era il 12 giugno quando venne realizzata la struttura del suo apparato dirigente e fu adottato il nome di Movimento Rivoluzionario del 26 luglio.

La situazione politica era sempre più tesa. Fidel era strettamente sorvegliato dalle forze repressive, tanto che, quando fu scarcerato, pur avendo annunciato che sarebbe rimasto a Cuba, decise di lasciare l’isola per preparare l’insurrezione armata. Il 7 luglio 1955, prima di partire per il Messico, scrisse questa lettera:

«Lascio Cuba, perché mi hanno chiuso tutte le porte per la lotta civile. Dopo sei settimane dal mio rilascio, sono più che mai convinto che la dittatura intende rimanere al potere per vent’anni travestita in modi diversi, governando come è stato finora, sul terrore e sulla criminalità, ignorando che la pazienza del popolo cubano ha dei limiti. Come “martíano” penso che sia arrivato il momento di conquistare i diritti e non di mendicarli». 

Abiterò in luogo dei Caraibi

Da viaggi come questo non si torna indietro o si torna con la tirannia decapitata. 

Come tutti sanno, rientrò dal Messico il 2 dicembre 1956 sull’imbarcazione Granma, insieme ad altri ottantuno membri della spedizione. Ha realizzato il contenuto della sua storica frase: «Nel 1956 saremo liberi o saremo martiri». Dopo uno sbarco accidentato, una parte di loro riuscì a raggiungere la Sierra Maestra. 

Col passare del tempo, l’Esercito Ribelle crebbe in numero e in consenso da parte del popolo. Le sue azioni furono sempre più audaci ed efficaci, nonostante il netto svantaggio militare rispetto all’esercito del tiranno, che era rifornito e addestrato dagli yankees. 

Infine, cinque anni, cinque mesi e cinque giorni dopo gli assalti alle caserme Moncada di Santiago de Ciba e Carlos Manuel de Céspedes de Bayamo, si proclamò il trionfo della Rivoluzione. 

Non è strano che a Cuba, oggi, il 26 luglio 1953 sia molto più di una data e che, in concomitanza con essa, ogni anno si celebri la Giornata della Ribellione Nazionale. A Cuba sanno molto bene in cosa si è tradotto quell’eroico evento di Moncada. Per questo, nell’Isola indomita, da allora è sempre il 26 luglio.