“Per i contadini, lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte. Non importa quali siano le sue formule politiche, la sua struttura, i suoi programmi. I contadini non li capiscono, perché è un altro linguaggio dal loro, e non c’è davvero nessuna ragione perché li vogliano capire. La sola possibile difesa, contro lo Stato e contro la propaganda, è la rassegnazione, senza speranza di paradiso, che curva le loro schiena sotto i mali della natura. Perciò essi, com’è giusto, non si rendono affatto conto di cosa sia la lotta politica: è una questione personale di quelli di Roma”.

Con questa constatazione che è un dato di fatto e anche  sentenza inappellabile e atto di accusa , Carlo Levi descrive il sentimento profondo dei contadini che ha avuto modo di conoscere al confino di Grassano e che si ripresentano, identici, nella nuova sede in cui il fascismo lo ha destinato, Stigliano, ancora in una Basilicata che si configura quasi come un territorio estraneo al tessuto nazionale, una sorta di enclave che non è costituita solo da un regione isolata fisicamente, ma che sembra vivere in un tempo diverso, estraneo.

“Cristo si è fermato a Eboli” è il testo che ci introduce a una realtà ignorata, volutamente ignorata, in cui tutto ciò che è arcaico si riproduce instancabilmente. Il tempo della Basilicata è un tempo che, nel non lontano 1935, sembra scorrere con un altro ritmo, con un’altra scansione, come notava giustamente Italo Calvino.

Il “Cristo” che si è fermato a Eboli, rappresenta evidentemente la civiltà, la storia che scorre all’unisono con la storia mondiale, e che invece si ferma all’ultima stazione, Eboli appunto, prima di consegnare il viaggiatore a improbabili mezzi di trasporto che “servono” un servizio locale di mezzi inadeguati, su strade inadeguate che si snodano in un paesaggio che, già al primo sguardo, rivela un ritardo di strutture, a partire dalle abitazioni alle “opere pubbliche”.  Ritardo storico che si misura peraltro non in anni ma in secoli, ed è particolarmente avvertibile nelle zone interne di una Lucania in cui la stessa natura sembra aver subìto un degrado inarrestabile.

“Cristo si è fermato a Eboli” non è un saggio e non è un testo che possa essere assimilato alla diaristica che, nel secondo dopoguerra, ha rappresentato una grande fetta della produzione letteraria italiana, quella che ha visto come protagonisti assoluti quanti, politici o semplici cittadini, erano stati ridotti al silenzio dal fascismo e che finalmente potevano raccontare le loro tumultuose vicende politiche e umane. Non ci si riferisce qui solo ai tanti libri di memorie dei partigiani, che costituiscono in effetti un filone a sé stante, ma più in generale alla riflessione direi quasi “collettiva” di un’intera generazione, circa le tematiche nel passaggio dal fascismo a un complesso dopoguerra. 

Difficile definire, in effetti, un testo come questo “Cristo si è fermato a Eboli” perché esso gioca su più piani contemporaneamente, ed essenzialmente, a ben vedere, almeno secondo due direttive principali.  Da un lato c’è il racconto piano, scevro da qualunque retorica, da ogni enfasi, dei fatti nudi e crudi vissuti nel periodo del confino dell’autore in Lucania, tra il 1935 e il ’36. Fatti certo non straordinari, e ridotti a pochi episodi perché, come sottolinea spesso l’autore, il sentimento dominante di quei mesi è la noia, non intesa sicuramente come sentimento snobistico ma come consapevolezza dell’immobilità senza prospettive di quel mondo in cui si è trovato a vivere.  

Carlo Levi si muove su un terreno in gran parte nuovo, ne sia stato cosciente o meno.

Con questo libro, che peraltro ha avuto un enorme e meritato successo, siamo cioè di fronte a qualcosa di più profondo.

Qui non c’è, infatti, semplicemente la costatazione di un generico ritardo del mezzogiorno italiano. Qui c’è una vera e propria scoperta, che è sicuramente uno dei motivi del successo del libro, di un mondo diverso, sconosciuto, di una realtà che soltanto in anni più recenti è stata affrontata. Siamo di fronte cioè, in questa seconda traccia del libro, ad una vera e propria analisi che è insieme sociale e culturale di un mondo inquietante in cui, come vedremo tra poco la “magia” gioca un ruolo fondamentale.

Certo, il “ritardo” del Sud, la questione meridionale non era nel 1936 una novità. Di questi temi il Risorgimento prima e l’Italia unita poi, hanno riempito volumi, scritto quantità indefinibili di scritti in sedute parlamentari, in commissioni parlamentari che certo hanno prodotto un’enorme quantità di analisi e di ricette senza che mai, a queste, siano seguiti sia pur minimi fatti concreti.

Carlo Levi dedica lunghe pagine alla disanima di queste problematiche, con una lucidità e una capacità di andare al nocciolo delle cose che non poteva che essere il portato di un’esperienza diretta, e coinvolgente, sul “campo”.

Scrive nelle ultime pagine del libro, quasi a riassumere il senso ultimo della sua esperienza: “Si usa dire che il grande nemico è il latifondo, il grande proprietario; e certamente, là dove il latifondo esiste, esso è tutt’altro che un’istituzione benefica. Ma se il grande proprietario, che sta a Napoli, a Roma, o a Palermo, è un nemico dei contadini, non è tuttavia il maggiore né il più gravoso. Egli almeno è lontano, e non pesa quotidianamente sulla vita di tutti. Il vero nemico, quello che impedisce ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile ai contadini, è la piccola borghesia dei paesi. È una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione, e che vive solo di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finché questa classe non sarà soppressa e sostituita non si potrà pensare di risolvere il problema meridionale”.

E, in effetti, tutto il libro è un implicito atto d’accusa ai maggiorenti del paese in cui Levi sconta il suo confino, (ma evidentemente anche a tutta una imbelle classe dirigente non solo lucana ma tipica di tutto il sud), che vengono descritti per quelle miserabili figure che sono. Miserabili in senso proprio, come persone da commiserare e insieme da disprezzare. Conviene sottolinearlo: in Levi non c’è una sola riga di disprezzo per queste figure che rappresentano una tragedia umana che le sovrasta e ne fa inconsapevoli attori. Tralasciando la figura tra il ridicolo e il patetico del podestà, che ci ricorda quel personaggio interpretato con maestria da Gianni Agus nel famoso film con Totò e Vittorio De Sica (“I due marescialli”), è drammaticamente significativa la figura del prete che vive in un degrado fisico che si riflette naturalmente in un degrado morale, tanto più drammatico quanto più si intravedere in questa patetica figura il risultato di uno scadimento etico che coinvolge in varie forme grandi parti di una Chiesa alleata del Fascismo.

I contadini, e poche altre figure nel libro, su cui per umanità svetta l’impiegato delle Poste del paese, rappresentano in qualche modo la controparte  di quel potere oscuro che sta a Roma e si incarna nelle figure ridicole dei vari appartenenti a famiglie rivali il cui odio, da tempi immemorabili, si esercita solo in forme meschine, con una pochezza che è il tratto dominante di quella vera e propria commedia, o meglio dire farsa, che si recita a Stigliano, ma in realtà in tutti i paesi di quella infelice regione.

I contadini sono la parte positiva di quella società, certo non nel senso che da loro ci si possa aspettare una rivoluzione, ma nel senso che sono portatori di valori che sfidano il tempo, e i cambiamenti politici, su cui non nutrono più alcuna fiducia, e che appartengono ad un mondo fatto di valori radicalmente alternativi.

La magia occupa uno spazio sorprendente in questo libro che è insieme un manifesto di razionalità e laicità.

In realtà, la magia che qui viene descritta è la somma di una serie infinita di riti, di tradizioni la cui origine si perde in un passato mitico ma che, per il contadino che lo vive, è presente e attivo. Levi, apertamente, parla di streghe, donne in realtà abbandonate da mariti che, emigrati in America, non sono più tornati, donne che hanno avuto figli da padri diversi, apertamente tollerate da una società in cui il portato arcaico, ma meglio sarebbe dire ancestrale, la fa da padrone contro ogni dettame di una chiesa, che oltre che ad essere squalificata per il comportamento dei suoi preti, è di fatto ignorata dalla parte più bassa della società.

Ernesto De Martino ha studiato profondamente tutti questi aspetti delle società “arretrate” del sud, e le conclusioni, se pure si può parlare di conclusioni, sono sostanzialmente le stesse. Non siamo di fronte a fenomeni arcaici senza sbocco, ma ad una risposta di quelle società alla complessità e ai cambiamenti del mondo. La “magia”, alla fin fine, è ciò che veicola valori profondi che non appartengono al contingente ma sono fortemente sedimentati in quella che perciò si configura realmente come una cultura “altra”.

Carlo Levi si sente, per cultura, per ideali politici, vicino a questa dolente umanità che sembra priva di speranza. La sua è una scelta che nasce da tutto un percorso politico che negli anni successivi, a guerra iniziata, verrà confermato dalle sue vicende negli anni successivi. Ma, mi sembra di dover aggiungere, in questo caso il suo prendere parte per i contadini diventa, nel tempo, e in tempi abbastanza rapidi, una scelta in cui il sentimento, o la compassione nel senso più alto del termine, diventano forse la parte maggiore del suo schierarsi.

Una controprova di questo sentimento emerge nel momento in cui a Carlo Levi, in seguito ad un grave lutto familiare, viene concessa una “licenza” dal confino e la possibilità di tornare per qualche giorno nella sua Torino. Ritorno che non coincide con quello che ci si potrebbe aspettare, gioia, amicizie e affetti ritrovati. No, Levi sente tutto il disagio per la constatazione di quella vera e propria voragine che separa i due mondi, quello della Lucania che ha imparato ad amare, e quello di una Torino che sembra di un altro pianeta e in cui reticenze, paura di compromettersi con fargli visita, sono spesso i sentimenti dominanti.

I due mondi non dialogano. Le ricette per la “soluzione” della questione meridionale gli appaiono astratte, legate a preconcette ideologie che non tengono conto, perché non li conoscono, dei termini reali del problema. Non c’è vera gioia in questo ritorno, così come non ci sarà sollievo o senso di liberazione quando, a seguito della “vittoria” italiana in Etiopia, verrà liberato un gran numero di confinati (ma non i comunisti), e Carlo Levi compie il lunghissimo viaggio che lo riporta a Torino.

“Salii alla cattedrale di Ancona e mi affacciai, dopo tanto tempo, sul mare. (…) Pensavo a cose vaghe: la vita di quel mare era come le sorti degli uomini, eternamente ferme in onde uguali, mosse in un tempo senza mutamento. E pensai con affettuosa angoscia a quel tempo immobile, e a quella nera civiltà che avevo abbandonato”. La civiltà nera dei Sassi di Matera che la sorella di Levi, cui è stata concessa una visita, ha modo di visitare nel corso del suo lungo viaggio verso il paese in cui era confinato il fratello. 

Detto per inciso, la descrizione del viaggio in treno su ferrovie evidentemente lente, anzi lentissime, è una costante in questo libro. Ci si sposta dall’Italia alla Basilicata e sembra, dalle pagine del libro, che l’intero mondo rallenti, che i tempi delle coincidenze si misurino in ore consumate in stazioni deserte.

Bene, secondo il racconto di quella che dopo tutto è una dottoressa, “di bambini ce n’era un’infinità. In quel caldo, in mezzo alle mosche, nella polvere, spuntavano da tutte le parti, nudi del tutto o coperti di stracci. Io non ho mai visto una tale immagine di miseria; eppure sono abituata, è il mio mestiere, a vedere ogni giorno decine di bambini poveri, malati e maltenuti. Ma uno spettacolo come quello di ieri non l’avevo mai neppure immaginato”.  

Faccio fatica a capire perché questo libro venisse consigliato come lettura agli studenti delle scuole medie, negli sessanta-settanta. Certo, Carlo Levi era ed è una figura di intellettuale antifascista e di un prestigio che non era in discussione. Ma perché, a ben vedere, consigliare ad un ragazzino un libro come “Cristo si è fermato a Eboli”?

In questo libro il fascismo è sullo sfondo, e l’eventuale antifascismo un mero opporsi a poche pratiche collettive. Le adunate organizzate, a forza, dal podestà, vanno comunque quasi sempre deserte. I pochi contadini che sono stati costretti ad ascoltare i discorsi del duce amplificati da microfoni, non mostrano alcun entusiasmo. Carlo Levi ha il coraggio di dire che sarebbe stato lo stesso se ci fossero stati altri oratori. Certo, questo vuol dire svelare, mettere a nudo ancora una volta, una delle deboli e false argomentazioni di chi ancora oggi difende il ventennio, secondo cui ci sarebbe stato un consenso sostanziale delle masse. 

“Cristo si è fermato ad Eboli” smonta completamente questa leggenda. L’immobilità, l’incapacità e la volontà di non cambiare nulla, sono un portato di una società che ha ignorato, consapevolmente, una situazione drammatica. Certo, non è stato il Fascismo, per ovvie ragioni temporali, ad aver creato la “questione meridionale”. Certo non ha fatto nulla per risolverla, accontentandosi di amministrare l’esistente, una realtà di miserabili personaggi che hanno sostanzialmente contribuito ad aggravare una situazione già drammatica.

Nella cultura contadina c’è un termine, derivato evidentemente da latino per indicare quello che si pensa che potrebbe accadere: crai. Domani. E altre derivazioni per indicare dopodomani, e dopodomani ancora. Fino a: niente. Il contadino dice che non ha niente. Che non succede niente. Che non si aspetta niente.

Giustino Fortunato, uno dei più grandi conoscitori della realtà del sud, già ministro con Sonnino, quindi non un pericoloso rivoluzionario, veniva definito dai parlamentari dell’opposizione, “ministro del nulla”, definizione cui lui replicava rivendicando una “filosofia dei costumi”.

Il poeta Rocco Scotellaro, dal canto suo, animatore e agitatore per una riforma agraria, rappresenta invece l’altro lato, un altro aspetto di una questione che ad oggi non è stata ancora risolta compiutamente.

Quel mondo, di cui hanno fatto parte queste due grandi figure di meridionalisti, in cui all’arretratezza sociale corrisponde la grande carica umana dei suoi “ultimi”, che Carlo Levi ha ritratto nei suoi numerosi quadri, è un mondo che poco ha chiesto. E niente ha ottenuto.