lunedì, Novembre 29, 2021
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Crisi economica da pandemia, ovvero crisi di genere: le donne ultime degli ultimi


Di:Laura Baldelli
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A febbraio l’ISTAT ha pubblicato i dati sull’occupazione in Italia, relativi fino al mese di dicembre: -1,9 rispetto al 2019 ed in valori assoluti 444.000 persone occupate in meno, di cui 312.000 sono donne. La situazione è stata per tutto lo scorso anno irregolare, causa pandemia con i lock down, interrompendo un trend positivo di occupazione, che addirittura a ottobre era in ripresa, ma a dicembre ha registrato -101.000 persone occupate, di cui 99.000 sono donne, circa il 98%. 

Le analisi dei dati rivelano che la crisi economica ed occupazionale, già in atto in Italia ed oggi aggravata dalla pandemia, è una “crisi di genere” e siccome gli studi di macroeconomia lo hanno evidenziato anche come fenomeno mondiale, subito è nato un neologismo anglofono: “shecession”. L’OCSE ha parlato di “donne su tutti i fronti”, in quanto persone che hanno perso il lavoro, in quanto persone che svolgono lavori più esposti al contagio, in quanto persone che hanno avuto un sovraccarico di lavoro di cura a casa a causa della chiusura dei servizi welfare: sono proprio quelle donne che sono riuscite a difendere il loro posto di lavoro da remoto, lavorando a casa in smartworking, sovrapponendo ore di attività professionale con quelle familiari. 

Il tasso di occupazione femminile, secondo i dati ISTAT, scende dal 51% pre-covid, al 48,6% con uno squilibrio territoriale: al nord è oltre il 60%, mentre al sud è al 33%; il calo del tasso di occupazione femminile aumenta il tasso d’inattività, che su base annua si traduce che su 4 posti di lavoro persi, 3 riguardano le donne.

I dati ufficiali confermano quello che alcune economiste, specializzate in economia di genere, come la prof.ssa Francesca Bettio dell’università di Siena e la prof.ssa Azzurra Rinaldi dell’Università Sapienza di Roma, avevano già rilevato nelle loro ricerche, sulla composizione strutturale dell’occupazione, arrivando alle stesse conclusioni: le donne sono le più colpite nella pandemia, perché il lavoro femminile è concentrato per circa il 70% prevalentemente in 7 settori economici su 21: commercio, servizi sociali, manifattura, istruzione, turismo, servizio domestico, sanità; 4 di questi sono in crisi causa pandemia: commercio, turismo, manifattura, servizio domestico.

Con la precedente crisi mondiale del 2008-2013 l’occupazione femminile aveva tenuto, al contrario quella maschile, proprio perché ne risentirono settori come l’edilizia e la finanza; oggi invece le donne hanno perso sia in termini assoluti, che in percentuale, dati confermati dell’ATECO, la tipologia di classificazione dell’ISTAT, rilevando che le attività autorizzate a riaprire per prime a maggio 2020, erano tutte con un’elevata concentrazione di lavoratori uomini, come l’edilizia. 

Oltre che la settorialità, ha inciso moltissimo la tipologia di contratto sulla perdita del lavoro: il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione hanno salvaguardato, per ora, il lavoro dipendente a tempo indeterminato, ma non il lavoro a termine, perché caratterizzato da miriadi di contratti atipici. 

Inoltre sia la crisi del 2008, che quella attuale ha colpito i giovani ed in particolare le giovani donne precarie, perché più presenti nei settori ristorazione, commercio, turismo, dove ricorrono i picchi stagionali e dove è stato possibile licenziare, perché assunte con contratti atipici senza protezione sociale.

 Il tasso di occupazione delle donne è di 18 punti percentuali più basso di quello degli uomini e il lavoro part-time delle donne è il 73,2%, di cui 60,4% non è volontario e fa sì che i redditi complessivi guadagnati dalle donne sul mercato del lavoro siano il 25% inferiori rispetto a quelli degli uomini. 

Una delle cause principali di questo è il lavoro di cura dei figli e degli anziani che grava tutto sulle donne, parliamo del 65% della popolazione femminile tra i 25 e 49 anni; ed è lavoro non pagato. 

Secondo una ricerca dell’Eurostat le donne in Italia che rinunciano al lavoro per la cura dei familiari è pari all’11,1%, mentre in Germania è 1,3% e in Danimarca lo 0,9. Secondo la ricerca della prof.ssa Rinaldi le donne si fanno carico di oltre il 74% del totale delle ore di lavoro di cura non retribuito. Il problema esisteva anche prima del covid, perché in Italia la disparità tra le donne occupate e gli uomini occupati è endemica: le donne occupate con figli erano il 53,5%, contro l’83,5% degli uomini a pari condizioni; se le donne sono single, i tassi di occupazione salgono al 69,8%, secondo uno studio di Federcasalinghe, che addirittura afferma che la maternità incentiva l’occupazione maschile, mentre fa crollare quella femminile. Anche i dati dell’Ispettorato del lavoro già nel 2019 segnalavano che 37611 lavoratrici neo-genitrici si erano dimesse e non sorprende, visto che solo il 21% delle richieste part time o di flessibilità lavorativa, presentate dalle lavoratrici con figli piccoli, è stato accolto.  Ma in Europa accade il contrario: la maternità non frena l’occupazione femminile, perché s’incentivano servizi welfare per l’infanzia, quindi dalla maternità nascono nuovi posti di lavoro, creando un volano di crescita economica. L’Italia, senza un sistema di reti di protezione sociale, è decisamente un ambiente ostile alla crescita sociale e soprattutto non si fanno più figli! 

Queste ricerche ed analisi dei dati evidenziano “una segregazione occupazionale” e denunciano quanto sia impervia la strada della parità di genere e quanto al capitalismo neoliberista faccia ancora comodo questa divisione del lavoro e dell’occupazione.

Infatti furono le due rivoluzioni industriali che fissarono la netta divisione delle occupazioni maschili e femminili, creando stereotipi culturali, ancora oggi nell’immaginario collettivo, con lavori adatti agli uomini e adatti alle donne, per celare la grande convenienza economica di differenziazione salariale, gestita su libri paga differenti, anche per lo stesso lavoro svolto. 

E non ce ne siamo ancora liberati! La segregazione occupazionale è stata un indirizzo politico-economico che ha condizionato le scelte donne: per esempio in Italia, il lavoro d’insegnante, da tipicamente maschile nei primi del ‘900, è poi invece diventato prettamente femminile nel secondo dopoguerra, specie nei primi ordini e gradi di scuola; si è passati così da uno stereotipo maschile ad uno femminile. Erano tempi in cui la scuola sembrava lasciare più tempo alle donne per conciliare lavoro e famiglia, ma erano anche tempi in cui il mestiere di maestro aveva perso prestigio sociale, per cui poteva essere lasciato alle donne. Anche dopo la nuova Costituzione, nata dalla Resistenza, che sanciva uguaglianza e parità tra i sessi, le donne hanno faticato a ricoprire ruoli di responsabilità e di direzione, come in magistratura, perché addirittura ritenute prive di equilibrio emotivo per giudicare, o incapaci di dirigere.

 Inoltre gli studi di genere hanno rilevato quanto in Italia e nei paesi del Mediterraneo, la famiglia e le influenze religiose siano determinanti culturalmente ed economicamente e condizionino le donne. Sembra incredibile ma più la famiglia è forte, più è difficile il cambiamento, specie in assenza di servizi che sostengono la maternità e la cura dei figli; la famiglia di origine svolge un ruolo di welfare familiare, che funge da ammortizzatore sociale. Ma non è affatto un bene, perché invece per ogni donna che lavora fuori casa, si possono creare altri posti di lavoro: gli studi dicono che per ogni donna che lavora si generano altri 2 posti di lavoro nelle infrastrutture sociali. 

Anche la chiusura delle scuole durante la pandemia ha contribuito alla disoccupazione femminile, soprattutto di donne che hanno rinunciato a cercare un’occupazione. E che dire delle aziende che non assumono donne perché hanno figli o perché potrebbero averne? Ma anche le donne che fanno impresa non stanno meglio: l’Italia è negli ultimi posti nel mondo, perché le donne imprenditrici incontrano molte difficoltà nell’accesso al credito.

 L’ultimo rapporto Caritas informa che le donne che hanno chiesto aiuto da maggio a settembre 2020 subito dopo il primo lock down, sono state il 54,4% contro il 50% del 2019 e questo ci indica la vulnerabilità della popolazione femminile a rischio di povertà nel corso di tutta la vita, con conseguente rischio di povertà infantile. 

Il Forum economico mondiale nel Global Gender Gap Report sul tema dell’equità di genere per la parità salariale, colloca l’Italia al 125esimo posto tra 152 paesi censiti e al 17esimo nell’Europa occidentale, solo prima di Grecia, Malta e Cipro. Possiamo dire che in Italia l’emergenza non è solo economica, ma anche sociale, senza dimenticare che dal 2009 in Europa siamo il paese più fragile con il -9% di PIL.

Di queste analisi le televisioni dei deleteri talkshow politici, non ne parlano, tutte impegnate ad incensare il banchiere Draghi, o il Letta di turno, o dietro un’ipocrita, quando inutile diatriba tra “direttore/ direttora”; solo l’informazione stampata più specializzata e quella online, ne hanno dato notizia Eppure è questione centrale per il rilancio dell’economia con i prestiti europei per i futuri investimenti.

Oggi riconoscere la segregazione occupazionale è il punto nodale per capire la crisi accentuata dalla pandemia, per rilanciare il nostro Paese economicamente, socialmente, culturalmente, altrimenti gli effetti della crisi procureranno un arretramento dell’indipendenza economica delle donne, che vorrà dire meno possibilità di scelta, realizzazione personale, sviluppo sociale. E non ultimo l’Italia si priverebbe del contributo del 51,4%, che rappresenta oltre la metà della popolazione

Prima dello storico accordo “Next Generation UE”, che viene impropriamente chiamato “recovery fund”, è stata pubblicata nel 2020 la ricerca “Next Generation EU Leaves Women Behind. Gender Impac Assessement of the European Commission Proposals for the EU Recovery Plan”, commissionata dall’eurodeputata tedesca Alexandra Geese del gruppo dei Verdi Europei e frutto del lavoro di 2 ricercatrici: la prof.ssa Elisabeth Klatzer della Wirtschaftsuniversitat di Vienna e la prof.ssa Azzurra Rinaldi della Sapienza di Roma, che hanno esaminato la proposta della commissione europea del recovery fund per una prima valutazione dell’impatto di genere, affinché sia a livello UE, sia a livello dei paesi membri, ci fossero riscontri positivi relativi alla parità di genere per la ripresa. 

Dalla ricerca emerge che il recovery fund è “gender blind”, tanto per esprimerci nella lingua del capitalismo! Le proposte d’intervento, basate sull’utilizzo delle risorse messe a disposizione per la ripresa, prescindono dalle disuguaglianze di genere, ignorando le specifiche difficoltà delle donne nel mondo del lavoro, aggravate dalla pandemia, proprio perché ancora una volta basate sulla segregazione occupazionale. Infatti la priorità generale del piano, imposta tutto sulla transizione verso un’economia green e digitale, indirizzata a finanziare settori come: energia, agricoltura, costruzioni e trasporti, tutti con prevalenza occupazionale maschile.

  Ma anche gli studi di EAPN (the european anti-poverty network), EIGE (european institute for gender equality), EUROFOUND (fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro), Ilo (organizzazione internazionale del lavoro), OCSE (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e dal Parlamento europeo, evidenziano tutti la sproporzione del recovery plan nell’ignorare i posti di lavoro persi dalle donne e soprattutto non viene preso in considerazione il settore della cura, notoriamente con forte occupazione femminile, come un settore economico su cui investire perché in crescita e di cui c’è necessità per la promozione sociale molto più che dell’edilizia.

Si escludono così dai fondi europei tutti i settori profondamente colpiti dalla crisi economico-pandemica, che hanno quote elevate di occupazione femminile, ignorando la dimensione di genere ed entrando in contrasto con gli obiettivi dell’UE dichiarati nei documenti ufficiali di tutti i trattati europei, che ribadiscono la promozione della parità di genere nel mercato del lavoro, affinchè si realizzi l’obiettivo di eliminare le disuguaglianze e rafforzare la resilienza sociale ed economica di tutti i paesi membri. Inoltre in Europa e ancora di più in Italia, andrebbe incentivata la formazione digitale STEM (science technology engineering and math), che è ancora poco femminile, in vista del miglioramento del sistema delle Pubbliche Amministrazioni.

In tutta l’EU, secondo i dati EIGE di marzo, l’occupazione femminile si è ridotta di 2,2 milioni e si riparte con i fondi del Next Generation EU senza centrare il problema: in nessun documento si fa riferimento alle donne! Eppure è donna la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, come è donna la presidente della BCE Christine Lagarde. Ma sono donne al potere e al servizio della finanza neoliberista, quindi non fanno la differenza.  

Ma in tutto il mondo percorso dalla pandemia, c’è un concreto pericolo per 47 milioni di donne che possano cadere sotto la soglia di povertà. 

Dallo scorso dicembre 2020 l’Italia ha la presidenza del G20, il forum internazionale delle principali economie mondiali e le sfide sul tavolo vanno dalla pandemia ai cambiamenti climatici, dal sostegno all’innovazione alla lotta alla povertà e alle disuguaglianze. Linda Laura Sabbadini, pioniera degli studi statistici di genere, dirigente dell’ISTAT ed encoming chair del W20 (women 20) nell’ambito del G20, afferma che lasciare indietro le donne è un freno alla crescita di tutto un paese e lo afferma anche la Banca d’Italia, che ha dimostrato che l’incremento dell’occupazione femminile porta con sé un incremento di rendita, che è un elemento importante di protezione dalla povertà.  Inoltre oltre che lavorare sull’imprenditoria e la finanza e la digitalizzazione, sono prioritari ambiente e violenza contro le donne, che la segregazione dei lock down ha purtroppo aggravato, tanto da rendere urgenti i piani nazionali contro la violenza di genere. Ma non basta: la Sabbadini sostiene che occorre urgentemente privilegiare una sanità territoriale, che metta al centro la cura della persona ed anche una medicina di genere mai presa in considerazione neanche dalla ricerca.

Ma il capitalismo neoliberista capirà che è conveniente economicamente le risorse femminili o come sempre sarà predatorio verso le risorse umane, ambientali e pubbliche degli stati? No è proprio una domanda inutile e  l’Italia è prigioniera dentro questo sistema, è sempre meno un paese sovrano a casa propria, i nostri politici di tutte le forze parlamentari sono sempre più genuflessi davanti all’imperialismo USA guerrafondaio e con il democratico Biden ancora di più, tanto che Camera e Senato hanno approvato all’unanimità le relazioni delle commissioni parlamentari bilancio ed attività produttive, che prevedono il finanziamento del settore difesa e comparto militare dentro il PNPP (piano nazionale di ripresa e resilienza) che verrà presentato per l’approvazione a Bruxelles. Significa destinare i fondi Next Generation EU, agli armamenti, con la scusa di “greenwashing”….lavaggio verde dell’industria delle armi; persino la corsa agli armamenti verso una transizione ecologica! Questo comporterà finanziare le già opulente industrie belliche come Leonardo S.p.A , ANPAM e AIAD, quando già sono stati stanziati 36,7 miliardi di euro in spese militari, +25% dei fondi pluriennali per l’investimento dei fondi pluriennali per l’investimento e lo sviluppo infrastrutturale d’Italia. Il governo Draghi dirotterà i finanziamenti europei verso il comparto difesa, originariamente invece previsti per innovazione, transizione ecologica ed inclusione sociale. L’Italia riceverà dei 750 miliardi, destinati dall’UE ai paesi membri, emettendo eurobond, 209 miliardi, suddivisi in 82 come sussidi e 127 come prestiti, che naturalmente pagheranno i cittadini italiani in termini di tassazione diretta, indiretta e sottrazione di welfare.  Tutti noi pagheremo gli armamenti che principalmente serviranno ad appoggiare le missioni militari USA in giro per il mondo. “Dal monopattino al carroarmato”! Altro che sanità di base pubblica, asili nido, ricostruzione post sisma, interventi per i disastri idrogeologici, lotta alla povertà creando posti di lavoro, lotta alla dispersione scolastica, ricerca per l’innovazione, trasporto pubblico. Non ce n’è per nessuno, figuriamoci per le donne!

Ci attendono tempi ancora più duri e occorre costruire per le donne non solo una coscienza di genere, ma anche una coscienza di classe; il capitalismo non ha mai dato un’autentica parità alle donne, solo le società socialiste per prime nella storia hanno diffuso l’istruzione di massa e le donne hanno avuto l’accesso agli studi e alle professioni scientifiche ed hanno costruito la propria autonomia ed indipendenza con la cultura e il lavoro.

Oggi più che mai SOCIALISMO O BARBARIE!