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Crisi dell’organizzazione capitalistica, della produzione, della circolazione delle merci, della distribuzione e dei modi di vita.

E coronavirus

di Vittorio Gioiello

direttore del CESPI

Premessa

 

L’attuale pandemia da Covid-19 ha aggravato la crisi capitalistica a livello internazionale.

L’ONU informa che il costo globale della pandemia da Covid-19 sarà intorno ai 220 miliardi di dollari.

L’aspetto economico principale di questa crisi consiste nel fatto che è la prima vota che il sistema si blocca sia dal lato della produzione, cioè dell’offerta, che dal lato della domanda.

Il blocco della produzione ha a sua volta prodotto il blocco degli investimenti che, sommato ai licenziamenti di massa, ha fatto precipitare le economie occidentali in una recessione molto simile ad una grande depressione. Questo è successo nei paesi sviluppati. Le ripercussioni su quelli molto più poveri sono state, ovviamente, più disastrose.

Questa crisi, quindi, è legata a doppio filo all’organizzazione capitalistica della produzione, della circolazione delle merci, della distribuzione e dei modi di vita.

Non è vero che questa crisi da pandemia giunga inaspettata. Fu prevista, per esempio, nel 2005, sulla rivista Foreign Affairs, in un articolo preveggente sulla prossima pandemia.

La crisi mette in evidenza il rapporto perverso tra società e natura.

Il primato di una produzione tesa all’estremo al fine di una estrazione di profitto si è andato ad accompagnare ad un approfondimento della devastazione ambientale e della diseguaglianza globale.

Il carattere della crisi è, inoltre, strettamente connesso con il processo di globalizzazione.

Ad una pretesa di crescita esponenziale del capitale ha risposto una crescita esponenziale nella diffusione dei virus.

Come ha dichiarato in un’intervista alla rivista francese Le Grand Continent la virologa Ilaria Capua, il virus e i suoi effetti corrono sfruttando la velocità e l’iperconnessione, fisica e non, del nostro sistema:

 

“Attraverso le infrastrutture di comunicazione siamo riusciti ad accelerare (e quindi a trasformare qualitativamente) dei fenomeni che prima mettevano millenni ad accadere. Pensiamo al virus del morbillo: non era altro che una mutazione della peste bovina che si è trasmessa all’essere umano quando abbiamo iniziato ad addomesticare la mucca. Il morbillo ha invaso il mondo camminando, a piedi. Pensiamo all’influenza spagnola, che un secolo fa ci ha messo ben due anni per diffondersi. Questa volta invece sono bastate un paio di settimane”.

 

Per limitarci al contesto occidentale, siamo certi che l’impatto della crisi del coronavirus sarà evidente su tre fronti importanti: quello economico-finanziario, quello politico e quello sociale.

Va però specificato che non è il coronavirus a determinare i cambiamenti in atto: la somma di criticità in emersione nel nostro sistema, le vulnerabilità evidenti di un sistema, soprattutto economico-finanziario, poco resiliente agli shock di natura esogena, dal rischio geopolitico a quello epidemiologico, il clima di dinamica competizione tra potenze in atto e la magmatica emersione di un malessere sociale internazionale tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 prefiguravano già l’avvicinamento di una fase di rottura.

È stato proprio l’orizzonte di una crescita tutta interna alla forma sociale capitalistica con le politiche cosiddette ‘neo-liberiste’ degli ultimi quarant’anni, a partire dalla privatizzazione della sanità, che ha prodotto l’esito attuale.

La crisi attuale, nata come emergenza sanitaria, avrà effetti devastanti sul piano economico e sociale, investendo la costruzione stessa della UE.

L’alternativa, però, non è una ‘decrescita’ semmai uno sviluppo qualitativo radicalmente differente.

 

 

 

Quali le risposte a questa crisi?

 

La più paradossale è giunta da Mario Draghi, teorico del rigore finanziario, cui ha fatto eco il governatore della FED, Jerome Powell.

Mario Draghi, in un articolo sul Financial Times del 25 marzo ha scritto: “è bene che il debito pubblico aumenti”.

Prima di entrare nel merito del suo scritto, val la pena esporre una riflessione di carattere teorico.

 

Come ha spiegato Marx, il credito è una componente necessaria per oliare le ruote dell'accumulazione capitalistica, rendendo possibile il finanziamento relativo a progetti più ambiziosi e più ampi, nel momento in cui solo i profitti riciclati non sono più sufficienti; e a fare circolare il capitale in maniera più efficiente per gli investimenti e la produzione. Ma il credito diventa debito, e per quanto esso aiuti ad espandere l'accumulazione di capitale, se i profitti non si materializzano in una maniera che sia sufficiente a soddisfare quel debito (vale a dire, a ripagarlo insieme agli interessi per i finanziatori) ecco che allora il debito diventa un fardello che comincia a rosicchiare i profitti e la capacità di espandersi del capitale.

 

Fatta questa premessa e sgomberando il campo dalle deformazioni giornalistiche, va chiarito che il debito pubblico non è il debito dei cittadini, perciò ogniqualvolta ci si ritrovi a leggere che esso “pesi sulle spalle” dei cittadini (o delle generazioni future), quasi fosse un debito pro capite, si deve rammentare che cittadini e famiglie che acquistano titoli di debito pubblico non contraggono alcun debito privato, anzi, è vero l’opposto: divengono creditori verso lo Stato. Si potrebbe giustamente dire che al debito dello Stato corrisponda un credito di famiglie, banche, aziende, investitori e così via.

 

Ritornando a Marx: gli imprenditori sfrutteranno il credito concesso dalle banche (così contraendo un debito) per investire e innovare. Dopodiché, sul mercato del lavoro, vi sarà l’incontro tra imprenditori e lavoratori/famiglie. Il denaro viene dunque “creato” dalle banche, concesso agli imprenditori e poi trasferito alle famiglie sotto forma di salari; una volta andato a buon fine il processo di produzione (l’imprenditore ha avuto il suo denaro, ha potuto pagare dei lavoratori, ha prodotto beni o servizi) non resta che osservare l’andamento dei consumi: le famiglie, grazie al denaro ottenuto attraverso i salari, potranno acquistare i beni e i servizi prodotti.

 

Se il meccanismo è chiaro, il quesito da porsi adesso è il seguente: come fanno, gli imprenditori, a restituire con gli interessi il denaro preso in prestito dalle banche, se hanno dovuto investire, pagare i salari e calcolare un profitto? La risposta corretta è la più evidente: non possono.

Se consideriamo gli imprenditori di tutto il mondo come un insieme unico e fingiamo in 100 la quantità di denaro ch’essi prendono in prestito dalle banche, non v’è alcuna possibilità, per essi, di restituire 101. Segue, come logica conseguenza, che un’economia realmente liberista, in cui gli Stati sono esclusi del tutto dal sistema, non funziona né può funzionare. In un mondo con quantità di moneta determinata, per così dire “fissa”, non vi sarebbe spazio alcuno per la “crescita” (l’aumento della produzione e del consumo dei beni e servizi, attuale paradigma del modello capitalista), ma solo per l’accumulo di alcuni a danno di altri (come in dei vasi comunicanti: se un vaso accumula, un altro vaso perde).

Nell'attuale corona-crisi, il collasso si accompagna ad un elevato indebitamento globale, tanto pubblico, quanto imprenditoriale e domestico.

L'Institute of International Finance, un ente che si occupa di commercio, stima che il debito globale, sia pubblico che privato, alla fine del 2019 abbia superato 255 mila miliardi di dollari. Si tratta di 87 mila miliardi di dollari in più, rispetto a quanti erano all'inizio della crisi del 2008 ed è senza dubbio destinato a diventare molto più alto a causa della pandemia.

Occorre precisare che il debito non è mai un problema tecnico, è sempre una questione politica: è legato a filo doppio al comando sulla moneta, al controllo della sanzione monetaria.

Il debito non opera come un vincolo sino a che viene semplicemente rinnovato, come può effettivamente essere. Il vero problema è, insomma, il pagamento degli interessi. Ed è anche qui vero che la politica monetaria può fare in modo che il tasso di interesse resti stabilmente basso.

Inoltre, va constatato che sul tema del debito i dati che circolano normalmente negli organi di stampa e in generale nei mass-media, sono viziati da una lettura assolutamente strumentale e falsa.

Un’analisi corretta sul debito deve considerarlo nel complesso, cioè debito pubblico+debito privato.

Secondo una ricerca di un prestigioso istituto, il Mc Kinsey Global Institute, sulla base dei dati della Bank for International Settlements (Banca dei regolamenti internazionali) riferiti al 2017, il paese più indebitato al mondo risulta essere il Lussemburgo per un ammontare pari al 434% del Pil, seguito da Hong Kong (396%), terzo il Giappone (373%).

Con riferimento alle nazioni europee, quelle più indebitate sono l’Irlanda e il Belgio (345%), seguite da Portogallo (322%), Francia (304%), Olanda e Grecia (entrambe al 294%), Norvegia, 287%, Gran Bretagna (281%), Svezia e Spagna (275%). L’Italia (265%) si colloca nelle retrovie, con un valore di poco superiore alla Danimarca, Finlandia, Svizzera, Austria e Germania.

Se disaggreghiamo tale dato, l’Italia ha il 131% di debito pubblico (seconda in Europa – dopo la Grecia, e terza al mondo, con il Giappone che detiene il primato di paese con lo Stato più indebitato: 214%).

Ma si trova negli ultimi posti in classifica per debito delle famiglie (41%, contro il 127% della Svizzera, il 117% della Danimarca, il 107% dell’Olanda, il 102% della Norvegia, l’87% della Gran Bretagna). Meglio dell’Italia è solo la Polonia (36%). Con riferimento al debito delle imprese, anche in questo caso la situazione italiana è tra le più virtuose. Lussemburgo, Irlanda, Belgio, Norvegia, Svezia, Francia, Portogallo, Spagna presentano valori doppi rispetto all’Italia e solo Grecia e Germania si trovano in una situazione migliore (seppur di poco).

Per inserirsi in una questione molto dibattuta negli ultimi tempi circa la “frugalità” degli Stati, tale situazione evidenzia che l’Italia, per quanto riguarda la capacità di risparmio privato, è un paese assai più “frugale” dell’Olanda e di molti dei paesi che perseguono una linea di rigore. Danimarca e Olanda, infatti, presentano, un debito privato che è superiore al PIL di 2,5 volte, una volta e mezzo il debito privato italiano. Si rammenta che, poiché il debito pubblico gode di più garanzie, un elevato debito privato è una mina vagante per la solvibilità economico-finanziaria di un paese.

Ritornando a Draghi, vi è in lui la consapevolezza che la crisi attuale, nata come emergenza sanitaria, avrà effetti devastanti sul piano economico e sociale, investendo la costruzione stessa della UE.

È una crisi, ci dice Draghi, dove ad essere in questione è direttamente la sopravvivenza delle imprese, soprattutto medie e piccole, dove è occupata la gran parte della forza-lavoro. È una crisi dove esiste un problema di sopravvivenza delle famiglie. Per questo si deve fornire un sussidio, alle imprese come alle famiglie.

In questo contesto, afferma Draghi, le banche non possono che intervenire fornendo liquidità senza limiti ed azzerandone i costi di accesso.

È un insieme di misure che, certo, vengono da lui viste come temporanee, ma sono percepite come inevitabilmente di dimensioni massicce, come un fenomeno del tutto inedito che segna una svolta. Di qui il tema della garanzia da dare alle banche: non molto tempo dopo in Italia è, infatti, intervenuta la copertura statale.

Il patto di stabilità, in questo momento, semplicemente non c’è più. In teoria l’Italia può spendere quanto vuole. Draghi è giunto sino a parlare di cancellazione del debito privato.

Però, chi la finanzia? Di fatto, la Banca Centrale Europea, sia pure in modo non del tutto trasparente, ma pure abbastanza palesemente, agisce come prestatore di ultima istanza.

Il cambiamento è stato a 180 gradi, drastico e subitaneo.

Interrogativo: perché a questo punto non dovrebbe intervenire una banca nazionalizzata?

A fine agosto Draghi ribadisce e specifica gli stessi concetti al convegno di CL a Rimini.

Va osservato che già la scelta del luogo per proferire il suo messaggio è una strizzata d’occhio ai settori più conservatori del cattolicesimo. Lo è anche l’esordio con cui si dichiara “partecipe della vostra [di CL!] testimonianza di impegno etico”, glissando sull’impegno etico di Formigoni e della Compagnia delle Opere.

Ma, potrebbe obiettare qualcuno, si tratta di una formalità e di un gesto di buona educazione nei confronti di chi lo ha ospitato e gli ha offerto quel pulpito.

Pur essendo il modo di pensare di Draghi distante anni luce dal nostro, bisogna dargli atto che, nel mezzo a tanti fanatici seguaci del “libero mercato”, egli dimostra di essere fra i più illuminati e consapevoli.

C’è un elogio delle politiche seguite a seguito della pandemia, “corrette, al di là delle singole agende nazionali”. Così è stata opportuna la “sospensione di molte delle regole che avevano disciplinato le nostre economie fino all’inizio della pandemia per far spazio a un pragmatismo che meglio rispondesse alle mutate condizioni”.

Afferma Draghi:

 

“Non voglio fare oggi una lezione di politica economica ma darvi un messaggio più di natura etica per affrontare insieme le sfide che ci pone la ricostruzione e insieme affermare i valori e gli obiettivi su cui vogliamo ricostruire le nostre società, le nostre economie in Italia e in Europa.

Nel secondo trimestre del 2020 l’economia si è contratta a un tasso paragonabile a quello registrato dai maggiori Paesi durante la seconda guerra mondiale.

Alla distruzione del capitale fisico che caratterizzò l’evento bellico molti accostano oggi il timore di una distruzione del capitale umano di proporzioni senza precedenti dagli anni del conflitto mondiale.

È probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e certamente non lo saranno nella loro forma attuale. La ricerca di un senso di direzione richiede che una riflessione sul loro futuro inizi subito. Proprio perché oggi la politica economica è più pragmatica e i leader che la dirigono possono usare maggiore discrezionalità, occorre essere molto chiari sugli obiettivi che ci poniamo”.

 

Si potrebbe pensare che il Draghi che fa queste affermazioni sia il fratello gemello di quello che ha ridotto in miseria la Grecia per salvare le banche francesi e tedesche, oppure quello che ha imposto la “cura da cavallo” al nostro paese, ecc…

Forse è il Draghi che ricorda il proprio maestro Federico Caffè, keynesiano doc. (Circa il giudizio su Keynes rimando ad un precedente scritto qui pubblicato).

Ma è inutile chiedere coerenza ad un banchiere.

Come per tutti gli economisti vale il giudizio formulato da Marx: “meteorologici dell’economia”. E si sa che le previsioni meteo hanno fondamento al massimo per 3 giorni.

L’atteggiamento dell’economia borghese nei confronti delle crisi è ben sintetizzato da Marx in un brano delle Teorie sul Plusvalore:

 

“Limite dell’economia borghese.

Invece di indagare in che cosa consistono gli elementi in conflitto, che nella catastrofe giungono all’esplosione, gli apologeti si accontentano di negare la catastrofe stessa e, di fronte alla loro regolare periodicità, si ostinano a ripetere che se la produzione si regolasse secondo i manuali, non si arriverebbe mai alla crisi. Le frasi apologetiche per negare la crisi affermano unità dove esiste antitesi e contraddizione. Ma di fatto la crisi esiste, perché esistono queste contraddizioni. Il voler eliminare con la fantasia le contraddizioni è contemporaneamente l’espressione di contraddizioni realmente esistenti che secondo il pio desiderio non devono esistere”.

 

Sul tema evocato da Draghi del patto di stabilità, apro una parentesi, soprattutto in relazione alla perdita di memoria storica che caratterizza il dibattito politico in questo paese.

Dopo aver firmato il Trattato di Maastricht in qualità di Ministro italiano del Tesoro, Guido Carli, tornato a casa, così illustra negli appunti per le sue memorie il significato dell’evento:

 

“L’Unione europea implica la concezione dello ‘Stato minimo’, l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, la ridefinizione delle modalità di composizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi, l’autonomia impositiva per gli enti locali, il ripudio del principio della gratuità diffusa con la conseguente riforma della sanità e del sistema previdenziale), l’abolizione della scala mobile, la drastica riduzione delle aree di privilegio, la mobilità dei fattori produttivi, la riduzione della presenza dello Stato nel sistema del credito e dell’industria, l’abbandono di comportamenti inflazionistici non soltanto da parte dei lavoratori, ma anche dei produttori di servizi, l’abolizione delle normative che stabiliscono prezzi amministrati e tariffe. In una parola: un nuovo patto tra Stato e cittadini, a favore di quest’ultimi”. (G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, Roma, 1996)

 

A chi legge queste note il compito di stabilire quanto dei propositi di Carli si siano concretizzati.

Altro scritto interessante lo ritroviamo sul Financial Times, che è il grande quotidiano della borghesia inglese e internazionale, e che il 3 aprile pubblica un editoriale il cui titolo proclama che “il virus espone la fragilità del contratto sociale”.

Al centro dell’articolo si scrive che occorrono riforme radicali che rompano con gli ultimi quattro decenni. I governi devono abituarsi ad essere più attivi e servizi pubblici come l’istruzione o la sanità devono ora essere visti non come passività, ma come un investimento sul futuro della società. Non ci si può permettere più mercati del lavoro caratterizzati da una diffusa precarietà, il lavoro deve tornare ad essere garantito. È necessaria una sostanziosa redistribuzione, proposte come il basic income o tasse patrimoniali (sulla ricchezza) possono farne legittimamente parte.

Come al tempo della Seconda Guerra Mondiale, si citano il rapporto Beveridge (che dette origine al welfare postbellico, e che è del 1942) e la conferenza di Bretton Woods (che dette origine al sistema di cambi fissi e, ricordiamolo, comprendeva di fatto una repressione della finanza, e che è del 1944).

Il Financial Times finisce con l’essere molto più radicale delle nostre sinistre.

Se ha senso il riferimento a questa crisi come ad una guerra è anche perché, proprio come avvenne dopo la Seconda Guerra Mondiale, può avere un senso ‘rimettere’ il debito passato, come avvenne allora a favore dei vinti.

Sulla stessa lunghezza d’onda ha cominciato a muoversi, non per caso, anche Christine Lagarde, presidente della Bce, che ha indicato la necessità di riscrivere il Fiscal Compact e tutti i trattati che concorrono a definire il “Patto di stabilità”. Ossia l’asse ordinamentale su cui debbono conformarsi i governi di tutti i Paesi nel definire ogni anno la propria “legge di stabilità” (l’ex “legge finanziaria”).

“Penso – dice Lagarde – che questa crisi sia una buona occasione di modernizzare le modalità del Patto di stabilità e di crescita, oggi sospeso. In passato sono state fatte delle proposte innovative, in particolare da parte del Fmi, che sarebbe utile riesaminare. Ne va misurata la pertinenza e l’efficacia. Credo che i termini del Patto di stabilità e di crescita debbano essere rivisti e semplificati prima che si pensi a reintrodurlo, quando saremo usciti da questa crisi”.

Ricorda che gli scenari della Bce vanno da una recessione del 5% a una del 12% nell’area euro per quest’anno, con un’ipotesi centrale dell’8%.

“Rivedremo le proiezioni il 4 giugno, ma ci aspettiamo nello scenario più grave una caduta del prodotto interno lordo del 15% solo per il secondo trimestre”.

 

I dati attuali sono questi.

Anche la Germania è previsto che torni al 100% mentre era al 62% – era intorno ai parametri di Maastricht – aiutata anche dai tassi di interesse negativi sui propri buoni del tesoro, i bund. Poteva pertanto emettere debito beneficiando di un abbassamento dell’onere del debito che dipende dalla differenza tra il saggio di interesse e il saggio di crescita nominale del PIL.

La Francia arriva intorno al 119-120%. Per altro queste previsioni sono fatte in base ai loro calcoli. L’Italia arriverà al 140-150%, perché tra l’altro è uno di quei Paesi in cui la caduta della produzione è previsto essere più alta: si parla del 5-6% in Germania, mentre in Italia del 10% in Italia.

Per quanto concerne l’Italia la pressione debitoria non dovuta è a spese eccessive (l’Italia da quasi trent’anni non ha un deficit primario, il che significa che il bilancio è in attivo e quindi la gente riceve meno servizi di quanto paghi allo Stato).

L’Italia fece il grande salto verso l’indebitamento tra il 1980 e il 1991 che poi è aumentato lentamente fino al grande balzo dopo il 2008; non perché ci fosse una spesa pubblica in deficit gigantesca ma a causa della finanziarizzazione del debito, lo spread e altro che ha gravato insieme a un tasso di crescita molto basso.

Il debito pubblico non aumenta necessariamente perché aumentano le spese, questa è una visione familistica del debito pubblico che aumenta se finanziarizza.

A questo punto una considerazione sul retroterra storico.

È Joseph Halevi che ne mette in evidenza i passaggi:

 

Il debito pubblico è stato finanziarizzato, prima era un rapporto tra il Tesoro e la Banca Centrale. Hanno finanziarizzato il debito pubblico dagli anni ottanta in poi; lo hanno fatto in Italia e in Francia, quasi contemporaneamente e con due operazioni molto simili.

I francesi sono stati tra i primi, insieme all’Italia, d’accordo da Andreotti ad Andreatta e Ciampi, a scindere Tesoro e Banca d’Italia, imponendo a quest’ultima una politica anti-inflazionistica; tutto questo nel 1981 in Italia e nel 1984 in Francia. Questa è un’operazione altamente deflazionistica che aveva come obiettivo il rafforzamento del Franco nell’ambito dello SME, ancorandolo sempre più al Marco tedesco imponendo con questa procedura una deflazione salariale.

Mentre in Germania non lo hanno fatto e poco prima della nascita dell’Euro il governo tedesco ha realizzato un’agenzia finanziaria pubblica che compra i Bund e li mette in deposito nella Bundesbank ed in questo modo non vìola il trattato europeo. Questo lo hanno fatto in simultanea con l’entrata in vigore dell’Euro.

Nel 2000 loro avevano già pronta quest’agenzia, anche altri Paesi avrebbero potuto fare la stessa cosa e nessuno gli avrebbe detto niente. Se non l’hanno fatto è stato perché Francia e Italia erano contenti di questa situazione. Eccetto Fazio, il governatore della Banca d’Italia e qualcuno dei suoi, ma tutti gli altri erano contenti perché così andava avanti la deflazione salariale di cui era lo strumento. Questo è il punto: tutta la costruzione dell’Euro è stato lo strumento per deflazionare i salari.

La Germania si è cautelata con due strumenti sostanziali: primo, le cosiddette leggi fondamentali della ex Repubblica federale per le quali la loro autonomia non deve essere intaccata attraverso la messa in atto di un sistema di protezione.

L’altro strumento di protezione è la corte di Karlsruhe che vaglia se le regole europee entrano in contraddizione con le leggi fondamentali e se ciò dovesse accadere, rimandano tutto al parlamento tedesco.

Questo in Italia non succede, invece si sono precipitati a cambiare le regole di bilancio, a cambiare la Costituzione per metterci dentro il pareggio di bilancio con un’operazione parlamentare, nemmeno con un referendum.

Se i tedeschi hanno sistemi di autoprotezione e gli altri no… alla fine chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Nella strutturazione del capitalismo europeo c’è un grande polo tedesco, produttivo ma sempre vieppiù di tipo bancario-finanziario. La loro dimensione bancaria è marcia, anche peggiore di quella del Monte dei Paschi di Siena. E hanno quindi bisogno di molti soldi per finanziare le loro banche perché sono un disastro totale. Tutto questo ha come origine il fatto che anche la Germania ha finanziarizzato l’economia, in questo il social democratico Gerhard Schroeder ci ha messo del suo cercando di imitare il modello inglese. Il risultato è stato che mentre prima la Germania si caratterizzava per una funzionalizzazione del sistema bancario alle attività produttive e industriali successivamente le banche tedesche sono cambiate e non si sono liberate, come quelle americane, dei prodotti e di altre schifezze e quindi assorbono soldi pubblici. Questo è il motivo per cui loro non vogliono dare i soldi.

L’altro polo è quello finanziario inglese che si concentra sulla città di Londra.

Questi sono i due poli del capitale europeo, in mezzo ce n’è un terzo che è il complesso militare-industriale francese affiancato dal sistema bancario francese, che pure quello fa acqua, anche se non tanto come quello tedesco.

Di fronte a questo il modo in cui è stata costruita dopo Maastricht impedisce il funzionamento dell’Unione Europea come sistema federale.

Perché solo con una finanza federale è possibile affrontare i problemi in maniera macroeconomica: l’Unione Europea non fa macroeconomia. L’eurozona fa crediti e in questo caso bisogna pagare, non c’è niente da fare. Allora, se si vuole uscire da questo si deve rimettere in discussione l’assetto dell’Unione Europea. Ma in questo caso devi essere un Paese forte e con una classe politica credibile. L’unico Paese che può farlo, come istituzioni e sistema tecnocratico, ecc., è la Francia, che però non vuole una dimensione federale, nemmeno ci pensa.

 

In conclusione, su questi aspetti, le considerazioni di Riccardo Bellofiore:

 

“Questa crisi, per un verso, è la prosecuzione della crisi del 2007-2008, e per un altro ne è l’esatto opposto.

Qual è la grande differenza tra la crisi del 2007-2008 e la crisi attuale?

La differenza principale è che allora, al di là della gestione della crisi finanziaria, si poneva la questione di come uscire dalla crisi reale in cui si era precipitati, si poneva il problema di un ritorno alla crescita. Poteva avere un senso l’idea di una grande spesa pubblica di tipo ‘keynesiano’ come asse del rilancio, guardando all’impulso dal lato della domanda effettiva.

In questa crisi, invece, il punto non è stato un rilancio dal lato della domanda effettiva. La necessità immediata è stata quella di una enorme mobilitazione per ‘mettere in coma’ il sistema produttivo, di mobilitare per smobilitare: mettere in fermo l’industria, i servizi, i trasporti, e così via, con tutti gli effetti sui consumi e investimenti. Una crisi altrettanto se non più grave di quella degli anni Trenta del Novecento, ma indotta e gestita dall’alto, che va organizzata.

È davvero una economia di guerra, dove è la ‘pianificazione’ (dell’offerta e della domanda insieme) che deve appunto organizzare prima il blocco e poi la ripresa della produzione?

 

 

 

Fine corsa per la finanza sregolata?

 

Vediamo qual era la situazione solo qualche mese addietro. Parlo al presente, perché il dato reale non si è modificato.

Nel mercato dei titoli di Stato si registrano tassi negativi. La quotazione cambia di giorno in giorno, ma il quadro generale è che i bond sovrani a dieci anni di Germania, Francia, Svizzera, Olanda, Finlandia, Danimarca, Austria, Svezia e Giappone hanno rendimenti sotto lo zero.

Anche le obbligazioni corporate (emesse da società private) a tripla A iniziano ad andare sotto lo zero.

La logica è la medesima in entrambi i comparti: è la domanda crescente da parte degli investitori che porta i rendimenti in territori negativi.

Semplificando all’estremo, significa che pago per investire il mio capitale invece di guadagnarci, un controsenso in termini.

Siamo quindi davanti a una corsa alle obbligazioni, sintomo di un timore crescente di un rallentamento in arrivo nell’economia reale.

Ciò che qui preme evidenziare, è che il volume degli investimenti nel mercato dei bond è cresciuto al punto da portare i tassi in negativo.

Una bolla che prima o poi rischia di scoppiare, innescando un crollo dei mercati finanziari. Cosa questo significhi l’abbiamo visto nel 2007.

Non è la sola bolla cresciuta negli ultimi anni e se questa sui bond è nuova, un’altra ha il sapore del déjà vu.

Si chiamano leveraged loans.

Sono prestiti erogati a imprese già molto indebitate e generalmente classificate al di sotto del livello di investimento. Hanno oggi un volume di mercato di 1.400 miliardi di dollari, dimensioni simili a quelle del settore dei subprime nel 2007 (1.300 miliardi), e come i subprime vengono cartolarizzati e impacchettati in titoli finanziari

Di fatto, come le banche statunitensi concedevano mutui per la casa (subprime) a persone che non avevano un reddito sufficiente per poi far fronte alle rate, oggi concedono prestiti a società che non saranno in grado di ripagarli.

Considerati i 1.400 miliardi di dollari a cui sono arrivati i leveraged loans, è una potenziale bolla pronta a scoppiare non appena le imprese smetteranno di pagare le rate dei prestiti, perché al di sopra delle loro possibilità finanziarie come è stato per i mutui subprime, o per l’arrivo della recessione economica.

Altro aspetto.

Nel 2019 le imprese americane per il secondo anno consecutivo spenderanno più soldi per riacquistare azioni proprie che per investimenti produttivi; negli ultimi due anni, per ogni 100 dollari di investimenti le imprese quotate a Wall Street ne hanno spesi 114 in buyback (è l’operazione di acquisto di azioni proprie sul mercato da parte di una società quotata), quando nei precedenti diciannove anni il rapporto era 60 buyback su 100 di investimenti. Una pratica alimentata anche dal basso costo del denaro, che ha portato le aziende a indebitarsi per acquistare azioni proprie.

Acquistare azioni proprie gonfia artificiosamente il valore della quotazione e fa aumentare il dividendo per azione; l’innovazione produttiva resta ferma, l’impresa diventa dunque meno competitiva e perde di conseguenza posizioni sul mercato, ma fa utili nella finanza.

Irreali, perché l’alto valore in Borsa dell’azienda non ha più a che vedere con la sua capacità produttiva ma con i giochi finanziari; si crea in tal modo una bolla pronta a esplodere nel momento in cui gli investitori, per timore di una vicina recessione economica, abbandonano il mercato azionario per spostarsi sui beni rifugio – cosa che sta già accadendo.

Senza dimenticare i derivati finanziari, di cui nulla di fatto si sa – perché non sono regolamentati e circolano la gran parte nei mercati OTC (Over the Counter).

Il valore globale dei derivati finanziari in circolazione è di 2,2 milioni di miliardi di dollari, pari a 33 volte il Pil mondiale.

Attualmente, negli USA, il debito societario ammonta a 9,1 trilioni (rispetto ai 4,9 di appena dieci anni fa: un aumento dell’86%) e quello delle famiglie a 13,5 trilioni. I debiti scolastici, quelli per l’acquisto di automobili e quelli legati alle carte di credito sono anch’essi in continuo aumento.

La crescita del Pil realizzata nel corso degli ultimi anni dagli Usa è realizzata esclusivamente a debito.

Al di là dell’ovvia considerazione che nulla è mutato nella finanza, in termini di regolamentazione e meccanismi, nonostante il crollo del 2007, tirava vento di un’altra tempesta perfetta in arrivo.

Ed è giunta sotto la forma di una pandemia.

Dieci anni di politiche monetarie espansive, liquidità, soldi facili, tassi addirittura a zero in Europa, eppure l’economia reale non è ripartita, se non per pochi anni e debolmente e non in tutti i Paesi, e siamo davanti a un’altra recessione. Contemporaneamente, il mercato finanziario ha bolle ovunque lo si guardi.

Se a questo affianchiamo una regolamentazione che non è avvenuta dopo il 2007 – nemmeno la più banale, la separazione tra le banche commerciali, che operano nell’economia reale, e quelle d’affari, che agiscono nei mercati finanziari, soprattutto attraverso la speculazione, è chiaro che la questione è strutturale e investe l’architettura stessa del sistema economico.

Quando si afferma che è il capitalismo finanziario a dominare e non quello produttivo, questo significa.

Ma non c’è stato alcunché di naturale né inevitabile in questa trasformazione avvenuta a partire dagli anni Ottanta: è stata la politica a disegnare il quadro in cui ci troviamo, attraverso leggi che hanno via via deregolamentato il settore finanziario, fino a farlo diventare quello che è oggi.

In questa fase, sotto diversi punti di vista vengono al pettine i nodi del decennio seguito alla Grande Recessione del 2008: la risposta messa in campo dalle banche centrali, incentrata unicamente sull’espansione dell’offerta di moneta, ha letteralmente “dopato” le borse di tutto il mondo.

La somma tra il denaro facile, i bassi tassi di sconto e l’elevata dilatazione dei listini ha creato uno scenario di vacche grasse per diversi operatori. Slegandosi completamente dall’economia reale in Europa e Stati Uniti, la folle corsa della finanza ha portato i listini a macinare record e gli operatori a cavalcare la redditività con massicci programmi di riacquisti di azioni proprie, piani di dilatazione dei dividendi e spericolate operazione di fusione e acquisizione guidate unicamente dal valore borsistico.

Ma lo stop improvviso di catene logistiche, flussi economici e scambi per l’emergere del contagio ha bruscamente richiamato alla realtà: l’economia materiale serve e il suo brusco blocco ha precipitato i mercati finanziari di tutto il mondo in una profonda fase d’incertezza, sconosciuta negli ultimi anni, a cui ha fatto seguito un’accelerazione della volatilità al ribasso.

Per evitare lo schianto, le banche centrali di tutto il mondo sono state risolute nell’aumentare la potenza di fuoco dei propri “bazooka”.

Altro aspetto.

Va in frantumi il mito della fabbrica globale, l’economia del just-in-time che snobba l’accumulazione di scorte e riserve industriali (cruciali, come abbiamo visto, in ambito sanitario) predicando la frammentazione delle produzioni in tutto il mondo e riprende piede la prospettiva di vedere coperture e azioni dirette degli Stati in funzione anti-recessione.

La crisi ha rafforzato i detentori di ricchezza: nello stesso periodo in cui 26 milioni di lavoratori dipendenti sono stati licenziati la ricchezza dei miliardari è aumentata di 308 miliardi di dollari.

Jeff Bezos (Amazon) ha incrementato il suo patrimonio di 43,8 miliardi di dollari, Mark Zuckerberg (Facebook) 32,1 miliardi di dollari, Bill Gates soli 11,5 miliardi, passando però da 98 a 109,5.

 

Un esempio riferito al nostro paese.

Secondo il rapporto Global Wealth 2020 in Italia esistono 400 mila milionari. Coloro la cui ricchezza supera i 100 milioni sono 1.700. Fatti due conti, con una imposta del 2 o 3 per cento esclusivamente su questi patrimoni si realizzerebbero 150 miliardi di euro. Non ci sarebbe bisogno di indebitarci con il Mes e con il Recovery Fund. Ma si farebbe una gran danno ai giovani figli dei capitalisti e questa sarebbe “una delle più gravi” ingiustizie.

I neoliberal stanno spingendo verso ulteriori concentrazioni privatistiche del sistema sanitario aumentando la libertà di azione ed il potere monopolistico delle grandi società farmaceutiche.

Anche la privatizzazione e individualizzazione dell’istruzione è uno dei principali obiettivi dei neoliberali e la pandemia ha fornito un’ottima occasione per far dei grandi passi in avanti in questo progetto attraverso l’uso di tecnologie per l’insegnamento a distanza e la riduzione dei contatti diretti.

Oggi la tecnologia non può essere assolutamente vista da un punto di vista neutrale registrabile nella rubrica ‘progresso tecnico’, ‘rivoluzione tecnologica’ e via dicendo. In realtà essa non è mai stata neutrale quasi scaturisse da un processo puramente ingegneristico. Marx docet. Attualmente le tecnologie di punta del mondo anglo-occidentale si concentrano nelle nuove formazioni del capitale monopolistico come Google, Amazon ecc.

 

 

 

La crisi europea

 

Non è un caso che ad annaspare in acque agitate sia proprio quell’Unione Europea che nella sua evoluzione ha volutamente espunto il discorso del primato della politica sulle austere logiche della finanza e interiorizzato il mito della “fine della Storia” nel suo percorso storico.

Ha prevalso il rigore dei falchi del Nord sulle forme di solidarietà da attuare, sulla necessità di uno shock politico come premessa a una risposta economica comune. Il tutto associato ad una debolezza delle strutture comunitarie.

Governare un mercato competitivo al suo interno, senza “arbitri” credibili e tanto meno legittimati democraticamente, è difficile.

Ma la scommessa originaria dell’Unione Europea, dalla caduta del Muro in poi, era proprio questa.

È andata bene per quasi 30 anni, con irrobustimenti successivi delle sbarre della gabbia, tra politiche di austerità e iniezioni di liquidità per il sistema finanziario. Poi si è rotto l’equilibrio, la competizione interna fra capitali e Paesi si è fatta evidente e più difficile da gestire. Anche se i lavoratori rimanevano sotto il tallone di ferro.

La pandemia ha sconquassato un equilibrio già fragile. La prima reazione dell’establishment europeo è stata la solita: chi ha risorse le può spendere, chi ha troppo debito dovrà passare sotto le forche caudine.

Non poteva reggere e non ha retto. Da un lato i paesi mediterranei reclamavano “solidarietà concreta”, trascinando anche la Francia di Macron sul fronte anti-austerity.

Dall’altra la “Germania profonda” piazzava il suo colpo con la sentenza della Corte Suprema contro la Bce, mettendone in discussione sia l’indipendenza dal potere politico che le scelte monetarie.

(Sulla sentenza alcune considerazioni in una nota aggiuntiva).

Passare dal massimo di comando possibile a ognun per sé è un attimo, in una crisi di queste dimensioni.

Quindi l’“asse franco-tedesco” ha provato a ricompattarsi proponendo l’unica strategia possibile in alternativa all’immobilismo “austero” e alla dissoluzione nazionalistica: riformare alcuni trattati e mettere in campo strumenti finanziari nuovi per sostenere una “ripresa” altrimenti impossibile con le sole forze del “mercato”.

In una prima fase, Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno chiarito i termini su cui tutti i Paesi membri e la stessa Commissione dovevano essere chiamati nei prossimi mesi a misurarsi con un Recovery Fund per dotare l’Unione europea di un fondo da 500 miliardi di euro per il rilancio dell’economia dopo la pandemia.

La parte più interessante – e che dà la misura del rischio implosione della Ue, in caso negativo – sta nel fatto che questi 500 miliardi sarebbero stati di trasferimenti, e non di prestiti. In parte a fondo perduto, dunque, ma dal bilancio dell’Unione Europea e sotto stretto controllo della Commissione quanto all’utilizzo.

Rispetto alle necessità di un “piano Marshall” europeo per innescare una “ricostruzione” post-pandemia è una cifra del tutto ridicola. La sola Germania, per le proprie necessità, ha deciso di mobilitare circa 1.000 miliardi…

Ma nella sua stitichezza rappresenta l’ammissione in linea teorica della necessità di “condividere” un impegno finanziario secondo criteri diversi dalla rigida “proporzionalità” (ad ogni Stato secondo la sua quota di contributo).

I soldi verranno reperiti mediante il solito indebitamento sul mercato, ma in forma e con garanzia comunitaria. La novità sta nel fatto che il rimborso di quel debito sarà a carico di tutta la Ue, non degli Stati che beneficeranno.

In pratica, se uno Stato otterrà 50 miliardi non dovrà restituire quella somma, ma la quota “normale” con cui contribuisce alle spese europee.

“La chiave di ripartizione resta quella del bilancio Ue, ha chiarito Merkel, ma le risorse – come detto – saranno invece distribuite in proporzione ai danni subiti dai Paesi”.

È prima di tutto la conferma di una primazia continentale dei due proponenti. Come ha sottolineato Macron:

“Non è un accordo dei 27 paesi dell’Unione europea, è un accordo franco-tedesco. Ma non c’è accordo fra i 27 se prima non c’è un accordo franco-tedesco”.

E gli altri devono farselo piacere…

Il tempo è denaro!

E il 18 maggio avviene la svolta: Macron e l’Ufficio stampa del Governo tedesco annunciano un’iniziativa europea.

Macron e la Merkel in conferenza stampa congiunta annunciano un Recovery Fund per 500 miliardi a fondo perduto per i paesi più colpiti dalla pandemia.

A quest’annuncio si allinea la presidente della Commissione, la von der Leyen e, con i documenti della Commissione del 27 maggio, il Recovery Fund cambia nome, diventando Next Generation (NG) e assume le dimensioni globali attuali.

 

 

 

Il Consiglio europeo del 17-21 luglio 2020

 

Veniamo infine all’ultima riunione del Consiglio europeo, quello conclusosi con l’approvazione del Programma Next Generation Eu e del bilancio pluriennale collegato, quello per gli anni 2021-27.

La durata eccezionale del Consiglio (probabilmente il più lungo nella storia della UE) è conseguente al duro scontro che ha opposto i paesi cosiddetti “frugali” (un noto economista li ha definiti “fregàli) e gli altri paesi.

Su una cosa praticamente tutti – giornalisti, commentatori, esponenti del governo (e persino alcuni dell’opposizione!), comuni cittadini – sembrano essere d’accordo: l’accordo raggiunto in sede europea sul cosiddetto Recovery Fund rappresenta una “grande vittoria” per l’Italia e un “evento storico” per l’Europa.

Per capire se è veramente così, vediamo di cosa si tratta.

Nella proposta Macron-Merkel si parlava genericamente di un Recovery Fund, poi, dopo la proposta nei documenti della Commissione fu ridefinito Next generation Fund, e adesso ha preso il nome di Next Generation Fund EU.

D’altra parte, se la Merkel, come pare, è riuscita a imporre a settori riottosi della dirigenza il NG, ci saranno dovute pur essere delle forze che davanti al rischio che la pandemia portasse a rotture politiche in Europa, hanno buttato un peso sulla bilancia, cosa che in precedenza non avevano mai fatto (come si vede dal trattamento della Grecia dal 2010 in poi, e dell’Italia nel 2011).

Entrando nel merito degli stanziamenti, con l’occasione non si sono modificati gli importi complessivi: il Programma continua ad avere una dotazione di 750 miliardi, tutti recuperati attraverso prestiti dai mercati finanziari.

Diminuiscono però le risorse dato a titolo di sovvenzione, che complessivamente scendono a 390 miliardi, a fronte di un aumento delle somme date a prestito, che ammontano ora a 360 miliardi. Il Fondo per la ripresa viene portato a 672,5 miliardi, con i prestiti che superano le sovvenzioni: sono rispettivamente 360 e 312,5 miliardi. Il resto delle somme, pari a 77,5 miliardi, sono destinate ai programmi minori, il cui finanziamento viene dunque ridotto.

Il 70% delle sovvenzioni dovrà essere erogato negli anni 2021 e 2022, la parte restante nel 2023. L’ammontare massimo dei prestiti ricevuti da ogni singolo Stato non deve superare il 7,7% del Reddito nazionale lordo (RNL).

Il bilancio pluriennale 2021-27 subisce invece una piccola sforbiciata e passa a 1074 miliardi, con ritocchi anche sui contributi di alcuni Stati contributori netti: quelli che di norma destinano al bilancio europeo più fondi di quelli che ricevono da Bruxelles. I ritocchi riguardano soprattutto i Paesi che avrebbero voluto dotare il Fondo per la ripresa di risorse date soprattutto a prestito: sono stati cioè utilizzati come merce di scambio per ottenere l’approvazione di Next generation Eu.

Lo strumento utilizzato sono i rebates, ovvero gli sconti accordati sulla scia di un risalente accordo concluso con il Regno unito, che per primo ottenne il varo di un meccanismo di correzione al ribasso delle contribuzioni dovute, poi esteso a tutti gli Stati “con onere di bilancio eccessivo rispetto alla propria prosperità”. Non stupirà allora se, oltre alla Germania, sono stati beneficiati da questo meccanismo la Danimarca, l’Olanda, l’Austria e la Svezia.

Nel merito, quindi, il bilancio dell’Unione europea per il 2021-2027 sarà in tutto di 1,074 miliardi di euro (l’1% del Prodotto nazionale lordo dell’Unione). Una cifra di gran lunga inferiore dei 1300 miliardi di euro chiesti dagli eurodeputati nella sessione plenaria del Parlamento europeo dello scorso maggio.

I Paesi frugali e la Finlandia avrebbero voluto diminuirlo ancora di qualche miliardo. Tale riduzione è anche dovuta al fatto che i vari programmi europei legati alla ricerca (riduzione da 13,5 miliardi a 5 miliardi per i fondi Horizon 2020), alla sanità, all’innovazione, alla transizione ecologica e digitale sono stati ridotti in modo considerevole per far aumentare gli sconti dei paesi “frugali”. Nei prossimi sette anni l’Olanda otterrà 1,9 miliardi di rimborsi (+25% rispetto al precedente budget), la Svezia, 1.1 miliardi (+62%), l’Austria 565 milioni (+120%) e la Danimarca 377 milioni di euro (+280%).

Fatto interessante: l’Italia e la Francia, pur essendo contribuenti netti al bilancio comunitario, non hanno nessun “rebate”; la Germania, per qualche ragione, sì.

La Commissione valuterà i “piani nazionali per la ripresa e la resilienza in cui è definito il programma di riforme e investimenti dello Stato membro interessato”, ma sarà il Consiglio ad approvarli.

Si prevede inoltre un coinvolgimento del Consiglio europeo nel caso in cui anche un solo Stato reputi che “vi siano gravi scostamenti dal soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali”. Non è il diritto di veto sull’utilizzo dei fondi di Next generation Eu voluto dall’Olanda.

Non vi è nulla di concreto che possa prevedere un potere di veto di singoli paesi. La soluzione adottata ha permesso ai “fregàli” di salvare la faccia, ma ha di fatto levato gli artigli alle loro proposte.

Detto questo, sappiamo che l’intera dotazione di Next generation Eu si ottiene attraverso prestiti dai mercati, e non anche ricorrendo all’acquisto dei titoli del debito da parte della Banca centrale europea o ad altre forme di monetizzazione del debito, incompatibili con l’ortodossia neoliberale accolta nei Trattati (art. 123 Tfue).

Per l’Italia la Commissione ha ad esempio stimato che, a fronte di un trasferimento complessivo di 153 miliardi, il Paese dovrà contribuire al bilancio europeo per 96 miliardi, sicché il trasferimento netto ammonta a 57 miliardi. Una cifra non certo trascurabile, eppure distante da quella da cui muove il dibattito pubblico attorno alle proposte avanzate dalla Commissione per finanziare la ripresa.

I programmi di investimento dovranno seguire le linee poste dalla Commissione e poi dovranno essere approvate. Le due linee di modernizzazione, digitalizzazione e green deal, hanno un certo senso, ma ci sono moltissimi investimenti di cui il paese avrebbe bisogno (come il riassetto idrogeologico; ma anche dei trasporti) che non necessariamente potrebbero essere omologati nelle linee della Commissione e soprattutto non necessariamente danno luogo ai grandi investimenti generalmente privilegiati dalle autorità europee. Senza parlare del fatto che la crescita del bilancio comunitario, resa necessaria dalla gestione dei flussi di restituzione dei finanziamenti, toglierà ulteriormente autonomia ai bilanci nazionali.

Come considerazione conclusiva si può affermare che il sostegno dell’Europa alla ripresa economica porta con sé alcune novità di rilievo: come in particolare la scelta di contrarre un debito comune e il possibile avvio di un sistema fiscale sovranazionale.

Va sottolineato inoltre che, non solo per l’Italia, ma per l’Italia in modo particolare, la politica espansiva della Lagarde, specificamente mirata al sostegno del finanziamento della spesa pubblica durante l’epidemia, il progetto PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme: di fatto lo strumento che ha sostituito il QE) è stata assolutamente vitale perché una qualsiasi politica economica fosse perseguibile in ‘calma di vento’ dei mercati finanziari.

È chiaro, e lo hanno sostenuto centinaia di economisti, come di fronte alla crisi attuale solo la monetizzazione del debito avrebbe potuto funzionare. Ma questa è una scelta che – a differenza degli Stati Uniti, della Cina, del Giappone e della Gran Bretagna – l’UE non vuole e non può compiere.

 

Alcune considerazione merita l’atteggiamento dell’Olanda.

L’interrogativo è con quale autorità l’Olanda e i paesi frugali possono imbastire lezioni di risparmio ai paesi del Sud Europa?

Penso che in generale i “fregàli” abbiano voluto lucrare qualcosa in termini di minori esborsi (cosa puntualmente riuscita), e inoltre mandare un messaggio di forza all’opinione pubblica interna, cui da anni fanno credere che il nord Europa operoso passi il suo tempo a finanziare il sud ozioso. Su questo populismo di governo è bene fare chiarezza. Quello delle formiche contro cicale è un cliché razzistico e soprattutto completamente falso.

Al riguardo, credo sia utile un confronto fra la situazione debitoria dell’Italia e quella di altri Paesi dell’area euro, come già messo in evidenza precedentemente.

Roberto Artoni in un recente articolo su Sbilanciamoci.info fa notare che nel 2019, prima dell’emergenza Covid-19:

“Il debito pubblico italiano è pari al 130 % del Pil, contro poco meno del 100 % di Francia e Spagna; è invece sensibilmente inferiore in Olanda e Germania (intorno al 50 %). Il quadro è radicalmente diverso se si esaminano i debiti finanziari delle famiglie e delle imprese. In Olanda si raggiunge lo straordinario livello del 250 %, in Francia il 200 %, il 150 % in Spagna; infine, Italia e Germania si collocano intorno al 100%”.

Chi è allora il paese più “frugale”?

L’Olanda inoltre è uno dei paesi europei dove è possibile praticare l’elusione fiscale per imprese straniere e quindi a scapito del fisco dei paesi di provenienza. Sono almeno 15mila le società più o meno di comodo create in terra olandese.

Fa abbastanza impressione vedere che in questa lunga lista sono presenti alcuni “campioni” dell’economia italiana, alcuni addirittura controllati dallo Stato.

Tra le imprese pubbliche, troviamo infatti, ENI, Saipem, ENEL e Cementir; tra quelli private, tra le tante, i nomi più prestigiosi sono Exor (la finanziaria della famiglia Agnelli), FCA, Ferrari, Campari, Mediaset, Luxottica, STMicroelectronics.

Se, da un punto di vista giuridico, in piena logica neoliberista, nulla può impedire ad una società privata di spostare la propria sede finanziaria laddove le è più conveniente, dal punto di vista fiscale risulta poco digeribile che tale strategia venga perseguita da imprese a maggioranza proprietà statale. In tal modo lo Stato stesso partecipa alla sottrazione di risorse sue proprie a vantaggio del fisco di un altro paese.

 

Secondo uno studio della United Nations University, le multinazionali del Pianeta avrebbero trasferito nei paradisi fiscali redditi d’impresa per 600 miliardi di dollari.

Le corporation europee avrebbero contribuito per un terzo della cifra. Il mancato introito per l’Italia sarebbe pari a 6,5 miliardi: cifra che sale a 35 miliardi se consideriamo anche Spagna, Francia e Germania.

 

 

 

Usa e Cina

 

La FED ha stampato trilioni di dollari su ordine di Trump, si sono dati sussidi a fondo perduto come non mai nella storia americana, enorme ossimoro per il Paese più capitalista del mondo, gesto voluto da un presidente repubblicano, liberale e molto ricco di suo, il 2020 è un anno che troverà ampio spazio nei libri di storia dei prossimi secoli. Il PIL americano è calato, la disoccupazione è esplosa, i volumi nei mercati sono scesi, ma gli indici azionari, dopo un grande tonfo sono risaliti.

Il Fondo Monetario Internazionale certifica che il Covid-19 ha provocato la perdita del lavoro per quindici milioni di americani.

Circa la produzione è attesa una contrazione del 6,6% ma soprattutto gli effetti duraturi e prolungati del deterioramento della situazione economica, della permanenza dell’epidemia, della disoccupazione e del conseguente calo della domanda porteranno altri fallimenti e un “cambiamento delle preferenze e delle pratiche lavorative [che] richiederà una significativa riallocazione del capitale e del lavoro”. Il Fondo parla di un “aumento sistemico della povertà”, con distribuzioni razziali ancora più pronunciate, e “per molti anni a venire”.

Questo impatto avverrà, infatti, per “una grande parte della popolazione americana” e porterà “un importante deterioramento degli standard di vita e significative difficoltà economiche per molti anni a venire”.

Inoltre, il debito pubblico complessivo (ovvero delle “istituzioni pubbliche”) salirà fino al 160%, di cui oltre il 107% a carico del governo federale, con un importante salto dal 80% ante crisi.

Tutto questo avviene mentre il principale competitore, la Cina, registra una crescita economica del 3,2%, con il secondo trimestre che cresce oltre il 10% (11,5%).

La produzione industriale cresce del 4,8%, mentre consumi ed investimenti restano leggermente indietro, la disoccupazione è calata.

Per proteggere l’economia dai rischi sistemici (anche propagati dall’esterno) vengono posti sotto controllo pubblico per un anno nove grandissime istituzioni finanziarie.

Si tratta di Huaxia Life Insurance, Tianan Life Insurance, Tianan Property Insurance e Yi’an Property Insurance, e due società fiduciarie come New Times Trust e New China Trust.

 

 

 

Il richiamo della politica

 

Ora, a causa della manifestazione delle problematiche dell’economia, si invoca un ritorno in auge del primato della politica.

La politica, fatta di scelte discrezionali, capacità d’azione strategica e progettualità, reclama il proprio spazio: cresce la domanda, in tutto l’Occidente, di una classe dirigente all’altezza delle sfide del presente. Mentre il paradigma economicistico frana e la stessa comunità scientifica si deve adattare alla sfida del nuovo contagio, reagendo a livello internazionale con grande volontà ed energia, in tutto il mondo i decisori e i leader acquisiscono una centralità pienamente operativa e progettuale.

Torna il primato della politica o, perlomeno, la sua esigenza.

Niente di nuovo sotto il sole.

Nel suo saggio capitale La grande trasformazione (1944) il sociologo austriaco Karl Polanyi teorizzò la necessità del superamento delle vincolanti maglie del dominio dell’economia sulla società, del mito dei mercati quali sovrani giudici degli avvenimenti e dell’ideologia dell’homo oeconomicus riferendosi all’incapacità delle società liberali degli Anni Trenta di cogliere i sintomi della Grande Crisi del 1929.

In una fase storica da tempo caratterizzata da un profondo ritorno del “momento Polanyi”, ovvero da un deciso rilancio del dibattito sul primato della politica sull’economia e sui migliori modi di portare quest’ultima al servizio della vasta massa dei cittadini, la crisi del coronavirus altro non fa che enfatizzare la rilevanza su tali punti. Portando a un esteso ampliamento delle sfere in cui la politica è chiamata a esercitare i suoi doveri e a porsi come ordinatore: si riscopre la validità dei sistemi sanitari nazionali come creazione di una politica di compromesso sociale, si apre il dibattito sugli “Stati strateghi” capace di porre un freno alla marea montante della crisi del neoliberismo, si assiste al richiamo di una classe dirigente finalmente all’altezza delle sfide della globalizzazione.

“La nostra tesi è che l’idea di un mercato autoregolato implicasse una grossa utopia. Un’istituzione del genere non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza della società”, scriveva Polanyi nel 1944. “Era inevitabile che la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso essa ostacolava l’autoregolazione del mercato”. Un memento che vale anche come tracciato per il superamento della crisi attuale.

La sfera finanziaria risponda dunque a quella politica. I mercati siano governati dallo Stato e non viceversa. L’interesse collettivo del Paese prevalga sulle norme imposte dall’individualismo neoliberale.

 

 

 

L’impatto sulla coscienza sociale

 

“Siamo in guerra”, è questo il mantra ripetuto nel pieno dell’emergenza del coronavirus di fronte alle immagini dei reparti ospedalieri in ginocchio, dei medici e degli infermieri stremati, dei feretri portati fuori dalle città da cortei funebri, di fronte al traumatico impatto dell’uomo occidentale con un tipo di morte che si riteneva espulso dalla società del benessere.

Il coronavirus è una battaglia quotidiana, una svolta epocale per modi di vita e costumi, una guerra la cui portata si rivelerà appieno al termine, essendo la maggior parte della popolazione costretta a combatterla nel silenzio dell’isolamento domiciliare, del distanziamento sociale. In Italia, in Europa, nel resto del mondo.

Oggigiorno, nelle società contemporanee, già minate da disuguaglianze sistemiche e problematiche di mobilità interna, a essere messe fuori gioco sono tre fattispecie: la retorica della cessione di diritti sociali (sicurezza, salute, tutela del lavoro) in cambio della cosmesi dei diritti civili, la cui crescita non lenisce gli effetti dell’erosione dei primi in momenti di crisi; la stessa ideologia della supremazia di questi diritti, a ogni costo, su ogni tipo di dovere e solidarietà (di classe, famigliare, di patria); l’individualismo consumista, che pone il benessere del singolo sopra ogni ragione di benessere collettivo e sociale, e che si sostanzia in un ridotto capitale sociale collettivo.

Al senso di crescente fragilità si contrappone, tuttavia, una serie luminosa di messaggi di speranza. L’impegno costante di chi si confronta con l’epidemia in tutte le sue forme, che abbiamo visto in Italia con sommo orgoglio, unita alla riscoperta della necessità di un crescente senso di comunità, della solidarietà sociale, economica e di patria e alla consapevolezza della necessità di vincere un nemico comune aiutano a creare solidi anticorpi i cui effetti dovranno farsi sentire nella ripresa dopo la fine dell’epidemia.

 

 

 

Per concludere

 

Prima ancora della conta dei danni economici e finanziari della crisi, sarà importante capire gli impatti di lungo corso della percezione di sé e del loro ruolo nel mondo delle società maggiormente colpite.

La spinta a una correzione politica, economica e materiale degli eccessi di un’era globalizzata di cui emergono in queste settimane le contraddizioni e le debolezze verrà innanzitutto dalla tenuta dei legami sociali e collettivi delle società in esse immerse.

Non è vero, forse, affermare che nulla sarà più come prima. Ma la sfida più grande per la ricostruzione dopo il virus sarà comprendere che, sotto diversi punti di vista, sarà necessario rimuovere gli ostacoli del recente passato per evitare che una nuova ondata di crisi trovi noi e i nostri sistemi deboli e impreparati.

 

 

 

Nota aggiuntiva

 

Una considerazione preliminare:

come già scritto, col governo Monti ci venne imposta l’adesione senza riserve al Fiscal Compact, con la conseguenza che la debole ripresa italiana post-crisi venne spezzata, e il paese non ha ancora riguadagnato i livelli del Pil pre-2008.

Ebbene, nell’occasione la nostra Corte Costituzionale ha brillato per la sua latitanza, proprio in rapporto al fatto che il Fiscal Compact è anticostituzionale.

Come possiamo constatare ben altro ruolo ha la Corte tedesca.

 

 

 

 

La Corte Suprema di Karlsruhe

 

Una premessa: le ultime prese di posizione della Bundesbank sembrerebbero indicare che l’attacco della Corte sia rientrato, e la Merkel sia riuscita a far passare la sua mediazione.

Venendo nel merito, l’attacco della Corte Suprema tedesca si è concretizzato in una sentenza, che ha dato tre mesi di tempo alla Bce per “giustificarsi” sulle politiche monetarie troppo “lassiste” degli ultimi anni.

La sentenza di Karlsruhe evoca una pretesa di “diritto superiore tedesco” sulla struttura comunitaria sovranazionale.

La parte dominante della società tedesca, quella che vive delle rendite derivanti dall’enorme surplus commerciale che l’euro ha contribuito in modo decisivo a regalare in questi anni, non sopportava più di vedere messi a rischio, e comunque annullati, i suoi rendimenti.

Non riusciva a capire che gli odiati tassi negativi, che distruggevano le rendite finanziarie degli anziani compatrioti, mettevano in costante sofferenza gli istituti di credito e assicurativi del paese.

Hanno quindi deciso di rompere il giocattolo.

La Corte Costituzionale ha dichiarato niente di meno che la gerarchia delle fonti europea va rovesciata e che la Banca Centrale Tedesca deve rispondere a loro, invece che al sistema della Bce.

La sentenza è in linea con una lunga giurisprudenza dell’organo e interpreta in modo piuttosto preciso la Costituzione tedesca stessa. Lo scontro principale è con la Bce, ma quello secondario è niente di meno che con la Corte di Giustizia Europea.

L'attacco principale è volto a neutralizzare quell'autentico scandalo per la logica stessa della costruzione germanica della Ue, che è la riduzione per via politica dei differenziali di costo del denaro tra i diversi paesi. Questa azione, per la quale la Bce (e quindi anche la Bundesbank) compra titoli di stato sul mercato secondario, dalle banche, non in proporzione alla forza delle economie dei membri, ma secondo la necessità di tenere sotto controllo i tassi sui mercati, viene correttamente interpretata come una forma di sostegno alla politica economica e fiscale degli stati, e quindi come la rimozione dell'effetto disciplinante dei “mercati” sugli stessi.

Il sig. Schmidt, di Amburgo, vede che il suo portafogli titoli non rende più nulla, il governo tedesco paga nulla il debito che accende. Ma rischia di pagare moltissimo se qualche banca (ad esempio la Deutsche Bank) fallisce.

Dunque, l'ortodossia che si esprime tramite la Corte sta dicendo che è meglio non avere un’Unione europea che averne una la quale sostiene gli Stati nelle loro azioni.

In linea teorica, se ci fosse tempo (e non c’è), e se questa strada viene sbarrata, resterebbe solo quella di mettere in comune le risorse degli Stati ed emettere debito comune in misura enorme (almeno pari a quello americano, con il Tesoro che ha emesso sovvenzioni per 3.000 miliardi di dollari). Tutti sanno che non è possibile per il quadro legislativo, istituzionale e gli equilibri di potere (con paralisi reciproca) europei. E, del resto, è ovvio, per i termini stessi della sentenza anche questo sarebbe dichiarato incostituzionale dalla Corte tedesca.

Il secondo attacco è anche più profondo. Si tratta di un attacco, frontale e determinato, alla Corte di Giustizia Europea. Se passa la linea che la giurisprudenza della Corte Europea è sottoposta a quella degli Stati il crollo è a questo punto solo questione di tempo.

È, chiaramente, il “liberi tutti”.

Il punto è che senza la pietra d’angolo della Corte di Giustizia Europea, che rende uniforme surrettiziamente la legislazione europea, pur senza aver fatto un vero stato europeo, cadrà tutto. Essa agisce da tempo in questa surroga della decisionalità democratica, oltrepassando ampiamente la lettera dei Trattati, ed è letteralmente il vero guardiano della costituzione liberale dell'Europa.

Christine Lagarde, presidente della BCE, ha dichiarato che rende conto solo al Parlamento europeo e ricade sotto la giurisdizione solo della Corte di giustizia europea. Inoltre, ha confermato che “Continueremo a fare tutto ciò che è necessario per soddisfare il nostro mandato. E proseguiremo così”. Precisamente, che le misure continueranno ad essere “calibrate e proporzionali rispetto alle circostanze, che sono eccezionali”. A chi non capisse ha aggiunto: “stanno fronteggiando circostanze eccezionali, uno shock senza precedenti che non avremmo potuto immaginare. In queste situazioni occorre andare oltre gli strumenti ordinari con soluzioni di natura eccezionale, progettate col giusto grado di deviazione e spazio di manovra… lo stiamo facendo e continueremo a farlo”.

La Corte di giustizia europea ha dichiarato in modo netto che “solo un’istituzione europea può giudicare se un atto è contrario al diritto dell’Unione”. E prosegue con un contrattacco frontale e in profondità: “Eventuali divergenze tra i giudici degli Stati membri in merito alla validità di atti del genere potrebbero compromettere infatti l'unità dell'ordinamento giuridico dell'Unione e pregiudicare la certezza del diritto” … quindi, “al pari di altre autorità degli Stati membri, i giudici nazionali sono obbligati a garantire la piena efficacia del diritto dell'Unione. Solo in questo modo può essere garantita l'uguaglianza degli Stati membri nell'Unione da essi creata”.

La Commissione europea, ha fatto presente che potrebbe aprire una procedura di infrazione per la Germania.

Se la Bce, come sembra, non risponderà per non legittimare la domanda (e per certo non lo farà più la Corte europea), la prima ambiguità che sarà sul tavolo è se la Bundesbank risponde alla Bce o alla sua Corte Costituzionale. Una situazione senza precedenti. Se non lo farà, come dovrebbe, sarà chiaro a tutti i tedeschi il segreto meglio conservato dai loro politici: non hanno più una Banca centrale. Noi italiani lo sappiamo, ma loro no.