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Crisi Covid:

la classe operaia

ha lottato e lotta,

ma manca l’orizzonte politico e sociale

di Augustin Bruno Breda

operaio e delegato Rsu all’Electrolux di Susegana;

del Comitato Centrale della FIOM-CGIL

Che l'attuale modello di sviluppo sia in crisi è pacifico da tempo. Che ci sia una soluzione per affrontarlo per ora non risulta. Ricette non mancano, ma pratiche diffuse non si vedono.

L'arrivo della cosiddetta pandemia ha offerto a molti l'occasione di una via d'uscita temporanea dalla morsa in cui il sistema aveva sprofondato intere economie. Italia per prima, il Paese che da oltre 20 anni è a crescita vicina o sotto lo zero. Parliamo pur sempre di una delle economie che sulla carta vanta di essere nella top ten del pianeta.

Gli ultimi tre mesi di rallentamento per la pandemia, il lockdown del presunto tutto bloccato in Italia come nel resto del mondo, è stato più propagandato che attuato. I sistemi produttivi spesso sono rimasti attivi e non solo per i servizi essenziali. Forse solo la Cina che ha un sistema comunista alle spalle, che sovraordina l'intera economia e vita sociale, ha realmente utilizzato nelle aree più colpite una chiusura totale.

Il resto del mondo no. In Italia si è assistito alla ridicola saga dei prefetti che, senza precise indicazioni e organici per affrontare la situazione, hanno agito da Ponzio Pilato e si sono rifiutati di decidere, permettendo alle imprese – con il ridicolo meccanismo del silenzio assenso – di proseguire più o meno ovunque ci fosse mercato, l'attività.

E quella fallace decretazione è intervenuta, sulle produzioni, dopo che i lavoratori avevano abbandonato le fabbriche, i luoghi del lavoro improvvisamente percepiti come pericolosi. I primi giorni di marzo hanno visto l'assenteismo schizzare alle stelle in gran pare dei luoghi di lavoro.

C'è stata anche una reazione di scioperi spontanei diffusa, indetti da lavoratori e loro rappresentanti. Scioperi nati da alcune grandi fabbriche del centro nord ed estesisi in pochi giorni anche a centri produttivi minori. Un classico schema storico del movimento dei lavoratori, che da lustri non si vedeva più. Il che segnala come sia un falso assunto che i lavoratori non sanno più lottare. La lotta, la fuga dal lavoro, questa volta e forse per la prima volta attuata e percepita come una autotutela per salvarsi la vita. Parliamo di scioperi che hanno raggiunto in molte realtà anche le 60 ore di sciopero a oltranza.

A questo fenomeno si è aggiunto un nuovo paradigma, una frattura della composizione di classe di cui il padronato aveva intriso e persino convinto gran parte dei dipendenti. Per la prima volta da decenni i lavoratori dipendenti hanno in massa visto la rappresentazione plastica delle differenze di classe, attuata e vissuta in diretta: i padroni, i datori di lavoro, i dirigenti, le figure apicali e gran parte degli impiegati, alle prime avvisaglie del rischio contagio, sono spariti o sono stati allontanati dai luoghi di lavoro. Lì, a rischiare il contagio, sono rimasti, abbandonati per settimane, solo gli operai e i pochi preposti chiamati alla presenza fisica. La dirigenza non si è più fatta trovare se non virtualmente.

Ecco, lì, in quei momenti, è divenuto chiaro che in quanto operai, operativi dei tanti luoghi di lavoro pubblici e privati, solo loro erano la vera carne da macello.

Lì, in quei giorni, gli errori delle strutture sindacali, che mentre avevano chiuso le sedi, mentre erano in corso gli scioperi spontanei, nei loro comunicati ai vari livelli, scrivevano testi titolati “avanti con coraggio e in sicurezza” cioè chiedevano di tenere aperte le fabbriche. Stessa posizione e condizione dei padroni. Erano i giorni delle migliaia di contagi e di migliaia di morti.

Questa frattura di classe, non si è certamente rimarginata e per quelle generazioni che l'hanno vissuta rimarrà impressa nella loro storia e memoria per tutta la vita. Cosa produrrà e se produrrà cambiamenti è presto per dirlo.

Ora c'è la così detta fase due, che porta con sé i problemi della prima e ne aggiunge di nuovi.

Le bardature imposte ai lavoratori: mascherine, occhiali, visiere, tute speciali, per molti operai sono strumenti di tutela che hanno prodotto un netto peggioramento delle condizioni di prestazione nel lavoro. I lavoratori sono chiamati a tenere gli stessi ritmi nelle prestazioni di lavoro – al fine di garantire i profitti – a fronte di bardature che impediscono e/o affaticano l’essere umano al lavoro, fino a compromettere il diritto a respirare e quindi a lavorare. In tutto questo non si conoscono casi di regolazione favorevole ai lavoratori con pause o rallentamento dei ritmi per riproporzionare le fatiche alla nuova condizione.

Mentre sono fioccati intese e protocolli, fatti dalle centrali sindacali, che regolavano proprio l’obbligo dell'uso di quei dispositivi, senza citare le misure compensative. Lì si è percepito un'altra volta tutta la lontananza tra i corpi intermedi e i loro rappresentati sfruttati. È stato un secondo errore.

Ma i cambiamenti intervenuti non si sono manifestati solo per la parte operativa costretta alla presenza nei luoghi di produzione, ma anche per l'esplosione del lavoro digitale.

In questo caso con una risposta dei lavoratori che ha visto un consenso diffuso, e non si può non tenerne conto. Tra i dipendenti privati delle fasce tecnico impiegatizie e dirigenziali, come, e ancor di più, gran parte della pubblica amministrazione, il lavoro da remoto è diventato una realtà diffusa. Un cambiamento attuato senza una struttura normativa, concettuale e organizzativa adeguata alla dimensione del fenomeno, che prima di quell'evento era per lo più un fatto “esotico”.

Il fai da te con cui il lavoro a distanza è stato realizzato, ha fatto emergere tutti i limiti dell'improvvisazione, dove si sono sovrapposti e intrecciati contestualmente il lavoro domestico e di cura con la prestazione professionale e i limiti infrastrutturali della connessione – che non permettevano ad intere aree di poter connettersi con la necessaria continuità. Senza parlare della originale confusione che ha regnato nella didattica scolastica, dando persino per scontato che tutti avessero la condizione economica da reggere quel tipo di didattica interconnessa, sapendo che le differenze di conoscenza e capacità dell'uso del digitale nel paese sono profondissime. Nessuno è mai stato misurato e certificato su questo linguaggio strumentale. Tutti abbiamo la certificazione della scuola dell'obbligo che stabilisce che sappiamo scrivere e leggere almeno testi elementari. Ma nulla c'è sul digitale. La formazione è un altro segno di arretratezza strutturale.

Si calcola che circa 2.000.000 di studenti siano stati privati della possibilità dello studio per la somma dei limiti accennati.

Il Governo, saltati i vincoli di bilancio e di indebitamento, dal canto suo ha messo in campo strumenti non scontati, come il blocco dei licenziamenti e vari ammortizzatori sociali diffusi a dipendenti e imprese. Misure sociali che hanno tamponato momentaneamente parte dell'impatto della sovrapposizione delle ragioni di crisi. E particolare menzione va al blocco dei licenziamenti, misura mai attuata, accompagnata dalla cassa integrazione diffusa a tutti come freno dell'impatto sociale, e dei più che probabili effetti della crisi. Ma allo stesso tempo la lentezza nell'erogazione del sostegno al reddito, solo dopo mesi ora arrivato a regime, ha avuto come effetto l’estensione delle sacche di povertà, già in espansione prima della pandemia.

Ciò che oggi comunque manca di più è una visione su cui indirizzare la società. E non solo sui temi dell'uguaglianza e della dimensione sociale comune, ma costruendo delle visioni partendo da modelli e scenari elaborati da esperti nelle tante materie che tra loro interferiscono, sui quali poi chiamare i decisori politici a scegliere dove indirizzare la società.

Il piano Colau è stato in tal senso la prova della povertà della classe dirigente di riferimento della politica. In quel piano si sono mescolate banalità, approssimazione, richieste per gli amici di “rendere disponibili i dati sanitari”, ma zero scenari di compiti con varie opzioni, per indirizzare una società. La politica si è trovata con il nulla su cui discutere. Altro tempo perso.

A questi mali endemici della classe apicale del paese, si contrappone, in verità, una vivacità dal basso che potrebbe sorprendere se ascoltata e coinvolta. Ma stante l'asfitticità di alternative politiche, del nostro paese, tende a perpetrare l'esistente, più o meno popolar folcloristico, che era evidente già prima di questa crisi, ed è rimasto uguale durante. È assenza di un orizzonte politico sociale che pone un problema e una domanda seria all'insieme del Paese.