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Cosa vuol dire

amare un paese

Discorso di José Tolentino de Mendonça*

pronunciato nel Monastero dos Jerónimos

Cardinale dell’isola di Madeira, Archivista dell’Archivio Vaticano, Poeta e Teologo.

Il 5 ottobre 2019, è stato eletto cardinale da papa Francesco.

 “Cumpanis” pubblica questo discorso, politicamente e culturalmente molto avanzato,

anche per una migliore comprensione del pontificato di papa Francesco.

Lisbona, 10 giugno 2020

Ringrazio il Presidente per avermi invitato a presiedere la Commissione per le celebrazioni del 10 giugno, Festa Nazionale del Portogallo, di Camões e delle Comunità. Queste celebrazioni avrebbero dovuto avere luogo non solo in un’altra forma, ma anche altrove, a Madeira. Nel poema di apertura del suo libro intitolato Flash, il poeta Herberto Helder, nato lì, ricorda precisamente “come pesa la radice di un’isola nell’acqua (…)”. Vorrei iniziare questo discorso, che ho pensato come una riflessione sulle radici, per salutare la radice di questa isola-arcipelago, anche la mia radice, che per sei secoli è diventata uno dei mirabili accessi atlantici al Portogallo.

 È una bella tradizione della nostra Repubblica invitare un cittadino a parlare in questo contesto solenne in rappresentanza della comunità di noi concittadini. Essendo uno dei dieci milioni di portoghesi, oggi mi rivolgo alle donne e agli uomini del mio paese, a quelle e a quelli che lo costruiscono quotidianamente, lo sollevano, lo amano e lo sognano, quelli che giorno dopo giorno incarnano il Portogallo ovunque esso sia: nel territorio continentale o nelle regioni autonome delle Azzorre e di Madeira, nello spazio fisico nazionale o nelle vaste reti della nostra diaspora.

 Se lo chiedessimo ad ognuno di loro, probabilmente risponderebbero che si stanno prendendo cura solo della loro parte – il loro lavoro, la loro famiglia; coltivando le loro relazioni o il loro spazio di prossimità – ma è importante ricordare che, curando le molteplici parti, stiamo insieme per costruire il tutto. Ogni portoghese è un’espressione del Portogallo ed è chiamato a sentirsi responsabile. Perché quando progettiamo una casa non dobbiamo dimenticare che, insieme, stiamo anche costruendo la città. E quando mettiamo in mare la nostra barca, non siamo solo responsabili di essa, ma dell’intero oceano. O quando vogliamo interpretare l’albero, non possiamo dimenticare che non vivrebbe senza le sue radici.

 

 

Camões e l’arte dello sconfinamento

 

 Pensiamo al contributo di Camões. Camões non ci ha dato solo un poema. Se vogliamo essere precisi, Camões ci ha lasciato in eredità la poesia. Se, a distanza di quasi cinquecento anni, continuiamo a evocare collettivamente il suo nome, non è solo perché ci ha offerto, in concreto, la più straordinaria mappa mentale del Portogallo del suo tempo, ma anche perché ha iniziato un intero popolo a quell’insormontabile scienza della navigazione interiore che è la poesia. La poesia è una guida nautica perpetua; è un trattato marittimo per l’esperienza oceanica che facciamo della vita; è una cosmografia dell’anima. Questo spiega, ad esempio, che “Os Lusíadas” è, allo stesso tempo, un libro che ci porta via mare in India, ma che ci porta via terra ancora più lontano: ci conduce a noi stessi; ci conduce, con una lucidità veemente, a rappresentazioni che ci definiscono come individui e come nazione; ci fa contribuire – e questo è il prodigio della grande letteratura – a quella consapevolezza ultima di noi stessi, alla parte di quelle domande fondamentali dal cui confronto, un essere umano sulla terra, non può esimersi.

 Se è vero, come scrisse Wittgenstein, che “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, Camões sconfinò il Portogallo. Chiunque avesse dubbi sul ruolo centrale della cultura, delle arti o del pensiero nella costruzione di un paese dovrebbe ricordarselo. Camões ha ridefinito il Portogallo nel XVI secolo e rimane per i nostri tempi un chiaro maestro dell’arte dello sconfinamento. Perché sconfinare non è solo rioccupare lo spazio della comunità, ma è poterlo abitare completamente; essere in grado di modellarlo in modo creativo, con nuovi punti di forza e intensità, come esercizio deliberato e impegnato di cittadinanza. Sconfinare è sentirsi protagonisti e partecipanti di un progetto più ampio e in costruzione, che riguarda tutti. Non è conformarsi ai limiti del linguaggio, delle idee, dei modelli e del tempo stesso. In una stagione di orizzonti ristretti, Camões è una fonte d’ispirazione per osare grandi sogni. E questo è tanto più decisivo in un’era che non solo ci mette di fronte a molteplici cambiamenti, ma soprattutto ci colloca all’interno turbolento di un cambio di epoca.

 

 

Possa la crisi trovarci uniti

 

Vorrei ricordare qui un brano del Canto VI de “Os Lusíadas”, che celebra l’arrivo della spedizione portoghese in India. I marinai, dall’alta gabbia, finalmente scorgono “terra mirar dritto a la prora” e passano la notizia al nocchiero, che a sua volta l’annuncia vibrante a Vasco da Gama. L’obiettivo della missione è quindi raggiunto. Ma il Canto VI ha una composizione impegnativa in antitesi, che non possiamo ignorare. La visione del sogno realizzato non può essere raggiunta senza attraversare una dura esperienza di crisi, provocata da una tempesta a mare che Camões cerca saggiamente di descrivere, con una forza plastica impressionante. Dico saggiamente, perché non c’è viaggio senza tempeste. Non ci sono domande che non affrontino la propria complessità. Non esiste un itinerario storico senza crisi. Ciò è stato detto in Os Lusíadas de Camões, ma anche nelle Metamorfosi di Ovidio, nell’Eneide di Virgilio, nell’Odissea di Omero o nei Vangeli cristiani.

 Nel cammino di un paese, ogni generazione è chiamata a vivere tempi buoni e cattivi, tempi di fortuna e purtroppo anche di sventura, traversate ora calme ora tempestose. La storia non è un continuum, ma è fatta di maturazioni, spostamenti, rotture e nuovi inizi. È importante, come comunità, trovarsi uniti attorno all’aggiornamento di valori umani essenziali e lottare per essi.

 Ma sull’osservazione realistica che Camões fa della tempesta, vorrei cercare un dettaglio, in realtà una parola, per la riflessione che propongo: la parola «radici». Nella stanza 79, parlando degli effetti devastanti del vento, il poeta dice: «Quante divelte fur dalle percosse/Del furioso vento arbori antiche!/Volgersi al ciel parve assai strano fosse/Le robuste del suol radici amiche». La lettura dell’immagine descritta è immediata: i vecchi alberi capovolti, sradicati con violenza a terra, espongono drammaticamente, a cielo aperto, le proprie radici. La tempesta descritta da Camões ci ricorda quindi la vulnerabilità, che dobbiamo sempre affrontare. Le radici, che riteniamo irremovibili, sono anche fragili, subiscono gli effetti della turbolenza della macchina del mondo. Non ci sono super-paesi, così come non ci sono super-uomini. Siamo tutti chiamati a perseverare con realismo e diligenza nei nostri punti di forza e a trattare le nostre ferite con saggezza, poiché questa è la condizione di tutto ciò che sta su questa terra.

 

 

Cosa vuol dire amare un Paese

 

La Festa Nazionale del Portogallo, e in particolare questa Festa Nazionale del Portogallo 2020, ci offre l’opportunità di chiederci cosa significa amare un paese. La pensatrice europea Simone Weil, in un emozionante saggio destinato ad ispirare la rinascita dell’Europa sotto le macerie della Seconda guerra mondiale, delle cui barbarie stiamo celebrando il 75 ° anniversario, ha scritto quanto segue: un paese può essere amato per due motivi, e questi in realtà costituiscono due amori distinti. Possiamo amare un paese idealmente, inquadrandolo in modo che rimanga fisso in un’immagine di gloria e desiderando che non cambi mai. Oppure possiamo amare un Paese come qualcosa che, proprio perché inserito nella storia, soggetto a scombussolamenti, è esposto a così tanti rischi. Sono due amori diversi. Possiamo amare con la forza o possiamo amare con la fragilità. Ma, spiega Simone Weil, quando è il riconoscimento della fragilità che accende il nostro amore, la fiamma di questo è molto più pura.

L’amore per un Paese, per il nostro Paese, ci chiede di mettere in pratica la compassione – nel suo senso più nobile – e che sia vissuta come un efficace esercizio di fraternità. La compassione e la fraternità non sono fiori occasionali. La compassione e la fraternità sono radici permanenti e necessarie di cui siamo orgogliosi, non solo in relazione alla storia passata del Portogallo, ma anche a quella di oggi, che scrive il nostro presente. Ed è su questo terreno che, come comunità nazionale, dobbiamo mettere radici nuove.

Negli ultimi mesi, una tempesta globale imprevista ci ha colpiti, incidendo radicalmente sulla nostra vita e le cui conseguenze sono ancora lontane dall’essere misurate. La pandemia che è iniziata come crisi sanitaria è diventata una crisi poliedrica ad ampio spettro, che colpisce tutte le aree della nostra vita comune. Sapendo che non torneremo dove eravamo quando è scoppiata questa tempesta, è importante, tuttavia, che come società sappiamo dove vogliamo andare. Nel Canto VI di Os Lusíadas la tempesta non ha sospeso il viaggio, ma ha offerto l’opportunità di riscoprire cosa significa essere sulla stessa barca.

 

 

Riabilitare il patto comunitario

 

Cosa significa essere sulla stessa barca? Vorrei raccontarvi una storia che circola da anni attribuita all’antropologa Margaret Mead. Uno studente le avrebbe chiesto quale fosse stato il primo segno di civiltà secondo lei. Tutti si aspettavano che citasse, ad esempio, i primissimi strumenti da caccia, pietre affilate o vasi di argilla ancestrali. Ma l’antropologa sorprese tutti, identificando come primo vestigio della civiltà un femore rotto e cicatrizzato. Nel regno animale, un essere ferito viene automaticamente condannato a morte, poiché è fatalmente non protetto di fronte ai pericoli e non è più in grado di nutrirsi. Che un femore umano si fosse rotto e poi guarito documenta l’emergere di un momento completamente nuovo: significa che una persona non è stata lasciata indietro, sola; che qualcuno l’ha accompagnata nella sua fragilità, si è dedicata a lei, offrendole le cure necessarie e garantendole la sicurezza, fino a quando non si è ripresa. Pertanto, la radice della civiltà è la comunità. È nella comunità che inizia la nostra storia. Quando dall’io saremo capaci di passare al noi e di trasmettere una determinata configurazione storica, spirituale ed etica.

È interessante ascoltare ciò che dice l’etimologia latina della parola comunità (communitas). Associando due termini, cum e munus, spiega che i membri di una comunità – e anche di una comunità nazionale – non sono uniti da alcuna radice occasionale. Sono collegati da una funzione, ovvero da un dovere comune, da un’attività condivisa. Che compito è? Qual è il primo compito di una comunità? Prendersi cura della vita. Non esiste una missione più grande, più umile, più creativa o più attuale.

 Celebrare la Festa Nazionale del Portogallo significa quindi riabilitare il patto comunitario che è la nostra radice. Sentire che siamo parte gli uni degli altri, impegnarci nella costruzione fraterna della vita comune, superando la cultura dell’indifferenza e dello scarto. Una comunità si devitalizza quando perde la propria dimensione umana, quando cessa di porre al centro la persona umana, quando non si impegna a rendere concreta la giustizia sociale, quando rinuncia a correggere le drastiche asimmetrie che ci separano, quando, con gli occhi fissi su chi può arrivare primo, dimentica chi è l’ultimo. Non possiamo dimenticare la moltitudine dei nostri concittadini per i quali il Covid19 è sinonimo di disoccupazione, riduzione delle condizioni di vita, impoverimento radicale e persino fame. Questa deve essere un’ora di solidarietà. Nel contesto della pandemia, ad esempio, è stato un importante segnale umanitario regolarizzare gli immigrati con domande di permesso di soggiorno, presso gli Uffici Immigrazione. La sfida dell’integrazione, tuttavia, è, come sappiamo, immensa, perché si tratta di aiutare a costruire le radici. E queste non si improvvisano: sono lente, richiedono tempo, politiche giuste e partecipazione della società nel suo insieme. Ricordo un dialogo nel film del regista Pedro Costa, «Vitalina Varela», in cui si dice a qualcuno che arriva nel nostro paese: «sei arrivato in ritardo, qui in Portogallo non c’è niente per te». Senza compassione e fraternità, solo i muri si rafforzano e la possibilità di mettere radici è alienata.

 

 

Rafforzare il patto intergenerazionale

 

Riabilitare il patto comunitario implica rafforzare, tra noi, il patto intergenerazionale. Il peggio che potrebbe accaderci sarebbe quello di riordinare la società in gruppi di età, rassegnandoci a una visione disaggregata e diseguale, come se non fossimo sempre un insieme inseparabile: vecchi e giovani, pensionati e giovani in cerca del loro primo lavoro, nonni e nipoti, figli e adulti al culmine della loro carriera lavorativa. Abbiamo quindi bisogno di una visione più inclusiva del contributo delle diverse generazioni. È un errore pensare o rappresentare una generazione come un peso, poiché non potremmo vivere gli uni senza gli altri.

 La tempesta causata dal Covid19 ci costringe, come comunità, a riflettere sulla situazione degli anziani in Portogallo e in questa Europa di cui facciamo parte. Da un lato, sono state le principali vittime della pandemia e dobbiamo piangere queste perdite, dando a queste lacrime una dignità e un tempo che forse non ci siamo ancora concessi, poiché il dolore di una generazione non è una questione privata. Dall’altro, dobbiamo respingere fermamente la tesi secondo cui una minore aspettativa di vita si traduce in una diminuzione del suo valore. La vita è un valore senza variazioni. Una radice del futuro in Portogallo, al contrario, sarà quella di approfondire il contributo dei suoi anziani, per aiutarli a vivere e diventare mediatori di vita per le nuove generazioni. Quando ho assunto l’incarico di archivista e bibliotecario presso la Santa Sede, uno dei riferimenti che volevo evocare in quel momento era quello di mia nonna materna, una donna analfabeta, ma che fu la prima biblioteca per me. Quando ero bambino, pensavo che le storie che raccontava, o le canzoni con cui intratteneva i suoi nipoti, erano cose inventate da lei sul momento. Poi ho scoperto che facevano parte del romanzo orale della tradizione portoghese. E che dopo tutto quella nonna analfabeta era, a nostra insaputa, e probabilmente a sua insaputa, mediatrice del nostro primo incontro con i tesori della nostra cultura.

 Rafforzare il patto intergenerazionale significa anche avere uno sguardo serio su una delle nostre generazioni più vulnerabili, quella dei giovani adulti con meno di 35 anni; una generazione che, praticamente in un decennio, vede abbattersi sulle proprie aspirazioni, una seconda grave crisi economica. I giovani adulti, molti dei quali con titolo di studio superiore, vivono un’esperienza senza fine di lavoro precario o attività informali che li costringono a rimandare i propri sogni legittimi di autonomia personale, di stabilire radici familiari, di avere figli e realizzarsi.

 

 

Attuare un nuovo patto ambientale

 

La pandemia ha finalmente messo in luce l’urgenza di un nuovo patto ambientale. Oggi è impossibile non vedere la portata del problema ecologico e climatico, che ha una chiara radice sistemica. Non possiamo continuare a chiamare progresso ciò che, per le fragili condizioni del pianeta o per l’esistenza di altri esseri viventi, è stata una evidente regressione.

In uno dei testi centrali di questo XXI secolo, l’Enciclica Laudato Si, Papa Francesco esorta ad una “ecologia integrale”, in cui il presente e il futuro della nostra umanità sono pensati insieme al presente e al futuro della grande casa comune. Tutto è connesso. Dobbiamo costruire un’ecologia del mondo, in cui invece di signori dispotici saremo custodi sensibili, mettendo in pratica un’etica della creazione, che abbia un’efficace espressione legale nei trattati transnazionali, ma anche negli stili di vita, nelle scelte e in altre espressioni più comuni del nostro quotidiano.

 

 

Un viaggio che facciamo insieme

 

Camões ne Os Lusíadas non solo documentò un paese durante un viaggio, ma andò oltre: rappresentò il paese stesso come un viaggio. Il Portogallo è un viaggio che abbiamo fatto insieme per quasi nove secoli. E il più grande tesoro che ci ha dato, è la possibilità di essere-in- comune, questo compito appassionato e sempre incompiuto di plasmare una comunità aperta e giusta, di donne e uomini liberi, dove tutti sono necessari, dove tutti si sentono – e effettivamente sono – corresponsabili del transito incessante che collega la molteplicità delle radici alla composizione ampia e promettente del futuro. Il Portogallo è e sarà, quindi, un viaggio che facciamo insieme. E un grande viaggio è come un grande amore. Un tale viaggio – spiega Maria Gabriela Llansol, una delle voci più limpide della nostra contemporaneità  –  non finisce, né si annulla nella fugace temporalità della storia, ma costituisce una sorta di «scia di bagliore» che esprime la natura ardente del significato su cui ci interroghiamo.