Circola a sinistra e anche fra i compagni più avveduti la tesi, in sintonia con l’orientamento diffuso da tv e giornali a reti e edicole unificate, che gli Usa abbiano subìto una clamorosa sconfitta in Afghanistan ad opera dei Talebani. Addirittura si fa il parallelismo con la fuga da Saigon, dopo una evidentissima sconfitta militare e politica da parte di un Esercito di Liberazione Nazionale guidato dai comunisti di Giap e Ho Chi Minh e sostenuto da Urss e Cina e da buona parte dell’opinione pubblica internazionale. Io sono senza parole, non so come si possa credere che un’armata Brancaleone come quella talebana che arriva a Kabul in motocicletta e col kalashnikov possa aver sconfitto gli Usa. Non mi risulta che ci siano state, come in Vietnam, grandi battaglie vinte dai Talebani prima del ritiro. Intendiamoci, anche a me piacerebbe che fosse così. Ma è un grave errore scambiare la realtà con i propri desideri. Anche io, peraltro, penso che gli Usa siano in una profondissima crisi, in un declino inarrestabile, ma rimangono ancora – purtroppo – la più forte potenza militare del mondo, con armamenti e sistemi di guerra di ultimissima generazione, peraltro segretissimi e che noi non possiamo neppure immaginare. Pensare che una potenza del genere sia stata sconfitta dai Talebani è ancora peggio che credere che i Talebani nel 2001 siano riusciti a violare lo spazio aereo americano con un aereo di linea e a colpire il palazzo del Pentagono!

Ma per fare un’analisi seria, dobbiamo fare un passo indietro.

Nel 2001 gli Usa andarono in Afghanistan non per combattere il terrorismo islamico e talebano che aveva fatto l’attentato alle torri gemelle e al Pentagono. Quello era il pretesto che dettero in pasto all’opinione pubblica americana ed europea emotivamente sconvolta dall’attentato dell’11 settembre. La motivazione vera, non dichiarata, era un’altra: installarsi col fiato sul collo della Russia e della Cina, in un punto strategico del dominio mondiale, con una mega-base militare, armamenti e migliaia di militari e con un focolaio permanente di guerra.

Già anni prima, Zbigniew Brzezinski (ex-consigliere per la sicurezza nazionale degli Usa) scriveva nel libro “La grande scacchiera”: «Il crollo dell’Unione Sovietica ha fatto sì che gli Stati Uniti diventassero la prima e unica potenza veramente globale, con una egemonia mondiale senza precedenti e oggi incontrastata. Ma continuerà ad esserlo anche in futuro? Per gli Stati Uniti, il premio geopolitico più importante è rappresentato dall’Eurasia, il continente più grande del globo», che «occupa, geopoliticamente parlando, una posizione assiale, dove vive circa il 75% della popolazione mondiale ed è concentrata gran parte della ricchezza del mondo, sia industriale che nel sottosuolo. Questo continente incide per circa il 60% sul PIL mondiale e per 3/4 sulle risorse energetiche conosciute». 

L’Afghanistan è al centro dell’Eurasia, e gli Usa pensarono che occupando militarmente quel paese si mettevano in una condizione di controllo politico-militare dell’Eurasia. Quello fu il calcolo sbagliato. La crescita economica, tecnologica, scientifica e nel prestigio e nel commercio internazionale della Cina è proseguita in modo impetuoso. La Russia guidata dal gruppo dirigente intorno a Putin ha proseguito nella sua autonomizzazione dall’Occidente e nell’avvicinamento alla Cina, dopo la capitolazione eltziniana. I principali paesi della Ue hanno accentuato le spinte all’autonomia dagli Usa pur nell’ambito della Nato e addirittura un paese come la Turchia, considerata come il bastione americano del fianco sud della Nato, ha cominciato a dare segni di autonomia e di voglia di polo asiatico, sia pure nella voglia imperiale neo-ottomana di un personaggio come Erdogan. L’occupazione dell’Afghanistan è diventata non più una operazione strategica, bisognava pensare ad altro per fermare il declino del dominio mondiale unipolare americano e il mondo multipolare.

Del resto gli Usa non sono mai stati avversari dell’integralismo islamico. Anzi, tutti i gruppi dell’integralismo islamico sono stati ampiamente infiltrati dalla Cia e aiutati dai governi americani, sin dai tempi della guerriglia contro le forze sovietiche in Afghanistan, passando poi per lo smembramento della Jugoslavia, per il terrorismo ceceno contro Putin, per l’attentato alle torri gemelle, per l’alleanza di ferro con le petrol-monarchie del Golfo, per l’Isis (compresi gli strani attentati in Francia e Germania), per i Fratelli Musulmani in nord Africa, per il finanziamento dei gruppi terroristici nello Xinjiang in funzione anti-cinese.

Io dunque non credo affatto che gli Usa abbiano perso. Avranno commesso degli errori, non sono certo onnipotenti (come si è visto in Siria) e non sempre i loro piani di aggressione e di guerra hanno successo, ma non hanno perso la guerra contro i Talebani. 

È evidentissimo che il ritiro Usa dall’Afghanistan è un trucco, una manovra, programmata da tempo a Washington, per portare un attacco, non si capisce ancora come, a Russia e Cina, che sono il vero nemico degli imperialisti americani. Pertanto, fanno bene il governo russo e quello cinese, che hanno capito bene l’inganno, a correre ai ripari tentando di stabilire un rapporto di buon vicinato col nuovo governo dei Talebani. Come spesso è accaduto, l’imperialismo ricorre a complotti per raggiungere i suoi obbiettivi, ma non sempre i complotti riescono nel loro scopo, ma si possono addirittura ritorcere contro gli autori. La manovra sull’Afghanistan sta per il momento facendo emergere la crisi di leadership mondiale degli Usa, la spaccatura profonda al suo interno e con i governi europei, e non ha prezzo vedere le facce da funerale della pletora di giornalisti e politici italiani liberisti e filo-americani, sia di centro-destra che di centro-sinistra, che negli anni scorsi hanno sostenuto con protervia fanatica la guerra in Afghanistan e tutte le guerre cosiddette umanitarie. Tuttavia, faremmo un grave errore a scambiare la realtà con i nostri desideri.

È bene aspettare l’evoluzione della situazione e le prossime mosse dell’amministrazione americana per capire qual è l’operazione che si nasconde dietro questa manovra. Io sono sempre più convinto che gli Usa si sono ritirati dall’Afghanistan come atto (peraltro già annunciato da tempo) di un piano più generale di destabilizzazione del cuore eurasiatico. Il ritiro dall’Afghanistan è l’apertura delle danze, non la fine dei giochi. Purtroppo. Sarebbe meglio prepararsi al peggio, cercando di costruire un grande movimento contro la guerra e per la pace, piuttosto che esultare.