U.S. Vice President Joe Biden (L) speaks with Russian Prime Minister Vladimir Putin (R) during their meeting in Moscow, Russia 10 March 2011.ANSA/MAXIM SHIPENKOV

La Casa Bianca ha scelto il suo obiettivo: la Cina 

Nell’articolo “Joe Biden e la nuova strategia americana” pubblicato sul numero di Giugno di Gramsci Oggi, si descriveva come l’amministrazione americana fosse costretta a valutare l’uscita dalla “confort zone” rappresentata dalla pandemia da Covid-19. Grazie ai milioni di morti in tutto il mondo, gli strateghi di Washington avevano potuto rimandare la terribile scelta di quale potenza aggredire, e se non fosse stato per i vaccini alternativi russi e cinesi, con tutti i limiti e difetti che potevano avere, gli USA avrebbero tenuto segregato il mondo intero il più a lungo possibile per inabissarlo in una voragine di debiti. Ma i vaccini russi e cinesi hanno agito e di conseguenza hanno costretto all’azione anche quelli occidentali, dimostrando quasi quotidianamente di essere altrettanto imperfetti di quelli sino-russi. Nella stanza ovale si è passata la primavera a “pensare” quale scenario d’uscita sarebbe stato necessario costruire, e quale suggerimento di amici ed alleati ascoltare. Israele ha proposto di attaccare l’Iran e causare un nuovo shock petrolifero. Per convincere gli americani Tel Aviv ha anche proceduto all’allontanamento dal potere di Benjamin Netanyahu, eccessivamente legato alla destra americana, e la sua sostituzione con un governo “alla Draghi” presieduto da Naftali Bennett. Draghi ha proposto la Turchia, aumentando la tensione nel mediterraneo ed in Libia, tentando di coinvolgere Macron in una crociata anti turca, per poi invischiarlo in Siria, Iran e finalmente in Russia. Ursula von der Layen, invece, vorrebbe andare dritto per dritto contro Mosca attraverso i paesi baltici e l’Ucraina, tutte nazioni “democratiche” da proteggere dal dittatore Putin, anche se al governo trovano spazio partiti d’ispirazione nazistoide, oppure se la presunta opposizione bielorussa sventola le bandiere bianche e rosse dei collaborazionisti del Terzo Reich: curiose queste sviste delle democrazie occidentali. Sono suggerimenti di alleati, amici e ciambellani, ma il pallino rimane saldo nelle mani dell’amministrazione Biden, e dopo aver meditato e valutato le varie opzioni, alla fine una decisione l’ha presa: la più logica dal punto di vista americano, indigesta per il resto del mondo. L’obiettivo scelto è impegnativo, altamente rischioso ma eccezionalmente “remunerativo” in caso di successo: la dollarizzazione della Cina.  Nella stanza ovale, nei circoli esclusivi della Nuova Inghilterra, nelle riunioni ristrette dei signori del debito americano, si è fatta strada l’idea che provocare una grave crisi in Cina tale da poter costringere il governo di Pechino ad aprire le porte all’inondazione della massa di dollari che gira per il mondo, in cambio delle ricchezze reali del gigante asiatico è possibile, anche se sembra incredibile. D’altronde la possibilità per il dollaro di “invadere” una grande potenza in difficoltà l’abbiamo già vista nella Russia di Elstin negli anni novanta dello scorso secolo, una cosa inimmaginabile pure negli ultimi anni di potere di Gorbaciov. Effettuata la scelta, Biden ha dovuto immaginare un percorso a difficoltà crescente per verificare la fattibilità di un piano che, se esaminato dal punto di vista degli interessi nazionali di alleati ed avversari, non potrebbe avere nessun consenso. Un percorso che è cominciato nella cerchia ristretta degli “amici” più intimi, il G7, per poi effettuare un passaggio delicato, e vedremo perché, presso la NATO, per arrivare infine all’apoteosi dell’incontro con Vladimir Putin a Ginevra e là fare la grande proposta, la più importante di questi due decenni.   

Il G7: un’alleanza innaturale descritta in un piano cartesiano

Nella ventosa Cornovaglia, tra l’11 ed il 13 giugno, si è tenuta la riunione del G7 dove Joe Biden ha verificato la capacità d’imporre la propria scelta politica a semi alleati (Gran Bretagna), stati vassalli (Unione Europea guidate da Germania e Francia), e provincie imperiali rese tali dopo il doppio bombardamento atomico del 1945 (Giappone) ed il crollo del muro di Berlino (Italia). Occorre sottolineare che sono stati invitati altri paesi fondamentali nella strategia aggressiva nei confronti della Cina: India, Corea del Sud ed Australia, tutti accorsi ad ascoltare gli “editti” di Washington. Nominalmente si sono riuniti “Il Gruppo dei Sette, di solito abbreviato in G7, organizzazione intergovernativa ed internazionale composta dai sette maggiori Stati economicamente avanzati del pianeta”, una definizione altisonante ma fuorviante, che non ci fornisce un corretto quadro d’insieme in sede d’introduzione di un difficile summit, ricco di sorrisi, pacche sulle spalle ma con alcuni leader presenti perseguitati da cupi retropensieri. Vediamo questa definizione forse più appropriata: “Il Gruppo dei Sette, di solito abbreviato in G7, organizzazione intergovernativa ed internazionale composta da sette Grandi Debitori insolventi del pianeta”. Eccoli i magnifici sette (fonte Statista.com, valore del debito pubblico in percentuale sul PIL alla fine del 2020): Stati Uniti 127,11%; Giappone 256,22%; Francia 113,46%; Italia 155,80%; Gran Bretagna 103,66%; Canada 117,84%; Germania 69,80%. Ad onore del vero, si tratta di un G6+1, in quanto solo la Germania potrebbe pensare seriamente ad un piano di rientro del debito. Proviamo ad immaginare di partecipare alla riunione preparatoria nella stanza ovale, tenuta dall’esperto Joe Biden con i più stretti collaboratori intenti ad analizzare le reazioni degli “amici” del G7 al momento dell’ufficialità dello scenario di riferimento dettato da Washington. Uno strumento valido di comprensione potrebbe essere suggerito dal Piano di Cartesio per ordinare i vari elementi di complessità.  Sull’asse dell’ordinata “y” poniamo con valore negativo i paesi che fondano la propria economia sulla politica dell’iper debito e quindi sul capitale fittizio, con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna in testa; sempre sull’ordinata poniamo nella parte positiva coloro che fondano la propria economia sulla produzione di beni e servizi e quindi sul capitale reale, con a capo la Germania, seguita da Giappone ed Italia. Questo piano di distinzione va però intersecato dalla linea dell’ascissa “x”, che determina il grado di sudditanza politica ed ideologica che gli stessi paesi nutrono nei confronti degli USA. Con valore negativo poniamo sull’ascissa i paesi che sono totalmente privi di una propria politica estera, essendo di fatto provincie imperiali rette da proconsoli, come accadeva nell’antica Roma: certamente Italia e Giappone sono i principali paesi con queste caratteristiche; nella parte di valore positivo possiamo mettere i paesi che mantengono un diverso grado di indipendenza dalla metropoli imperiale: dal livello maggiore detenuto dalla Gran Bretagna, a quello medio della Francia a quello minimo della Germania. Da questo diverso intersecarsi di punti Biden ha potuto valutare, nella nostra riunione immaginaria, le contraddizioni interne ed esterne dei membri del G7. Valutare, ad esempio, la posizione della Gran Bretagna (quadrante dell’ordinata positiva ed ascissa negativa): la sua economia si fonda sul capitale fittizio, il suo allinearsi alla politica aggressiva di Washington è frutto di una libera scelta che, a sua volta, si fonda su di un proprio calcolo strategico: la scommessa che la politica dell’iper debito possa ridare un ruolo alla sterlina, moneta priva di un valore intrinseco a causa dell’assenza di una riserva aurea adeguata. Londra potrebbe puntare sulla bontà dell’obiettivo “Cina” da colpire, ed intravede nel tentativo americano di dollarizzare il gigante asiatico l’opportunità per la sterlina di avere un ruolo soprattutto attraverso la piazza finanziaria di Hong Kong, naturalmente legata al Regno Unito. Nel quadrante opposto (valori di ascissa ed ordinata positivi) Biden pone la Germania in quanto paese che fonda la propria economia sul capitale reale, sulla produzione cioè di beni e servizi per i maggiori mercati mondiali, usufruendo di una moneta che non si è ancora lanciata nella politica dell’iper debito (l’Euro) nonostante i vari Draghi e Lagarde, e sul fatto di essere il terminale di una rete industriale che coinvolge quasi tutti gli altri paesi comunitari. Biden sa che la Germania ha solo da perdere dalla sua politica aggressiva verso la Cina. Noi lo possiamo desumere dall’Osservatorio economico del Ministero degli esteri italiano: “Nel 2020 l’export tedesco ha raggiunto un ammontare di circa 60,5 miliardi di euro e un import di 54 miliardi di euro…. L’Italia si colloca al settimo posto per l’export (della Germania ndr), dopo Stati Uniti, Cina, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito e Polonia, e al sesto posto per l’import (per la Germania ndr), dopo Cina, Paesi Bassi, Stati Uniti, Polonia e Francia”. Quindi la Cina rappresenta il secondo mercato di esportazione di beni e servizi, ma è il primo mercato per importazione per i tedeschi. Tutti gli altri paesi si pongono variamente sui quattro quadranti del piano cartesiano a seconda del preponderare del capitale fittizio su quello reale, della totale sudditanza sulla minima indipendenza. La Francia è forse il paese più centrale sui quattro quadranti, che si pone cioè nel punto più vicino all’intersecazione tra ascissa ed ordinata, e per questa ragione è difficile per Biden intuire quale posizione Parigi tiene tra i falchi (USA e UK) e le colombe (Germania). Il Presidente USA sa che può contare sulla fedeltà incondizionata di Italia e Giappone, essendo paesi che si pongono nel quadrante positivo dell’ascissa e negativo dell’ordinata, il quadrante che esprime la massima sudditanza verso Washington a scapito dell’interesse nazionale; nel caso italiano, ad esempio, il citato Osservatorio Economico (dati aggiornati al 17 giugno 2021) pone la Cina come nono mercato di esportazione, ma è il terzo mercato per importazioni dopo Germania e Francia. Appoggiare incondizionatamente la politica aggressiva degli americani produrrà inevitabilmente problemi di approvvigionamento di merci e semi lavorati da parte del gigante asiatico, che Draghi farà diligentemente scontare all’industria manifatturiera ed ai lavoratori del Bel Paese. Il Presidente degli Stati Uniti aveva ben chiaro le problematiche che avrebbe dovuto affrontare in Cornovaglia. 

Venti di guerra dalla Cornovaglia, ma non per tutti. 

Quando Joe Biden atterra in Cornovaglia giovedì 10 giugno sa che, prima di tutto, occorre saldare l’alleanza, che non va mai data per scontata, con il Regno Unito. Washington ha bisogno che Londra abbandoni il suo recente passato fatto di rapporti “particolari” con Pechino, periodo che è coinciso con la segreteria dei labouristi da parte di Jeremy Corbyn (2015-2020). Ma le similitudini tra dollaro e sterlina, entrambe monete prive di un reale valore intrinseco, e la comune scelta di abbracciare la politica dell’iper-debito hanno fortemente riavvicinato i due paesi di lingua inglese per raggiungere il comune obiettivo: far pagare ai cinesi i loro debiti. Ecco che Biden e Johnson firmano la Nuova Carta Atlantica, versione rinnovata dell’accordo del 1941 tra Winston Churchill e Franklin D. Roosevelt fonte primordiale delle due organizzazioni “occidentali” ONU e NATO. I principi enunciati dalla Carta Atlantica sono quelli classici dell’imperialismo anglo-sassone: promozione del libero commercio, dei diritti umani (mai quelli sociali e del lavoro), dell’ordine internazionale secondo USA e Gran Bretagna, e per contrastare “coloro che tentano di minare le nostre alleanze e istituzioni”. Per l’”imperatore” Biden, Boris Johnson è paragonabile a  Massinassa Re dei Numidi per Roma, alleato per il comune interesse e per il grande obiettivo: abbattere la Cartagine dell’estremo oriente. Il giorno seguente Biden è stato allietato dalla presenza del suo ciambellano di corte nonché pro console per l’Italia: Mario Draghi. Il Presidente sa che solo un paese come l’Italia può creare un personaggio “incredibile” come il capo del governo italiano. Draghi è fulgida espressione di una classe dirigente che scaturisce dalle corti italiane controriformate dal Concilio di Trento, caratterizzate da grande cultura, estrema raffinatezza, ed incapacità politica, dove principi e cortigiani vivevano immeritati privilegi chiusi nei loro palazzi, mentre nelle loro fortezze e nelle loro piazzeforti stazionavano gli imperiali, i francesi, gli spagnoli, e pure gli svizzeri. A cavallo tra seicento e settecento, poi, i sovrani europei si stufarono anche della sola vista delle vecchie e decrepite dinastie dei Medici, dei Gonzaga, degli Estensi e li sostituirono con i propri parenti, riducendo inoltre il Papa ad essere semplicemente sovrano del misero Stato Pontificio. Ma i ciambellani, i ministri e gli ambasciatori che prima servivano inetti e corrotti principi italiani, si misero subito al soldo dei nuovi sovrani d’oltralpe, amandoli ed onorandoli con la loro arte esclusiva. Ecco la tradizione centenaria che ha donato Mario Draghi a Joe Biden. Risultato? Da venerdì 11 giugno a domenica 13 giugno gli sfortunati leader presenti si sono dovuti sorbire il ciambellano Draghi dissertare di economia globale, di «Building Back Better», di questioni relative alla salute, all’ambiente ed al clima: indigesto. Ma di fronte a Biden vi erano anche leader da educare alla nuova parola d’ordine mondiale, e la questione da farsesca diventava seria. Lo stato di guerra con la Cina, per ora di carattere non militare, preoccupa seriamente i leader dei due stati vassalli che sono anche gli “azionisti” di maggioranza dell’Unione Europea. Il prezzo richiesto a Berlino e Parigi è altissimo, ed è imposto dal terribile combinato disposto dovuto alla potenzialità inflazionistica nascosta nel dollaro, ed alla dipendenza dell’economia europea da merci, ed in particolare da componentistica tecnologica avanzata, e da materie prime tipiche del XXI secolo come le terre rare, provenienti dall’officina del mondo che, lo ricordiamo, non sono più gli USA ma è la Cina. Mentre Biden catechizzava Merkel e Macron, e mentre Draghi ipnotizzava i restanti leader con le sue favole iperliberiste, nella testa dei capi di governo di Parigi e Berlino si affollavano preoccupazioni come quelle descritte da La Repubblica del 7 giugno: “Chip introvabili: la scarsità di semiconduttori potrebbe durare fino a metà 2022”; oppure si dovevano ricordare dei moniti delle associazioni imprenditoriali, preoccupate dall’aumento dei noli marittimi e del costo delle materie prime. Ad esempio in Italia Marco Nocivelli, presidente di Anima Confindustria, appena prima del summit fotografava una situazione che vedeva l’aumento dei prezzi delle materie prime continuare la sua corsa: «Grazie alle manovre fiscali e monetarie fortemente espansive, i Paesi più avanti con le vaccinazioni sfruttano il momento a loro vantaggio per accaparrarsi le risorse scarse. Occorre un intervento deciso a livello europeo per tutelare le nostre imprese. Ritardi nel processo di vaccinazione possono generare forte disparità». Ancora Nocivelli: «Gli straordinari aumenti dei prezzi delle materie prime e dei noli marittimi, e gli impatti negativi sugli equilibri economici e competitivi del sistema produttivo nazionale negli scambi import-export stanno causando gravi difficoltà a tutto il comparto della meccanica, e al settore manifatturiero in generale». Mentre Draghi si pavoneggiava, dunque, nella sua livrea griffata “made in USA”, Merkel e Macron sapevano già di dover pagare il conto della strategia di Biden. Cosa ha offerto il presidente USA agli azionisti della UE in cambio della probabile crisi industriale del vecchio continente? Una contropartita certamente “seducente”: una maggiore libertà di relazionarsi con la Russia da un lato, ed anche la possibilità di potersi “emancipare” dai paesi dell’est europeo, Polonia e repubbliche baltiche in testa, fino ad oggi “mantenute e tollerate” perché baluardo avanzato degli Stati Uniti. Quale sarà questo nuovo atteggiamento europeo nei confronti di Mosca è tutto da valutare: ma attraverso di esso i veri “nazifascisti” del nuovo millennio, che non sono solo quelli folkloristici delle associazioni tipo Casa Pound, ma che si annidano in tutti i partiti, e spesso si trovano nella sinistra “radical chic”, dovranno venire allo scoperto. I restanti temi e risultati di questo fondamentale G7 sono i consueti riti di palazzo gestiti dal visir Draghi, appunto. Paesi iper indebitati che promettono a quelli del terzo mondo di regalare miliardi di dosi di vaccini (ma non dovrebbero essere le ricchissime multinazionali del farmaco a farlo?), visioni di mirabolanti infrastrutture capaci di competere con la via della seta,  ed altre amenità che sono solo dichiarazioni di giocatori d’azzardo che non hanno più fish per il poker e cercano nel taschino il libretto degli assegni protestati. 

L’asset americano in Europa: la NATO. 

Abbiamo visto che Biden ha sussurrato a Merkel e Macron al modo descritto da Nicolas Evans nel suo celebre libro “L’uomo che sussurrava ai cavalli”. Proviamo ad immaginare cosa significhi per Germania e Francia l’allentamento fino ad un livello sconosciuto della camicia di forza rappresentata dal North Atlantic Theatre Organization. Fino al 1989 ed al crollo del muro di Berlino, la NATO aveva una sua ragione “istituzionale” abbastanza coincidente con quella politica. I paesi NATO erano uniti per fronteggiare quelli del patto di Varsavia ed al di sotto di questa sovrastruttura i vari paesi europei si giocavano i rapporti est-ovest con un certo grado di autonomia: l’Italia innanzitutto, ma anche la Gran Bretagna, la Francia e soprattutto le due Germanie. In questo quadro strategico furono siglati i Trattati di Roma del 1957 che diedero vita alla CEE con soli 12 paesi dell’Europa occidentale. In seguito al dissolvimento del blocco sovietico, la NATO ebbe l’occasione di annettere molti paesi ex alleati dell’URSS come Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca (1997), fino a giungere all’apoteosi del 2004: l’ingresso di paesi confinanti con la Russia come Estonia, Lettonia e Lituania. Gli stessi paesi, con singolare sincronismo, furono accolti anche nella comunità europea: Ungheria, Polonia Repubblica ceca e paesi baltici tutti nel 2004. Moriva la Comunità Europea come desiderata dai suoi ideatori come Jaques Delors e Valéry Giscard d’Estaing, nasceva l’Unione Europea filo americana ed iper liberista delle Von der Layen  e dei Mario Draghi. Difficile non intravedere il ruolo degli Stati Uniti in queste “coincidenze”: magari in cambio dell’avvicinamento sfacciato delle proprie basi al confine russo, Washington persuadeva i propri vassalli della CEE a dare spazio politico e mantenimento economico a paesi come Polonia, Lettonia, Lituania ed Estonia, i quali, a titolo di ringraziamento, si dotavano di governi destrorsi, spesso fascistoidi e di dubbia moralità pubblica, dediti alla provocazione nei confronti di Mosca un giorno si e l’altro pure. Per essere ancora più espliciti: Parigi e Berlino debbono mantenere regimi guidati da partiti come Diritto e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski, e rispondere al Cremlino delle ingerenze dei polacchi e dei sodali baltici nelle note vicende ucraine oppure in quelle più recenti bielorusse. Adesso possiamo immaginare cosa sia scattato nella testa di Macron ma soprattutto di Angela Merkel quando Biden ha sussurrato loro come si fa ai cavalli. Ed eccolo, il nostro Joe, il 15 giugno all’assise del Patto Atlantico in tutta pompa magna a “vendere” il proprio asset strategico in Europa. Davanti ai suoi 29 “alleati”, secondo la terminologia political correct, il Presidente americano è netto e chiaro: “«La Nato è di decisiva importanza per gli interessi Usa – dichiara in un incontro con il segretario generale Jens Stoltenberg – e consideriamo l’Articolo 5 come un obbligo sacro», in riferimento all’obbligo per ogni membro Nato di soccorrere un alleato sotto attacco. «Voglio – prosegue il presidente – che tutta l’Europa sappia che gli Stati Uniti ci sono. La nostra Alleanza è più forte che mai». «Le ambizioni indicate dalla Cina – si legge nel comunicato finale – e il suo comportamento assertivo costituiscono sfide sistemiche all’ordine internazionale e alle aree rilevanti per la sicurezza dell’Alleanza». Qui sorgono i primi dubbi per gli osservatori più avveduti. La NATO era sorta per contrastare l’Unione Sovietica, obiettivo diligentemente perseguito fino al 1990; negli anni successivi non si sapeva bene contro quale pericolo il Patto Atlantico dovesse difendere il “mondo libero”; nel nuovo millennio lo Zar Vladimir Putin aveva validamente ridato alla Russia il ruolo di “cattivo del film”.  Per ragioni storiche, militari, geopolitiche e meramente geografiche la Nato è un’organizzazione limpidamente anti russa. Cosa centra la Cina?  «La Nato ha fatto un lungo percorso – dirà Stoltenberg a fine vertice – fino a 18 mesi fa la Cina non era mai stata neppure menzionata». Nella testa dello storico segretario dell’Alleanza atlantica sorge un dubbio atroce. I suoi padroni americani sono famosi per abbandonare e spesso bastonare i propri “alleati” diventati ex. Se si studia la biografia di Saddam Hussein se ne può avere un limpido esempio, ma ve ne sono innumerevoli altri tra i vari dittatori minori sudamericani ed africani. «Non stiamo entrando in una nuova Guerra Fredda – ha precisato lo stesso Stoltenberg – e la Cina non è il nostro avversario, non è il nostro nemico». Stoltenberg protesta contro la linea del suo signore della guerra Joe Biden, e richiama tutti alla sana, vecchia tradizione: “«i rapporti (con Mosca ndr) sono ai livelli più bassi dalla fine della Guerra Fredda», e ribadisce una posizione condivisa in molte cancellerie europee, soprattutto orientali: “La Nato ribadisce il pieno sostegno all’integrità territoriale di ex repubbliche sovietiche minacciate da Mosca, l’Ucraina, ma anche Georgia e Moldavia e avverte di esser pronta a «rispondere in modo misurato e responsabile». Joe Biden, nonostante le proteste dei suoi lacchè, ha apprezzato il summit nel suo complesso: il suo asset si chiama NATO, ed il suo valore strategico per Mosca è ragguardevole. La “televendita” andata in scena a Bruxelles può considerarsi un successo, si può andare al tavolo del compratore. 

La Grande Tentazione: la “Nota di Stalin”

Il Presidente degli Stati Uniti ha 78 anni ed è stato senatore del Delaware per il Partito Democratico dal 1972 fino alla sua nomina alla vicepresidenza nel 2008: 36 anni consecutivi. A questi si aggiungono 8 anni di vice presidenza, ed ora di presidenza degli Stati Uniti. Joe Biden sa “sussurrare ai cavalli”, abbiamo visto farlo in Cornovaglia con Angela Merkel ed Emmanuel Macron; ma Joe Biden sa anche “tentare” con rara capacità ed esperienza, che possiamo solo lontanamente immaginare. Ed è quello che ha fatto a Ginevra il 16 giugno 2021 in occasione del suo primo summit con il Presidente della Federazione russa. Lo scenario dell’incontro di Ginevra non ha nulla a che vedere con il Summit di Cornovaglia, dove il vecchio Joe si confrontava con nobili decaduti (Gran Bretagna), vassalli da blandire (Francia e Germania) e semplici servi (Italia e Giappone); e neppure con la kermesse “commerciale” dell’assemblea NATO, dove era signore della guerra in mezzo ai suoi eserciti ausiliari. A Ginevra, il vecchio Joe incontrava, per la prima volta, un suo pari, a capo di un paese che da solo, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, ha validamente tenuto testa all’impero a stelle e strisce. Il summit di Ginevra era l’obiettivo, il culmine del percorso pensato dagli strateghi di Washington per iniziare l’accerchiamento della Cina. Dal Cremlino passa gran parte del destino di Pechino: Joe Biden lo sa, Vladimir Putin lo sa. Il presidente USA è conscio, ad esempio, che affrontare militarmente Russia e Cina insieme sarebbe troppo per gli Stati Uniti di oggi, e che mandare al macello i vassalli della NATO, del Giappone, della Corea del Sud, dell’Australia e pure dell’India potrebbe non essere sufficiente. Certamente la capacità di reazione nucleare sino-russa attraverso i missili balistici a breve e media distanza (imbarcati su navi e sottomarini), ed a lunga distanza (è questo reale il significato dei recenti successi delle spedizioni spaziali cinesi) avrebbe effetti devastanti per il territorio americano. Il vecchio Joe deve cercare di dividere Mosca da Pechino, anche per avere più opzioni tattiche disponibili ed alternative alla guerra militare, che oggi la Cina potrebbe condurre con qualche margine di successo anche senza l’appoggio russo. Il presidente americano deve mettere sul tavolo della trattativa qualcosa di eccezionale: e lo ha fatto. Innanzitutto ha messo in mostra la “merce” in tutta la sua estensione, potenza e pericolosità nel summit NATO del giorno precedente e, a mio avviso, lo ha fatto per poter fare l’unica proposta concreta che potrebbe realmente far vacillare la linea politica del Cremlino di amicizia nei confronti della Cina. Biden ha proposto a Putin di rievocare i principi contenuti nella famosa “Nota di Stalin” del 10 marzo 1952 con la quale il reale vincitore della seconda guerra mondiale in Europa proponeva alle potenze occidentali il mutuo disimpegno in modo che la nuova Germania riunificata fosse neutrale e smilitarizzata: la cosiddetta “finlandizzazione” della Germania. A seguito della caduta del muro di Berlino, di fatto l’Armata Rossa aveva ottemperato in modo unilaterale ai contenuti della Nota di Stalin su tutto il territorio dell’Est europeo e non solo in Germania già agli inizi degli anni novanta dello scorso secolo. Joe Biden ha fatto intendere, nei modi di cui è capace, che è disposto a sua volta ad aderire alla Nota di Stalin per quanto riguarda gran parte o tutta l’Europa, anche se con trent’anni di ritardo. Abbiamo visto cosa significa per Francia e Germania questo “sussurro”, possiamo ora immaginare cosa significhi per Putin questa grande “tentazione”: il ritiro sostanziale e se non lo smantellamento vero e proprio della NATO permetterebbe al Cremlino di poter ricostruire l’Unione Sovietica, ovviamente con un nome ed un vestito nuovi ed adatti al XXI secolo, e di rispostare i propri confini di sicurezza militare almeno sulla linea del primo dopoguerra. Sarà per questo che Putin, a fine incontro, ha dichiarato: “Non esiste felicità nella vita, solo lampi di felicità”. Ed in generale, gli osservatori hanno potuto nettamente percepire che “l’esito dell’incontro è stato il meglio che i due leader potessero sperare, un dialogo in cui sono stati messi sul tavolo tutti i dissapori, ma con rispetto e senza atteggiamenti fuori dalle righe” scrive l’Internazionale del 17 giugno. E la conferma che la grande tentazione è stata fatta viene pubblicamente dallo stesso Joe Biden nella sua conferenza stampa di fine incontro, sempre come ci rendiconta l’Internazionale: “Proseguendo sulla strada delle metafore, Biden ha fatto ricorso a un vecchio proverbio inglese per analizzare il vertice, traducibile con “per capire se il pudding è buono bisogna prima assaggiarlo”. In altre parole, bisognerà aspettare per giudicare”. Aspettare cosa? Verificare se la tentazione avrà sortito l’effetto voluto, cioè la mutazione di linea strategica del Cremlino nei confronti di Pechino e che ha bisogno di tempo per essere individuata.  

Panico in Europa, preoccupazione in Cina

Abbiamo visto il sussurro ai cavalli e la grande tentazione: Joe Biden ha marcato una distanza siderale dal suo predecessore, oggi possiamo comprendere meglio perché l’élite dei “bostoniani” ha voluto fortemente il vecchio Joe alla Casa Bianca. Abbiamo scoperto un segreto internazionale impenetrabile, con le nostre capacità d’analisi abbiamo scoperchiato la strategia più incredibile? Non penso proprio. Come siamo stati in grado di analizzare noi il vero scopo del pellegrinaggio europeo di Biden, molto meglio lo hanno fatto le principali cancellerie europee. Titola Money.it del 26 giugno “Consiglio Europeo: cosa è stato deciso? La Russia ha diviso l’UE”. Parigi e Berlino volevano passare subito “all’incasso” del “sussurro” ricevuto in Cornovaglia, proponendo al consiglio europeo di organizzare a breve un summit con Mosca, magari facendo capire a Putin che un nuovo scenario europeo meno militarizzato, comprensivo dell’opzione di “mollare” Polonia, paesi baltici e compagni d’avventure ucraini e bielorussi, non sarebbe stato così indigesto. Non deve sorprendere l’opposizione terrorizzata arrivata dai paesi dell’Est, retti da regimi che governano fondandosi essenzialmente sull’appoggio degli Stati Uniti in funzione anti russa, e che ha permesso loro di fare il bello ed il brutto in politica interna, estera ed economica, con esiti spesso poco lusinghieri per i loro cittadini. Ai vari Mateusz Morawiecki, Kaja Kallas, Ingrida Šimonytė, Arturs Krišjānis Kariņš avrà fatto una certa impressione verificare la loro diminuita capacità ricattatoria nei confronti di tedeschi e francesi, come dell’atteggiamento pilatesco assunto dal maggior rappresentante dell’atlantismo in Europa, Mario Draghi, sempre avveduto ed attento a percepire i minimi mutamenti di posizione della Casa Bianca. Insomma, all’interno della UE si è aperto un nuovo fronte di relazione nei confronti di Mosca che avrà importanti ricadute anche nelle politiche interne dei singoli paesi. In Germania, ad esempio, i propugnatori del ritorno ad un accordo sostanziale con la Russia, che si chiama “Guerra Fredda” per intenderci, fatto di grandi proclami di libertà, lotta alle dittature ed accordi sotto banco, si trovano essenzialmente tra i cristiano sociali vicini ad Angela Merkel, mentre i propugnatori di uno scenario da strike contro Mosca sono vicino a figure rampanti come Ursula von der Layen e grandi porzioni della SPD. In Italia è difficile intravedere i fautori dell’apertura a Mosca, essendo un paese governato da un partito unico atlantista diviso in correnti; i fautori dell’apertura stanno nella città del Vaticano, quelli dell’aggressione anche militare stanno da Sinistra Italiana a Fratelli d’Italia. Altrettanto rilevante è stata la reazione preoccupata della Cina che evidentemente si è fatta sentire con forza al Cremlino se è stato necessario convocare un summit il 28 giugno in video conferenza tra Vladimir Putin e Xi Jinping, dove si è esteso il Trattato di buon vicinato, e si è ribadita la strategicità dell’asse tra Mosca e Pechino.

Conclusioni.

La seconda metà del mese di giugno del 2021 verrà probabilmente ricordata dagli esperti di geopolitica e strategia internazionale come una delle più rilevanti degli ultimi anni, certamente la più importante dell’era delle Pandemie. Abbiamo visto Joe Biden presentarsi con la decisione presa: sarà la Cina la vittima designata. Allo scopo di semplificare questo scenario complesso, Biden ha prima “sussurrato ai cavalli” tedesco e francese e poi ha “tentato” il russo. Alle fine del mese il Presidente della Russia ha messo il suo paese al centro di tutte le strategie internazionali; come se nelle sue notti di riposo, fosse apparso in sogno a Putin niente meno che Giulio Andreotti suggerendogli la sua storica e celebre politica dei due forni. L’alta politica è fatta di valutazioni, calcolo e strategie, quindi non deve assolutamente sorprendere se la Russia adotterà proprio la politica dei due forni, Washington da un lato e Pechino dall’altro. È vero che l’asse strategico con Pechino ha indubitabili vantaggi economici e per certi versi “morali”, ma i cinesi non sono in grado di offrire quello che possono gli americani: la possibilità cioè di ricostituire l’Unione Sovietica, eliminando, ad esempio, il pericolo dovuto al fatto che in questo momento le truppe Nato possono essere stanziate a 159 km da San Pietroburgo, tale e la distanza tra l’antica capitale degli zar ed il confine estone. Come faremo a cogliere l’evoluzione di questo scenario? Grazie alla validità della nostra tesi che il Covid-19 è un’arma di guerra non militare. Gli Stati Uniti accetteranno l’uscita dallo stato di Pandemia nel mondo se otterranno in cambio l’adesione della Russia alla propria proposta di Ginevra. Se il Cremlino prenderà tempo in modo eccessivo secondo il calcolo degli strateghi di Washington, da settembre in avanti il mondo tornerà ad essere flagellato da nuove e fantasiose “varianti” del virus, che stanno diventando talmente numerose da dover scomodare persino l’alfabeto greco. Che giudizio possiamo dare di Joe Biden alla fine di quest’articolo? Il vecchio Joe si è dimostrato esattamente il contrario di Trump: il primo sussurra e tenta; il secondo abbaiava e non mordeva mai. Joe Biden si è rivelato un duro della tradizione americana, ed anche Putin e Xi Jinping lo sono: loro tre, insieme alle classi dirigenti che rappresentano, condurranno il grande gioco, dal quale dipenderà il futuro di tutta l’umanità. Tutti gli altri sono solo pedine, solo comparse, assolutamente incapaci di politiche a difesa dei minimi requisiti di sicurezza dei propri cittadini: dal punto di vista sanitario, economico, sociale. Mai come oggi è sotto gli occhi il fallimento delle democrazie liberali occidentali, e questo dovrebbe far riflettere tutti noi.