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L’America Latina è un continente dalle vene ancora aperte, per riprendere un’espressione di Eduardo Galeano, a causa dell’azione devastante dell’imperialismo, affamato di risorse strategiche fondamentali per continuare a nutrire un meccanismo in crisi strutturale conclamata. Da più parti, però, le classi popolari si sono rimesse in marcia, forti di alcune vittorie elettorali ottenute, alle presidenziali in Bolivia o al referendum in Cile per archiviare la costituzione di Pinochet.

In Ecuador, diverse inchieste indicano che il candidato di Unión por la Esperanza, Andrés Arauz, guida le intenzioni di voto per le presidenziali del febbraio 2021, nonostante la cricca del traditore Lenín Moreno sia riuscita a far fuori dai giochi, attraverso l’uso politico della magistratura, l’ex presidente Rafael Correa: così come hanno fatto i golpisti in Bolivia e prima di loro l’estrema destra in Brasile o in Honduras, dando un colpo durissimo alle alleanze solidali costruite da Hugo Chávez e Fidel Castro in America Latina.

In Colombia, nonostante gli omicidi quotidiani di leader sociali ed ex combattenti FARC, la minga indigena ha organizzato un riuscitissimo sciopero nazionale e in Senato, nonostante l’irriformabilità del sistema politico, le forze progressiste stanno portando avanti una forte opposizione al governo fantoccio di Iván Duque, impedendogli (per ora) di dare una parvenza di legalità all’invasione armata del Venezuela, attraverso i mercenari USA che ospita sul suo territorio.

E in Perù, dopo l’ennesima lotta di potere all’interno di istituzioni putrefatte, determinata dalla destituzione parlamentare dell’ultimo presidente corrotto, Vizcarra, ad opera di un altrettanto squalificato uomo di centro-destra, Manuel Merino, si stanno svolgendo manifestazioni di piazza: per chiedere un’assemblea nazionale costituente, rivendicazione che risuona in tutta l’America latina dove il vento del socialismo non ha ancora prodotto cambiamenti sostanziali. Anche la comunità peruviana in Italia, che si batte per un’amnistia ai prigionieri politici in un paese che, dopo quarant’anni, tiene in isolamento ex combattenti comunisti di oltre 85 anni, ha manifestato a Roma.

Ovviamente, ognuna di queste situazioni ha un suo contesto e sue dinamiche, però tutte rappresentano punti fondamentali per la ripresa del conflitto e per il ripristino di rapporti di forza a favore di alleanze che rimettano al centro i rapporti sud-sud, come quella dell’Alba o della CELAC, la comunità degli stati latinoamericani e caraibici che comprende tutti gli stati americani tranne Canada e Stati Uniti. La ratifica del trattato Mercosur-Unione europea, che deve avvenire entro la fine dell’anno, mostra – come denunciato da gruppi ambientalisti tedeschi – cosa si riesca a fare contro i settori popolari quando queste istituzioni tornano nelle mani dei soliti manovratori.

Bolivia e Ecuador, insieme al Venezuela e a Cuba, sono centrali per l’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America, Alba. E dopo il ritorno del MAS al governo, il Venezuela e Cuba stanno cercando di rimettere in piedi la Unasur, l’Unione delle nazioni del Sud. Le prime parole del neo-presidente boliviano Luis Arce, sono andate in questa direzione.

Il Perù è purtroppo la sede del famigerato Gruppo di Lima, leggasi uno dei centri più attivi della sovversione delle classi dominanti contro il socialismo bolivariano e cubano. Un gruppo messo su direttamente dall’amministrazione USA attraverso la sua lunga mano all’Organizzazione degli Stati Americani, Luis Almagro: colui che ha innescato il colpo di stato in Bolivia contro Morales e tutte le aggressioni internazionali contro il Venezuela e Cuba. Un gruppo mefitico, quello di Lima, che ha nella Colombia – che sta all’America Latina come Israele sta al Medioriente – il suo maggior puntello, e che è ben appoggiato dall’Unione Europea.

Con la consueta dose di filisteismo, l’Unione Europea, mentre dichiara di essere a favore del “dialogo e della democrazia”, ha rinnovato per un anno le cosiddette sanzioni al Venezuela, ribadendo il suo appoggio ai golpisti autoproclamati che nessuno ha eletto, e che continuano così a intascarsi il denaro del popolo venezuelano.

Inutile girarci attorno: occorre prendere atto di quel che sta accadendo in Venezuela. Davvero non è più tempo dei distinguo o delle sfumature. La questione del Venezuela è determinante, non solo per il continente, ma perché in qualche modo esemplifica la tavola dei problemi in campo in questo post-novecento e in questa pandemia.

Partiamo dal campo dei diritti, e dalla politica dei fatti compiuti che si sta imponendo come criterio dominante nelle democrazie borghesi in crisi conclamata. Quel che sta accadendo con Trump in Nord America lo dimostra in modo sfacciato, ma lo dimostrano anche i tanti bizantinismi, trattati segreti e codicilli internazionali, con cui si disattivano le decisioni prese dai cittadini in merito, per esempio, ai cosiddetti beni comuni. E che dire del martoriato popolo di Palestina?

Trump sta cercando di rendere irreversibili alcune decisioni prese, e per questo il suo segretario di Stato, Mike Pompeo, si sta recando in Medio Oriente: l’ultimo viaggio per compattare il fronte anti-Iran. Stessa cosa dicasi con le “sanzioni” al Venezuela. Che cosa sono queste sanzioni? Veri e propri crimini contro l’umanità, secondo l’ONU, apparentemente rivolti contro i governi (e anche lì: ma chi glielo dà il diritto di intromettersi nelle decisioni altrui?), ma in verità bombe silenziose e micidiali lanciate contro i popoli.

Imposizioni ancora più grottesche in quanto rivolte contro il voto popolare, in un paese che, come il Venezuela, si avvia a celebrare la 25° elezione, quella parlamentare del 6 dicembre. E un paese come gli USA, che ha un sistema fatto apposta per nascondere frodi di ogni genere in cui si è votato per posta, ha da ridire su un sistema automatizzato e rapidissimo considerato da chiunque a prova di frodi? Ma, tanto, questo, nessuno lo sa. Nessuno parla, se non in termini neocoloniali, di come funzionino gli istituiti di altri paesi. Si dà per scontato che l’unica “democrazia” valida, al punto da doverla esportare con le bombe, sia quella occidentale.

Così, quegli stessi quotidiani di casa nostra, che tuonano contro il “populista” Trump, si dedicano ad amplificare le dichiarazioni dei golpisti venezuelani, che dalle loro residenze di lusso, chiedono più “sanzioni” e arrivano, contro ogni evidenza e contro ogni logica, a paragonare... Trump a Maduro, il presidente del Venezuela eletto e rieletto dalla maggioranza dei venezuelani.

E mentre quegli stessi quotidiani sono obbligati a riprodurre i documenti desecretati del Pentagono, che confermano le trame messe in campo contro il Cile di Allende dalla Cia, si dedicano però a smentire gli attentati e i tentativi di invasione armata contro il socialismo bolivariano in Venezuela. Tentativi che l’imperialismo vuole intensificare proprio per evitare le elezioni del 6 dicembre.

E qui vale la pena tornare a ragionare su alcuni elementi base, che Cumpanis ha ricordato in un breve documento di proposte, presentato insieme a Gramsci Oggi e al Conaicop, al congresso mondiale della Piattaforma della classe operaia antimperialista (PCOA), che si è svolto via web in Venezuela. Le maggiori conquiste del movimento operaio e dei settori popolari, sia sul piano economico che su quello dei diritti civili, si sono date quando la lotta politica, la lotta per il potere, si è espressa ai massimi livelli, anche nei paesi a capitalismo avanzato.

Il Grande Novecento è stato teatro di uno scontro titanico tra capitalismo e comunismo. Dal 1917, per settant’anni la borghesia ha tremato davvero, e il riflesso di quella grande paura emerge dai meccanismi che, anche dopo la caduta dell’Unione Sovietica, le classi dominanti continuano a mettere in campo per impedire che i settori popolari riprendano in mano il proprio destino.

Perché la storia, che è storia di lotta di classe, non finisce. E a contrastare l’imposizione di un modello di sfruttamento che si è esteso a livello globale, sorgono nuove risposte organizzate dei settori popolari, e nuove vittorie, mentre la crisi sistemica del modello non può che produrre nuove aggressioni imperialiste ai popoli che custodiscono risorse necessarie al perpetuarsi del sistema.

Alla grande concentrazione monopolistica sul piano economico, fa dunque da supporto e complemento quella mediatica, che struttura gli apparati di controllo ideologico a livello globale. Il compito dei media egemonici e dei think tank imperialisti è quello di occultare e distorcere le cause reali che producono lo sfruttamento e portano al crescente impoverimento delle masse popolari, mentre la ricchezza del pianeta si concentra in poche mani.

Il loro compito è quello di prolungare la menzogna secondo la quale non esistono alternative al capitalismo in quanto il socialismo sarebbe fallito, in tutte le sue forme. Il loro compito è quello di impedire che i settori popolari riconoscano il nemico comune e costruiscano un blocco sociale anticapitalista e antimperialista intorno a obiettivi comuni, quanto mai necessario a fronte di questa pandemia che ha drammaticamente messo a nudo i devastanti meccanismi del sistema capitalista.

La lotta contro il latifondo mediatico è dunque un asse fondamentale di quella al capitalismo e all’imperialismo, che devono fortemente innervarsi alla necessaria lotta contro il patriarcato e contro la violenza sulle donne.

Porre, per esempio, a confronto le diverse soluzioni adottate e i risultati ottenuti nei paesi che, come Venezuela e Cuba, mettono al centro l’interesse per la vita e non quello per il mercato, e diffondere l’informazione nei luoghi di lavoro e nei quartieri, può essere molto utile. L’esempio dei medici cubani ha lasciato il segno in tutto il mondo, però non si può dire altrettanto delle conquiste realizzate dalla rivoluzione bolivariana. Questi meriti vanno diffusi perché servono a dare coraggio anche a chi, dalle nostre parti, non vede luce.

Soprattutto nei settori di sinistra, e nei sindacati che ne subiscono l’influenza, in Europa, la propaganda contro il socialismo bolivariano è devastante. I dati che vengono diffusi sul Venezuela, oltre a essere viziati, negano la causa dei danni provocati: il blocco economico-finanziario delle risorse del paese anche per colpa dell’Unione europea.

Dal punto di vista economico, la situazione del paese è al limite. Negli ultimi 5 anni si è avuta una caduta delle entrate del 99%. Questo significa che si è passati da 100 dollari nel 2014 a meno di un dollaro di entrate fino al settembre scorso, ossia che se prima entravano 56.000 milioni di dollari ora ne entrano 477 milioni.

La Banca centrale non ha le risorse per condurre una politica monetaria e intervenire nel mercato delle divise per evitare gli eccessi del tipo di cambio, come fanno tutti i paesi. Occorrerebbe domandarsi che cosa sarebbe accaduto in un paese europeo che avesse perso 30.000 milioni di dollari all’anno per 5 anni.

Quale sarebbe il livello della tragedia umanitaria, che succederebbe ai bambini e alle bambine, quale sarebbe il livello della denutrizione, delle malattie? Con il Venezuela, l’imperialismo è arrivato a questo punto, eppure stanno resistendo grazie al modello sociale inclusivo, che destina una bella fetta del bilancio alla cultura e all’educazione gratuita. Al momento in cui scriviamo, si stanno svolgendo la Fiera Internazionale del libro, quasi tutta in digitale, e il Festival Mondiale della poesia.

Riferendosi alla situazione in Venezuela, l’ex leader dei Pink Floyd, Roger Walters, ha sintetizzato efficacemente gli intenti e gli effetti delle misure coercitive e unilaterali, imposte dall’imperialismo per fiaccare la resistenza del popolo bolivariano.

“Poniamo” – ha detto – “che a qualcuno interessi casa mia, ma che non la può comprare perché io non intendo vendergliela, né affittarla, né tantomeno prestargliela. Allora quel qualcuno mi chiude in casa e non mi lascia uscire per recarmi al supermercato, né alla farmacia, né alla banca, e tantomeno lascia che mi vendano i pezzi di ricambio per la macchina o per la moto, e per di più mi chiude i conti e le carte di credito o di risparmio… Dopo un certo tempo, i miei familiari cominceranno a disperarsi, qualcuno scapperà dalla finestra… e voi fuori comincerete a mormorare che sono un inetto, incapace di tenere le redini di casa e che sono un dittatore che fa soffrire la sua famiglia. Quindi, si comincerà a dire che il governo di casa mia è in crisi e che i vicini sono autorizzati a intervenire e a cacciarmi con il pretesto di risolvere la crisi umanitaria della mia famiglia. E nessuno dirà che il vero obiettivo è impadronirsi della mia casa, e che per questo motivo mi hanno messo in una situazione tanto critica di fronte alla mia famiglia”.