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“Tutti i partiti rivoluzionari e di opposizione sono sconfitti. Scoraggiamento, demoralizzazione, scissioni, sfacelo, tradimento, pornografia invece di politica. Si accentua la tendenza all’idealismo filosofico; si rafforza il misticismo come copertura dello spirito controrivoluzionario”.

(Lenin “L’estremismo, malattia infantile del comunismo” - 1920)

Ero un giovanissimo operaio “borgataro”, senza titoli di studio, eppure mi risultava semplice leggere Lenin. Perciò lo facevo con avidità: con poche e semplici parole riusciva a farmi comprendere numerose e complicate questioni. Aveva un linguaggio asciutto, incalzante, trascinante nella sua lucidità logica, tanto da dare l’impressione che sapevi sempre cosa fare.

Le aspre e inedite difficoltà (minimizzo) dei nostri tempi, in Italia, riportano prepotentemente alla mia memoria quelle vecchie letture. Mi viene da pensare che Lenin – parlando di noi, ora – direbbe più o meno: “la questione essenziale è chiara e inconfondibile. Chi ha a cuore la causa del partito comunista – ossia la causa del proletariato, del rilancio vittorioso della lotta di classe, della salvaguardia della pace e della natura, del socialismo – deve necessariamente (prima di tutto) trovare il modo di attingere le proprie forze tra vaste masse proletarie (in particolare giovani) le quali, al momento, non hanno alcun interesse per la lotta politica e ancor meno simpatia per i comunisti”.

Per lo meno ciò è quello che penso e sarò grato a chi mi aiuterà a capire – eventualmente – se sbaglio.

Nel frattempo, questa mi sembra la premessa migliore per affrontare tre problemi concreti.

1) Come facciamo a diventare tanti, molti di più di quanti siamo adesso, nel volgere di alcuni anni? Mi riferisco alla rapida espansione di massa del consenso, alla crescente capacità di interazione con molti gruppi e settori sociali oppressi e sfruttati, a un incessante e cospicuo proselitismo. In particolare, va centrata la questione giovanile, un vero disastro nell’attuale situazione mentre uno dei nostri obiettivi strategici dovrà essere, invece, la rigenerazione della forza comunista tra la gioventù proletaria odierna e quella futura.

2) Come si fa a realizzare tale prospettiva con gli attuali rapporti di forza? Ossia, come andiamo avanti in una situazione che vede la massima disparità tra le nostre disponibilità e le risorse su cui può contare l’avversario. Parlare di comunismo può anche essere facile ma servono capacità scientifica, coerenza strategica e abilità tattica per non essere risucchiati dal minoritarismo o dall’opportunismo.

3) Contro chi vogliamo lottare, chi vogliamo “attaccare”? Questa domanda, apparentemente settaria e cattiva, andrebbe in realtà spiegata per un verso con un richiamo al materialismo dialettico, e per l’altro ad una delle principali contraddizioni che hanno generato il bilancio disastroso della sinistra dei nostri tempi. Comunque, non ce la possiamo cavare con risposte generiche (ancorché giuste) tipo l’imperialismo, i poteri forti, i pericoli di guerra; proprio come un dottore non può rispondere ad un paziente che soffre per una determinata malattia dicendo che egli vuole combattere i malanni, in generale. Chi non vuole avere “nemici”, chi non vuole dare “fastidio” a nessuno non può essere un rivoluzionario e non riuscirà mai a far crescere un Partito Comunista.

Si tratta di obiettivi e compiti molto ardui, assai complicati da perseguire: molto difficile poter “spadellare” un piano preciso e definito, senza un approccio scientifico, ossia senza capire perché (e da quando) ci troviamo in questa situazione, come rimuovere le cause che l’hanno generata, come avviare concretamente la risalita dall’abisso (di consenso e di tanto altro) nel quale siamo precipitati.

Si tratta di uno sforzo gigantesco, da affrontare gradualmente, riflettendo (in un primo momento), anche separatamente su lati diversi della questione, a partire dall’analisi della storia recente, fino a definire un programma organico anche di lungo periodo.

Un’impresa che sembra titanica considerando le nostre risorse attuali e che richiede tentativi ed esperimenti, senza escludere eventuali errori, ripensamenti e correzioni.

L’esigenza di un tale, enorme cimento, ha cominciato a delinearsi da almeno un quindicennio (non voglio infierire!): purtroppo, (forse a causa della mia disinformazione) non mi sembra di conoscere particolari progetti ed esperienze all’altezza di tali impegni, per lo meno non della dimensione o della qualità sufficienti. Alcune esortazioni alla cosiddetta “unità dei comunisti” mi sembrano più dei tentativi di eludere questi problemi che non un modo per affrontarli e risolverli. Si manifestano, invece, molti tentativi o tendenze che impediscono di affrontare uniti questi compiti che la Storia – “qui e ora” si potrebbe dire – ci pone.

 

“(…) la funzione degli “intellettuali” consiste nel rendere inutile l’opera di particolari dirigenti intellettuali”.

(Lenin, dal suo scritto contro i populisti)

 

Per esempio, ci sono quanti si conducono come se i comunisti dovessero necessariamente rimanere (per diversi decenni) un’esigua minoranza, isolata dalle masse e dalla classe e scollegata dalla realtà. A volte lo teorizzano pure, per esempio con idiozie e luoghi comuni quali “la gente è cambiata” oppure “la classe operaia non c’è più” o non è più come una volta e così via.

Si tratta di elementi completamente sopraffatti dall’idealismo e dallo spontaneismo e con loro bisognerebbe ricominciare dai più rudimentali presupposti del materialismo dialettico e di quello storico, nonché dall’ABC del patrimonio teorico del marxismo-leninismo e dell’esperienza del movimento operaio comunista internazionale. La mia convinzione è che sarebbe assai più efficace fare ciò con giovani proletari disimpegnati anziché con loro.

Uso volutamente un tono sgarbato per riflettere lo stesso sprezzante snobismo che essi nutrono verso le masse proletarie che considerano viziate, razziste, vili.

Per molti aspetti, la nostra situazione attuale ricorda una grande nave (quella del capitano Schettino?) alla cui estremità, per esempio, scoppia un grave incendio destinato a propagarsi. Ben pochi marinai, però, si avvicinano effettivamente al fuoco e provano concretamente a spegnerlo, mentre la gran parte di loro, invece, si dedica a scrivere libri (o fare discorsi) su come si combattono gli incendi oppure organizzano l’amicizia con altri mezzi navali (che peraltro navigano a gonfie vele), altri ancora si illudono di continuare le attività di un tempo sulla parte opposta della nave, sperando che piova!

Tra le nostre fila disponiamo di grandi “scienziati”. Conoscono tutta la storia, sanno tutto del mondo, quello che dovrebbe fare la Cina (o altre grandi nazioni) e gli “errori” di importanti partiti comunisti esteri: ma non sanno come aggregare due o tre proletari italiani o come capire – non dico prevedere – la vita e gli orientamenti di quelli che vivono anche a un solo chilometro da loro.

La domanda che faccio è: tutti questi sarebbero dei potenziali “quadri” di partito, di un presunto futuro partito, solo perché si tratta di studiosi (sorvoliamo su giudizi di merito) che si dedicano ad attività accademiche?

Gli intellettuali, organici al proletariato e alla sua causa rivoluzionaria, capaci di “tradire fino in fondo” la propria classe di origine, sono ben altra cosa, come ci ha insegnato anche Gramsci. Questa domanda non è oziosa o fuorviante, perché di questi tempi si parla – in vario modo e con diverse declinazioni – di “partito di quadri” e alcuni manifestano una crassa ignoranza del marxismo-leninismo, confondendo un circolo di intellettuali con il Partito (di quadri).

Inoltre, si avanzano curiose teorie su partiti di quadri che dovrebbero avere rapporti (o consensi) molto limitati tra le masse o nella classe oppure dovrebbero esserne del tutto privi. Pur senza velleità accademiche né eleganza letteraria, sorge spontanea una domanda: ma che cazzo di quadri comunisti sarebbero quelli che non riescono a conquistare il consenso tra molti proletari?

 

“...oggi si pestano l’un l’altro i piedi sognando “l’unità” e risuscitando un cadavere. Il bolscevismo ha posto le fondamenta ideali e tattiche della III Internazionale che è realmente proletaria e comunista…”.

(Lenin “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky” - autunno 1918)

 

Già una dozzina di anni fa – ahimè – ebbi modo di dire (in alcuni interventi pubblici) che la cosiddetta “unità dei comunisti” è un imbroglio. Quel precedente è una vera sfortuna, per me, oggi, che essa è diventata l’aspirazione più profonda della grande maggioranza dei pochissimi compagni e compagne rimasti politicamente attivi o impegnati nel dibattito comune.

In questo scritto sarò molto sintetico e non accennerò neanche a molte questioni di importanza pratica e anche immediata, rinviando – a tale scopo – ad una serie di esperienze storiche cui ho partecipato e anche a molti scritti più o meno recenti, per esempio l’opuscolo “Per una politica della formazione dei quadri” di dieci anni fa o ai seminari autogestiti tenuti l’anno scorso a Roma: nella relativa pagina fb, oltre a numerose relazioni e documenti, rammento il testo “gli ismi della disfatta”.

Tutto ciò, confermerebbe che non sono affatto insensibile all’anelito di tanti compagni (tutto il contrario) e che propongo delle obiezioni (e ipotesi di soluzione) le quali mirano veramente a realizzare l’unità, nella lotta comune e organizzata per un fine preciso: riavere in Italia il PCI, più precisamente una grande forza di avanguardia del proletariato, comunista, che sappia affrontare le sfide del futuro come il PCI seppe fare vittoriosamente con quelle della sua epoca.

Per brevità, rimetto a chi legge – un po’ casualmente – alcune obiezioni.

- Come mai tutti gli esperimenti di “unità dei comunisti” o delle sinistre o simili – quanto meno nell’ultimo quarto di secolo – sono miseramente naufragati, hanno prodotto più divisioni di quelle che avevano trovato e causato una notevole perdita di forze e consensi?

Tutti concordano che la “Rifondazione” del 1991 – comunque la si pensi in proposito – è stata la prima e più grande “unità dei comunisti”, dopo lo scioglimento del PCI. In realtà, ce ne sono state molte altre (più limitate e ridotte) fino a tempi molto recenti, di esperienze di questo genere, peraltro alcune sono fallite prima di nascere.

Chi parla di “unità dei comunisti” dovrebbe dare una risposta coerente e convincente (se non scientifica) perché, prima di discutere di questo entusiasmante obiettivo, occorre garantire che non nasconda – più o meno maldestramente o inconsapevolmente – la riedizione di qualcuno dei tentativi suaccennati.

- L’evidenza dimostra che le compagini o i singoli che invocano “l’unità dei comunisti” lo fanno subito dopo una scissione o l’abbandono di una precedente appartenenza (la quale, spesso, era a sua volta un esperimento dello stesso genere).

Ora non voglio invocare l’esercizio dell’autocritica ma sarebbe necessario almeno un minimo di rigore intellettuale nel fare un bilancio delle scelte appena compiute.

Il pericolo che “l’unità dei comunisti” sia una sorta di amnistia o di condono per “coprire” ogni frazionismo o scissione o per evitare bilanci, autocritiche e correzioni, se non addirittura per giustificare trasformismo di vario tipo o gravità, è sotto gli occhi di tutti.

- “Né unità senza princìpi, né teoria fine a se stessa”. Dovrebbe essere la guida dell’aspirazione di tante compagne e compagni. Ritengo, inoltre, che l’unità debba realizzarsi innanzitutto tra se stessa e l’identità politica (o gli ideali o il programma).

Può darsi che io commetta un errore ma ho l’impressione che negli ultimi decenni la vicenda che ci riguarda sia stata caratterizzata non solo dalla separazione ma perfino dalla contraddizione tra questi elementi: unità e principi (o teoria, ecc.). Sicché, come in un carosello vertiginoso, abbiamo avuto innumerevoli scissioni (o separazioni o contrasti) per motivi – diciamo così – politici, alternati alla rinuncia o all’abbandono di tali posizioni per inseguire velleità unitarie.

Come in un caleidoscopio, nel quale si vedono sempre gli stessi frammenti ma posizionati in una varietà quasi infinita di combinazioni, continuamente si vedono compagni o raggruppamenti (grandi o piccoli) che cambiano collocazione di volta in volta: quando si dividono da altri lo fanno per motivi politici e poi cambiano queste posizioni (che apparivano in un primo momento discriminanti e permanenti) per unirsi con altri diversi dai primi e così via.

L’unità non può essere antagonista dei principi e viceversa.

In definitiva, bisogna chiarire che “l’unità dei comunisti” non è l’alternativa – o la negazione – della strategia, semmai deve esserne una componente ma non indipendente da essa. La mia impressione (forse fallace) è che da qualche decennio non c’è più strategia per i comunisti, in Italia, e non vorrei che “l’unità dei comunisti” sia solo una ricetta consolatoria per coprirne la mancanza. Chi vuole veramente la nostra unità deve prima impegnarsi nell’elaborazione di una strategia, per il Partito di oggi e del futuro.

Un insieme, spesso confuso o contraddittorio, di tattiche improvvisate non sono una strategia e tanto meno lo sono il ridursi all’autoamministrazione, trascinandosi da un espediente all’altro, da una scadenza all’altra col solo obiettivo di giustificare la propria stanca esistenza. Oppure vogliamo unirci per rimanere pochi, isolati dalle masse e scollegati dalla realtà?

- Noi abbiamo un ben preciso (e ricchissimo) patrimonio storico e teorico, da cui deriva una chiara definizione del concetto di fronte, fronte unito dei lavoratori (o del proletariato) e fronte popolare (antifascista). Essi si inquadrano nella più classica concezione dei vari livelli (quindi delle diverse funzioni e prerogative attribuite a ciascuno di essi, le quali non devono assolutamente essere confuse o invertite tra loro) della politica e della tattica unitaria: unità del Partito (da curare come la pupilla dei propri occhi), unità del movimento operaio, unità delle forze democratiche e amanti della pace. Tutto ciò si completa – ricorrendo specifiche circostanze – con la politica dei fronti di liberazione nazionale (come fu il nostro CLN) o di unità con settori della borghesia patriottica in contrasto con altri di borghesia imperialista.

La parola d’ordine “unità dei comunisti” è talmente inconcludente da far deragliare in molte occasioni. Non è una questione nominalistica se molti confondono le prerogative e i compiti di unità o fronti, che invece dovrebbero essere ben distinti. Non si può ridurre – solo per fare qualche esempio – la questione del Partito ad una coalizione elettorale né ci si può illudere di conferire ad una tattica unitaria in difesa della pace le prerogative che sarebbero invece appropriate per un fronte unito di classe.

Anche in questo modo, per errori di questo tipo, si generano ulteriormente divisioni e contrasti, nonché fallimenti di vari tentativi unitari (dei quali gli esempi abbondano nell’ultimo quindicennio). Basta osservare gli orientamenti e le discussioni del nostro campo per comprendere che la confusione fra le diverse tattiche, i diversi tipi di alleanze e di unità (e di coalizioni elettorali) è molto diffusa ed è una causa, appunto, di incomprensioni e divisioni.

Solo per fare un esempio, rimane per me un mistero comprendere che cosa si intenda per fronte o “unità delle forze anticapitaliste”. In ogni caso, l’esempio più macroscopico di totale ignoranza della concezione e dell’esperienza comunista delle tattiche unitarie e delle alleanze, fu di coloro che – nel 2008 – ebbero il coraggio di dire che il povero “Arcobaleno” era l’equivalente moderno del… Fronte Popolare del 1948!

- Alcune interpretazioni della “unità dei comunisti” più facilone sono anche il portato della progressiva disgregazione e confusione ideologica e organizzativa di questo quarto di secolo. Per esempio, c’è chi insegue l’utopia di ridurre ad una tutta le sigle in cui c’è la parola “comunista” (senza neanche accorgersi che in alcuni casi essa è il sostantivo mentre in altri, ben diversi, è un aggettivo).

Una simile unità, invece, non c’è mai stata. Solo per parlare dell’Italia, gruppetti “comunisti”, estranei e ostili al PCI, alla III Internazionale, a Stalin e via dicendo, sono sempre esistiti. Spesso manovrati dagli apparati della provocazione e – alcuni – impegnati nel boicottaggio della Resistenza e poi degli scioperi della CGIL nel dopoguerra.

C’è perfino chi fu tra i promotori della cosiddetta “scissione di palazzo Barberini” (1947) organizzata da Saragat e ordinata da USA e Gran Bretagna per rompere l’unità antifascista ed estromettere comunisti e socialisti dal governo De Gasperi: alludo a qualcuno che ritroveremo, mezzo secolo dopo, tra i dirigenti del PRC.

Pietro Secchia scrisse nel 1944 un apposito articolo su “La Nostra Lotta” (giornale delle Brigate Garibaldi) titolato “Ultrasinistra maschera della Gestapo”; una decina di anni più tardi definì letteralmente “la solita merda anticomunista” un testo di uno di questi gruppuscoli. Peraltro, questi presero un certo vigore dopo il XX Congresso del PCUS (1956) e tra i loro principali animatori c’era Seniga e altri provocatori e mercenari.

La grande forza e la giusta linea del PCI, però, rendevano quasi invisibili questi gruppuscoli, come il sole – con la sua potente luminosità – rende impossibile scorgere pianetini o altri piccoli corpi celesti che orbitano nelle sue vicinanze. È stato spento il sole e alcuni di noi pensano “all’unità” con quei pianetini invece di impegnarsi a far brillare nuovamente la nostra stella!

Solo la decomposizione ideologica e organizzativa, la confusione che impera nei nostri giorni, può far pensare a qualcosa che prima nessuno si era mai sognato di ipotizzare, come l’unità con gruppetti che fiancheggiano tutte le aggressioni imperialiste in corso, che hanno sempre fatto della lotta al PCI e all’URSS il loro principale scopo (e continuano a farlo).

Cambiando esempio, nei giorni scorsi le due liste comuniste, in Toscana, hanno preso oltre 30.000 voti, un risultato non scoraggiante e – al tempo stesso – indice di tutta la gravità dell’attuale situazione. Si tratta di poco più della metà dei voti raccolti quaranta anni fa dal PDUP e DP, i cui risultati dell’epoca vengono superati di poco se vi aggiungiamo i voti di un’altra composita lista promossa anche da Potere al Popolo.

Sarebbe positivo ogni eventuale progresso verso l’unificazione dei due partiti che hanno promosso le liste comuniste e ancor più ogni loro rafforzamento e non sarebbe male giungere eventualmente a futuri accordi elettorali anche con l’altra lista.

Tuttavia, il PCI, nella Toscana del 1980, prese da solo quasi 1.200.000 voti (300.000 in più dell’attuale vincitore, il doppio di quelli raccolti oggi da tutte le liste di sinistra più il PD).

La “unità dei comunisti” (ma dovrebbe essere anche con l’altra lista di sinistra?) è per farci compagnia rimanendo più o meno quelli che siamo, cercando di migliorare un po’ le attuali dimensioni, magari con l’ausilio di qualche gruppetto neobordighista, oppure deve essere in funzione di una strategia che punti a riguadagnare la forza e la funzione che fu del PCI e fondata sul presupposto teorico che essa è possibile (nei tempi dovuti) in Italia?

Allora discutiamo e avviamo la strategia costruendo la più ampia, chiara e duratura unità per essa. L’illusione, invece, di definire una strategia in funzione di una non meglio precisata “unità” è esattamente una delle principali ragioni per cui ci siamo ridotti nelle condizioni attuali e quindi, semplicemente, il tentativo di resuscitare un cadavere anziché trarre tutte le lezioni necessarie dal bilancio della nostra recente storia.

- Infine, c’è la questione che più di ogni altra mostra come le mie osservazioni non siano nominalistiche o questioni di lana caprina: chi riguarda “l’unità dei comunisti”?

Non mi riferisco di nuovo a quanto già accennato nel punto precedente, bensì ad un altro tema: è possibile dare una definizione individuale (estemporanea) del comunista?

Quando si dice romanista o juventino, si possono intendere cose molto diverse e quindi affidarsi al significato che il senso comune gli attribuisce secondo il contesto: si può intendere – per esempio – chiunque si ritiene soddisfatto quando la Roma o la Juventus vincono una partita; oppure, più praticamente, si vuole indicare i tifosi che vanno allo stadio; infine, nel significato più stretto, si allude proprio ai componenti della squadra dai quali dipende concretamente l’esito delle partite e la posizione in campionato, ovvero i calciatori.

Nel linguaggio corrente, si definiscono comunisti tutti quelli che in qualche caso hanno votato per candidati così indicati oppure quanti dichiarano apertamente di esserlo e talvolta sostengono pubblicamente le attività o le posizioni di un partito.

La domanda da rivolgere ai fautori di una non meglio precisata “unità dei comunisti” è se si riferiscono a un partito o ad altro: nel primo caso, ciò sarebbe l’equivalente della squadra di calcio e non dei semplici tifosi (che non intervengono nel determinare l’esito della partita o lo fanno solo indirettamente) o di altri solo astrattamente “affezionati” alla squadra.

Se vogliamo essere nel solco del materialismo dialettico (rapporto tra coscienza e materia) e del marxismo-leninismo la risposta è una sola: in questo specifico caso, i comunisti “sono i calciatori”.

Torniamo alla domanda: come si può definire – individualmente – un comunista? Basta ritenere di esserlo? Qualsiasi persona che si agita contro il governo e il padronato è comunista? Oppure sarebbero comunisti solo coloro che hanno letto Marx, Lenin, Gramsci, ecc.?

Per la nostra filosofia si è ciò che si fa e non ciò che si legge; quindi sarebbe comunista, semmai, chi APPLICA CONCRETAMENTE il contenuto delle opere di Marx, Lenin, Gramsci.

Ci sono milioni di compagne e compagni, spesso analfabeti come i minatori neri sudafricani, tanti nostri Partigiani o contadini cinesi che non dovrebbero essere considerati comunisti (stando alla suddetta ipotesi) dato che quando sono stati EFFETTIVAMENTE combattenti rivoluzionari, militanti dei propri Partiti avevano letto – suppongo – ben pochi libri riguardanti la nostra teoria.

Io stesso, nel mio piccolo, ho cominciato a leggere i nostri classici solo dopo essere diventato militante della FGCI e proprio perché tale. Per non parlare dell’esperienza di un operaio delle officine ATAC Prenestino, a Roma, detto “er pischello” che sarebbe molto indicativa.

Ritengo sia già sufficientemente chiara la “devianza”, anche grave alla fine, che può derivare da confusione o indifferenza rispetto a questo tema.

Anche perché la nostra concezione del Partito è che esso è la fusione del movimento operaio con il comunismo scientifico, mentre con i pericoli degenerativi di cui sopra, si riduce il Partito ad un presunto “comunismo scientifico” il quale, inevitabilmente, deve poi (nel migliore dei casi) dirigere gli operai (ignoranti!) e fargli fare la rivoluzione.

Non è un caso che molti compunti conoscitori italiani di molte opere della nostra letteratura, si dimentichino immancabilmente di una sola paginetta: quella in cui c’è scritto che la liberazione della classe operaia ha bisogno dell’opera della classe operaia stessa!

Ancora una volta si confonde il Partito rivoluzionario del proletariato con un circolo accademico di intellettuali! Perciò, curiosamente, oggi sono idonee a criticare molte posizioni correnti le tesi di Lenin contro il terrorismo, non perché ci sia chi vuole commettere violenze o compiere reati, anzi, tutt’altro!  Però la critica alla pratica di fare da soli, di limitarsi a singoli atti fini a se stessi, slegati gli uni dagli altri, adatti anche a gruppi piccolissimi se non a singoli, con il velleitario scopo di accendere l’indignazione dei lavoratori (quando non ce ne sarebbe bisogno, vista la loro esperienza quotidiana) è appropriata anche a molti compagni del nostro tempo, benché pacifici come innocui curati di campagna!

Senza farla troppo lunga, la tesi che propongo è che l’unica possibilità di definizione individuale, non estemporanea, di comunista è che esso sia il militante di un partito comunista, ovvero – in mancanza di questo – di un’organizzazione che lotta per la costruzione (o ricostituzione) del Partito, secondo criteri coerenti con il nostro patrimonio storico e teorico.

Sotto questo profilo, dunque, “l’unità dei comunisti” è… il Partito ovvero (nel nostro caso) la lotta per riaverne uno forte e autentico. Pertanto, la parola d’ordine (“unità dei comunisti”) è confusionaria e rischia di provocare danni, perché siamo ritornati nel “regime dei circoli”, contro cui lottava Lenin e in definitiva Gramsci e i fondatori del nostro Partito, perché il “regime dei circoli” è un circo Barnum incapace di essere incisivo o vittorioso.

- Inoltre, simili parole d’ordine inconcludenti a volte si intrecciano con altre ancor più insussistenti e contraddittorie: è il caso (non per niente di origine troschista o semitroschista) di una parola d’ordine ancor più confusionaria e deviante – perciò usata in tante fogge e varianti – quale quella di “unire le lotte” usata spesso dai suoi promotori, senza dirlo, per negare la centralità e la priorità della costruzione del Partito.

Tale parola d’ordine, non a caso, ha un bilancio perfino peggiore di quello “dell’unità dei comunisti”. Perché “unire le lotte” non può essere un’ammucchiata movimentista a cui puntano i teorici di questa linea, così come unire ciò che mangiamo non è l’atto di ingozzarci riempiendo la bocca e l’esofago indiscriminatamente di ogni genere di ingrediente: essa non è solo “mangiare” in continuazione ma è, invece, il processo della digestione e si realizza, dunque, dandosi un apparato digerente.

È il processo che trasforma i nostri pasti in energia e sostanze ricostituenti per i nostri organi che unisce – e anzi valorizza trasformandolo – ciò che mangiamo (e non è necessario né utile che sia tanto, anzi è nocivo mangiare per mangiare). Allo stesso modo ad “unire le lotte” – in definitiva – è il Partito che le valorizza trasformandole in mutamento dei rapporti di forza con la classe avversaria.

 

“L ’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato”.

(dall’art. 1 dello Statuto del PCdI del 1921)

 

All’epoca della Rivoluzione d’Ottobre, gli opportunisti, ovvero gli agenti della borghesia in seno al movimento operaio, per boicottare la grande rivoluzione proletaria dissero che essa non era conforme alle tesi de Il Capitale di Marx (successivamente ripiegarono sulla posizione che questa aveva vinto solo per una combinazione di particolari fattori “locali”).

Perciò il compagno Gramsci scrisse un testo titolato “Una rivoluzione contro il Capitale”. Era una brillante e acuta difesa dei bolscevichi e – al tempo stesso – anche de Il Capitale, strumentalizzato con interpretazioni ottuse e sterilmente dogmatiche.

Chi scrive, è contro “l’unità dei comunisti” come Gramsci era contro la Rivoluzione dei Soviet (o contro Il Capitale).

Tuttavia, per unire veramente le forze migliori e più coscienti non basta la formula che contesto ma va sostituita (o precisata) con quella di “unità di tutte le forze che lottano per la ricostituzione del PCI”: chi pensa che sia solo un problema astratto o nominalistico non capisce la differenza sostanziale – perfino la contrapposizione – tra le due definizioni. Esse riflettono un’analisi della situazione e della fase, un giudizio sulla nostra storia recente e soprattutto una valutazione delle prospettive, contrapposte e inconciliabili.

I lunghi cenni su ragionamenti e questioni che ho esposto fin qui richiederebbero quanto meno un’indicazione di proposte e soluzioni concrete (non dico una conclusione) più ampie e organiche di quelle che si desumono dai diversi argomenti già affrontati. Come ho già scritto, queste sono contenute in molti altri interventi (tra cui alcuni miei) che ho parzialmente indicato sopra e che posso inviare a chiunque sia interessato; soprattutto il mio proposito è contribuire ad un dibattito che può avere una conclusione convincente ed efficace solo se riesce a impegnare l’intelligenza e la coscienza di quante più compagne e compagni possibile.

In questo senso, sollecito chiunque lo voglia a rivolgermi obiezioni e anche critiche, senza diplomatismi (anche senza offese, spero) nelle sedi che preferisce.

Siccome ho abusato della pazienza di chi legge, mi limito ad accennare in modo solo sommario a degli obiettivi o proposte di soluzione per i problemi che abbiamo di fronte. Ben consapevole – basta conoscere appena il materialismo dialettico – che non si può indugiare in bizantinismi o velleità ecumeniche: non c’è unità senza divisione o scissione, come non esiste nascita senza lo “strappo” del parto o la possibilità di concepire un nord separatamente dall’esistenza di un sud.

Per questo avere un Partito forte che recuperi tutto il meglio (ed è tanto) della nostra storia è il fine, mentre l’unificazione di eventuali raggruppamenti o compagini è il mezzo, non viceversa.

Occorre, quindi, distinguere tra le diverse organizzazioni che si definiscono comuniste, anche per saper reagire (non l’ho fatto qui solo per non essere più lungo) a quelle posizioni disfattiste che gridano in modo agitatorio e infondato alle “decine e decine” di partiti comunisti in Italia.

Per fare un solo esempio, ora noi disponiamo di alcuni partiti, fondati in tempi recenti, grazie all’impegno di numerose compagne e compagni. Rinviando ad altro momento l’analisi delle loro differenze e giudizi di merito specifici o il rilievo di limiti e difetti (ma in questo momento possiamo avere un’organizzazione senza limiti e difetti?), respingendo atteggiamenti snobistici o di noncuranza, dobbiamo apprezzare come essi siano – al momento – una risorsa anche preziosa (lo stesso potrebbe valere anche per altri raggruppamenti) per chi ha a cuore l’unità e la lotta per riavere il PCI.

Purché il nome Partito Comunista o Partito Comunista Italiano non sia considerato la definizione di ciò che sono ma l’obiettivo, la prospettiva che si sforzano di realizzare. Ciò meriterebbe il consenso e la solidarietà di tutti noi.

Occorre riprendere un tema già accennato: non può essere definito comunista un individuo bensì un partito. È quest’ultimo che definisce l’identità (comunista) di chi lo compone e non viceversa. Così come è la squadra, dovendo corrispondere a precisi requisiti, che definisce il calciatore mentre un certo numero di persone (amanti o esperte del calcio) che si riuniscono, per esempio, in una pizzeria, non fanno di per sé, solo per questo, una squadra di calcio. Non può esistere un metro per misurare se una singola persona è comunista (neanche se conosce a memoria tutti i libri di Marx e Lenin) mentre esiste, preciso e infallibile, quello per definire la natura di un partito. Non sono possibili vie intermedie: un partito o è comunista o non lo è, dobbiamo fare piazza pulita di quelli “un po'” comunisti.

Un esempio base (che può essere arricchito o aggiornato dall’esperienza successiva) di come si può verificare l’autenticità di un partito comunista è certamente il succitato art. 1 dello Statuto del Partito del 1921. Le varie posizioni che ho criticato fin qui – in ultima analisi, per un motivo o per l’altro – non possono concordare con ciascuno dei principi lì contenuti. Solo per fare due esempi. Il partito comunista è tale quando svolge la funzione di reparto di avanguardia della classe operaia ma – al tempo stesso – è parte integrante di essa e in grado di interagire con la sua maggioranza.

Oppure la sua vita concreta quotidiana scorre su due “binari”: il centralismo democratico, da un lato, e il costruttivo e costante esercizio della critica e dell’autocritica, dall’altro.

Eppure, chi non vuole perdere tempo in discussioni astratte e speculative, deve partire da questo rilievo: fino ad una generazione fa eravamo molto forti e – fino a poco prima – il più grande Partito Comunista dell’occidente, uno dei più forti e prestigiosi al mondo (posizione mantenuta dalla seconda guerra mondiale).

Non è una normale sconfitta, neppure un rovescio, quel che ci è accaduto, considerando quanto siamo pochi, divisi (mi permetto di aggiungere, autocriticamente, anche un po’ confusi), isolati dalle masse e scollegati dalla realtà.

Dopo il 1905, Lenin insistette molto sulla necessità (in certi frangenti storici) di una “scienza della ritirata”. Di essa, nell’ultimo quarto di secolo, non ho avvertito l’esistenza nel nostro paese ma oggi – seguendo l’indirizzo di Lenin – abbiamo bisogno di una “scienza” della rapida (in termini storici) riconquista del consenso e del proselitismo tra le masse proletarie e lavoratrici.

Più precisamente, avremmo bisogno di un primo periodo di rigenerazione, di smaltimento delle scorie ideologiche (e non solo) del quarto di secolo che abbiamo alle spalle e di avvio di un reinsediamento nella classe e tra le masse, riconquistando un collegamento pieno con la società e i suoi processi.

Successivamente, per un periodo un po’ più lungo, dovremmo passare alla fase vera e propria di accumulazione delle forze. Si tratta, detto grossolanamente, di avviare un “processo di riproduzione allargata” il quale, però, può essere solo l’approdo di un suo inevitabile presupposto che chiamerei:

 

 

 

Negazione della Negazione

 

È un termine ostico, forse impopolare ma deriva dal cuore della nostra filosofia, è essenziale nella concezione della natura e della storia, cui ha dato un particolare contributo anche Engels e poi Lenin, specie in “Materialismo ed empiriocriticismo”.

La tesi, in breve, è che la negazione dello scioglimento del PCI, la “Rifondazione” – che non è giusto ridurre agli attuali militanti del PRC – è completamente fallita, come negazione, ossia come tentativo di mantenere in vita il PCI o di “rifarlo”.

Quando una negazione fallisce (o è errata) ciò è, per così dire, un “vantaggio” per la realtà che voleva negare: infatti, salvo eccezioni (che confermano le regole) dai primi anni ’90 fino ad oggi (si potrebbe dire) c’è stata un’interminabile scia di abbandoni della Rifondazione verso l’altra parte, che oggi è il PD (per altri aspetti LeU) con qualche “avanguardia” particolarmente coraggiosa, giunta fino al nuovo partitino di Renzi, oppure altri sono semplicemente tornati alla propria collocazione originaria.

Se vogliamo rimediare a questo fallimento – anche perché lo scioglimento del PCI ha provocato solo guai e danni gravissimi al paese, ai lavoratori, alla sinistra – è necessaria una negazione della Rifondazione (cioè di quella che è fallita) la quale sia tutto il contrario del “ritorno” al PD o della sua semplice scomparsa. Per questo, come è stato fatto in altri momenti storici dal movimento operaio comunista internazionale e anche in Italia, dobbiamo rompere fino in fondo con gli errori e gli indirizzi inutili degli ultimi decenni.

Questo sforzo, un po’ l’equivalente di quel che è stata la scissione di Livorno e poi la emancipazione del Partito dal bordighismo e di seguito il “partito nuovo” del dopoguerra, non è stato fatto ancora come si deve; non nel modo scientifico e organico necessario ma riducendosi ad atti parziali, superficiali, transitori.

La negazione della negazione è una precondizione dell’unità, altrimenti questa può risolversi in fallimentari tentativi di resuscitare vecchie esperienze.

Solo per limitarmi ad un esempio, l’ultimo trentennio ha prodotto un tipo di partito-stalattite, direi. Ossia, i fattori dei suoi rapporti (non a caso sempre più limitati) con la classe dipendevano dall’alto (come le stalattiti che scendono dalla volta delle grotte): generosi spazi sulla stampa e in tv (soprattutto Bertinotti); finanziamenti pubblici pari all’80-90% delle entrate; gruppi parlamentari e seggi nelle autonomie locali (per non parlare di assessorati e posti di governo) grazie a provvidenziali leggi elettorali e coalizioni, e altro ancora.

Per motivi che ora non tratto la stalattite è stata tagliata, è a terra e non si rialzerà mai più se aspetta di farlo grazie “al tetto”, come una volta.

Il PCI, invece, per la maggior parte della sua storia è stato un partito-stalagmite (si elevava verso l’alto, alimentandosi dal terreno). Se ha vinto una guerra, ha avuto un giornale tra i più diffusi (quindi spazio sulla stampa e un pochino in tv), dei gruppi parlamentari, delle sedi, tutto ciò se l’è conquistato con le lotte, con la forza e il radicamento nella classe operaia e in certi momenti anche con le armi in pugno.

Senza negazione della negazione, non ci libereremo a sufficienza delle devianze ideologiche e delle illusioni della stalattite. Sembra incredibile ma sono molti più di quanto si creda, tra noi, quelli ancora succubi di tali concezioni. Il nostro futuro, se così posso dire, è nella stalagmite: possiamo ridiventare forti solo ricominciando dalla conquista del consenso e del proselitismo tra i proletari e solo così arriveremo (perché no?), al momento giusto, ad avere gruppi parlamentari, spazi in tv e quant’altro possa servire alle nostre lotte. Per questo deve essere ben chiaro che

 

L’osteria ha bisogno della vigna

Se non si semina, non si coltiva per poi vendemmiare, è inutile aprire l’osteria e millantare la bontà dei vini che potremmo servire. I dirigenti della Rifondazione hanno trascurato la vigna perché si sono ubriacati e per molto tempo, altri, hanno continuato a vendere vino ma raschiando, se mi spiego, i barili del PCI, le cantine e le riserve derivanti dalla sua lunga, sofferta e prestigiosa storia.

Ho l’impressione che molti vogliano atteggiarsi a osti (magari stellati) ma non abbiano alcuna voglia di mettersi gli scarponi e calcare il fango per ridare vita ai filari e produrre l’uva per il nostro vino, prima di incassare i proventi della sua vendita.

Per questo la strategia deve fondarsi sulla capacità di radicamento, reclutamento, orientamento e organizzazione tra le vaste masse operaie e lavoratrici. Per questo ci vogliono i quadri adatti, una formazione intensa, perché per diventare di più bisogna innalzare enormemente le nostre capacità di interagire con la classe e con le masse conquistando da noi, con il nostro lavoro produttivo diretto (potrei dire) la forza di cui abbiamo bisogno.

Mi viene in mente il compagno Cacciapuoti, quando dirigeva la federazione napoletana nel dopoguerra: se i funzionari del Partito dovevano prendere lo stipendio e la cassa era vuota gli dava i bollini delle tessere, dicendo loro di procurarselo con i versamenti degli iscritti al Partito.

L’esito della negazione della negazione, dunque, fuor di metafora, è la capacità (nelle condizioni dei nostri tempi) di radicamento, proselitismo e conquista del consenso tra le “nuove” masse proletarie cui facevo cenno all’inizio di questo testo. Per arrivarci, con gradualità, realismo ed effettiva capacità unitaria, bisognerà perseguire – questioni che ora non tocco – una svolta che ci permetta di superare l’immobilismo politico e il primitivismo organizzativo i quali – separatamente o variamente dosati tra loro – sono le cause delle nostre principali difficoltà e derivano da una sorta di analfabetismo ideologico di ritorno (o funzionale) cui ho già fatto cenno.

Questo ci aiuterà molto per liberarci dalla stupida guerra di posizione condotta in questi decenni e che ci ha logorato così tanto ricomponendo l’attitudine alla divisione, per così dire, tra lavoro manuale e intellettuale, ricordando che già Lenin ebbe a scrivere che i bolscevichi sono nati nella lotta anche contro l’anarchismo e il rivoluzionarismo senza partito (e il pensiero di Gramsci coincide pienamente con ciò). Soprattutto, dobbiamo puntare uniti alla riconquista di un grande traguardo, ovvero la capacità di agire tutti insieme sulla base del principio che gli interessi (o le motivazioni) di carattere personale, particolare e immediato sono subordinati a quelli collettivi, generali, di fondo (o di prospettiva) e, anzi, i primi si realizzano nei secondi.

Per questa via, anche noi potremo avere la nostra “svolta di Lione”, il nostro partito proletario di tipo nuovo e resistere a questo presente così difficile e fosco, riconquistando con la nostra opera, senza attendere che ce le regali qualcuno, fiducia nella lotta e speranza nel futuro.