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Montevideo, 5 novembre 2020

 

Freddy, il governo di Ivan Duque ha dichiarato, a livello internazionale, che l’accordo di pace, firmato a novembre 2016, da parte dello Stato si sta rispettando, fatti salvi gli inevitabili aggiustamenti nel cammino. Eppure, qui in Uruguay giungono continuamente notizie di omicidi di ex combattenti e di leader sociali. A che punto si trova realmente l’accordo di pace nei territori?

C’è un precedente importante, dato dai 53 anni di lotta delle FARC come movimento armato e soprattutto dalla ricerca continua della pace a partire dai primi contatti con il governo negli anni ’80, attraverso il processo di pace avviato dalla commissione “La Uribe”, conclusosi con un fallimento. La pace è sempre stata il vessillo di questa organizzazione. Quando nel 1990 l’M19 depone le armi, si giunge alla formulazione della Costituzione nell’anno successivo, ottenendo in questo modo la modernizzazione di una Carta fondamentale già vecchia di cent’anni e che era stata supporto di un apparato statale che aveva operato, con il sostegno delle forze armate, in perenne stato di eccezione. Ecco perché qui non c’è mai stata la necessità di un colpo di Stato, del tipo di quelli sofferti in altre parti dell’America Latina, ma in fondo gli interessi tutelati erano gli stessi cui rispondevano le dittature del Cono sud e del Centro America.

È per questo che il problema costante della Colombia, cioè quello della distribuzione della terra, è stato al centro delle rivendicazioni delle FARC come organizzazione guerrigliera nei suoi 53 anni di lotta, e, benché le FARC non abbiano partecipato all’estensione della Costituzione del ’91, poiché non ne vedevano le condizioni necessarie, purtuttavia nutrirono la speranza che essa avrebbe rappresentato un passo in avanti nel superamento di questa storica difficoltà. Da allora sono passati quasi trent’anni e nel frattempo la concentrazione della terra in Colombia non ha conosciuto nessun processo di democratizzazione, al contrario c’è stata una iperconcentrazione della proprietà, dietro una facciata democratica, puntellata dall’apparato militare, con la conseguente crescita del liberismo economico a scapito dei contadini esclusi.

È in questa direzione che ha operato il governo di Álvaro Uribe, coperto dietro il nome di Sicurezza Democratica, con una serie di politiche basate sulla violenza mai denunciate a sufficienza dagli organismi multilaterali e internazionali. Si sono perse molte vite e al tempo stesso la proposta politica e l’azione delle FARC sono state sottovalutate e disprezzate, additando a livello internazionale l’organizzazione come terrorista, cosa che è rimasta nell’inconscio collettivo. Quindi, firmata la pace nel 2016, si avvia il proposito di tradurre in realtà l’accordo, specialmente nel punto fondamentale relativo alla proprietà della terra, che rappresenta una pietra angolare, lì si stabilisce di distribuire ai contadini senza terra 3 milioni di ettari in quindici anni. Ebbene, a un anno e mezzo dall’inizio del governo Duque, assistiamo all’inosservanza quasi totale dell’accordo: solo si sono compiute alcune singole azioni e, dopo ben tre governi successivi, siamo al 15% dell’adempimento degli impegni assunti dal governo colombiano.

 

Voi vedete volontà politica da parte del governo per la messa in atto degli accordi?

Non la vediamo, quello che c’è è simulazione. Il Piano Nazionale di Sviluppo del governo Duque non considera l’accordo come un elemento centrale ma come qualcosa di generico, e i suoi punti specifici non vengono assunti nel Piano Nazionale, per impedire che l’impatto dell’accordo di pace sia percepito nella sua integrità come una vittoria sociale della lotta politica, e al massimo sono presentati come azioni isolate e singole decisioni del governo. Sul piano elettorale i risultati sono piuttosto complessi: in primo luogo il referendum che doveva ratificare l’accordo è stato sconfitto, anche se di poco, nelle urne; in secondo luogo il presidente eletto dai colombiani è stato Ivan Duque, che aveva inserito nella sua campagna elettorale lo smantellamento degli accordi. Allora, delle due l’una: o la popolazione non è d’accordo con l’attuazione degli accordi di pace o piuttosto la mobilitazione osservata delle masse in appoggio all’attuazione degli accordi stessi si pone in contrapposizione ai risultati elettorali.

Attualmente, una fetta consistente della popolazione accompagna il processo di pace, e questo si vede nelle manifestazioni che si sono registrate negli ultimi messi, a partire da quella del 21 novembre. Ciò rappresenta un fatto senza precedenti nella storia della Colombia, una cosa mai vista, che pensavamo fosse propria di altri Paesi, ma ora vediamo che uno dei punti più attuali, dato che la mobilitazione continua fino al 21 gennaio, da parte dei diversi settori sociali è la difesa del processo di pace: per questo annotiamo con piacere che una gioventù, finora lontana dalla lotta politica, finalmente ora si esprime. Per il momento sono espressioni al margine di manifestazioni di partito, ma sappiamo comunque che ogni forma di lotta sociale ha come inevitabile punto d’arrivo la lotta politica. Quindi la ricostruzione di un certo tessuto sociale deve riversarsi in un risultato politico che guardi alle elezioni del 2022.

 

Infine, quali sono in prospettiva le possibilità di attuazione degli accordi di pace in questi tre anni che ancora mancano alla fine del governo Duque?

Il cammino non è facile, perché questa oligarchia sta agendo all’ombra di organizzazioni armate molto diffuse nel Paese e lo Stato non dà segni di preoccuparsi per la difesa della vita dei leader e in particolare degli ex combattenti delle FARC, e questo è molto preoccupante: per esempio, durante i cinque anni di negoziati il governo degli Stati Uniti ha accompagnato attivamente il processo di pace, perché da parte sua c’era ottimismo nel credere che, estromettendo le FARC dalla difesa dei territori, poteva svilupparsi una politica di saccheggio come quella di cui parla Eduardo Galeano nel suo libro Le vene aperte dell’America Latina. Il governo USA pensava di consolidare in questo modo il modello neoliberista, com’era successo in precedenza in Cile, senza rendersi conto, però, che al tempo stesso si stava costruendo una grande forza in difesa dei diritti fondamentali dei lavoratori, in difesa della vita e dell’ambiente, ragion per cui le politiche estrattiviste hanno dovuto fare i conti con comunità organizzate che hanno impedito il saccheggio, difendendo al contempo gli accordi di pace.  Di qui l’ondata di violenze che è costata la vita a 700 leader sociali e a 180 ex combattenti.

Perciò vediamo che sta tornando una guerra con tinte marcate nei territori, una guerra che si presenta in forme diverse, utilizzando i cosiddetti “dissidenti” e altri gruppi del narcotraffico molto organizzati, questo in presenza di una fortissima corruzione dentro le forze dello Stato, altrimenti non si spiega come questi gruppi possano agire impunemente in territori dove pure sono presenti duemila, quattromila, cinquemila e fino a ventimila effettivi dell’esercito e della polizia mandati lì presuntamente per combattere certi fenomeni. Per questa ragione pensiamo che questa guerra politica e questa guerra giuridica saranno più difficili della guerra militare. Per questo è necessario avere ben chiaro che stiamo facendo uso di tutti i meccanismi in mano alla democrazia per garantire la pace.