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La situazione riguardante il pagamento degli ammortizzatori sociali, continua a segnare il passo. Infatti, nonostante l’incertezza dei dati forniti, tale informazione rimane avvolta da un ingiustificato mistero. Il presidente del Consiglio di indirizzo e Vigilanza INPS, Guglielmo Loy, ha affermato nel settembre scorso che «… il differenziale tra le domande presentate e quelle autorizzate è ancora alto, siamo intorno alle 200mila domande».

Si comprende bene che se tali dati fossero confermati, ci troveremmo dinnanzi ad una situazione devastante per migliaia di lavoratori e per le loro famiglie.

Già negli scorsi mesi, lo stesso Istituto di Previdenza aveva elaborato una propria informazione grafica (si veda anche: https://public.flourish.studio/visualisation/4249186/), in cui viene evidenziato un numero enorme di lavoratori che non aveva e non ha ancora ricevuto alcun compenso già a partire dal mese di Febbraio e/o Marzo 2020 (si veda in particolare la successiva tabella con i dati aggiornati al 3 Novembre scorso su Fonte INPS e riportato da numerosi organi di stampa, N.d.R.).

Ma a fronte di tale contesto e tenuto conto che le società non hanno anticipato alcuna integrazione, ma, nei fatti, hanno chiesto il pagamento diretto di tale trattamento da parte dello stesso Istituto di Previdenza, risulta che la stragrande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori, in particolare collocata nei settori dei servizi (pubblici esercizi, alberghi, servizi di pulizia, commercio, terziario e commerciale in genere, ma anche settore artigianale produttivo), riceve l’integrazione con notevole ritardo pari ad almeno 3 o 4 mesi di distanza con fortissimi e insostenibili disagi che sono di fronte a tutti!

Disagi che si continueranno a perpetrare in sfavore della classe lavoratrice almeno fino al 31 marzo prossimo, alla luce delle previsioni della prossima Legge di Bilancio (ex Legge Finanziaria), con l’estensione di ulteriori 12 settimane di ammortizzatore sociale.

È naturale che in questa situazione, le lavoratrici e i lavoratori siano spinti a guardare oltre la prospettiva del proprio posto di lavoro e purtroppo tanti, per poter fare fronte alle scadenze riguardanti gli impegni con le proprie famiglie (pagamento mutui, utenze, sostegno figli, ecc.), ricorrano a lavori saltuari e occasionali che spesso ricadono in una “zona grigia” dal punto di vista della legalità e dei diritti. Diritti, che in tale contesto, risultano fortemente messi a dura prova da un meccanismo farraginoso e incerto che non garantisce un’adeguata continuità dei pagamenti, che semmai ne accelera l’incertezza e la precarietà, ma soprattutto impone al lavoratore di dover scegliere tra la salute (evitare il contagio) e l’incertezza di un reddito certo e in molti casi, appunto, la propensione cade su questa ultima ipotesi con il conseguente indebolimento del quadro di diritto; cioè, il lavoratore, per poter fronteggiare la propria situazione di difficoltà viene costretto dal meccanismo padronale ad accettare anche lavori ultra precari che tendono all’azzeramento dei diritti. Pensiamo, infatti, a lavori saltuari e/o occasionali (per rimanere nell’ambito della legalità), dove ferie, malattia, infortunio non sono nemmeno garantiti.

Ora, in questa situazione, mentre 14 milioni di lavoratori attendono il rinnovo contrattuale, dove lo stesso rinnovo, secondo la visione del “rivoluzionario” Bonomi (presidente di Confindustria, N.d.R.), prevede una riduzione, oltreché del salario reale, anche dei diritti in nome della flessibilità (di orario, di produttività, ecc.) e della competitività sui mercati internazionali; grazie agli ammiccamenti di questi giorni tra un altro ex “rivoluzionario” (Landini) e le controparti padronali; sarebbe opportuno avanzare verso una strategia che abbia un ampio respiro che tenga conto anzitutto di questi fattori: 1. La pandemia non verrà debellata in breve tempo; 2. La reale ripartenza delle attività non avverrà subito dopo l’annullamento del virus ma richiede tempi progressivi notevolmente più lunghi per riportare la situazione al pre Covid.

 

 

 

Le proposte nell’immediato per un sindacato di classe

 

Tenuto conto di quanto sinora detto non solamente in maniera paradigmatica, il sindacato di classe in questo momento ha difficoltà nel proporre una iniziativa generale, ma deve ripartire ad aggregare sulla propria linea di classe e di proposta (accumulazione delle forze di leniniana memoria), che non sia solo difensiva, ma soprattutto rivendicativa, per chiedere aumenti salariali veri e non scambiati con incrementi di sanità integrativa e di previdenza integrativa come fanno i sindacati confederali che, anziché chiedere aumenti salariali adeguati, spostano tali aumenti alle suddette prestazioni integrative.

Avanzare nella richiesta di aumento di salario, della riduzione dell’orario di lavoro generalizzato, ripristinare i diritti sospesi con la fase pandemica, aumentare i livelli di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro che in Italia rasentano livelli da paesi sottosviluppati, pretendere i pagamenti degli ammortizzatori sociali in corrispondenza delle normali scadenze di paga, siano essi anticipati dal datore di lavoro, sia attribuiti dall’Istituto di Previdenza con incrementi delle stesse integrazioni.

Nel contempo è opportuno avanzare la proposta per una Sanità Pubblica e Universale che garantisca tutti, in particolare le persone più deboli, sul piano economico che anche la stessa emergenza sanitaria ha messo in luce.

Una Sanità Pubblica che dopo anni di pesantissimi tagli grazie alle politiche dei governi filo padronali di centrodestra e centrosinistra, deve essere messa in grado di poter operare adeguatamente con incremento dei posti letto e delle prestazioni sanitarie nel complesso, dotando tutti gli operatori dell’ambito sanitario di stipendi adeguati anche alle condizioni riguardanti l’attuale fase.

Avanzare nella richiesta di Servizi Pubblici garantiti e gratuiti (Trasporti, Scuola, ecc.) potenziando gli stessi con risorse che oggi vengono continuamente sottratte in favore dei servizi privatizzati e a pagamento. Chiedere adeguati incrementi salariali per i lavoratori che, come nell’ambito sanitario, stanno attualmente operando con notevoli rischi per la propria salute per salari da fame, incrementando semmai i loro diritti e mantenendo la garanzia del servizio pubblico (es., no alla privatizzazione di ATM, no ai dirigenti scolastici padroni e alla scuola-azienda, ecc.), praticando, nel contempo, una opportuna politica di contenimento delle tariffe in particolare per le classi popolari.

Favorire infine un fronte unitario delle lavoratrici e dei lavoratori in ogni luogo di lavoro a cui si aggreghino anche i lavoratori precari, finti-parasubordinati ecc., basato anzitutto sul rifiuto dell’accordo del 10 gennaio 2014 e di tutti gli accordi (in particolare quelli sottoscritti dalle confederazioni collaborazioniste), che in questi anni hanno significativamente peggiorato le condizioni di vita e di lavoro di milioni di lavoratori.

Per fare ciò, quindi, è fondamentale ripartire dai luoghi di lavoro per costruire e avanzare, con il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori in una richiesta di maggiori diritti e salario e contemporaneamente in una richiesta di dignità che contrasti le lente e inesorabili condizioni di barbarie che il padronato sta imponendo alla classe operaia e alle classi subalterne e popolari.