Chi ha la mia età ed è stato iscritto al partito comunista di certo ricorderà l’istituzione della bibliotechina, che nelle sezioni non mancava quasi mai. 

A me è capitato di vederne parecchie, perché ogni volta che un locale veniva sbaraccato per una delle motivazioni che portarono negli anni alla chiusura di quei fondamentali momenti di socializzazione, prima di buttare quei libri, i compagni si preoccupavano di farmeli vedere, casomai ci trovassi qualcosa da conservare nel deposito personale di volumi, che mi ha seguito in ogni casa nella quale mi sono spostato nelle mie incessanti peregrinazioni.

Trovarmi di fronte a quei volumi, quasi sempre poco sfogliati, e a volte con le pagine ancora intonse, da tagliare, era insieme una pena e un viaggio nel passato. C’erano resoconti di viaggi a Mosca, atti di congressi, opuscoli con discorsi parlamentari di Togliatti, romanzi, poesie, e saggi di varia natura, che avevano superato la censura del segretario di sezione e che qualche rara volta erano stati letti dalla favolosa nostra “base”. 

In quelle occasioni verificavo una sorta di legge. Le bibliotechine di sezione in genere c’erano, e risultavano abbastanza fornite, in quelle organizzazione di base dove era anche normale che ci fossero compagne in grado di cucinare alle feste dell’Unità, preparando le loro specialità gastronomiche in quantità industriali. 

A quelle sezioni ti potevi anche appoggiare per attaccare gli indirizzi sul periodico di federazione, che poi portavi alle poste per le spedizioni. Insomma: se c’era la bibliotechina c’era anche il bar e funzionavano anche le altre attività sulle quali si basava l’autofinanziamento. Ed era uno degli indicatori dell’esistenza di un mondo, di un sistema di relazioni, di una comunità, che Pasolini chiamò, bontà sua, “il paese pulito in un Paese sporco”. 

Tuttavia, una cosa non c’era mai: le riunioni venivano convocate d’intesa con l’organizzatore della federazione, e i temi venivano concordati sulla base di campagne nazionali o cittadine, nelle quali non c’era spazio per la lettura in comune e per la discussione preventiva o successiva su testi particolarmente adatti.

A volte, nei telefilm ambientati nella provincia inglese o americana si scopre che da quelle parti c’era l’abitudine (che forse c’è ancora) di leggere libri e di commentarli in società. Viste lì sembrerebbero occupazioni da casalinghe annoiate o poco di più. Eppure, nel primo dopoguerra non erano rare le occasioni “di partito” nel corso delle quali si dibatteva di cultura popolare, e di letteratura rivoluzionaria, con tanto di concorsi e di premi nazionali e locali, come il premio dell’Unità (il quotidiano fondato da Antonio Gramsci e affossato da altri) che negli anni cinquanta fu vinto a Fermo dal sottoproletario disoccupato Luigi Di Ruscio, in una sezione della quale era segretario Franco Matacotta.

Quando si ripensa alle vicende, non sempre lineari ma sempre antifasciste ed egualitarie, di quel mondo del quale qualcuno sta giustamente celebrando i cento anni dalla fondazione, quasi mai si valorizza il nesso che pure ci fu, molto esplicito e molto forte, con la costruzione e con la faticosa tessitura e l’ancor più complicato mantenimento in vita della cosiddetta egemonia culturale, che passò per le case della cultura, le riviste, gli Editori Riuniti, e – perché no? – per le bibliotechine di sezione, polverose e poco usate, eppure presenti, come il ritratto di Giuseppe Stalin. 

Chissà mai se qualche oscuro laureando non le abbia studiate? Ormai sarebbe troppo tardi. Ma quando ancora il Pci c’era, con le sue sezioni, i comitati comunali, federali e regionali, le case del popolo e le case della cultura, una tesi che avesse studiato e comparato i cataloghi di quei depositi di libri oggi sarebbe una lettura commovente e preziosa. 

Salendo le sdrucciolevoli scale della nomenclatura, si arriva più in alto. Dove ho avuto la discutibile fortuna di capitare. Che io ricordi, a Botteghe oscure c’era la libreria Rinascita, molto ben fornita, ma non esisteva una biblioteca interna.

Tuttavia, chi veniva eletto al comitato centrale riceveva il pacco con le novità degli Editori Riuniti. Una delle tante controprove dell’utilità assoluta dell’oro di Mosca, stupidamente rifiutato dal Berlinguer peggiore e da tutti coloro che lo hanno seguito nell’errore. Quei pacchi arrivavano in federazione, e a volte mi riusciva il colpo di impossessarmene, in base al discutibile principio, parecchio diffuso nel movimento studentesco delle sedi universitarie con librerie Feltrinelli, che rubare libri non costituisse reato.

Ricordo che c’erano compagni abilissimi nell’arte del furto alla Feltrinelli, che raccoglievano le nostre ordinazioni e poi riempivano capaci borsoni che ci aiutavano parecchio ad approfondire i nostri errori e le nostre giuste convinzioni.

Peraltro, anche ai tempi del movimento del sessantotto non ricordo riunioni dedicate all’approfondimento collegiale dei testi principali che leggevamo in assoluta solitudine. 

Essendo le biblioteche pubbliche il luogo dove prepararci per gli esami, mentre le riunioni dove il privato era politico servivano per le nostre primitive congiure di sottoscala, per la presa dell’effimero potere in assemblea contro quegli altri, con la linea troppo sbagliata per giustificare una alleanza, sia pure momentanea e/o tattica. Il personale era politico, ma i libri erano un’esperienza necessariamente privata. Dal libro su Pinelli di Camilla Cederna, alle Divergenze tra il compagno Togliatti e noi, da la Storia mi assolverà di Fidel Castro, alla Lettera a una professoressa di don Milani. 

Nelle nostre stanze in affitto, dove le pulizie venivano fatte di rado e la confusione regnava sovrana. 

Salvo quando succedeva di farsi una donna sposata, che tirava tutto a lucido, per una botta di buon cuore e per conservare la priorità acquisita.

1. Sul ruolo del collettivo

Eppure, non avevamo niente contro il collettivo. Che nel vocabolario è uno sviluppo del verbo cogliere. Derivato dal latino classico colligere. A sua volta composto da cum e legere: come dire raccogliere, riunire assieme. Per fare che? La qualsiasi, naturalmente. Ma perfino cose buone e giuste.

Non è che non fosse chiaro che le scelte principali andassero preparate e confrontate con il maggior numero di compagne (preferibilmente avvenenti e tolleranti) e di compagni (preferibilmente disponibili alla sintesi). Il ruolo del collettivo era essenziale perfino all’interno del partito, nei rituali della federazione. 

Quando arrivavamo nei nostri uffici, ogni altro impegno era preceduto dalla lettura e dal commento collegiale dei quotidiani. Soltanto dopo esserci confrontati sugli avvenimenti del giorno, internazionali, nazionali e soprattutto locali ci si metteva al telefono per dare e ricevere consigli, o alle macchine da scrivere sequestrate nelle case del Fascio ma perfettamente funzionanti, a scrivere articoli per l’edizione regionale dell’Unità (sulle cartelle stampate in rosso, che fissavano le righe), o il testo dei volantini, sempre troppo lungo, o i pezzi per i giornaletti nostri, che avremmo impaginato e illustrato personalmente nella tipografia artigiana del compagno Zoppi, dove gli anarchici stampavano l’internazionale.

Ma l’uso del collettivo, la pratica del tenere in vita il rivoluzionario collettivo, non si esauriva di prima mattina, nella lettura e nel commento dei quotidiani. C’erano tantissime riunioni. Di segreteria, di direzione, di comitato federale, di sezione (la sera, in giro per la città e per la provincia) dove la politica era soprattutto un uso sistematico del confronto collettivo, che tuttavia si concentrava soprattutto sulle urgenze della cronaca, e dove i libri erano mal visti, o comunque non visti. No-book, diciamo. 

Se ti era successo una volta di infilare una citazione in un ragionamento, ed eri stato trattato malissimo, da “intellettuale” (una parolaccia molto offensiva, vista come l’antitesi del benedetto pensiero operaio, e della spontanea saggezza proletaria) non lo facevi più. E mai e poi mai capitava una riunione dove qualcuno ti spiegava il valore di un testo. Anche se tu, volendo, eri libero di farlo. Ricordo di aver tenuto una lezione in federazione sull’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Per dire. Nel salone del comitato federale.

Ma di libri ne ho sentito parlare molto soltanto quando sono diventati di gran moda gli assessorati alla cultura, grazie all’estate romana di Renato Nicolini e allora era tutto un presentare autori e libri, quasi ogni settimana. 

Il collettivo c’era, e a suo modo funzionava. Ma incombeva la cronaca che assorbiva ogni volontà di approfondimento, anche quando ci fosse stata. Il collettivo andava orientato. Ricordo l’estate di Praga, quando il collettivo era tutto schierato con i carri armati sovietici, e io dovevo fare il guastafeste, “quello della federazione” che non faceva affiggere i manifesti già stampati nella sezione di Castelfidardo, e il giorno dopo doveva combattere con i compagni della casa del popolo del borgo San Giacomo di Osimo, per provare a convincerli che a Praga si stava contrapponendo lo stalinismo e il riformismo, e che non c’era nessun complotto internazionale da sventare.

Stava terminando una estate calda. Avevo ascoltato quasi ogni giorno radio Praga in lingua italiana, ed ero preparato a controbattere e a fermare ogni spinta istintiva di chi onestamente stava con l’Unione Sovietica a prescindere.

Anche volendo era inevitabile fermarsi lì. 

Non c’era spazio per inventare un seminario su Vàclav Havel, e tantomeno su Jana Černà, o Bohumil Hrabal, che sarebbero stati peraltro passaggi essenziali per la crescita della consapevolezza del collettivo, ma che solo a proporli al compagno organizzatore avrebbe significato dimostrare insensibilità e metastasi diffuse di deformazioni piccolo borghesi, avventuriste e schizofreniche.

E siccome ogni giorno ha la sua pena, e soprattutto siccome non si aumentano voti e iscritti promuovendo dibattiti sui libri e sugli scrittori dei medesimi, e meno che mai si fa carriera politica, il collettivo – almeno quello che ho frequentato io, come preciserebbe Orwell – non si è mai imbattuto in un ciclo di riunioni appositamente predisposte allo scopo di mescolare passato e presente, poesia e prosa, e cultura con lotta di classe. 

Dopo di che è anche potuto accadere che io riuscissi a fare cose da solo. Una delle ultime è stata la ricostruzione del percorso di vita del poeta Franco Scataglini, affidata al prezioso Massimo Raffaeli all’interno del circolo del Pd di Vallemiano, in Ancona.

Ma la lettrice e il lettore che stanno seguendo quello che mi sforzo di esporre, a fatica e con dolore, avranno chiaro che l’eccezione non conta, come non contano i convegni nazionali o locali, e i dibattiti sui giornali. E il prezioso lavoro dell’Arci.

Spero che sia chiaro quello che sto sostenendo: nel funzionamento del grande partito di massa che era riuscito a conquistarsi meritoriamente l’egemonia culturale in Italia, da un certo momento in poi e nonostante la presenza delle commissioni culturali e dell’attenzione costante per il tema, è venuto a mancare il propellente, la spinta propulsiva per poter fare cultura nel collettivo, e quindi nelle masse degli iscritti è scomparsa la possibilità di una crescita culturale che fosse frutto di un lavoro costante comune.

Traccia dell’esigenza restarono gli stand di libri nelle feste dell’Unità, nei programmi delle quali non mancò mai la presentazione di autori e di libri, che tuttavia non facendo più parte dell’ordinaria attività delle sezioni da quel momento rappresentarono piuttosto un tenero ricordo del passato piuttosto che una indicazione di lavoro quando, finita la festa, il santo sarebbe stato inevitabilmente gabbato.

2. E allora, che fare?

Domanderebbero Vladimir Lenin, e Nikolaj Černyševskij. Come metterci una pezza? 

Oramai è tardi per mettere le dita nel buco di una diga che è crollata allagando e proponendo improbabili e diffuse resilienze. 

Peraltro, un tentativo di riannodare quel filo di cui sto scrivendo mi pare sia negli intenti della direzione di “Cumpanis”, che – non certo per caso – dà molto spazio alla riproposizione critica di molti autori che costituiscono il patrimonio della letteratura mondiale, ricostruendone con particolarissima attenzione i legami con il percorso della vecchia talpa, allo scopo di ripristinare in qualche modo l’antica usanza della bibliotechina di sezione attraverso le più sofisticate e moderne tecnologie. 

Sinceramente, dopo aver dato una mano a questo lavoro, non saprei da dove continuare se volessimo davvero rimettere in funzione quella tale pulsione che convinse Antonio Gramsci a riempire i suoi quaderni nel carcere, e portò il partito di Palmiro Togliatti ad esercitare sulla cultura nazionale una innegabile e feconda egemonia.

Posso però, a beneficio dei miei tre o quattro benemeriti lettori (e lettrici, che mi si dice esistano) immaginare una situazione da paradiso maomettano, con tutti gli autori dei quali mi sono fino ad oggi occupato impegnati in una riunione collettiva, nel corso della quale si dovrebbe fare un passo avanti nella questione che sto ponendo. Evitando i passi falsi. Mettendo un piede dietro l’altro, come quando ci si avventura nei sentieri di montagna con il burrone al fianco.

Sicché, a questo punto immagino di poter tornare al passato. Quando avevo un ufficio al sesto piano delle Botteghe oscure, nel dipartimento diretto da Adalberto Minucci, nel sotto settore guidato da Luca Pavolini. Per avere la conferma che quel periodo l’ho vissuto davvero in quel ruolo posso esibire l’elenco telefonico interno, dove il mio nome figura all’ultimo posto della lettera G, e il mio interno è il 250. Carta canta.

Sicché posso sfruttare i miei ricordi, e immaginare ora per allora di organizzare una riunione nella peggiore delle sale, quella nel sottosuolo, dove ho presieduto alcune riunioni di responsabili di stampa e propaganda delle federazioni di tutta Italia, per approfondire la questione che sto ponendo. 

Attorno al grande tavolo farei accomodare tutti gli autori che mi sono permesso di mettere nella mia vetrina, proponendoli come punti di riferimento nel complicato cammino di costruzione di una rinnovata identità comunista.

Inviterei i due russi: l’Aleksandr Blok de l’intelligencija e la rivoluzione, e il Nikolaj Černyševskij del Che fare?; metterei dietro al microfono Donatien Alphonse François de Sade, accanto a Luciano Bianciardi, a Franco Cassano, a Peppino Impastato, a Valerio Giacomini, a Luigi Di Ruscio e a Eric Arthur Blair, in arte Georges Orwell, lasciandoli liberi di intervenire sulla mia brevissima relazione, e prendendo pagine di appunti sulle preziose considerazioni che ogni oratore offrisse alla tempesta dei cervelli da me provocata. Appunti preziosi ma riservati, che mi guarderò bene dal trascrivere, ma che terrò ben presenti quando chiuderò la riunione con le immancabili conclusioni, anche per evitare la moda dei confronti sconclusionati, perché siamo liberi di pensarla come ci pare.

La quale innegabile verità non solo non viene contraddetta dall’antica usanza di tirare le conclusioni, ma viene esaltata, perché il documento finale fornisce il materiale indispensabile all’esercizio del pensiero libero, e/o di quello liberato.

3. Concludendo

Dato per assodato che le lettrici e i lettori di “Cumpanis” non subiscono il fascino della neo lingua dei social, e si rifiutano di arrendersi al pensiero unico, occorre confrontarsi su un terreno più accidentato e scivoloso. 

È ragionevole rileggere molti passaggi del mondo classico come fa Blok con la congiura di Catilina? Probabilmente sì. E allora va riletta la storia greca – magari con il prezioso aiuto di Luciano Canfora, ripercorrendo le vicende politiche e sociali dell’antichità alla luce degli insegnamenti di Machiavelli, ma anche delle fantasie di Fëdor Dostoevskij e di Michail Bulgakov, se non altro quando ci propongono una riflessione sulla leggenda del Grande Inquisitore (a partire dalla quale Franco Cassano sviluppa il suo ragionamento sulla Umiltà del male) e un confronto tra Gesù Cristo ed Eode, nella parte centrale del Maestro e Margherita.

Dopo di che, non si può essere comunisti oggi senza riflettere sulla lezione di De Sade, sulla proposta ambientalista di Valerio Giacomini, sulla lotta senza quartiere di Peppino Impastato alle mafie di ogni tipo, anche quando te le trovi in casa, in famiglia, e sulle profonde ragioni del rifiuto delle meschinità piccolo borghesi che in forme diverse ma complementari ci vengono proposte da Luciano Bianciardi e da Eric Arthur Blair, in arte George Orwell. 

A ben vedere esiste una contiguità e una continuità tra l’assalto al torracchione dove si annidano i responsabili dello scoppio della miniera (nella Vita agra) e la contestazione del mito del denaro (in Fiorirà l’aspidistra, e in Omaggio alla Catalogna). Valori fortemente vissuti, anche dal poeta Luigi Di Ruscio, che li distillava, li rielaborava e li trascriveva nelle sue opere mentre fabbricava chiodi nella fabbrica di Oslo.

Non possiamo rassegnarci a morire è il titolo del primo libro di poesie di Di Ruscio. Nel mentre mi permetto una aggiunta a quel formidabile titolo, affermando che non possiamo rassegnarci a morire democristiani, e neppure socialdemocratici, non posso evitare di trascrivere una personale impressione che mi ha colpito nel corso della riunione immaginaria che ho ambientata nel sotterraneo delle Botteghe oscure.

Prendendo appunti mentre ascoltavo gli interventi di quei grandi autori mi è sorto il dubbio che la modernità stia spazzando via la complessità, e che il processo descritto da Orwell in 1984 stia per completarsi, non tanto perché la tecnologia semplifica e impone slogan che soppiantano i ragionamenti, ma perché la finanza globalizzata e la comunicazione a senso unico stanno soffocando la lotta di classe e la solidarietà.

Tuttavia, da Giambattista Vico a Niccolò Machiavelli a Willelm Wundt ci viene una forte ragione di speranza, nella forma del principio dell’eterogenesi dei fini, che il Wundt, da tedesco, chiamò Heterogonie der Zwecke.

Per quanti Mattei Renzi o Carli Calenda o Marii Draghi ci infili nelle ruote la Storia, noi abbiamo fiducia nella vecchia talpa che continua a scavare. E nella possibilità che percorsi “usciti dalla mente spesso diversa e alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari” (Vico) finiranno per essere parte del cammino progressivo dell’umanità, per una felice e fortunata eterogenesi dei fini e per il nostro personale impegno convintamente solidale, egualitario e anticapitalista.