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Abbiamo chiesto al professor Freddy Castro Victoria, docente all’università di Bogotà, studioso, saggista e collaboratore di “Cumpanis”, una sua riflessione

sullo stato delle cose in Colombia. Di seguito il suo contributo

 

Colombia: l’attuale fase politica e sociale

di Freddy Castro Victoria

(traduzione a cura di Nunzia Augeri)

Bogotà, agosto 2020

La congiuntura politica odierna come risultato delle cause storiche è governata dalle linee ideologiche e programmatiche delle politiche formulate e attuate negli ultimi vent’anni, dall’inizio del XXI secolo, durante gli otto anni dei governi di Álvaro Uribe Vélez e di Iván Duque Márquez fino a oggi, con tutti gli episodi di violenza economica e di terrorismo di Stato che hanno imperversato nella recente vita nazionale, come segni di un regime dittatoriale di stampo fascista.

Il bilancio delle violenze degli ultimi dieci anni mette sotto accusa Álvaro Uribe Vélez per la sua complessa e controversa personalità; oggi tutta la società colombiana è molto scossa a causa delle misure giudiziarie prese nei suoi confronti, in base ai reati penali che gli vengono addebitati e che testimoniano la condotta criminale da lui tenuta in tutto il corso della sua lunga vita pubblica. Oggi il presidente Iván Duque Márquez, sul piano personale e come presidente dei colombiani, spinto da solidarietà criminale e in modo incostituzionale, conduce una difesa ufficiosa e fiduciosa a favore di Uribe Vélez, ponendosi contro la Costituzione politica, abusando delle sue funzioni, mettendo in luce le sue origini e la sua prematura carriera politica, corrosa da corruzione e mediocrità, a fronte delle esigenze pubbliche di uno Stato sociale di diritto, come già successe in Europa alla metà del XX secolo nel periodo postbellico.

Per questa ragione costituzionale Duque Márquez risulta inadeguato a servire lo Stato, a gestire la cosa pubblica, e ciò risalta dalla sua evidente incapacità, dall’abuso di potere e dalla mancanza di prestigio del suo governo, che oggi è rifiutato dalla maggior parte della società colombiana, dopo solo due anni di precaria e critica vita politica e istituzionale.

Questo modello di governo autoritario e dispotico imposto alla Colombia affronta in maniera violenta e viscerale i suoi oppositori politici, usando ogni forma di lotta politica, economica, giuridica, comunicativa e militare-poliziesca e combattendo un’autentica guerra dello Stato contro la pace dei colombiani; alcuni lo appoggiano in cambio delle lusinghe e dei tentacoli di un potere imposto   sull’inconscio collettivo di una società segnata dalla manipolazione politica e dai satelliti del potere.

La pace non va mai d’accordo con un sistema di governo come l’attuale. È un regime di guerra e di politica contro la droga, in cui i massacri e gli omicidi possono venir presentati come resa dei conti nella nuova concezione della sicurezza nazionale che vige in Colombia dopo sessant’anni di terrorismo di Stato.

Oggi è facile ricorrere alla scusa della “resa dei conti fra narcos” per mascherare il genocidio sistematico di militanti – donne e uomini – e di ex combattenti delle Farc-Ep, e per giustificare il regime autoritario imposto dall’epoca dello stato d’assedio, oggi noto come Stato d’emergenza o “Stato d’opinione”, che Uribe Vélez impugna per evitare lo Stato di diritto che non garantisce il suo potere dispotico e autoritario, come è successo recentemente con le misure prese contro di lui dal suo giudice naturale, la Suprema Corte di Giustizia.

Secondo l’Osservatorio della droga della Colombia (ODC), che dipende dal Ministero della giustizia, nel 2019 in 173 municipi dove si coltiva la coca, si sono puntualmente effettuati dei massacri ed è stato sollecitato l’uso di glifosato da spruzzare sulle coltivazioni, senza alcuna attenzione per le vite umane e per la salubrità dell’ambiente, come previsto nel punto 4 dell’Accordo finale di pace.

In occasione del recente massacro di Samaniego, dello scorso 15 agosto, i mass media hanno affermato che alcuni membri dell’ELN erano arrivati con le liste in mano per uccidere i giovani che stavano violando la quarantena, mentre neppure la Procura generale della Nazione ha fatto alcun cenno sulla realtà criminale di queste violenze perpetrate contro giovani inermi del dipartimento di Narino.

Nei municipi di Caloto, Cajibío e Piamonte del dipartimento di Cauca, secondo la stessa fonte governativa (ODC) si coltivavano 1.905 ettari di coca; gli abitanti, dopo un’azione di tutela, hanno avuto dalla Corte costituzionale una sentenza a loro favore, la n. 387, che permette la sostituzione volontaria in luogo dello sradicamento forzato.

Malgrado questa decisione costituzionale, le forze armate hanno ignorato la sentenza e con il pretesto della presenza di gruppi armati nel territorio hanno unito il Cartello di Sinaloa e il Fronte Carolina Rodríguez sotto la comune etichetta di “Dissidenza delle FARC”, che non esistono in base all’Accordo finale di pace stipulato nel 2016, quando si lasciarono le armi, e nel 2017 hanno creato il partito politico “Forza alternativa rivoluzionaria del comune”.

In questo modo si ignora la volontà dei contadini circa la sostituzione delle coltivazioni e il governo ricorre alla forza dello Stato per imporre lo sradicamento forzato, che d’altra parte non è possibile eseguire in maniera totale, ma che giustifica il genocidio e la violazione del diritto fondamentale alla vita, con l’uso del terrorismo di Stato; risulta così possibile mantenere lo status quo del narcotraffico e en passant assassinare dirigenti politici ed ex combattenti delle FARC, come parte dell’opposizione politica locale che è necessario eliminare dal contesto politico nazionale per garantirsi l’egemonia politica.

Secondo il Ministro della difesa nazionale, nel paese non si deve più parlare di massacri, bensì di “omicidi collettivi”, per mascherare delitti di lesa umanità come pratica ricorrente della dottrina nazionale e delle sue espressioni nei piani del governo, come la sicurezza democratica del passato e la pace nella legalità di oggi, che Uribe Vélez e Duque Márquez condividono come base ideologica politica e pratica del terrorismo di Stato, che stanno peraltro giungendo alla fine.

La misura di privazione della libertà dello scorso 5 agosto imposta dalla Suprema Corte di Giustizia a Uribe Vélez significa un minimo di giustizia resa dopo quarant’anni di una vita segnata dal delitto e dall’usurpazione del potere di quel personaggio, massimo dirigente del paramilitarismo col suo seguito di massacri, trasferimenti forzati, esecuzioni extragiudiziali, usurpazione di terre, sterminio di dirigenti civili e di ex combattenti delle FAR e soprattutto nemico del bene supremo della pace.

A quella misura si aggiungono la notifica del processo di indagine per i massacri del Aro e della Granja, fra gli altri, e inoltre gli interventi della Corte interamericana dei diritti umani a livello internazionale, e a livello nazionale della Corte Suprema di giustizia, per i crimini di lesa umanità attribuiti a Uribe Vélez come mandante o corresponsabile, insieme con i gruppi paramilitari del dipartimento di Antioquia, dei fatti criminali del 1997, durante l’esercizio del suo mandato; fatti ampiamente documentati e già trattati dal Tribunale superiore di Antioquia e dalla Procura generale della Nazione, che peraltro fino ad oggi non hanno emesso alcuna decisione.

Tutto ciò significa che la giustizia arriva sia pure tardi a interessarsi di questi crimini di Stato, ma denuncia anche la grave crisi delle istituzioni colombiane, giacché è stato necessario l’intervento della magistratura per avere giustizia, coerentemente con il sistema di check and balance ispirato dal modello liberal-borghese di Rousseau e di Madison, per impedire il totalitarismo e la distruzione dello stato sociale, che peraltro in Colombia fin dalla sua nascita nel 1991 è stato sempre soffocato dall’egemonia politica ed economica.

Il sistema politico egemonico si è imposto in Colombia a partire dal 2002 mediante “lo Stato di opinione” della sicurezza democratica; oggi nel quadro istituzionale della pace nella sicurezza viene usato da Duque Márquez per assicurarsi le elezioni del 2022 e per garantire la continuità dello Stato borghese mediante il terrorismo di Stato, con l’aiuto del paese satellite neoliberista degli Stati Uniti.

La grande crisi del Partito democratico e dei suoi accoliti di governo non ammette dubbi: malgrado la maggioranza che detiene nel Congresso della Repubblica, è evidente la sua crisi di legittimità politica di fronte al paese, dove si sta preparando un nuovo patto sociale e di riconciliazione nazionale che raggruppi tutti i settori alternativi e progressisti della scena politica contro l’oligarchia nazionale e gli interessi economici del grande capitale delle multinazionali straniere.

La prigionia di Uribe Vélez, lo sceriffo della contea colombiana degli Stati Uniti in America Latina, rappresenta una grande preoccupazione per gli interessi transnazionali del capitalismo; il processo elettorale interno degli Stati Uniti, con la contesa fra Trump e i democratici di Obama e del candidato Biden, svolgerà un ruolo fondamentale nel futuro della politica colombiana.

La protesta del 21 novembre 2019 ha segnato un cambiamento nella mobilitazione sociale, politica ed economica contro l’esclusione bonapartista, e solo la pandemia ha potuto frenarla temporaneamente; ma essa riprenderà di fronte alle decisioni del governo nazionale, che continua a ostacolare le manifestazioni e a inasprire l’esercizio autoritario del potere, governando via decreti presidenziali, in parte emendati per la loro manifesta incostituzionalità e non entrati in vigore per la chiusura del Congresso della Repubblica, cui non è stato permesso l’esercizio del controllo politico.

Tutto questo manicheismo politico è temporaneo e congiunturale. La verità è che la mobilitazione sociale e la protesta politica sono dirette unitariamente verso il recupero del potere usurpato dall’egemonia politica ed economica corrotta e clientelare, alle elezioni del 2022.

In quel sistema politico nazionale coincidono la falsa politica del terrorismo di Stato del suo caudillo e la falsa premessa della pace nella legalità di Duque Márquez, come espressioni definitive dell’autoritarismo dittatoriale sul piano politico e della violenza del populismo neoliberista su quello economico, in Colombia; fenomeni peraltro presenti in tutte le regioni d’America Latina come imposizione degli Stati Uniti, di fronte al progresso sociale in paesi del subcontinente come Cile, Uruguay, Brasile, Argentina, Bolivia, Paraguay, Venezuela, Perù ed Ecuador, dove i popoli affrontano con dignità tutti gli abusi che calpestano i principi della sovranità popolare e della autodeterminazione dei popoli.