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Grazie alla Cineteca di Bologna, impegnata nel restauro di pellicole cinematografiche, con “Il cinema ritrovato” nelle sale possiamo rivedere film straordinari per valore artistico e culturale, che il tempo e l'oblio, nella società del consumo veloce, cancellano dalla memoria collettiva. È così che il documentario “La forza e la ragione”, nell'ambito del Progetto Rossellini, promosso dall'Istituto Luce Cinecittà, La cineteca Nazionale e Coproduction Office, può essere visto dalle nuove generazioni e rinfrescare la memoria a chi ha dimenticato gli eventi storici del golpe cileno.

“La forza e la ragione” è un'intervista a Salvador Allende, nata dall'idea di Renzo Rossellini e del suo famoso padre Roberto Rossellini, girato nel 1971 con la co-regia di Emidio Greco.

Era il 3 settembre 1970 quando fu eletto presidente Allende, leader della coalizione Unidad Popular, il primo marxista eletto democraticamente in sud America, ma che ereditava un paese in grave crisi economica, nonostante possedesse ingenti ricchezze. Allende mantenne le promesse e avviò un vasto programma di nazionalizzazioni delle principali industrie del paese come quelle siderurgiche, cartarie, minerarie di rame sotto il controllo delle statunitensi Kennecott e dell'Anaconda, degli istituti bancari, delle compagnie di assicurazione, della produzione e distribuzione di energia elettrica, dei trasporti ferroviari, aerei, marittimi: un piano di conversione socialista della società cilena, una “revolución con empanadas y vino tinto”, come lui stesso la definì.

All'epoca Renzo Rossellini, impegnato politicamente, era molto interessato alle rivoluzioni in America Latina: era già stato a Cuba come rappresentante del Fronte di Liberazione Algerino, aveva seguito la campagna elettorale di Allende del '69, in cui fu sconfitto dal democristiano Frei; nel '71 si trovava di nuovo in Cile per seguire il progetto democratico di Allende e di Unidad Popular, i quali con l'operazione “Verdad”, volevano rivelare con trasparenza all'opinione pubblica del mondo, quale paese avessero ereditato e quali programmi fossero in corso per liberare il paese dalla miseria e dal gioco economico delle multinazionali. Infatti, il Presidente aveva invitato molti osservatori stranieri, tra cui intellettuali italiani come lo scrittore Carlo Levi e il partigiano cattolico Padre Turoldo, ma nessuno aveva raccontato in Italia dell'esperienza democratica di trasformazione pacifica del Cile.

Fu così che nacque l'idea di un'intervista al Presidente, condotta proprio da Roberto Rossellini, dove Allende potesse raccontare le ragioni e le istanze democratiche del Cile verso il socialismo, perché un'intervista condotta dal grande Rossellini sarebbe andata in onda in tutto il mondo. Il figlio Renzo racconta che il padre lasciò subito gli USA dove si trovava per un ciclo di lezioni e volò in Cile, entusiasta dell'idea d'incontrare un uomo così coraggioso.

Infatti Roberto Rossellini sosteneva che l'etica della professione di regista era quella “di fare del cinema un'arte utile”, era un attento osservatore della realtà contemporanea e aveva già girato molti documentari, seguendo un suo stile: una ricerca dell'alterità, basandosi sulla comprensione dell'altro, densa dei conflitti che emergono dalla dialettica psicologica e ideologica, da cui spesso ricavò gli spunti per costruire il suo cinema narrativo.

La RAI acquistò subito i diritti, ma l'intervista non andò in onda nei tempi dovuti, quando sarebbe stata utile a fornire una corretta informazione e ricevere il sostegno delle democrazie europee, bensì il 15 settembre 1973, quattro giorni dopo il golpe dei militari cileni che avevano trucidato Allende con tutti i suoi collaboratori. Eppure, quell'intervista oggi sarebbe stata uno scoop imperdibile, ma evidentemente il documentario era troppo vero e in Italia si guardava con attenzione al laboratorio politico di Unidad Popolar per la simile situazione politica italiana, dove c'era il più forte partito comunista del mondo all'opposizione e già si parlava di “compromesso storico”.

Era davvero un'importante operazione mediatica: un grande regista si metteva a disposizione per intervistare un grande Presidente, che voleva smentire quello che si leggeva sulla stampa internazionale, appiattita ai dictat degli USA e delle multinazionali, che avversavano le riforme per le quali Allende era stato eletto. Il titolo “La forza e la ragione” sono proprio la chiave di lettura dell'azione politica del Presidente: una grande testimonianza per ricordare un rivoluzionario non violento e l'intervista è l'espressione di un cinema militante senza essere di propaganda.

Renzo Rossellini racconta il primo incontro al Palacio de La Moneda tra il regista e l'uomo politico, precedente all'intervista, (che invece si svolse a casa di Allende) in cui Rossellini chiese subito come avrebbe reagito l'esercito ai  cambiamenti in corso in Cile; fu così che conobbe il generale Pinochet, allora comandante della guarnigione dell'esercito di Santiago, perché il Presidente volle far rispondere da un diretto interessato, il quale senza indugiare dichiarò che l'esercito cileno era fedele alle scelte del popolo e al suo presidente democraticamente eletto, in continuità con la più lunga fedeltà dell'esercito alla democrazia dell'America Latina. Nessuno, infatti, si aspettava il tradimento delle forze armate e dello stesso Pinochet che, pochi giorni prima del golpe, Allende aveva nominato Ministro della Difesa e comandante delle forze armate, ritenendolo fedele in quanto aveva sventato il colpo di stato di giugno, puntando le armi contro i carri armati del generale Roberto Souper.

Pagarono cara quell'ingenuità!

Nell'intervista è importante rivedere come si ragionava e si agiva nei tempi in cui internet e i motori di ricerca erano lontanissimi e le informazioni erano di prima mano, e infatti Roberto Rossellini non conosceva la vita di Allende e da dove provenisse tutta quella passione politica e la prima domanda fu proprio sugli aspetti personali e il Presidente raccontò della sua famiglia, che fin dai nonni erano tutti impegnati politicamente, militanti del partito radicale, membri del parlamento e appartenenti all'Ordine Massonico, che era laico e rivoluzionario, per nulla paragonabile alla nostra Massoneria; la sua formazione marxista risaliva al periodo universitario, durante i brillanti studi di medicina, in cui la militanza politica gli costò tre condanne alla corte marziale, tanto che, dopo la laurea, non poté esercitare la professione, pur vincendo concorsi, a causa del suo passato sovversivo e ripiegò facendo l'anatomopatologo a Valparaíso, dove poi si dedicò alla costruzione del Partito socialista cileno nel '33 tra la gente, nelle strade, nei quartieri; divenne segretario nazionale del PSC nel '43, più volte fu eletto nel Congresso Nazionale cileno, ricoprendo anche il ruolo di ministro della sanità.

Nel 1970 aveva vinto le elezioni presidenziali sostenuto dalla coalizione Unidad Popular che riuniva il partito socialista, il partito comunista, il partito radicale, il MAPU, il partito social-cattolico nato dalla scissione dalla Democrazia Cristiana. Aveva avuto il 36% dei voti non la maggioranza assoluta, ma dall'Assemblea del Congresso ottenne l'approvazione grazie alla Democrazia Cristiana a condizione che Unidad Popular non avesse stravolto la lunga tradizione democratica del Cile.

Roberto Rossellini fu sorpreso nello scoprire che Allende non usufruì in campagna elettorale dei mezzi d'informazione perché sia la televisione e la radio che la stampa erano tutti in mano alla destra e si stupì di quanta libertà d'informazione continuasse ad avere l'opposizione, anche dopo l'elezione.

Come era riuscito a conquistarsi il 36% dell'elettorato senza propaganda? Allende spiegò che occorre essere militanti: “il raccolto della vittoria è dato dalla semina di molti anni” e che i legami si costruiscono nelle lotte del popolo, non nell'ultima campagna elettorale. Raccontò che nel '51, quando fu espulso dal PSC, si avvicinò ai comunisti, che addirittura erano illegali in clandestinità, e non lo fece certo per fini elettorali bensì perché la lotta per i diritti della classe operaia necessitava di un avvicinamento al Partito Comunista da parte dei socialisti come lui che erano tutti borghesi: stava seminando gli embrioni di Unidad Popular. Nel '58 perse le elezioni per pochi voti perché uno dei tre candidati si ritirò e i voti del candidato radicale andarono a quello della destra. Continuò il dialogo costante nelle fabbriche, nelle scuole tra i giovani, nelle strade e come disse lui stesso: “inserendo tentacoli di pensiero”, perché sostenere le lotte dei lavoratori e il contatto umano diretto, può essere più forte dei mezzi di comunicazione di massa. Nel '58 quasi vinse le elezioni presidenziali con il solo appoggio dei comunisti, con uno scarto di 30.000 voti, tanto che si parlò di brogli elettorali, ma Allende capì che poteva scatenarsi una guerra civile e non ottenere il sostegno del Congresso, così calmò i manifestanti, evitò gli scontri e disse ai lavoratori che “avevano perso una battaglia, ma non la guerra!” Ne derivò un grande rispetto personale e fiducia politica.

Allende considerava il rame “il salario del Cile”, la sua grande ricchezza e continuò il dialogo costante con i lavoratori delle miniere, perché da essi dipendeva il bilancio del Paese e soprattutto la Rivoluzione dipendeva da quei lavoratori. L'inno di Unidad Popular cantava: “Non si tratta di cambiare un presidente, ma sarà il popolo a costruire un Cile differente”. Un governo che voleva la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese nazionali per ridurre la forbice delle diseguaglianze come il diritto e l'accesso all'istruzione e alla cura.

Le domande di Rossellini sempre centrate, asciutte e dirette, ci permettono di capire il momento storico e l'azione politica del Presidente: chiese ad Allende, che parlava di rivoluzione legalitaria nel rispetto delle regole del suo paese, come conciliasse l'alleanza con i comunisti, quando agli occhi del mondo l'ideologia marxista era associata alla dittatura del proletariato. Allende rispose che non era un teorico marxista, ma che crescendo nella lotta aveva capito che non può esserci azione rivoluzionaria senza teoria e che ogni paese ha la sua realtà, dove occorre una tattica per percorrere la strada della rivoluzione: una rivoluzione sociale per vie legali per cambiare il sistema capitalista verso quello socialista; sosteneva che il socialismo non si poteva imporre per decreti, specie in Cile, l'unico paese dell'America Latina con un Congresso in funzione da 120 anni, con le elezioni libere e con le forze armate fedeli alla Costituzione, ma con le leggi già in vigore potevano cambiare le istituzioni come sanciva la Costituzione.

Rossellini chiese chiarimenti riguardo al discorso del I° maggio 1970, in cui Allende affermò che il processo di cambiamento dipendeva dalla partecipazione di tutti i lavoratori, facendo appello alla coscienza popolare e che non poteva esserci aristocrazia operaia. Infatti quel discorso segnò la storia, in quanto il Presidente era convinto assertore che per la garanzia del processo rivoluzionario, fosse fondamentale intensificare la partecipazione diretta dei lavoratori, specie i contadini, perché erano quelli che avevano il legame diretto con la terra, nei consigli locali e nazionali assieme ai tecnici dello Stato e anche ai piccoli proprietari terrieri per progettare assieme piani di produzione ed espropriazione dei terreni irrigati. Così con i lavoratori dell'industria, con l'obiettivo di partecipazione diretta alla conduzione delle imprese nazionali, come sarebbe avvenuto con quelle dell'estrazione del rame, del carbone, dell'acciaio, settori strategici, dove il Presidente si appellò al senso di responsabilità dei lavoratori: “il rame è del popolo cileno e voi fate parte del popolo cileno”. Proprio dal loro lavoro dipendeva lo sviluppo economico per elevare le condizioni materiali di tutto il Paese, non potevano ricattare l'intero paese con scioperi e rivendicazioni, non potevano essere lavoratori privilegiati come un'aristocrazia operaia, da loro dipendeva il futuro della rivoluzione. Rossellini, molto sorpreso, disse che tale discorso, mai ascoltato finora, apriva nuovi orizzonti rispetto al pensiero corrente.

Rossellini, quasi fosse un giornalista di politica internazionale, contestualizzò il Cile nel continente americano, ponendo domande di tipo storico e socio-economico, analizzando le trasformazioni anche in relazione all'Europa, evidenziando il progressivo impoverimento dell'America Latina: dopo la Grande Guerra, l'Italia povera esportava in sud America generi di lusso come opere liriche, compagnie teatrali, orchestre con grande successo e guadagni; poi, dopo la seconda guerra mondiale, mentre l'Italia viveva il boom economico, l'America Latina s'impoveriva. Allende rispose con le categorie di analisi del marxismo, parlando dell'imperialismo come ultima fase del capitalismo, capitalismo finanziario che investiva dove ha più margini di utili, parlando di paesi industrializzati e “in via di sviluppo”, come si definivano all'epoca quei paesi le cui ricchezze delle materie prime arricchivano gli USA, che avevano spodestato l'Inghilterra nello sfruttamento. Il dramma dell'America Latina era sotto il giogo di un circolo vizioso in cui paesi potenzialmente ricchi vendevano a basso costo le proprie ricchezze e importavano prodotti finiti a caro prezzo: negli '60 era più quello che era uscito dall'America Latina, che quello che era entrato, dato che con i pochi profitti pagavano appena i crediti e gli ammortizzatori dei prestiti elemosinati per non far fallire gli stati. L'America Latina, come altri paesi del cosiddetto “Terzo Mondo”, permetteva a proprie spese ai paesi industrializzati di ricavare straordinari profitti e alzare il reddito dei propri paesi. Non era servita a nulla la liberazione dal colonialismo spagnolo, come sosteneva anche Eduardo Galeano in “Le vene aperte dell'America Latina”.

La domanda più scottante di Rossellini fu quella relativa alla scadenza delle concessioni alle compagnie americane del rame, di cui il Cile voleva riappropriarsi e Allende spiegò che non sarebbe stata un'azione contro gli USA, né contro le compagnie, ma fino a quel momento erano usciti dal Cile ben 9 milioni di $ e il capitale sociale del Paese era valutato 10 milioni di $, era come se “il Cile intero fosse uscito per finanziare le grandi imprese straniere”. L'economia cilena, il popolo cileno avevano bisogno delle proprie ricchezze, il governo non avrebbe espropriato, ma trattato onestamente con le compagnie statunitensi, tenendo conto del loro debito di 670 milioni di $, valutando che esse potevano essere indennizzate dalle proprie assicurazioni a partecipazione statale, che però necessitavano dell'approvazione del congresso USA e che il costo sarebbe ricaduto comunque sui cittadini americani.

Allende era molto determinato: “noi esercitiamo un diritto sovrano del Cile”, parlava di rispetto dell'autodeterminazione dei popoli per la loro SOVRANITÀ. Oggi invece la parola “sovranità” sembra avere soltanto connotazioni negative.

Il Presidente fu chiarissimo nell'uso del linguaggio e chiamò “semi-indipendenza” l'affrancamento dal colonialismo europeo, perché non eliminò quello economico, anzi gli Inglesi e gli USA, in concorrenza, intrapresero politiche di sfruttamento. Citò Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti che aveva definito l'Europa “la terra dei dispotismi e l'America invece “la terra della libertà”, ma Simón Bolívar smascherò gli USA affermando invece che “volevano assoggettare l'America Latina nella miseria, in nome della libertà”; e anche la dottrina di James Monroe “l'America agli americani” era stata solo “l'America ai nordamericani”, non ci fu uguaglianza, né dignità reciproca, anche se nel 1822 riconosceva e auspicava l'indipendenza per Argentina, Cile,  Perù, Colombia, ma Allende all'epoca sognava l'unità dei paesi latinoamericani come “unica voce continentale di fronte al mondo” e guardava ai paesi del “Terzo mondo” della conferenza di Bandung del 1955, uniti nella lotta contro il colonialismo e che in piena guerra fredda erano per il non allineamento, il neutralismo e in seguito il pacifismo, auspicato dalla Cina di Zhou Enlai. In tutta l'intervista il Presidente parlò sempre di dialogo per costruire pace, cooperazione contro lo sfruttamento economico.

Inoltre, il Presidente sottolineò come anche nel governo precedente del democristiano Frei, nel suo programma di “cilenizzazione”, ci fosse il controllo del rame, la riforma agraria, l'espropriazione delle terre; Frei la chiamava “rivoluzione liberale”, ma poi nessuna azione era stata intrapresa e Allende affermò con schiettezza che “le rivoluzioni oltre che annunciarle, bisogna farle” e bisogna essere chiari nel dire che “una rivoluzione contro il capitalismo si chiama socialismo”.

Rossellini chiese anche dei rapporti con la Chiesa Cattolica che tradizionalmente all'insediamento di ogni nuovo governo celebrava il Te Deum e Allende ricordò che il Cardinale Raúl Silva Henríquez aveva acconsentito a celebrare un Te Deum ecumenico, dove ogni confessione aveva professato la propria preghiera. Questa era la Chiesa Cattolica cilena, aperta all'umanità con il cardinale Henríquez che condivideva il programma della conferenza dell'episcopato latino americano di Medellín del 1968, che si schierò con gli sfruttati, affermando “la Chiesa del Cristo figlio di un falegname”: era nata “la teologia della liberazione”!

Ottanta sacerdoti dichiararono che avrebbero contribuito alla realizzazione del socialismo in Cile e le terre delle diocesi furono distribuite ai contadini e come orgogliosamente affermò il Presidente: “si era creato un contatto diretto tra il popolo, la Chiesa e il governo”.

Purtroppo, nel 1987, Wojtyla strinse la mano al dittatore assassino Pinochet e si affacciò dal balcone del Palacio de La Moneda dove era stato trucidato Allende.

Alla domanda sul futuro dell'umanità, allora proiettata verso la competizione nello spazio, il Presidente con schiettezza sottolineò che “i paesi industrializzati avevano messo i piedi sulla luna, ma era anche giusto che si occupassero della terra”, ricordando i milioni di esseri umani che pativano fame, malattie, non avevano lavoro, scuola, cure e auspicava un uomo del XXI secolo “umanizzato e fratello” che non fosse solo motivato dal denaro, ma che combattesse lo sfruttamento.

Successivamente Roberto Rossellini, intervistato da Enzo Biagi quel 15 settembre 1973 all'indomani della morte di Allende, lo ricordò come un uomo perfettamente consapevole della gravità della situazione che viveva il Paese, fermo assertore della “rivoluzione senza fucile”, ma in Cile i nemici di Allende non erano solo le destre della borghesia classista e privilegiata, ma anche l'estremismo di sinistra che non credeva nella rivoluzione pacifica. Parlò di lui come di un uomo che avrebbe lasciato un segno profondo nella storia dell'umanità, ne aveva rispetto e ammirava la vocazione al socialismo umanista come mezzo per lavorare sulla coscienza per la liberazione dell'umanità e che non aveva modelli da seguire. Parlò di martirio e non di suicidio.

Il Cile di Allende e di Unidad Popular fu il sogno di una generazione, un laboratorio politico, a cui si guardava con speranza. Dopo il golpe, in Italia ci furono imponenti manifestazioni di protesta: studenti e lavoratori in corteo, le forze politiche comuniste e socialiste si mobilitarono, si accolsero molti profughi cileni come fratelli e sorelle, arrivarono i racconti delle atroci torture, dei morti, delle persone scomparse. L'ombra della CIA dell'America di R. Nixon ed H. Kissinger fu subito chiara, ma la CIA desecretò i documenti solo nel 1999, così “i benpensanti” hanno continuato a guardare agli USA come al paese della libertà.

Il sabotaggio degli USA contro il governo di Allende fu chiamato Track 2 e rientrava nella famigerata Operazione Condor che includeva altri Stati dell'America Latina come Argentina, Brasile, Bolivia, Paraguay e Uruguay, in cui gli Stati Uniti sostenevano le dittature militari affinché potessero esercitare il loro imperialismo economico; il socialismo non poteva espandersi in America Latina, specie dopo Cuba.

Iniziò così la destabilizzazione dell'economia cilena, applicando l'embargo, facendo crollare il prezzo del rame e nel 1972, finanziando lo sciopero dei camionisti che paralizzarono il paese senza rifornimenti energetici e derrate alimentari; i commercianti fecero incetta di generi di consumo e innescarono il mercato nero. Il Cile precipitò in una crisi spaventosa, di cui le televisioni mondiali diedero ampia informazione tutta a favore delle proteste delle destre, come accadde in Italia che mandò in onda anche i servizi sui patetici scioperi “cacerolazo” delle donne cilene del barrio alto, i quartieri ricchi, che protestavano in corteo sbattendo pentole, coperchi e mestoli, invece di dare una corretta e veritiera informazione. Inoltre, tutto il mondo viveva una crisi monetaria legata al cambio del dollaro e delle monete europee, aggravata dagli USA che uscivano dagli accordi di Bretton Woods, ponendo fine alla convertibilità del $ in oro, perché stremati dalla guerra in Vietnam. A giugno del '73 alcuni militari tentarono il primo colpo di stato, “el Tanquetazo”, in cui il Palacio de La Moneda fu circondato dai carri armati, ma altri militari fedeli lo sventarono, tra cui Pinochet, che fu premiato dallo stesso Allende in seguito, come ministro della difesa e capo delle forze armate; a fine agosto il Congresso votò, senza raggiungere però i 2/3, la rimozione del Presidente, invocando l'esercito, accusato assieme al governo di aver violato la Costituzione con i provvedimenti delle nazionalizzazioni e della riforma agraria e di aver portato il Paese nella miseria. Il modello di società socialista egalitaria e sovrana non poteva vincere sul modello liberista e imperialista, fondato sullo sfruttamento e sui privilegi. Si apriva però uno scenario da guerra civile e Allende ne era consapevole: i suoi peggiori nemici interni erano i latifondisti privati dei loro privilegi con la riforma agraria, parte della Chiesa a causa delle mancate sovvenzioni alle scuole private, la legge sull'aborto e soprattutto aveva ripreso i rapporti diplomatici con Cuba. Lo stesso Fidel Castro lo aveva avvertito delle infiltrazioni della CIA tra i militari e di non fidarsi troppo dell'esercito, ma Allende confidava nella fedeltà dell'esercito alla legalità.

Così quell'11 settembre 1973 alle ore 7, iniziò l’“Operazione silenzio”: gli aerei militari bombardarono le sedi della televisione e della radio, solo Radio Magallanes resistette tanto da far parlare il Presidente per il suo ultimo drammatico discorso alla nazione e al popolo cileno; Allende sa che morirà: “pagherò con la vita la lealtà al popolo”, sa che molti saranno perseguitati, le sue ultime parole furono “W il Cile W il popolo W i lavoratori!” Così si preparò all'assedio del Palacio de La Moneda per fare il suo dovere fino alla fine, con la mitraglietta in pugno, il dono di Fidel.

Durante i 17 anni di dittatura fascista, riconosciuta da tutte le “democrazie”, morirono, sparirono, furono torturate, detenute illegalmente decine di migliaia di persone.

Per la RAI e i governi democristiani dell'epoca, sottomessi agli USA, rimane quell'ombra terribile di non aver trasmesso l'intervista nel momento giusto, quando Allende aveva bisogno del sostegno delle democrazie del mondo, frutto di quel cinema, che crede di essere “un'utile arte”, di quell'impegno onesto di fare corretta informazione e stare dalla parte della verità,

Ancora oggi l'imperialismo USA si accanisce contro i popoli dell'America Latina che lottano per una società equa, solidale, pacifica, sovrana e l'informazione italiana dei mass media è sempre al servizio degli USA, ma “El pueblo unido jamàs será vencido”.