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Il femminismo nella produzione cinematografica della regista Margarethe von Trotta, rigoroso e impegnato, nasce sia dalla poliedrica formazione artistico-storico-letteraria-filologica, antropologico-sociale e cinematografica, coltivata in Francia e in Germania, che dai suoi colti genitori: padre pittore e madre poliglotta, donna indipendente, refrattaria al matrimonio, tanto che Margarethe porta il suo cognome…

La regista ha iniziato come attrice cinematografica e teatrale, sceneggiatrice collaborando a film collettivi, cortometraggi e documentari, con registi come Herbert Achternbusch, Volker Schlöndorff e Rainer Werner Fassbinder. Determinante per la sua formazione cinematografica il cinema d'autore di Ingmar Bergman, di Alfred Hitchcock e la Nouvelle Vague. Infatti, la sua passione per il cinema nasce prima come cinefila a Parigi negli anni '60, dove fa propria la lezione della Nouvelle Vague e la sala cinematografica diventa la sua scuola, dove visiona le grandi pellicole del passato, tra cui il capolavoro di Bergman “Il settimo sigillo”, da lei definito “uno choc culturale artistico, una vera rivelazione”. Infatti sarà proprio l'opera di Bergman a tirarle fuori la vocazione creativa.

A lei il merito di aver rivoluzionato il ruolo della donna nel cinema: “da oggetto a soggetto dello sguardo”. Il suo femminismo, mai ideologico, come il suo cinema sfugge alle classificazioni, pone invece problemi, evidenzia contraddizioni, perché in disaccordo con “lo stato delle cose”: in ogni suo film la ragione è sempre dalla parte degli sconfitti, senza calzare il vittimismo o cadere nel fascino eroico dei perdenti.

Nel suo lavoro originale di autrice-cineasta indipendente, di grande impegno socio-politico, al centro ricorre il conflitto tra vita personale e pubblica dei personaggi femminili, relegati in spazi angusti in un mondo gestito al maschile: un'indagine nell'universo femminile attraverso storie che raccontano donne conosciute, ma anche semplici donne comuni, di cui delinea ritratti indimenticabili. La regista ha sempre sostenuto che la democrazia nelle società si realizza quando favorisce l'indipendenza delle donne e oggi i femminicidi scaturiscono proprio dal mancato riconoscimento sociale d'indipendenza alle donne. Le sue figure femminili sono tutte legate dalla comune aspirazione ad una dignità umana, deluse nelle loro aspettative, soprattutto affettive. La von Trotta ha sempre definito riduttivo definire “impegnato” il suo cinema, perché le tematiche affrontano anche la sfera psicologica, considerando anche questa un aspetto politico.

Altra particolarità delle sue opere sta nel lavorare con le “sue” attrici Barbara Sukowa e Jutta Lampe, con le quali ha stabilito un rapporto preferenziale per mettere in scena personaggi femminili, affrontando le problematiche nei contesti sociali, con l'analisi delle motivazioni psicologiche profonde, facendo propria la lezione di Bergman. La sua formazione di attrice teatrale con il metodo Stanislavskij e l'esperienza di attrice di cinema, le ha permesso d'interagire con le attrici in modo privilegiato; inoltre l'essere attrice, lei stessa afferma, le ha permesso di osservare il lavoro dei registi, ma ha impiegato 17 anni prima di avere un'occasione come regista nel '77, perché sulle donne non c'era investimento culturale.

Dopo gli anni dello splendido espressionismo tedesco negli anni'20, spazzato via dal Nazismo, con una vera diaspora all'estero di registi, critici, attori, tecnici e sceneggiatori, il cinema tedesco, dopo la sconfitta nel dopoguerra, il tracollo economico e sotto il controllo degli alleati, non produceva nulla di interessante e creativo. Leni Riefenstahl, nonostante la sua dedizione al nazismo, con uno straordinario talento visivo e innovativo, aveva prodotto opere migliori.

Solo nel '62 fu stilato il Manifesto di Oberhausen durante la rassegna cinematografica del cortometraggio, dove 20 registi tedeschi denunciavano lo stato di crisi della produzione cinematografica tedesca, segnando l'inizio di una nuova era, non una scuola, ma una riflessione comune di condanna al “cinema di papà” (come veniva chiamato quel modo di fare cinema), mantenendo però ognuno il proprio stile narrativo. Erano quasi tutti uomini e come racconta la von Trotta nessuna attenzione alle donne e al loro modo di vedere ed esprimere il mondo. Nasceva così il Neuer Deutscher Film che voleva essere nuovo nelle idee e nel linguaggio e soprattutto libero da vincoli commerciali. Infatti, i modelli erano la Nouvelle Vague e il New American Cinema di Cassavetes che contestavano anche l'industria cinematografica.

L'originalità della produzione della von Trotta sta nel trasferire nel cinema narrativo i problemi, i conflitti, le rivendicazioni, le contraddizioni e i comportamenti della sua generazione post-bellica, diventando interprete del suo contemporaneo, durante la rinascita del cinema tedesco, con la convinzione che per essere libera occorresse anche il dissenso. Con questo spirito ha dato vita soprattutto alle nuove tematiche femminili post '68, analizzando e sintetizzando le tensioni, le istanze, dove il reale ha sollecitato la sua personale visione del mondo: “l'occhio che guarda dentro di sé” per dirla come Antonioni. Ed è proprio l'oscillazione tra interiorità e mondo circostante che crea la sua autorialità, un'alchimia che non si limita ad un racconto realistico, ma evoca situazioni simboliche, in cui emerge la sua Weltanschauung, una vera poetica d'autore, che ha radici nella cultura tedesca; la rintracciamo nel primo Romanticismo tedesco che privilegia la creatività, sia come movimento filosofico, dove l'intuizione e il sentimento sono forme di conoscenza, che come corrente artistica. Infatti il Romanticismo aveva influenzato anche l'Espressionismo che attribuiva all'artista la capacità di vedere oltre le cose. Nei suoi lavori è sempre presente l'aspetto metalinguistico, che contamina i suoi film e contribuisce a creare punti di forza alla narrazione filmica: letteratura, poesia e pittura entrano come quotidianità dei suoi personaggi. Altro aspetto autoriale della regista è che non gira mai negli studios e guarda con attenzione alla luce, soprattutto le ombre, che sono un espediente per “truccare” la scena, che deve essere in sintonia con le emozioni dei personaggi, proprio come nell'immenso cinema espressionista.

I primi passi nella regia sono stati con il marito Volker Schlöndorff, regista del nuovo cinema tedesco, nel film “Die Moral der Ruth Halbfass” nel '71, in cui è anche attrice protagonista, interpretando la storia di una donna moglie e madre che lotta contro il sistema paternalista e decide di vivere da persona indipendente, ma pagherà duramente questa scelta.

E sempre con il marito collabora alla regia de “Il caso di Katharina Blum”, tratto dal romanzo “L'onore perduto di Katharina Blum” di Heinrich Böll, uno dei primi film a confrontarsi con il fenomeno della RAF (Rote Armee Fraktion) il gruppo terrorista di estrema sinistra degli anni '70. Il film e il libro sono un atto di accusa contro il potere dei media: lo scrittore si era ispirato al giornale tedesco “Bild” e racconta la storia di una donna qualunque, vittima della stampa sensazionalistica e scandalistica per aver avuto una breve relazione con un ricercato e che infine esasperata uccide il giornalista che le aveva distrutto la vita. Il film demolisce l'immagine della Germania occidentale tranquilla e democratica ed evidenzia quanto nulla si possa contro il potere mediatico e Katharina “uccide per legittima difesa”, ma il giornalista è commemorato come vittima del diritto alla libertà di stampa. In tempi di fake news è ancora un film che ha molto da dire.

I due coniugi lavorano bene assieme: lei si dedica agli attori, alle sceneggiature e quando è diretta da lui, che si occupa delle immagini, egli ha un occhio particolare per lei, con movimenti di macchina che sembrano corteggiarla, come hanno osservato molti critici; ma i due hanno visioni diverse di fare cinema e il loro ultimo lavoro sarà “Colpo di grazia”, tratto dal romanzo di M. Yourcenar, dove la regista, con una grande prova attoriale, è protagonista e sceneggiatrice.

La prima regia individuale è “Il secondo risveglio di Christa Klages” nel '77, dove esprime l'interesse per il mondo femminile con una riflessione sulla condizione delle donne dopo il '68. Nei personaggi femminili, sempre donne fuori dai cliché, la regista cerca di cogliere la loro verità. Il film nasce dalla delusione generazionale post '68 per il mancato rinnovamento e il fallimento del Movimento, dove le donne sono le più avvilite: nulla è cambiato nella coppia e nella società, perché non c'è una “nuova qualità della vita” basata su rapporti autenticamente paritari, né un'educazione più libera che riconosca alle donne il diritto di piacere e il controllo del proprio corpo. Con questo film la von Trotta è la prima regista in Europa a portare sullo schermo le istanze e i comportamenti femminili di quegli anni. Infatti, il personaggio di Christa Klages personifica gli impulsi eversivi verso le regole di una femminilità anticonvenzionale, che pagherà duramente con il senso di colpa e la solitudine, ma ne uscirà rigenerata, evidenziando il filo conduttore del suo cinema tutto costruito per opposizioni: la divisione dell'io nei suoi personaggi femminili sono coppie speculari in dissociazione tra affettività e indipendenza, autodistruzione e infine liberazione.

Nella sua seconda regia “Sorelle o l'equilibrio della felicità” del '79 rivela un talento per l'introspezione psicologica e sarà un'anticipazione di “Anni di piombo” dell'81. Il film esprime il sentimento del senso di colpa nel mondo borghese, sulle orme del suo maestro Bergman; inoltre inizia il lungo sodalizio con l'attrice Jutta Lampe, grande interprete drammatica. Nel film il tema ricorrente del “doppio”, della dialettica degli opposti, che la regista trasforma in una continua circolazione affettiva anche quando c'è divisione.

Il successo arriva con “Anni di piombo” nell'81, Leone d'oro a Venezia con presidente di giuria Italo Calvino, grande appassionato di cinema, che ha motivato la scelta dicendo: “abbiamo votato per la sua umanità”. Infatti il film non è ideologico, il filo conduttore è l'affettività del legame di sangue tra 2 sorelle, che è anche la metafora delle 2 Germanie, est ed ovest, ancora separate dal muro; ha raccontato un'epoca ed è entrato nell'immaginario collettivo e anche nella nostra sfera emotiva, perché la vita personale s'intreccia con i drammi politici dell'epoca: bello stilisticamente con richiami al cinema espressionista, una possente narrazione asciutta, drammatica senza retorica e pregiudizi, che suscita riflessioni più che condanne o approvazioni, perché la regista è intenta a ricostruire i percorsi umani. Ispirata dalla vicenda delle sorelle Ensslin, Christiane e Gudrun, quest'ultima terrorista della banda Baader-Meinhof, trovata morta in una cella delle disumane carceri speciali tedesche, trasforma una dolorosa storia privata in un dramma della sua generazione, scavando nelle motivazioni del passato del popolo tedesco e le conseguenze nel presente. Nel film ricorre spesso lo spirito protestante nella ricerca sul senso, lo scopo della vita e di un ideale, che richiede sacrificio, impegno e per esprimere questo ricorre al linguaggio metalinguistico con il film nel film: “Notte e nebbia” documentario di Alain Resnais sui campi di concentramento, che il padre delle sorelle Ensslin, severo pastore protestante, fa vedere alle figlie adolescenti che ne rimangono impressionate con reazioni diverse che condizioneranno la loro vita. In Germania la Von Trotta racconta che, nel dopoguerra, alle nuove generazioni fu taciuto il Nazismo e l'orrore dei campi di sterminio; lei stessa ne fece la terribile scoperta nel periodo parigino ed ha poi condiviso con la sua generazione la condanna del nazismo e la conseguente scelta politica a sinistra, come unica alternativa a quel passato dal peso insostenibile. I suoi ricordi erano solo macerie e fame, ma nessuno parlava di colpe e responsabilità, nessuno ne aveva preso coscienza, si cercava invece di rimuovere senza elaborare un passato ignobile. Per molti tedeschi questa negazione della loro storia fu la spinta alla ribellione contro l'oblio e la regista ha raccontato il conflitto della sua generazione.

“Notte e Nebbia” era uscito nel '56, si ispirava al Nacht und Nebel, locuzione che definiva i prigionieri politici della Germania nazista che durante la seconda guerra mondiale venivano condannati a morte e che nell'attesa dell'esecuzione venivano utilizzati come forza lavoro, occupando il gradino più basso della scala gerarchica, ricevendo meno cibo e assistenza medica. Fu fortemente ostacolato al festival di Cannes sia dal governo francese, che da quello della Germania ovest, ma venne invece proiettato nella Repubblica Democratica Tedesca al Lipsia Film Week e fu uno shock per tutti. F. Truffaut lo ha annoverato tra i più grandi documentari mai realizzati e il film meriterebbe una nuova divulgazione, visto il negazionismo e certi rigurgiti nazi-fascisti.

La regista nell'82 ha anche affrontato il tema dell'amicizia tra donne in “Lucida follia”, i cui dialoghi italiani sono tradotti da Dacia Maraini, rivelando quanto sia determinante per la crescita delle donne il diritto all'amicizia, sentimento storicamente riservato ai maschi. L'amicizia tra donne va sostenuta come capacità di aiutarsi e valorizzarsi a vicenda, grazie all'affettività spontanea che passa attraverso una grande accettazione, piuttosto che la rivalità e la competizione. Alle donne è come se non fosse mai stata riconosciuta abbastanza personalità, i ruoli sono stati spesso solo dentro legami di sangue e sessualità, per cui: madri, sorelle, mogli, amanti.

Nel cinema della Von Trotta, pubblico e privato dialogano profondamente come in “Die Geldug der Rosa” tradotto in Italia “La pazienza di Rosa”, film dell'86 sulla rivoluzionaria Rosa Luxemburg, simbolo del movimento operaio internazionale antimilitarista, giustiziata assieme a Karl Liebknecht durante la repressione della rivolta della Lega Spartachista nel 1919. Raccontare Rosa Luxemburg è molto complesso, in quanto la sua struttura teorica è articolata e critica rispetto alle posizioni sia marxiste che leniniste e la regista ha voluto privilegiare invece lo spazio intimo, dedicandosi alla lettura e rilettura delle 2500 lettere destinate ad amici, compagni politici, amanti, familiari, “per entrare nella carne” di Rosa restituendoci Rosa nella sua interezza. Proprio queste lettere hanno dato il tratto narrativo al film, soprattutto nei dialoghi, costruiti grazie al filo epistolare, diventando così parola autentica della protagonista. Ne emerge una rivoluzionaria sensibile, poetica, sostenitrice del socialismo umanitario, utopico e, grazie allo studio epistolare, la regista “ha catturato” da dentro il personaggio nella sua profondità, andando oltre il genere biopic. Rosa è interpretata da Barbara Sukowa, attrice preferita della regista, alla quale Cannes ha attribuito il meritato premio come migliore attrice.

Il film è stato restaurato e ripresentato a Roma nel 2019 in occasione del centenario della morte, in cui è anche intervenuta la regista, affermando che il film appartiene a quelli che “guardano il mondo” ed ha raccontato nella sua lezione di cinema che il progetto lo aveva ereditato dopo la morte di Fassbinder, ma lo accettò a condizione che fosse libera di riprogettarlo. Nel film ci sono immagini di repertorio delle scene di guerra, uno stratagemma per ovviare al basso budget di spesa, che la regista monta come se fossero una soggettiva della protagonista mentre piange l'orrore della guerra; molto interessante l'ambientazione nel gelido carcere di Worke dove ripercorre l'infanzia nella zona russa della Polonia fino all'adolescenza tra i fermenti che preparavano la rivoluzione d'ottobre del 1917.

Ci sono anche film tutti italiani della regista come “Paura e amore”, ambientato e girato nella provincia italiana a Pavia negli anni '80, interpretato da attrici e attori prevalentemente italiani, ispirato dalla rilettura del dramma teatrale “Tre sorelle” di Čechov e con la sceneggiatura scritta dalla von Trotta con D. Maraini, in cui s'intrecciano amori e tradimenti, sentimenti e gelosie.

Anche “Il lungo silenzio” ha ambientazione italiana e racconta per la prima volta il dramma delle famiglie blindate di coloro che difendono lo stato, attraverso la storia di una donna, moglie di un magistrato in prima linea, vittima di un attentato di mafia. Il punto di vista è tutto femminile: la donna non è solo una vedova, ma ha una sua vita, un suo pensiero, una sua azione nel mondo.

Altra storia che ha commosso molte platee è l'impossibile storia d'amore ne “La promessa” del 1995, dove il muro di Berlino separa una giovane coppia che in 20 anni si vedrà soltanto 3 volte; ancora il dualismo che ha sempre attraversato i suoi personaggi, e intorno alla loro vicenda personale ruotano le vicende internazionali, come nella lezione di Roberto Rossellini e di Elsa Morante sul rapporto tra le vite comuni e la Storia. Film molto interessante anche per la narrazione per immagini, realizzata con movimenti di macchina con la steadycam che provocano un forte coinvolgimento emotivo dello spettatore.

E con “Rosenstrasse” nel 2003 la von Trotta ritorna alla Storia del proprio paese, raccontando l'eroismo di centinaia di donne che nel '43 manifestarono a Berlino contro la deportazione dei loro mariti ebrei: è un film sulla memoria personale e storica sempre rievocata con il vissuto delle donne.

Nel 2012 realizza un film difficilissimo: “Hannah Arendt”, un rigoroso ritratto della filosofa, sociologa, scrittrice, giornalista, autrice de “La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme” proprio nel periodo del processo; ancora una volta la regista, oltre che raccontare il processo e i riferimenti al contesto storico, ha voluto esplorare anche la sfera privata della sua protagonista. In Italia purtroppo l'opera ha avuto un inspiegabile passaggio nelle sale di soli 3 giorni in occasione della giornata della memoria nel 2014, mentre meritava una grande attenzione sia da un punto di vista cinematografico, che per il valore dei contenuti. Il film è girato in 3 lingue: inglese, tedesco ed ebraico, visibile con sottotitoli tradotti, e racconta la Arendt soprattutto come reporter al processo contro Adolf Eichmann, il gerarca nazista, pignolo organizzatore dei trasporti dei deportati verso i campi di sterminio, catturato a Buenos Aires nel '61 dal Mossad israeliano. La filosofa aveva già scritto il saggio “Le origini del totalitarismo” e dopo l'esperienza del processo a Gerusalemme scrisse “La banalità del male”, libro controverso che non troverà d'accordo sulle sue affermazioni la comunità ebraica. La Arendt, da lucida pensatrice, presenziò come inviata del New Yorker al processo senza pregiudizi ideologici, nonostante anche lei fosse stata vittima delle leggi razziali, costretta ad abbandonare la Germania per fuggire alla deportazione. Grazie a questo approccio scoprì come quello che era definito un mostro, era un burocrate poco intelligente, neanche antisemita, né caratterialmente un criminale, ma uno che aveva obbedito agli ordini e alle leggi e dall'altra parte i leader delle comunità ebraiche che avevano eseguito con zelo le disposizioni naziste che imponevano la segregazione e le deportazioni, rendendosi non sempre “inconsapevoli corresponsabili”. Per queste affermazioni la Arendt fu attaccata violentemente dall'università dove insegnava, creò “uno scandalo intellettuale” ma fu sostenuta dai suoi studenti. Secondo lei, precise circostanze storiche, sociologiche avevano permesso al totalitarismo nazista di attirare tutte quelle persone, dotate solo di capacità deduttiva, in cerca di sicurezze e regole assolutamente prevedibili, proprio come dimostrava Eichmann con la sua linea di difesa basata  sull'obbedienza alle leggi; così la Shoah fu possibile grazie all'obbedienza cieca e inconsapevole ad un sistema gerarchico, al quale era difficilissimo resistere ed Eichmann era il risultato della mancanza di radici e memoria, incapace di riflessione sulla propria responsabilità delle azioni criminali, per cui esseri banali, proprio come lui, diventarono agenti del male. Inoltre, durante il processo, la Arendt smascherò la grande teatralizzazione dell'evento da parte del governo israeliano che voleva rappresentare tutte le vittime della Shoah, sotto la regia di Ben Gurion che dirigeva il procuratore Hausner, volendo dimostrare al mondo che lo stato d'Israele poteva essere l'unico antidoto all'antisemitismo diffuso nel mondo. Secondo la Arendt il processo era la strumentalizzazione per far passare la falsa coscienza storica del destino inesorabile della persecuzione ebraica che partiva dall'esodo dall'Egitto fino alle leggi di Norimberga, per legittimare il nazionalismo dello stato d'Israele. Il grande merito della von Trotta sta nell'aver trasformato un pensiero in un film, con tutte le difficoltà di mettere in scena una filosofa e le sue idee. Inoltre il film evidenzia quanto la libertà di pensiero del coraggio intellettuale possano condurre a tesi da risultare inaccettabili per il senso comune. Altro interessante aspetto del film è quello dedicato all'autrice: sono d'importante rilevanza culturale le lezioni accademiche, il travagliato rapporto e i dialoghi con il suo maestro Martin Heidegger, che scoprirà sostenitore del nazismo. Per tutti questi aspetti il film si trasforma in un autentico “fatto culturale”.

La Arendt non poteva che essere interpretata magistralmente da Barbara Sukowa e nel film la regista “gioca” ancora una volta con i veri filmati del processo che sono parte integrante della narrazione filmica. Mai come in questa opera la regista propone lo schema hegeliano di tesi, antitesi e sintesi.

È ancora Barbara Sukowa ad interpretare nel 2009 Hildegard von Bingen, la monaca e mistica benedettina medioevale, esperta di medicina, filosofa, scrittrice, poetessa, musicista, nominata dottore della Chiesa da Benedetto XVI circa 1000 anni dopo, nel film “Visioni”, una storia raccontata come un noir del monastero. Ancora una donna al centro dei suoi film, con un ritratto di donna che dà vita ad un rivoluzionario approccio femminista alla fede, dove sembra dirci che il nostro futuro è come il nostro passato. Tutta la produzione di Margarethe von Trotta è una presa in carico della responsabilità di una memoria al femminile, scegliendo tematiche che ha ritenuto utili per pensare e capire il mondo; per fare questo è sempre partita dalle storie di persone che diventavano personaggio che incarnano la tematica.

L'ultimo film della von Trotta è “Searching for Ingmar Bergman”, documentario girato assieme al figlio regista documentarista Felix Moeller, presentato a Cannes nel 2018 in occasione dei 100 anni della nascita del regista svedese e poi al Festival del Cinema Ritrovato a Bologna. Prima di accettare di girare il film, proposto dalla produttrice Konstanze Speidel, la regista ci ha pensato molto perché si considerava troppo piccola di fronte ad un gigante del cinema, ma poi è prevalso il debito di gratitudine verso il suo Maestro. La von Trotta per raccontare Bergman ha scelto coerentemente un approccio personale, partendo dall'eredità del regista, perché sia lei che il Maestro erano sempre partiti da se stessi ed entrambi avevano avuto al centro il mondo femminile. Infatti, Bergman aveva affermato: “in me ci sono molte donne”. La von Trotta considera Bergman “suo padre” e sente ancora di dipendere da lui e il documentario ha quasi lo stile di Bergman e lei stessa diventa narratrice e racconta la visione del cinema del regista, intervistando le attrici del Maestro ancora in vita: Liv Ullmann, Gaby Dohm, Gunnel Lindblom, interpreti dell'universo femminile nel rapporto con l'uomo, con il tempo e con la morte, con il senso di colpa e con il conflitto tra ciò che si dovrebbe essere e ciò che si è. Bergman racconta tutto questo complesso di sentimenti spesso in un grande bianco e nero, accompagnato da silenzi, colpi di scena retti da paura e suspense. Il documentario propone preziosi e rari filmati anche inediti, in cui il regista afferma che l'arte è una forma di terapia per l'artista e spesso lui stesso, come rivela Katinka Faragó, sua assistente di produzione, aveva paure, fragilità, nevrosi che non voleva curare perché aveva compreso che erano il suo serbatoio di creatività. E proprio nel suo ultimo film “Fanny e Alexander” del 1982 riappaiono tutti i temi del regista: la religione, la dura educazione, la paura e il coraggio di essere se stessi, la violazione delle regole. Testimonianze di cineasti come Carlos Saura, Olivier Assayas ed altri parlano dell'eredità del Maestro e delle influenze sulle avanguardie cinematografiche. Il film termina con l'immagine della regista in riva al mare tra gli scogli, come iniziava “Il settimo sigillo”, il film che l'aveva folgorata. Ma anche il Maestro aveva rivelato l'ammirazione per la von Trotta, collocando al primo posto “Anni di piombo” tra i suoi film preferiti.

Il merito dell'opera di Margarethe von Trotta sta nella radicalità del suo cinema, libero dalle aspettative del pubblico, dei produttori e della critica, ha sempre avuto radici nel vissuto, attraversato dal travaglio della conoscenza, dell'osservazione che guarda al reale più che al cinema, senza mai cadere nell'autobiografismo, il localismo e il pedagogismo, disapprovando l'idea che occorra astrarsi dal proprio vissuto, dai connotati storico-geografici per fare un cinema che parli a tutti.

E non mi sembra poco di questi tempi.