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La Cina della Nuova Era

Viaggio nel 19° Congresso del Partito Comunista Cinese

 

 

 

 

 

 

Pubblichiamo di seguito due estratti del volume "La Cina della Nuova Era", edito dalla casa editrice La Città del Sole

 

 

 

 

 

Domenico Losurdo

Washington consensus o Beijing consensus?

 

 

Suonano ormai remoti gli anni in cui si sosteneva che il Washington consensus era una via obbligata, che tutti dovevano attenersi allo smantellamento dello Stato sociale, all’austerità, alla dismissione del ruolo dello Stato nell’economia. Ai giorni nostri, infatti, persino in Occidente si parla di Beijing consensus, ovvero di una visione fondata sull’idea di sviluppo, sul ruolo dello Stato nell’economia e sulla cooperazione – ad esempio tra Cina ed Unione Europea, tra Cina e gli altri paesi del mondo – che sia vantaggiosa per tutti.

Disgraziatamente, tamburi di guerra risuonano in varie parti del mondo – in Medio Oriente, in Europa orientale, nell’Asia sud-orientale – ed è qualcosa che ci deve profondamente preoccupare. Come affrontare questa situazione?

Negli anni ’50 del secolo scorso, un illustre filosofo italiano, non comunista, denunciava il problema di una «civiltà occidentale che si arroga[va] il diritto di essere l’unica possibile forma di civiltà», considerando «quindi il corso della storia umana come suo esclusivo appannaggio». A parlare in questi termini era Norberto Bobbio, benché anch’egli, negli anni e nei decenni successivi, si lasciava travolgere dall’euforia del primato occidentale, dimenticando la lezione che lui stesso, in passato, aveva autorevolmente impartito.

Tuttavia, è utile ricordare che, negli anni e nei decenni successivi allo scoppio della Guerra fredda, Palmiro Togliatti, allora segretario generale del Partito Comunista Italiano, insisteva su un punto fondamentale, proprio nel momento in cui cominciava a manifestarsi in tutta la sua brutalità l’intervento statunitense in Vietnam e, in senso lato, l’intervento contro le rivoluzioni anticoloniali: egli affermava che questa contrapposizione tra Occidente e Asia era catastrofica per il mondo, ma in primo luogo per lo stesso Occidente. Quest’ultimo ha infatti scritto le sue pagine peggiori, riteneva, quando ha preteso di essere l’interprete esclusivo della civiltà e ha scritto le sue pagine migliori, invece, quando ha compreso di essere una civiltà accanto alle altre, pronta a collaborare assieme alle altre.

Un altro grande dirigente comunista italiano venuto prima di Togliatti – Antonio Gramsci –, ha evidenziato come spesso nella cultura europea il termine «Occidente» venisse inteso come sinonimo di «umanità». Persino per un illustre filosofo francese come Henri Bergson – scrive nei Quaderni del carcere – «“umanità” significa Occidente».

Ebbene, noi ci dobbiamo evidentemente sbarazzare di questa ideologia catastrofica e dobbiamo prendere atto che la Repubblica Popolare Cinese svolge una funzione importante anche in questo ambito, nello stimolare l’incontro tra le civiltà diverse. A tal proposito è importante ricordare il discorso pronunciato dal Presidente Xi Jinping all’Unesco, in cui viene sottolineato, per l’appunto, l’importanza del confronto tra le civiltà.

Se non riusciamo a mettere radicalmente in discussione, non soltanto tra i comunisti italiani ma anche a un livello più generale, il carattere catastrofico di questa pretesa dell’Occidente di essere interprete unico ed esclusivo del progresso umano, andremo sicuramente incontro a tempi bui.

E credo che sia un dovere nostro, un dovere internazionalista, far conoscere la realtà della Repubblica Popolare Cinese. Una realtà nata in seguito a quella che potremmo definire la più grande rivoluzione anticolonialista della storia. E non soltanto per il fatto che riguardava un paese di civiltà millenaria o perché interessava il paese più popoloso del mondo, che rappresentava un quarto (oggi un quinto) della popolazione mondiale. Ma per ciò che afferiva ad un paese venuto alla luce dopo un «secolo di umiliazioni»: dopo le guerre dell’oppio, dopo aver subíto la terribile occupazione dell’Impero giapponese che pretendeva di schiavizzare il popolo cinese, dopo essersi scontrato anche con l’imperialismo statunitense. E che la più grande rivoluzione anticoloniale della storia sia stata diretta da un partito comunista ci dice molto sul grande capitolo di di storia iniziato con la Rivoluzione d’Ottobre.

Questo capitolo, checché se ne dica, ha contribuito in modo decisivo al rovesciamento del sistema colonialista mondiale. E quasi ovunque tale rovesciamento è avvenuto sotto la direzione di partiti comunisti che, al tempo stesso, hanno sviluppato un processo di costruzione di una società post-capitalistica.

Proprio Deng Xiaoping, come già prima di lui Mao Zedong, ci ha ricordato una verità importante: ossia che la costruzione di una società post-capitalistica costituisce anche un faticoso processo di apprendimento. E ad esso i comunisti cinesi hanno dato un grande contributo, tutt’ora in corso.

Già in Italia tale principio di collegare l’universalità di certe idee con le peculiarità nazionali è stato espresso con particolare vigore: da Antonio Gramsci, che ha insistito sulla ricognizione del terreno nazionale affinché l’edificazione di un nuovo ordine potesse essere vittoriosa, e da Palmiro Togliatti, che ha parlato, come noto, di «via italiana al socialismo». I comunisti italiani, pertanto, non possono non avvertire una piena consonanza allorché sentono parlare di «socialismo dalle caratteristiche cinesi». Si tratta di collegare, per l’appunto, universalità e peculiarità nazionale.

In questo senso risulta di assoluta importanza contribuire alla conoscenza di un paese che, in Occidente, viene spesso ignorato dalla stampa, più incline a fare disinformazione che informazione. D’altro canto la stessa sinistra italiana che cosa fa per far conoscere il socialismo di mercato, il «socialismo dalle caratteristiche cinesi»? Cosa conosce la stessa sinistra italiana della teoria di Deng Xiaoping?

Per queste ragioni, ogni sforzo finalizzato a far conoscere la realtà del «socialismo dalle caratteristiche cinesi» e ad osservare più da vicino questo processo di apprendimento di una società post-capitalistica (ancora in pieno sviluppo), può contribuire, in modo modesto ma prezioso, alla causa dello sviluppo economico, alla lotta contro l’austerità, alla causa della pace e, in ultima analisi, alla comprensione della storia del socialismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Maringiò

Il socialismo cinese entra in una nuova era

 

 

Il Congresso del Pcc ha catturato l’attenzione dei principali mezzi di informazione di tutto il mondo, non fosse altro per il fatto che, come ha ricordato l’ambasciatore cinese in Italia, «negli ultimi cinque anni, a partire dal 18º Congresso del Partito Comunista Cinese, la Cina ha registrato un incremento del Pil da 6.900 miliardi di euro a 10.200, attestandosi stabilmente al secondo posto a livello mondiale e contribuendo per il 30% alla crescita economica mondiale. Negli ultimi cinque anni, 60 milioni di persone sono state affrancate dalla povertà». A parte le speculazioni sulla composizione del Comitato Permanente, i media occidentali si sono concentrati sul consolidamento del potere da parte di Xi Jinping – descritto come il nuovo uomo forte alla continua ricerca di protagonismo – ed energiche sono state le condanne sull’influenza mondiale che la Cina potrebbe avere nel prossimo futuro e biasimo per un presunto ritorno del culto della personalità.

Xi Jinping ha indubbiamente conseguito una posizione preminente dato che prima dell’apertura del congresso ha assurto al ruolo di “core leader” (hexin lingdao, che in italiano potremmo tradurre come “cuore della leadership”) ma, come fa notare Ducan McFarland del Centre for Marxist Education di Cambridge: «Sì, Xi è un leader forte, ma che tipo di leader è? Il suo intervento al Congresso è stato quello di un comunista devoto che applica il Marxismo-Leninismo alle condizioni della Cina». Del resto è stato proprio Deng Xiaoping ad insistere sull’importanza di una leadership forte in grado di esercitare l’autorità necessaria per attuare le riforme. Non è certo la prima volta che gli osservatori occidentali interpretano in maniera erronea le fasi di svolta della pratica di governo cinese: la stessa politica di riforma ed apertura lanciata da Deng venne raccontata come l’omologazione della Cina all’Occidente.

 

 

 

Le fasi dello sviluppo nella Cina moderna

 

 

Quella che si apre è una fase nuova per la storia della Cina e dello sviluppo dell’ideologia cardine del Pcc, ossia il socialismo con caratteristiche cinesi, e la relazione di Xi segna la svolta teorica del 19º Congresso Nazionale che pone tutti noi di fronte all’esigenza di una periodizzazione della storia moderna della Cina.

Quando il Pcc prende il potere e viene fondata la Repubblica Popolare il paese è sconvolto dalla guerra e da una lunga fase di colonizzazione da parte delle potenze dell’Occidente liberale che non si fa scrupoli a violentare, saccheggiare ed umiliare un popolo di antichissima civiltà, dando il via al “lungo secolo delle umiliazioni” (1839-1949), iniziato con la Prima Guerra dell’Oppio e causa della “grande divergenza” studiata da Ken Pomeranz. Il Pil cinese passa dall’essere il 32,9% di quello mondiale nel 1820 al 5,2% del 1949 ed il Pil pro capite rimane invariato per sessant’anni (1890-1949).

Nella prima fase dello sviluppo della nuova Cina, fondata nel ’49, si pongono le basi per l’indipendenza nazionale e per la sua integrità territoriale (questa è la fase nella quale “il popolo cinese si è alzato in piedi”, come dirà Mao) e si prova a porre rimedio alla pesante arretratezza economica. Tuttavia i trent’anni che caratterizzano questo primo stadio della storia cinese contemporanea non sono stati in grado di risolvere il problema del benessere e dello sviluppo delle forze produttive (benché lo stesso Grande balzo in avanti e la Rivoluzione Culturale fossero tentativi – rivelatesi illusori – di accelerare l’edificazione economica del paese).

Nei successivi trent’anni, che hanno segnato una seconda fase della storia della Cina contemporanea (segnati dalla svolta della III Sessione Plenaria dell’11º CC del 1978, fino al 18º Congresso del 2012), grazie ai successi della politica di “riforma ed apertura” l’economia del paese è cresciuta in maniera impressionante, bruciando le tappe dello sviluppo e risolvendo i problemi della penuria e della povertà. Questa è la fase nella quale, secondo la massima di Deng: “diventare ricchi è glorioso” e si avvia una grande redistribuzione – a tappe ed in maniera non omogenea –, che pur risolvendo il problema dei bisogni primari, non affronta quello dell’equità e del rafforzamento del paese sul piano internazionale.

È nei cinque anni in cui è in carica il 18º Comitato Centrale, sotto la guida di Xi Jinping, che si registra invece la trasformazione della Cina da paese prospero a paese ricco e potente sia sul piano domestico che sullo scenario internazionale. Ma questa Cina deve tuttavia fare i conti con due enormi problemi: quello della distribuzione non bilanciata e quello dell’inefficienza.

In un colloquio avuto con un dirigente cinese, così egli ha sintetizzato le varie fasi, usando la metafora della torta. «In un primo momento – ha affermato – non avevamo nulla da mangiare e, grazie alle riforme di Deng abbiamo imparato a cucinare la torta e a renderla sempre più grande. Oggi prendiamo atto che non tutta la popolazione ha la sua fetta di torta (distribuzione non bilanciata) e che non è sufficientemente grande per tutti, né buona (inefficienza). Per cui, quello che serve è cambiare il modello: da una produzione quantitativa bisogna concentrarsi su una produzione qualitativa ed attuare un’equa politica di redistribuzione».

Il cuore politico del 19º Congresso ruota proprio attorno a questo punto ed alle conseguenti riforme. Ciò pone il primo mandato di Xi Jinping in continuità con gli indirizzi tracciati dal suo predecessore e con le guide fondamentali delle riforme volute da Deng, che fissava come «primo obiettivo quello di condurre una vita abbastanza confortevole entro la fine del XX secolo ed avvicinarsi al livello economico dei paesi sviluppati nei successivi 3-5 decenni, attraverso un ambiente internazionale pacifico e superando tutti gli ostacoli interni».

Il rapporto politico presentato da Xi Jinping al 19º congresso lo scorso 18 ottobre, incarna il nerbo di questa sfida e rappresenta pertanto il contributo politico del Pcc, frutto del consenso raggiunto al suo interno rispetto al quinquennio precedente ad alle linee guida per i prossimi decenni. Nel testo della relazione sono pertanto fissati i punti centrali di svolta teorica formulati dal congresso e che possono essere riassunti nel cambio di analisi sulla “contraddizione principale” all’interno della società cinese e l’ingresso del socialismo con caratteristiche cinesi in una “nuova era”.

 

 

 

La contraddizione principale

 

 

Nell’agosto del 1937 Mao Zedong, dalla base guerrigliera dello Yan’an, elabora il saggio “Sulla contraddizione”, come interpretazione della filosofia del materialismo dialettico, ed analizza come ogni aspetto della vita (e della politica) sia il risultato di contraddizioni, una delle quali risulta essere principale rispetto alle altre. In quella fase veniva individuata quale contraddizione principale quella tra “imperialismo e paese aggredito”. Sebbene il partito nazionalista (Kuomintang) avesse lanciato una serie di “campagne di annientamento” contro l’Armata Rossa cinese, il dirigente comunista non smette di considerare quella contro l’occupante straniero la contraddizione principale su cui concentrare le forze e non rinuncia, nonostante le aggressioni, ad allearsi con le truppe di Chiang Kai-shek (Jiang Jieshi).

La situazione cambia una volta vinta la guerra, sconfitti i nazionalisti ed avviate le prime riforme economiche. Il Pcc considera ora come contraddizione principale quella tra i “rapporti di produzione e lo sviluppo concreto delle forze produttive”. Questa linea resta in campo fino all’8º Congresso (1956) allorché venne individuata come contraddizione principale nel paese quella scaturita dal “bisogno del popolo di un rapido sviluppo economico e culturale ed una produzione arretrata”; non più quindi quella tra proletariato e borghesia.

Il 19º Congresso segna una nuova svolta e viene individuata una ulteriore contraddizione principale, ossia quella “tra uno sviluppo inadeguato e sbilanciato ed il sempre crescente bisogno del popolo di una vita migliore”.

Pertanto, mentre Mao durante la Rivoluzione culturale ha enfatizzato la lotta di classe come strumento di mobilitazione popolare e Deng ha posto l’accento sulla primazia della produzione economica, Xi avanza in direzione di una crescente armonia sociale che mira a costruire un socialismo prospero con, al suo interno, la lotta contro la corruzione ed i valori borghesi.

Il salto teorico nel pensiero è evidente allorquando si sottolinea l’esigenza della promozione di uno sviluppo che mette al centro i bisogni degli individui e la prosperità comune. Nessun partito al governo in un paese capitalista avanzato ha mai formulato un obiettivo paragonabile a quello esposto da Xi Jinping nel rapporto politico al congresso. «La Cina continuerà a portare avanti un progetto di sviluppo che mette l’essere umano al centro, ponendosi come obiettivo strategico la ricerca di una vita sempre migliore della sua popolazione». Questo genera inevitabilmente simpatia e supporto tra il popolo cinese: il socialismo con caratteristiche cinesi da visione del futuro diventa una realtà concreta del presente. Perdipiù, per la prima volta, parla un linguaggio che ha una forte valenza ed una capacità di attrazione anche all’interno dell’Occidente: esiste un’alternativa al capitalismo liberale che causa insicurezza per la gente comune in tutto il mondo.

 

 

 

Il socialismo cinese entra in una nuova era

 

 

Secondo la definizione di Marx, la società comunista è quella regolata dal principio “ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni” (Critica al programma di Gotha), ovvero la società dei “liberi produttori associati” (Il Capitale), capace quindi di realizzare il destino comune. Il socialismo con caratteristiche cinesi per raggiungere questo obiettivo ha individuato la necessità di liberare e sviluppare le forze produttive ed eliminare lo sfruttamento e la polarizzazione della ricchezza. E, se il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione culturale si «basavano sull’illusione che l’accelerata edificazione economica potesse essere promossa con le stesse modalità con cui erano state condotte le battaglie politiche e militari della rivoluzione cinese, si può allora comprendere la svolta di Deng Xiaoping che ha criticato il vecchio modello perché incapace di sviluppare le forze produttive e perché non era in grado di appagare realmente il diritto alla vita e a una vita dignitosa».

Queste innovazioni hanno dovuto fare i conti non solo con alcune resistenze da parte dei fautori della distribuzione egualitaria della penuria (non è un dibattito nuovo nella storia dei paesi socialisti, basta pensare alla Nep sovietica), ma anche con il retaggio della vecchia società e con le contraddizioni che questa nuova politica inglobava. Perché se è vero che la produzione della ricchezza è stata possibile in gran parte grazie allo sviluppo delle forze produttive mediante la competizione degli individui e delle imprese e con un intreccio di industria pubblica e privata, ciò ha comportato anche la crescita di disuguaglianze e fenomeni degenerativi, la diffusione di valori quali l’individualismo e la spinta alla ricchezza personale ed alla carriera, oltre a veri e propri valori contrari e pericolosi per il socialismo.

Un primo ripensamento inizia con l’introduzione nel 17º Congresso (2007) della teoria della “visione di sviluppo scientifico” (kexue fazhan guan) di Hu Jintao, che può essere considerato «uno sviluppo economico che tiene conto del fattore umano e che è ben coordinato in modo complessivo con quello sociale. L’importanza del fattore umano è rafforzata da un altro principio, su cui si basa questa nuova concezione, quello de “le persone da considerare come priorità” (yi ren wei ben): in altre parole partire dagli interessi fondamentali della popolazione nei diversi indirizzi delle riforme e porre gli interessi della gente comune al primo posto».

Ma è con la direzione di Xi Jinping che si innesca una vera a propria svolta.

La prima è nell’economia, allorquando si passa da una crescita impetuosa del Pil ad un nuovo modello definito il “new normal” (xin changtai), che non indica solo un calo programmato della crescita del Pil, ma un cambio di paradigma da un paese che ha usato la sua abbondante manodopera a basso costo per produrre ed esportare beni ad alta intensità di lavoro, verso un altro ad alta intensità tecnologica: unica via per scongiurare la cosiddetta “trappola del reddito medio”. Ciò comporta una crescita del ruolo dei servizi ed una conversione da una produzione orientata alla quantità ad una orientata alla qualità ed all’innovazione. Xi Jinping ha citato la parola “innovazione” 59 volte nel corso della sua relazione al Congresso e la sfida per la Cina è quella di trasformarsi da paese “imitatore” a paese “innovatore”, soprattutto nei settori delle nuove tecnologie e del commercio e dei pagamenti elettronici. Infatti, come fa notare Ben Shenglin, professore alla scuola di Management dell’Università del Zhejiang, sebbene l’e-commerce sia nato negli Stati Uniti negli anni ’90, Amazon e le altre società del settore non hanno avuto uno sviluppo tanto rapido quanto le cinesi Alibaba e jd.com e, sebbene PayPal sia stata fondata negli Usa nel 1998 ed abbia dato il via all’era dei pagamenti elettronici, ciò è avvenuto appena cinque anni prima dell’imitatore Alipay. È giunto il tempo del sorpasso, contando sul fatto che «è la combinazione dei cambiamenti radicali nella sfera politica, economica, sociale, culturale e tecnologica che ha creato un ambiente politicamente stabile e un potente ecosistema di innovazione con caratteristiche cinesi, che apre la strada al rapido sviluppo della “nuova economia”». A questo si accompagna una grande svolta anche nelle aziende di stato con l’obiettivo di renderle più efficaci e trasformarle in aziende di livello mondiale e competitive a livello globale.

La seconda svolta, conseguente alla prima, sta nelle riforme politiche. Con la lotta alla corruzione si è reso il partito più forte (mettendolo al centro di tutto) e si è rinsaldato il rapporto con le masse. Ora il socialismo cinese entra in una nuova era ed è chiamato a farsi carico della nuova contraddizione principale e porre quindi al centro i nuovi bisogni della popolazione, quali la democrazia, il legalismo, l’ecologia, etc. Del resto, dopo aver appagato i bisogni materiali più immediati, esso è chiamato a fare i conti con la democrazia formale e le sue regole, in modo tale da stare al passo con le istanze di quella società civile che proprio le riforme economiche hanno contribuito a creare. Per tali ragioni si è posta grande enfasi sullo sviluppo della “rule of law” (yifa zhiguo, già affrontata nel corso del IV Plenum del 18º CC) perché rafforzare ed istituzionalizzare il governo della legge, tenendo il Partito al centro e rendendo più debole l’arbitrarietà degli ufficiali è diventata una priorità, assieme all’obiettivo di fare dei passi in avanti sul terreno della difesa della natura, per trovare una armoniosa coesistenza tra questa e l’uomo.

Si tratta di una grande innovazione teorica rispetto all’esperienza del socialismo reale in Europa orientale, dove ci si illuse che la realizzazione dei diritti economici e sociali rendesse superfluo l’ampliamento delle conquiste spirituali e della democrazia formale. L’esperienza cinese mostra come gli sforzi per lo sviluppo economico e materiale dell’economia costituiscono una base solida per l’espansione dello stato di diritto e delle riforme politiche che, se fatte senza che la struttura politica ed economica siano preparate (come fu il caso della perestroika e della glasnost’ in Unione Sovietica), diventano la premessa per la sconfitta.

È sulla base di queste innovazioni, che investono l’amministrazione statale ed il governo, che il rapporto politico traccia la strada che condurrà, attraverso tre tappe, alla nuova Cina di metà secolo.

 

 

 

Le nuove tappe dello sviluppo

 

 

La prima tappa è quella che condurrà la Cina a diventare, entro il 2020, una società con un livello diffuso di benessere, ossia una società moderatamente prospera. Per fare ciò diventa necessario concentrarsi su tre obiettivi: prevedere e risolvere i rischi principali, eliminare l’ultima sacca di povertà rimasta e mantenere sotto controllo ed entro limiti accettabili l’inquinamento.

Il primo obiettivo pone l’attenzione della dirigenza cinese appena eletta prevalentemente sullo scenario internazionale. Da qui vengono i principali problemi che mettono a rischio la pace e le condizioni ambientali per uno sviluppo armonioso della Cina, a partire dalle scelte isolazioniste di Stati Uniti e Gran Bretagna di imprimere una inversione di marcia al processo di globalizzazione. «L’impegno globale della Cina è dinamico, sicuro e in aumento. L’economia ed il commercio guidano il potere della Cina, come dimostra la tanto necessaria Belt and Road Initiative, ma la diplomazia, il soft power della cultura e dei media e l’hard power della proiezione della marina, si sviluppano rapidamente. Come ha detto Xi, la nuova era vede “la Cina avvicinarsi al centro della scena ed offrire maggiori contributi all’umanità”. Il Paese sta ora offrendo la “saggezza cinese” e le “ricette cinesi” alla comunità internazionale – le esperienze e le lezioni del notevole sviluppo della Cina, in particolare per i paesi in via di sviluppo».

Il secondo obiettivo consiste nell’eliminazione dell’ultima sacca di povertà di circa 50 milioni di persone (quasi quanto tutta l’Italia) in un contesto economico mutato e che non vuole più fare riferimento alle bibliche migrazioni interne verso le città, ma estendendo il progresso e lo sviluppo nelle regioni interne e meno sviluppate.

Il terzo obiettivo, ad appannaggio principale dei governi locali, è quello di preservare l’acqua, l’aria ed il suolo dall’inquinamento e porre la Cina come alfiere di una civiltà ecologica mondiale e nella lotta contro i cambiamenti climatici.

La seconda tappa è quella che Condurrà al Cina a diventare, entro il 2035, un paese socialista moderno. Ciò significa costruire un paese moderatamente forte nel settore delle manifatture, un paese leader nel settore scientifico e dell’innovazione tecnologica ed avanzato nel settore dell’intelligenza artificiale.

Entro il 2035, raggiunti questi obiettivi, potrà considerarsi conclusa la prima tappa della transizione al socialismo e la Cina potrà prepararsi all’obiettivo ambizioso di metà millennio di diventare un paese socialista moderno, potente, ricco, democratico, armonioso e bello.

La portata di questo disegno è enorme, non solo per la Cina. In poco più di trent’anni questo paese immagina di aver concluso la tappa primordiale della costruzione del socialismo e diventare un paese socialista moderno e ricco, che ha vinto la sfida contro le due disuguaglianze storiche (quella interna e quella con i paesi più sviluppati) nel corso di un secolo dalla presa al potere del Partito comunista.

Non è un caso, infatti, che le date che segnano le tappe intermedie di questo sviluppo, coincidano con i due “obiettivi centenari” (liang ge yibai nian): il 2021 si celebrerà il centenario della fondazione del Pcc, mentre il 2049 sarà il centenario di fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

Nella relazione politica al Congresso, leggiamo: «Il tema del Congresso è: rimanere fedeli alla nostra aspirazione originaria e tenere ben ferma la nostra missione, tenere alta la bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi, ottenere una vittoria decisiva nella costruzione di una società moderatamente prospera a tutti gli effetti, impegnarsi per il grande successo del socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era, e lavorare instancabilmente per realizzare il sogno cinese di ringiovanimento nazionale. Non dimenticare mai perché hai iniziato e porterai a termine la tua missione». Questa espressione è figlia della cultura tradizionale cinese: durante la dinastia Tang il poeta Bai Juyi scrisse che “se sai sempre ricordare dove ha iniziato, alla fine realizzerai il tuo desiderio” e rappresenta il testimone ideale che le generazioni di comunisti cinesi si passeranno per raggiungere gli obiettivi centenari e la realizzazione del sogno cinese.

Figlio di un rivoluzionario che aveva combattuto insieme al presidente Mao durante la guerra civile, Xi Jinping non solo ha assistito ai tumultuosi eventi politici della Cina, ma ha anche sopportato una dura vita di campagna durante la Rivoluzione Culturale. Qui ha fatto amicizia e lavorato con contadini ed umili lavoratori, che lo hanno trasformato in un marxista pragmatico.

Oggi, il suo pensiero ha spinto il marxismo cinese in una nuova era.