Di recente è apparsa sui nostri giornali la notizia che la Cina sta rinazionalizzando le aziende che erano state privatizzate con le riforme di Deng. E’ stata l’occasione per i liberisti di casa nostra per esprimere la loro preoccupazione e per alcuni comunisti (sempre di casa nostra) per esultare per la “fine della Nep”. Hanno ragione i liberisti a preoccuparsi, hanno torto i compagni ad esultare.

Hanno ragione i liberisti a preoccuparsi, insieme a tutti coloro che hanno sempre sostenuto che le riforme economiche denghiste avrebbero portato la Cina al capitalismo. Questa notizia mi conferma infatti nell’idea che in Cina lo Stato e quindi il partito comunista non hanno mai perso il controllo dell’economia, cosa che avvenne peraltro anche per la Nep di Lenin, diversamente dalle grandi privatizzazioni russe di Eltsin. E ciò è avvenuto anche quando con le riforme economiche denghiste il governo cinese lasciò creare alcuni colossi privati. 

D’altra parte sbagliano ad esultare certi comunisti un po’ dogmatici che hanno sempre mal sopportato le riforme denghiste e hanno sempre sperato in un ritorno indietro verso uno statalismo pressochè integrale come c’era prima della fine dell’Urss, anzi causa principale della stagnazione economica e della insoddisfazione popolare che è stata la ragione principale del crollo economico-politico dell’Urss.

In Cina, dalle notizie che per il momento apprendiamo dalla stampa occidentale, non stanno per niente superando la Nep o l’economia di mercato (che è sempre stata controllata e diretta dallo Stato), ma stanno contrastando e superando lo strapotere che stavano assumendo alcuni colossi privati. E ciò il governo comunista lo sta facendo con varie misure, che vanno dalle multe salatissime, alle campagne di stampa, ai procedimenti giudiziari fino alle nazionalizzazioni. Ma stiamo parlando dei grandi colossi, non certo delle piccole e medie imprese che rispettano le regole e le rigide norme statali e sindacali di difesa dei lavoratori.

Parliamo del colosso privato delle assicurazioni Anbang, che sta per essere acquisito dallo Stato. Parliamo della Suning, colosso nel settore commerciale della vendita al dettaglio di elettrodomestici e prodotti elettronici, che è stata salvata da capitali pubblici, con l’ingresso nell’azionariato della municipalità di Shenzhen.

Peraltro la nazionalizzazione viene fatta solo in presenza di crisi e di rischio di fallimento. Scrive il Sole 24 ore del 4 agosto scorso: “Lo Stato fronteggia il pericolo default…. facendosi carico delle criticità per poi ripiazzare le aziende sul mercato, indifferentemente, a investitori pubblici o privati. Aveva promesso che le aziende in crisi non più recuperabili sarebbero state lasciate fallire e invece soprattutto per quelle più grandi a rischio di innescare rischi sistemici in tutto il Paese, questo non sarà possibile. La soluzione che sembra più accreditata è quella dell’ingresso nel capitale per permettere poi la vendita, una volta ultimata la ristrutturazione. Sono in tante le società in bilico, molte pagano lo scotto di operazioni di M&A azzardate o non economiche. Intanto l’invito dello Stato è a spogliarsi degli asset non essenziali, e a fare una drastica cura dimagrante”.

Tuttavia, la modalità per mantenere il controllo sull’economia e quindi sulla società e sullo Stato non è solo quella delle nazionalizzazioni, ma è anche quella delle sanzioni antitrust che arrivano fino ai procedimenti giudiziari nei confronti di grandi capitalisti che violano le regole.

“L’ultima riunione del Politburo – continua sempre il Sole 24 Ore – ha segnalato una forte pressione dall’esterno sulla Cina e condizioni di instabilità per una crescita davvero stabile. Le aziende devono dunque essere in linea con lo sviluppo ordinato dell’economia, siano esse pubbliche o private. Vietato alimentare rischi sistemici che possano compromettere i mercati finanziari”.

“A inizio aprile – leggiamo su La Repubblica del 3 giugno – l’autorità cinese di regolamentazione del mercato delle piattaforme ha punito con una multa di quasi tre miliardi di dollari il gigante tecnologico Alibaba. La causa della sanzione risiederebbe nel comportamento monopolistico dell’azienda ed è legittimata dalle «nuove linee guida per le piattaforme», la legge anti trust cinese, in vigore dall’inizio di febbraio 2021. 

Alibaba è accusata di impedire ai commercianti che vendono prodotti sui siti di e-commerce della società, di accedere ad altre piattaforme. La multa, però, era chiaramente un avvertimento: pochi giorni dopo, 34 aziende tecnologiche cinesi sono state convocate dalle autorità per ricevere un ulteriore avviso, ovvero provvedere a dotarsi di organi interni per verificare eventuali comportamenti non conformi alle nuove norme anti monopolistiche. In pratica, è stato chiesto di autodenunciarsi…..

Siamo di fronte alla prova plastica di quanto il socialismo di mercato, l’espressione che secondo Pechino condensa il proprio modello, non sia assolutamente una contraddizione per i cinesi. Il Partito controlla il mercato, lo indirizza attraverso la regolamentazione del rapporto tra privati e aziende di Stato, fa crescere e garantisce il successo delle società private, ma è sempre pronto a chiedere il conto di tutti i favori. È esattamente quanto sta accadendo con le piattaforme.

Nel balletto di multe, ammonimenti, minacce, rientrano infatti alcuni elementi salienti del «modello cinese» per come lo abbiamo conosciuto e per come pare delinearsi nel futuro. Alibaba, Tencent e le altre devono il loro successo alla capacità del partito comunista di mettere in pratica il concetto di «sovranità digitale». Nei primi anni Duemila, quando il Pcc si è trovato di fronte alla vastità della rete e alla sua quasi intrinseca assenza di limiti, di confini fisici e territoriali, la leadership ha traslato il concetto di sovranità al mondo digitale cominciando a diffondere un nuovo mantra, la «sovranità digitale» (“wangluo zhuquan”). Questo significa che Pechino concepisce la rete nel proprio territorio come fosse il territorio stesso.

In questo senso il Pcc realizza alcuni obiettivi: tenere fuori le ingerenze straniere sgradite, esercitare un forte controllo sulle comunicazioni online, mantenere la propria potestà giudiziaria come si trattasse di un territorio fisico, da cui discende la considerazione dello spazio virtuale come prosecuzione o in ogni caso come qualcosa di connesso con la realtà. La definizione più esaustiva di cosa la Cina intenda con questo concetto, si ritrova nel documento del 2017 intitolato “International strategy on cooperation in cyberspace” dove si legge che, «i paesi dovrebbero rispettare il diritto degli altri di scegliere il proprio sviluppo e modello di regolamentazione e delle politiche pubbliche di Internet, e partecipare alla governance internazionale del cyberspazio su un piano di parità».

Tra le prerogative di questo concetto c’è anche quello di escludere dal mercato interno le aziende che rischierebbero di bloccare l’innovazione nazionale. Se Facebook, per fare un esempio, non fosse stato tenuto fuori dal mercato cinese, probabilmente oggi Alibaba e Tencent non sarebbero quello che sono.

Solo che a un certo punto il peso delle piattaforme è diventato eccessivo anche per il Pcc, tanto più che il business di queste società si è allargato – e non di poco – rispetto all’inizio della loro storia imprenditoriale. Alibaba oggi nei fatti è anche una banca, perché gestisce ed elargisce prestiti e pagamenti online e ha numerose partecipazioni nei mezzi di informazione (possiede, ad esempio, il 100 per cento del quotidiano di Hong Kong South China Morning Post e partecipa in Weibo, la cosa più simile a Twitter che esista in Cina).

Le piattaforme sono diventate troppo potenti in un mondo nel quale c’è un’unica autorità stabilita. E il Pcc non è solo un partito che controlla una nazione, ma è una specie di holding totale che in modo paternalistico si prende cura della popolazione, comprese le sue esigenze economiche.

L’operazione contro le piattaforme è un esempio perfetto di come funzionino le cose in Cina: da un lato il Pcc vuole impedire che queste aziende abbiano un eccessivo potere, specie nel controllo e nella gestione dei Big Data che raccolgono spesso in modo non proprio legale; dall’altro vuole entrare in business particolarmente lucrativi come quello dei pagamenti online, il cui 93 per cento del mercato è controllato da Alibaba e Tencent.

La Banca centrale cinese ha ormai lanciato da tempo lo yuan digitale (dopo diverse fasi di sperimentazione, l’utilizzo della moneta virtuale è già realtà in diverse città) il cui scopo è proprio quello di consentire pagamenti online sotto la tutela delle istituzioni finanziarie nazionali (oltre a ribadire l’intenzione di internazionalizzare la propria valuta e alla volontà di inserire all’interno del circuito finanziario chi non ha un conto in banca): in pratica Alibaba e Tencent sono considerati concorrenti dello Stato.

C’è poi un ultimo aspetto da non sottovalutare: il Pcc ha da sempre molta attenzione al sentimento della propria popolazione. In un momento delicato come è quello attuale, tra scontro con gli Usa e pandemia, nonostante la Cina sia uscita dall’epidemia per prima e la sua economia abbia dato ampi segnali di crescita, il Partito non poteva non registrare un crescente malessere da parte di molti cittadini nei confronti delle piattaforme. La nuova legge anti trust e quella sulla privacy – molto simile a quella europea – hanno dato il via a numerose cause contro le grandi aziende, accusate di comportamenti monopolistici e di raccogliere in modo illegale i Big Data.

Intervenendo contro le piattaforme, il Pcc può così rivendersi l’azione come un provvedimento teso a tutelare la società civile e a redistribuire, attraverso le multe, la ricchezza accumulata dai big tech cinesi. Non a caso nei giorni più caldi dello scontro contro Alibaba e Jack Ma in particolare, il presidente Xi Jinping si è fatto riprendere in visita al museo di Zhang Jian, imprenditore e filantropo vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, specificando che «gli imprenditori eccezionali devono avere un forte senso di missione e responsabilità per la nazione e allineare lo sviluppo della loro impresa con la prosperità della nazione e la felicità delle persone».

Il messaggio era chiaro: è Zhang Jian a rappresentare l’esempio di imprenditore ideale per il Partito comunista. Dopo aver superato gli esami della dinastia Qing (l’ultima a regnare in Cina) per diventare un funzionario, con il sostegno dello Stato Zhang fondò quello che oggi potremmo definire un consorzio tessile di successo e svariate altre imprese per poi redistribuire la sua ricchezza attraverso enti di beneficenza, scuole, biblioteche, orfanotrofi, case per i poveri, perfino lampioni elettrici e il primo museo in stile occidentale della Cina nella città di Nantong, che fiorì grazie alle attività di benefattore di Zhang.

Sarà un caso ma dopo i rimproveri e le non proprio velate minacce, tutte le aziende convocate dalle autorità hanno pubblicato dei comunicati di scuse, con la promessa di fare di più per rispettare le nuove leggi nazionali. E dopo la visita di Xi al museo di Zhang, Jack Ma, sparito per mesi, si era rifatto vivo in una conferenza online con una scuola situata in una zona rurale, promettendo sostegno e aiuti per le regioni del paese più indietro da un punto di vista economico. E non è bastato, perché al momento su di lui c’è un’indagine che non promette bene”.

E’ Repubblica che parla, non io. Una bella differenza con gli Stati occidentali, dove sono i colossi privati a dirigere governi, mass-media e società, non il contrario.

D’altra parte, e concludo, non è la fine della Nep, cioè di una logica di mercato e di profitto (controllata e diretta dallo Stato) che ha fatto grande la Cina e di converso la cui mancanza ha affossato l’Urss. Perché questa la Nep cinese è – secondo me – una riforma strutturale e strategica, non tattica. E’ l’innovazione strategica per eccellenza per rilanciare nel mondo la stessa concezione e idea di socialismo dopo la fine dell’Urss.