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Ché la diritta via era smarrita

Appunti sul degrado della presenza comunista

negli Enti locali nella fase che precede e segue la Bolognina

di Mariano Guzzini

Giuseppe Dozza

Cumpanis, ottobre 2020

 

Di recente mi è capitato di leggere una analisi affrettata e poco condivisibile sugli errori del Pci nel dopoguerra, dovuta alla penna abitualmente accurata e acuta di Montserrat Galcerán Huguet. (Il contributo è uscito su Viento Sur del 10/10/2020 con il titolo “Adiós a Rossana”, che poi era la Rossanda).

Il Pci, secondo lei, sbagliò fin dalla (prima) svolta di Salerno, quando Togliatti immaginò di poter ottenere una maggioranza nelle elezioni politiche che gli permettesse di formare un governo. Quella strategia si mostrò sbagliata, secondo l’insegnante emerita di filosofia nell’Università Complutense di Madrid, perché il Pci ignorò la consistenza della reazione anticomunista che nel frattempo si era formata con l’obbiettivo di fermarlo, prevedendo anche la sospensione delle garanzie democratiche nel caso che avesse vinto le elezioni (operazione Gladio).

L’ossessione di andare al governo (sic! Nel testo originale: “En su obsesión por acceder al Gobierno”) fece sì che il Pci ignorasse le trasformazioni economiche e sociali che si stavano sviluppando nel Paese e perdesse il rapporto con le lotte sociali (… y se distanció de las luchas sociales).

Dare un veloce e frammentato sguardo su quanto avvenne, dalla Liberazione ad oggi, nel sistema delle autonomie locali, e sul ruolo che in quel sistema svolsero i comunisti, ci consentirà di completare il ragionamento troppo parziale e troppo male orientato, che si può perdonare – in parte – a chi legge la storia italiana da Madrid. E già che ci siamo, può anche dirci qualcosa sui veri errori che il Pci fece anche in questo fronte di lotta, nonostante le pagine luminose che pure furono scritte dai dirigenti e dagli amministratori, che fino ad una fase – recentissima – non si fecero confondere dalle logiche del clientelismo e della mera occupazione del potere, ma seppero fornire esempi che a me sembrano ancora indiscutibili di buon governo, di stimolo della partecipazione democratica, di difesa delle autonomie locali e di soluzioni moderne ed egualitarie dei problemi degli amministrati.

Renzo Bonazzi, sindaco comunista di Reggio Emilia dal 1962 al 1976, contribuì, assieme a Loris Malaguzzi, a realizzare il sistema di asili nido e di scuole dell’infanzia comunali conosciuto come “Reggio Emilia Approach”. Contemporaneamente si creava un solido modello di welfare municipale e di rilancio del sistema educativo e culturale che solo anni dopo troverà nella felice stagione degli assessorati alla cultura (con Renato Nicolini a Roma, Stefano Bonaga a Bologna, Franco Camarlinghi a Firenze e molti altri) un ulteriore e pieno sviluppo, intrecciando il cosiddetto “effimero” con il consolidamento delle istituzioni e delle strutture culturali, tanto da fronteggiare il degrado violento che la destra in quegli anni diffuse nelle città.

Sempre nel campo molto innovativo dei servizi sociali comunali va assolutamente ricordata Adriana Lodi, tutt’ora vivente (ad Ozzano dell’Emilia), che entrò a far parte della giunta bolognese guidata da Giuseppe Dozza nel 1964, e che in seguito, nella giunta di Guido Fanti (1969) aprì a Bologna i primi asili nido comunali, anticipando la legge 1044, di cui lei stessa sarà prima firmataria. Il vasto campo dei servizi sociali, comprendente le scuole materne per l’infanzia, e gli stessi consultori, è stata una delle “bandiere” e delle conquiste delle amministrazioni di sinistra, e delle donne amministratrici elette nelle liste del Pci. Quando Matteo Renzi fece una deplorevole riforma della scuola, Adriana Lodi uscì per protesta dal Pd. Il quale non fece una piega. La qual cosa la dice molto lunga sull’esaurimento della spinta propulsiva del centro-sinistra italiano.

Successivamente, quando – sul finire degli anni settanta dello scorso secolo – per impulso di Franco Basaglia l’Italia riformò radicalmente la sua psichiatria, furono gli assessori provinciali provenienti dalla medesima cultura a chiudere gli ospedali psichiatrici, di solito provinciali, avviando coraggiosamente un processo che ancora oggi avrebbe bisogno di essere completato e implementato nei territori. A questo proposito non posso non ricordare Emilio Ferretti, assessore alla provincia di Ancona, funzionario del Pci e partigiano combattente, che riuscì a guidare nel capoluogo marchigiano quella complessa e delicata riforma.

Se non si vuole azzerare una enormità di cronache ormai diventate storia, si deve ammettere che non solo il Pci di quegli anni (dal ‘45 al ‘90) non ignorò affatto “las trasformaciones económicas y sociales que estaban ocurriendo en el país”, ma ne fu una delle principali molle, non solo all’interno del sindacato, o del Parlamento, ma anche e soprattutto nella rete di Comuni e di Province (e in seguito delle Regioni) dove seppe svolgere un ruolo fondamentale di proposta e di gestione del rinnovamento sociale e civile.

Almeno finché non perse il contatto con una parte dei movimenti.

A questo proposito esistono due date sulle quali non si rifletterà mai abbastanza: il 17 febbraio 1977, quando Luciano Lama cercò di fare un comizio alla Sapienza, a Roma, e venne cacciato dagli “autonomi”, tornando sul posto il 13 febbraio 1980, accompagnato dal sindaco Luigi Petroselli; e il 14 ottobre 1980, a Torino, con la marcia dei quarantamila quadri Fiat.

La sconfitta del sindacato (e del Pci) alla Fiat è stata di recente rievocata, nel suo “quarantennale” sul quotidiano “il manifesto” da Marco Revelli, che ha citato un film (di Pier Milanese e Pietro Perotti) a riprova del fatto che le assemblee per la ratifica dell’accordo furono coscientemente falsate dai funzionari del sindacato, capovolgendo la volontà della base. E Marco Revelli conclude: “… trasformando una durissima sconfitta in una catastrofe morale e sociale”.

È difficile prescindere da questi momenti di forte sbandamento quando si cerca di dipanare il filo rosso delle vicende e del degrado che hanno segnato il contraddittorio percorso del Pci dal dopoguerra alla Bolognina.

Certo, Luciano Lama fu un influente dirigente. E di Luigi Petroselli non ricordiamo solo la sua presenza accanto a Lama e al rettore Antonio Ruberti quel 13 febbraio 1980.

Petroselli governò Roma dal 1979 alla sua morte, (7 ottobre 1981, mentre partecipava ad una riunione del Comitato centrale del Pci), dopo l’esperienza di Giulio Carlo Argan (sindaco dal 1976 al 1979).

Fu rieletto nel 1981, con 130 mila voti di preferenza. Durante il suo mandato ristrutturò l’area dei Fori imperiali con l’aiuto di Antonio Cederna, realizzando l’attuale congiungimento dal Colosseo al Campidoglio. Inaugurò la seconda linea della metropolitana (la linea A, da Ottaviano a Cinecittà), e lasciò libere le energie del suo assessore alla cultura Renato Nicolini, che inventò dal nulla l’indimenticabile “estate romana”.

Non a caso ai suoi funerali parteciparono, tra le altre autorità, il presidente Sandro Pertini e il sindaco di Parigi, Jacques René Chirac.

Tuttavia, negli anni del massimo splendore del modo di amministrare dei comunisti si aprivano le principali crepe politiche che nessuna Bolognina avrebbe saputo – probabilmente – risanare.

Del rapporto con gli studenti e con la Fiat ho già detto. Ma devo aggiungere qualcosa sul degrado ideale e morale.

In quegli stessi anni (nel finire degli anni settanta del secolo scorso) uscirono due preziosi libri di Umberto Terracini. L’intervista sul comunismo difficile, a cura di Arturo Gismondi (Laterza, Bari) e i Cinque no alla Dc, (Mazzotta, Milano). Non cederò alla tentazione di introdurre ricordi personali che pure fremono sulla punta della penna, e da quei testi trarrò solo una citazione:

“Io ho sempre pensato – è scritto nell’Intervista – che al singolo, per alto che sia il suo ingegno e per quanto grande sia la capacità di agire, non è dato di incidere sulla realtà se non si unisce agli affini, ai simili, agli uguali. (…) Per questo ho sempre voluto restare nell’ambito di una forza organizzata nella quale, e per il cui tramite, il mio pensiero potesse divenire azione efficiente.

E anche quando ho dissentito da certe posizioni del partito ho evitato sempre di farmi trascinare, per amore delle mie idee, a tali passi che mi portassero a staccarmene definitivamente.

In questo caso, salvaguardate che io avessi le mie idee, le avrei insieme condannate alla sterilità, all’impotenza. Avrei cioè tradito la mia natura di militante”.

Ovviamente i libri vanno letti nella loro completezza e fa male chi da una sola frase estrapolata pretende di capire tutto. Ma questo pensiero di Umberto Terracini, estrapolato finché si voglia, può riassumere una delle principali ragioni del degrado di quegli anni, in quanto il cedimento al senso comune, alla “rationem” corrente, portò molti a considerare inutile il legame con il popolo comunista, preferendo coltivare la propria individualità, come predicavano da tutti i pulpiti giornalistici o televisivi i cattivi maestri.

Luciano Lama e Luigi Petroselli non vanno ricordati per essere ritornati insieme il 13 febbraio 1980 alla Sapienza, sul… luogo del delitto. Ma per avere tenacemente ed efficacemente (e ostinatamente) mantenuto quel legame di cui all’Intervista di Umberto Terracini, con gli “affini, i simili e gli uguali”.

Altri (certamente Occhetto e Veltroni, ma non solo loro…) trovarono più moderni e opportuni tutt’altri legami, e le conseguenze di quelle scelte sono sotto gli occhi di tutti.

Del resto va anche detto che da un certo momento in poi gli affini, i simili e gli uguali non riuscirono a elaborare sintesi condivise e condivisibili. Dopo la seconda svolta di Salerno, compiuta da Enrico Berlinguer, che polverizzò gli anni della faticosa tessitura dell’alleanza di unità nazionale, negli Enti locali accadde di tutto. Le alleanze furono affidate ad un miscuglio di antiche velleità di considerare i socialisti italiani interlocutori privilegiati e – come si disse allora in una mozione congressuale, approvata – “parte integrante della sinistra europea” e la prosecuzione in sede locale, ma nella forma più becera e senza più principi, del rapporto privilegiato con la Dc.

Si videro allora amministrazioni meritevoli di apprezzamento scardinarsi per la mancanza di pochi voti, e solidissime giunte comunali o provinciali con fondamenta genericamente unitarie, ma sostanzialmente clientelari.

E pensare che nella mia regione, le Marche, prima della sciagurata seconda svolta di Salerno, avevamo inventato un delicatissimo equilibrio tra poteri e forze politiche, che aveva prodotto l’intesa marchigiana, caratterizzata da un democristiano, Adriano Ciaffi, alla presidenza della giunta regionale, e un comunista, Renato Bastianelli, alla presidenza del Consiglio.

E qui i ricordi pretendono di essere riesumati. Perché in quel complicato 1977 mi capitava di dirigere il “bimestrale di ricerca sociale, politica e culturale” Marche oggi. Sul numero di maggio-agosto (11-12) intervistai Gerardo Chiaromonte, autorevole componente della segreteria nazionale, che ad una mia precisa domanda rispose:

“… quello che mi sembra certo è che questa intesa (che è, certo, la più avanzata tra tutte quelle che si sono costruite in moltissime regioni italiane) ha facilitato il processo che è venuto avanti su scala nazionale.

Una delle argomentazioni più false usate dai nemici dell’intesa programmatica, è stata quella che le trattative tra i partiti si svolgevano sulla testa del paese.

Questo è del tutto sbagliato perché – lo ripeto – la trattativa a Roma tra i partiti sarebbe stata del tutto inconcepibile al di fuori di quel processo unitario che si è sviluppato nel paese dal 15 giugno 1975 in poi”.

Nelle elezioni regionali marchigiane la Dc aveva deciso di richiamare l’onorevole Adriano Ciaffi, autorevole parlamentare ed estensore di importanti leggi di riforma dell’ordinamento comunale e provinciale, per rafforzare la delegazione in Consiglio regionale. Ed una analoga scelta aveva compiuto il Pci, richiamando dal Parlamento l’onorevole Renato Bastianelli. Perché in quei lontani anni si sapevano scegliere i candidati e quindi si vincevano le elezioni.

Ebbene, per Gerardo Chiaromonte l’intesa marchigiana era “la più avanzata tra tutte quelle che si sono costruite in moltissime regioni italiane”.

Dopo di che ci fu la “seconda svolta di Salerno” (l’urticante definizione uscì dalla penna di Emanuele Macaluso), il 28 novembre 1980, e dalla felice condizione di intesa più avanzata l’alleanza marchigiana venne derubricata a infelicissimo peccatuccio di provincia da dimenticare.

E più si dimenticava l’infelicissimo peccatuccio, più dilagavano alleanze di comodo, vissute come benedette ma definite pudicamente e gesuiticamente “anomale”, con la conseguenza fatale di cancellare dalla pratica politica ogni “diritta via”, che a quel punto si era definitivamente “smarrita”.

Ma siamo andati quasi alle conclusioni. Occorre quindi fare qualche passo indietro per riprendere il nostro cammino doloroso e dolorante.

 

Ciò premesso, e accantonando definitivamente il riferimento fin troppo da me citato della Montserrat Galcerán Huguet, che tuttavia ha il merito di segnalare un tema di ricerca che va approfondito, quando segnala i rischi delle logiche di pura occupazione del potere, mi sia consentito un ulteriore ragionamento, sia pure a volo d’uccello, sul rapporto tra il Pci e gli enti locali.

Non è di certo un caso se i comuni meglio amministrati d’Italia hanno avuto fin dai giorni della Liberazione ‘primi cittadini’ espressione del partito comunista.

Si pensi alla Torino di Giovanni Roveda e di Celeste Negarville, sindaci dal 1945 al 1948. Alla Bologna di Giuseppe Dozza e di Guido Fanti, primo presidente, nel 1970, di una regione costantemente ben amministrata. Alla Firenze di Mario Fabiani (1946-1951), alla Venezia di Giovanni Battista Gianquinto (1946-1951), detto Titta, leone di san Marx. Alla Genova di Gelasio Adamoli (1948-1951), o alla Pesaro di Renato Fastigi (1946, 1959).

Ho elencato grandi sindaci di grandi città, provenienti tutti dalla guerra di Liberazione e dalla Resistenza al nazifascismo, che hanno animato, assieme a moltissimi altri in moltissime altre città, grandi, medie e piccole, un periodo di difficile ricostruzione delle case, delle industrie e della vita civile, dando il segno di un modo di amministrare onesto, disinteressato e progressista, legato agli interessi delle donne e degli uomini che avevano apprezzato la lotta di liberazione e seguivano con passione la via italiana al socialismo.

Ovviamente – ma giova ribadirlo – quei primi cittadini non erano uomini soli al comando.

Avevano collaboratori, colleghi di Giunta e un partito alle spalle, fatto di sezioni affollate e pronte al lavoro politico, e di funzionari (“rivoluzionari di professione” si chiamavano, alcuni ironicamente, altri seriamente) malpagati ma dotati di forti ideali che servivano da pensatoio, da selezionatori di una nuova leva di amministratori, e da prima linea combattente nel confronto e nello scontro – spesso durissimo – con il mondo politico ed economico che si contrapponeva alle ragioni del comunismo.

E siamo ad un primo passaggio critico. Se quel retroterra, quel corpo intermedio, al momento è stato rottamato, in un percorso di straordinario autolesionismo che meriterebbe encomi solenni da parte del nemico di classe, e se oggi – come inevitabile conseguenza – gli ultimi primi cittadini di sinistra sono necessariamente donne e uomini soli al comando, e necessariamente fanno danni, contribuendo a disgregare quel minimo di corpo intermedio residuale che oggi si trova nella tenaglia dell’approvazione cieca dell’operato di chi siede sul trono comunale o della scomparsa nel nulla e nell’impotenza, di tutto ciò non si può dare l’intera colpa ad Achille Occhetto e alla sua infelice e mal gestita “svolta”.

Non importa – almeno a chi scrive – elencare i colpevoli. Di certo si è seguita una corrente, un maëlstrom di scempiaggini vendute come saggezza inossidabile, che hanno indirizzato quel mondo di saggi e volonterosi amministratori radicati in un partito di massa e aiutati da associazioni forti, come la “Lega dei comuni democratici”, ma anche il sindacato, la cooperazione, l’artigianato, e via elencando, verso un baratro dove della preziosa e delicata armonia della vita interna di partito è rimasta solo la logica di apparato, la lotta tra le correnti, la volontà di occupazione del potere nell’indifferenza dei principi e degli stessi programmi amministrativi.

Chi ha svolto la funzione di pifferaio magico favorendo la caduta nel baratro ha una importanza relativa.

Il dato di fatto è che si è rottamato un mondo che era ancora in grado di esercitare la sua egemonia sulle contraddizioni della globalizzazione e della fioritura delle nuove diseguaglianze, per mettere in campo una “cosa” postcomunista e anticomunista, dal profilo moderato, incapace di darsi strutture efficienti e corpi intermedi adeguati all’amministrazione della cosa pubblica. Dimenticando perfino un principio elementare, che figura in ogni manuale di tecnica aziendale: la leadership è un fenomeno collettivo, di gruppo, che non si può esercitare soli soletti, né da segretari di partito, né da sindaci o da presidenti.

Come ha scritto Gianni Borgna nel suo pamphlet Senza Sinistra (prefazione di Giacomo Marramao, Castelvecchi, Roma 2014), “… il partito uscito dalle primarie che hanno incoronato Matteo Renzi segretario, è una formazione in cui “tutto è banale, scontato, uguale a se stesso”, “un partito sostanzialmente centrista, ossessionato dall’idea di andare al governo senza nemmeno avere sempre ben chiaro per fare cosa”. E questo vale per il torrente che al congresso di Rimini è rimasto nel progetto occhettiano.

Ma per l’altro corso d’acqua, che ha fondato Rifondazione e si è ulteriormente sgangherato in ulteriori rivoletti residuali non sarebbe onesto scrivere qualcosa di più incoraggiante.

La fine di un ciclo storico comporta un mutamento di vento. E se cambia il vento, i marinai spostano le vele per non restare fermi in mezzo al mare. E rafforzano i legami di solidarietà, come è doveroso qualora ci si trovi sull’istessa barca.

 

Nelle lotte operaie e studentesche della seconda metà degli anni sessanta il Pci era molto presente. Forse non egemonizzava tutto, ma c’era e svolgeva un ruolo riconoscibile. Almeno fino al tormentato comizio di Lama e all’arrivo del movimento del 77.

Negli stessi anni una generazione di amministratori che si era formata dirigendo il partito in quel difficile periodo senza avere più l’aureola di partigiano combattente, si faceva onore amministrando città grandi e piccole, avendo l’aiuto essenziale delle Case del popolo, delle sezioni, e dei già citati “rivoluzionari di professione” che si muovevano agilmente tra sindacati, associazioni e corpi intermedi vari.

Essi costituivano il brodo di coltura e l’acqua nella quale potevano nuotare i pesci eletti al ruolo di primi cittadini, o anche, nel caso che i primi cittadini fossero esponenti di partiti alleati (quasi sempre socialisti, ma in Ancona ci fu un repubblicano, e altrove altri ancora) dei vice che nelle Giunte svolgevano ruoli da capi delegazione e di portavoce della linea e delle esigenze della parte comunista. In Ancona, quel ruolo, con il sindaco repubblicano (e anticomunista) Guido Monina, lo seppe svolgere egregiamente Nino Lucantoni, dopo che l’impegno di molti nel dopo terremoto aveva reso insostenibile la discriminazione verso il gruppo comunista.

In questa nuova finestra di opportunità i comunisti non solo fecero la loro parte onorevolmente, ma lanciarono nuovi e importanti segnali innovativi. Si chiusero gli ospedali psichiatrici. Si rilanciarono le attività culturali con il protagonismo di assessori come Renato Nicolini a Roma o Stefano Bonaga a Bologna, o Franco Camarlinghi a Firenze, e nei casi migliori si diede vita ad aree protette (i parchi) che fino ad allora erano rimasti appannaggio di ristrette élite radical-chic, mentre da allora si popolarono di presidenti e di direttori di diretta provenienza da esperienze amministrative di sinistra.

Sono gli anni di Renato Zangheri e di Renzo Imbeni a Bologna, di Diego Novelli a Torino; di Rubes Triva e Germano Bulgarelli a Modena; di Renzo Bonazzi a Reggio Emilia, di Elio Gabbuggiani a Firenze; di Elia Lazzari, Luigi Bulleri, Vinicio Bernardini a Pisa; di Maurizio Valenzi a Napoli; di Massimo Cacciari a Venezia, e di moltissimi altri ancora.

Naturalmente non sempre il partito era in grado di reggere la sfida delle innovazioni necessarie. A volte erano gli assessori, altre volte i sindaci, che lo precedevano e lo scavalcavano. Era vero per le attività culturali, nonostante fosse importante la struttura centrale e periferica ad esse dedicate nel grande partito. La leggendaria “commissione culturale” (ubicata al terzo piano – attenzione: “interno”, si entrava sulla sinistra – del palazzo di via Botteghe Oscure), le Case della cultura; le commissioni nelle federazioni e nei regionali si impegnavano parecchio, ma alcuni assessori erano a più diretto contatto con la società civile e arrivavano prima sulla palla.

Ricordo il giorno che venni mandato in missione esplorativa dal sindaco di Ancona, Fabio Sturani, per capire cosa stesse facendo Stefano Bonaga a Bologna con internet.

Andai, passammo ore gradevolissime a capire come avremmo potuto anche in Ancona usare i mezzi dell’Università per fornire un servizio prezioso ai concittadini. Tornai entusiasta e compilai un rapporto di parecchie pagine con il progetto. E quel rapporto restò sulla scrivania di Sturani, finendo in archivio, o al macero senza che cablassimo un bel niente.

E questa era la rete comunale internet. Per le attività culturali ci muovemmo da soli, Provincia e Comune di Ancona, e facemmo cose che ancora dovrebbero essere ricordate. Contagiando il partito, che a suo modo ci ricambiò in varie forme. In federazione impiantarono una radio (“Radio Sibilla”) e si intrecciarono rapporti nuovi con intellettuali, poeti, artisti, scrittori, editori, docenti che in gran parte furono utilizzati nelle liste delle varie elezioni.

In questa fase – per concludere – il partito c’era ancora, sia a Botteghe Oscure che nelle varie federazioni locali, quasi sempre era a rimorchio degli amministratori più effervescenti e carismatici, ma il più delle volte teneva il passo.

A ben vedere è possibile che in quella fase qualcosa scricchiolasse. Ma si trattò di qualcosa di invisibile dall’esterno, e di poco influente nella società. Si pensi che erano gli anni delle Brigate Rosse e del rapimento Moro, c’era l’unità nazionale, ma c’era anche un difficile rapporto con i compagni socialisti, che pure erano l’alleato naturale. E nel partito si facevano strada gli ex sessantottini, dando un contributo di freschezza giovanile ma anche di confusionario opportunismo.

Quando Enrico Berlinguer decise, con la seconda svolta di Salerno, di troncare la politica di solidarietà nazionale, lo spazio di presenza e di creatività negli Enti locali si restrinse parecchio. In molti ci trasferimmo nel mondo dei parchi, per impostare e condurre una battaglia disperata per la tutela e la valorizzazione della biodiversità e dei beni culturali e paesaggistici che durò alcuni anni, nella totale assenza del partito (salvo la presenza di ambientaliste come Fulvia Bandoli, che diede vita ad una sua lista congressuale che ebbe poco successo ma salvò la faccia del grande pachiderma delle Botteghe oscure, in fase di insabbiamento). Di quella lista io fui il solo delegato della provincia di Ancona, e ancora conservo quella delega come caro ricordo di un tempo che fu.

 

Tuttavia fino alla fase degli assessorati alla cultura, e fino al declino della politica di unità nazionale (seconda svolta di Salerno, 28 novembre 1980), il ruolo dei comunisti negli Enti locali seguì un percorso in crescita.

Tanto che nei miei ricordi dell’ormai lontano 1984 è forte l’emozione del corteo che accompagnando Enrico Berlinguer alla cerimonia in piazza san Giovanni in Laterano, percorrendo le vie del centro, e infine via Emanuele Filiberto, tagliava una folla enorme di popolo comunista.

Io – obbedendo al rigido protocollo –, ero nel settore degli amministratori, essendo assessore alla cultura della Provincia di Ancona, ma rappresentando in quella circostanza l’intera amministrazione. Il gonfalone mi precedeva e altri mi seguivano.

Ebbene ricordo con una straordinaria commozione il dato di fatto che appena il “nostro” popolo individuava qualche sindaco noto, o qualche assessore, si scatenava altissimo l’applauso, e la gente con il fazzoletto rosso al collo ci gridava “Bravi! Tenete duro! Continuate così!”.

Non so se il lettore mi crederà. Eppure così andarono le cose.

Quel popolo non era stato ancora corrotto né da Antonio Stella e Sergio Rizzo, autori del peggiore attacco mai rivolto contro la politica italiana (La casta si chiamò quel libro, di esagerato successo, edito da Rizzoli nel 2007, parecchi anni dopo quell’undici giugno 1984), né dal qualunquismo di nuovo conio di Beppe Grillo e di Gian Roberto Casaleggio.

Quel popolo vedeva noi amministratori comunisti come suoi rappresentanti inviati in una missione delicata e fondamentale: tenere testa agli avversari del progresso civile, e sconfiggerli a viso aperto, dimostrando di essere migliori. Non oso pensare a qualche altro funerale vario ed eventuale che dovesse oggi o domani fendere la folla del nuovo secolo, drogata dalla modernità telematica e dalle banalità prodotte dalle macchine elettorali oggi di moda.

Ma torniamo al degrado. Che effettivamente stava tarlando le strutture dei corpi intermedi e delle autorità di governo nazionale e locale. Ho già fatto cenno ai ritardi e alle incomprensioni su alcuni dei temi che si imposero e che né a Botteghe Oscure né altrove, vennero tempestivamente compresi, metabolizzati e magari – perché no? – egemonizzati.

Ma se dovessimo dirla tutta i ritardi e le incomprensioni non si limitarono alle attività culturali o alle politiche ambientali. Lo scollamento in atto era molto più profondo.

Si pensi ai grandi temi del momento. Durante il rapimento Moro si riuniva un comitato straordinario, una sorta di cabina di regia, alla quale partecipavano spioni di vario ordine e grado, e personaggi quasi tutti iscritti alla P2 senza che il Pci di Ugo Pecchioli avesse l’ombra di un sospetto di trovarsi in un pessimo ambiente.

Inoltre si dovrebbe entrare nel merito delle politiche economiche, e della politica estera, con l’infelice esaltazione dell’ombrello della Nato, e la tragica presa di distanza dall’Unione Sovietica, che portò solo danni e nessun vantaggio. Di tutto questo diranno altri. Sicché evito di allargarmi. Sutor, ne ultra crepidam, come disse Apelle figlio di Apollo al ciabattino che si allargava.

E per restare al sandaletto del sutor va detto, in estrema sintesi, che nell’ultima fase di esistenza del Pci e nelle prime annate delle sue reincarnazioni, tutto si sgangherò. O, se non proprio tutto, almeno parecchio.

Gli apicali non ritennero più necessario il lavoro di squadra con gli assessori, gli assessori e gli apicali non calcolarono più i gruppi consiliari, nemmeno i propri, e i partiti che cambiarono nome restarono luoghi remoti nei quali occupare posti in riunioni senza costrutto, lontanissime dai problemi della gente e dalle pratiche che aspettavano di essere esaminate.

Perché accadde tutto ciò? Ciascuno di noi che abbiamo vissuto quelle giornate ha risposte differenti. Io posso solo esporre la mia.

Ovviamente la premessa è che si tratta di una questione complessa, con cause tra loro diverse e intrecciate in vario modo tra loro. E che più che in altri periodi la differenza tra città, regioni e territori fu notevolissima. Quello che si verificò in Campania non è paragonabile con l’esperienza emiliana, e quello che noi combinammo nelle Marche ha pochissimo a che vedere con il Piemonte, o con la Sardegna.

Tuttavia, un fatto fu identico ovunque: riuscimmo a perdere l’egemonia dovunque, diventando subalterni ai più stupidi luoghi comuni della banalità corrente. La qual cosa schiantò la pianta già sconquassata del sistema di corpi intermedi che avevano garantito la transizione dalla liberazione all’uccisione di Aldo Moro.

Subalternità culturale sconcertante, che ci fece accettare l’inaudita abolizione del finanziamento pubblico (dopo esserci giocati anche l’oro di Mosca, per altre genialate di quel riprovevole periodo), con la conseguente scomparsa dei “rivoluzionari di professione”, delle scuole di partito, delle Case del popolo, delle sezioni, con contorsionismi teorici degni delle più raffinate università gesuitiche, come la presa in considerazione dell’idea del “partito liquido”. Che invece era più banalmente (e tragicamente) un partito liquidato.

Fu quella la fase che Goffredo Bettini ha definito “dell’indecisionismo permanente” insistendo sulla necessità di “tentare ancora”, ma andando oltre i partiti. (G. Bettini, Oltre i partiti, Marsilio, Venezia 2011).

E cito Bettini non perché sia un mio possibile referente culturale o politico, perché non lo è, ma perché è uno dei pochissimi che uniscono la qualità di avere ancora in mano le redini di quello che è rimasto del Pd con l’altra qualità rara, di continuare a pensare “pensieri lunghi”. E poi noi provinciali e campanilisti consideriamo importante avere radici marchigiane, sia pure lontane. E lui le ha, nello jesino.

Come insomma argomenta Bettini nel libro citato va superata la crisi della rappresentanza tentando ancora la strada dell’unità, del nuovo campo, con nuove forme di rappresentanza.

Mentre la sinistra di classe ha di fronte a sé questo po’ po’ di sfida, la destra arriva con la sua demagogia e i suoi vecchi specchietti per le allodole, e in queste ore, mentre scrivo, ci butta fuori – ad esempio – dalla Regione Marche, e dalla città di Macerata e da quella di Senigallia. E anche se è vero quello che ha scritto Diego Bianchi, sul Venerdì di Repubblica, che oggi le Marche contano solo un pochino più del Molise, in fondo alla classifica delle regioni, a me marchigiano secca molto avere le destre al governo di Macerata, di Senigallia e della Regione Marche. Si parva licet.

Peraltro, questi recenti eventi servono perfettamente a contestualizzare e ad arricchire il ragionamento che ho cercato di sviluppare in questa sede.

Fosse vero quello che sostengo, cioè che la subalternità culturale al centro destra e all’anticomunismo ha finito per sbriciolare una macchina che era in grado di sfidare i rivali, formando i suoi dirigenti e selezionando i suoi rappresentanti, dirigendone e arricchendone l’attività anche grazie all’oro di Mosca e al finanziamento pubblico (oltre che all’autofinanziamento e alle feste dell’Unità), risulta agevole comprendere le ragioni del crollo come un castello di carte del sistema di potere regionale, e dei governi locali nelle due importanti città sullodate, come del resto è accaduto in Umbria e altrove (Pisa, Genova, Torino, ecc. ecc.).

 

Ma finché c’è vita c’è speranza. Uno bravo ha detto che la vecchia talpa scava sempre. Un altro che serve l’ottimismo della volontà.

Max Weber nel suo “Il lavoro politico come professione” la mette così: “Solo chi è sicuro di non venir meno anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuol offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò: Non importa, continuiamo!, solo un uomo siffatto ha la ‘vocazione’ (Beruf) per la politica”. (M. Weber, La politica come professione, nota introduttiva di Delio Cantimori, traduzione di Antonio Giolitti, Einaudi, Torino, 1967).

Ora, che oggi il mondo sia troppo stupido o volgare per proporgli il socialismo mi pare più che evidente. Ma non voglio cedere di fronte al Marx della borghesia, sicché scrivo: non importa, continuiamo. Con il retro pensiero birbone: non importa, purché ci sia qualcuno che continui davvero.

Ancona, 20.10.2020