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“Vorrei che le donne avessero potere non sugli uomini, ma su loro stesse”

(Mary Wollstonecraft, Rivendicazione dei diritti delle donne, 1792)

 

Alcune centinaia di croci al cimitero Flaminio, con su scritto nome, cognome e un numero di registro: sono le generalità delle donne che, dopo l’interruzione di gravidanza, hanno firmato un modulo dove chiedono all’ospedale di occuparsi dello “smaltimento” del feto, “secondo le normative vigenti”, ignare che stavano autorizzando la sepoltura del feto, come fosse un essere umano defunto.

Come giustamente afferma Adele Orioli, legale dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar), “questa è l’ennesima criminalizzazione delle donne che decidono di abortire o sono costrette a farlo per motivi di salute, come in questo caso (si riferisce alla signora che si è rivolta all’Uaar, contro quella che si configura come violazione della privacy, N.d.R): o trovi i soldi per occuparti del feto, oppure devi sottoporti a una violazione della privacy e all’apposizione di un simbolo religioso mono-confessionale”.

Non c’è solo violazione della privacy in questo modo di agire, ma pure del regolamento europeo del 2016 che vieta di trattare dati genetici, relativi alla salute o alla vita sessuale della persona. Insomma, siamo di fronte all’ennesimo attacco alla libertà e al diritto di autodeterminazione di noi donne, un ritorno indietro, alla stregua del decreto Pillon e di quelle azioni clarico-fasciste che periodicamente s’insinuano nella cultura del nostro paese.

Per questo il PCI della Toscana, di comune accordo con le compagne ha deciso di non farlo passare inosservato, proponendo che ciò diventi una priorità di azione politica di tutto il Partito Comunista Italiano, consapevoli che siamo davanti a un attacco che colpisce le donne in prima persona, ma mina i principi fondanti della democrazia e la libertà di tutte e di tutti.

Se da un punto di vista normativo ci sono, anche in questo caso, delle inosservanze, da un punto di vista politico e culturale, si tratta di azzerare 40 anni di lotte delle donne femministe e di tutta la sinistra. Lo slogan “il corpo è mio e me lo gestisco io”, gridato dal movimento delle donne nelle piazze durante gli anni ’70 creava una forte discontinuità dei principii nella storia di genere: l’autodeterminazione sul proprio corpo, concetto prorompente e radicalmente nuovo, di portata rivoluzionaria rispetto a millenni di costruzioni culturali, etiche e politiche.

Con il diritto all’autodeterminazione, le donne rivendicavano pubblicamente il diritto di decidere se, quando e come avere un figlio: la maternità non era più dovere morale o destino biologico, ma scelta consapevole, che mise in discussione il legame matrimonio e procreazione, sessualità e maternità.

La progressiva sensibilizzazione e presa di coscienza delle donne e dell’opinione pubblica, con l’appoggio – talvolta difficoltoso – dei partiti di sinistra produsse, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, nella maggior parte dei paesi occidentali, normative e leggi sull’interruzione volontaria della gravidanza, che sanciva una sorta di habeas corpus, di inviolabilità personale.

In Italia la strada dell’autodeterminazione prese le mosse nel 1975 da una storica sentenza della Corte Costituzionale quando dichiarò incostituzionale l’art. 546 del Codice penale, che vietava l’aborto terapeutico, sancendo per la prima volta la priorità della vita materna su quella fetale. Tre anni dopo, nel 1978, fu promulgata la legge 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza). Immediata e violenta fu opposizione della Chiesa e dei partiti cattolici, scatenando un clima di pesante scontro sociale.

La legge, sottoposta a referendum abrogativo, fu confermata nel 1981, con una vittoria che rese patente quanto fosse cambiata la mentalità collettiva, e quanto fosse ormai patrimonio delle donne delle classi popolari e cattoliche il principio della scelta della maternità. Ma gli attacchi a questo diritto non si sono mai calmati.

E non si tratta solo di una visione cattolica ottusa imposta dallo Stato Vaticano, in ballo c’è di più.

In ballo c’è il rapporto tra i sessi, la questione del patriarcato che impone pervicacemente la subordinazione di un sesso – quello femminile – rispetto all’altro, quello maschile. In ballo c’è la violenza che, se rivolta contro le donne è meno indecente.

Se a Roma (solo a Roma?) si estorce il mandato a far passare per individuo quello che invece è un feto, approfittando di un momento di estrema fragilità di chi ha appena vissuto l’orrore di un aborto (nessuna donna abortisce a cuor leggero), si compie prima di tutto una violenza, una variabile di altra violenza, che va da quella sessuale a quella linguistica, del linguaggio, economica, fisica, fino all’estrema forma, il femminicidio.

Il femicidio (tradotto dall’inglese) o femminicidio (tradotto dallo spagnolo), oppure “Gynocide” o “Gendercide” (genocidio, in senso sistemico a indicare una struttura di potere finalizzata all’eliminazione delle donne in quanto tali), è la forma estrema di violenza alle donne, che miete vittime quasi quotidianamente, dunque merita un approccio particolare per la sua natura di genere; è un delitto che non riguarda culture “diverse” rispetto alla nostra, italiana e occidentale, così come non si nasconde in situazioni di disagio sociale o marginalità culturale: è violenza contro le donne, nei “normali” rapporti e conflitti tra uomo e donna, in luoghi e contesti “sicuri”, nell’abitazione propria o della famiglia e nella relazione coniugale o di coppia. Tantomeno è una questione privata, un problema della coppia, al contrario, è frutto del sistema patriarcale, basato su relazioni di disuguaglianza e sopraffazione di un sesso sull’altro, una violenza di genere, nella sua forma estrema che si sviluppa principalmente all’interno del nucleo familiare, nella sfera intima e privata, ma si origina e si riproduce nella società.

Dovendo scrivere sull’ennesima vergogna italiana, le croci con i nomi delle donne che hanno abortito, mi è sembrato conseguente e coerente parlare di aborto, violenza di genere, femminicidio, poiché sono figlie dello stesso padre: il vero mandante è il sistema patriarcale, che considera la donna per il ruolo di cura, di procreazione, e per la funzione sessuale, ossia come oggetto e non come persona.

In tale squilibrio di potere, l’uomo, specie quello che ha una relazione più intima con la donna, si sente in diritto di farne l’uso che vuole, fino ad assassinarla.

E tanto maggiore è il numero di istituzioni sociali che legittimano o non condannano in maniera esplicita queste condotte, maggiore è la diffusione di tali violenze.

Seppellire dei feti al cimitero non è una “pia” azione di amore cristiano, ma l’avvio dell’ennesima pratica politica con la quale si tenta di ricacciare nel buio delle caverne le donne e i loro diritti, le solite streghe, che con la loro determinazione ad esserci e ad affermare la propria dignità di soggetti pensanti e senzienti.

Per questo non può essere una questione “di donne”, ma riguarda tutta la collettività, riguarda gli uomini e le donne, riguarda la politica e quella parte, la sinistra e noi comunisti, che si vuole impegnare per cambiare – come diceva un grande – lo stato di cose esistenti.

Per questo, questa battaglia ha da essere una delle più pressanti priorità dell’agenda politica di comuniste e comunisti.

Lo dobbiamo alle donne che hanno combattuto durante la resistenza, lo dobbiamo alle femministe picchiate e colpite nelle piazze quando difendevano il nostro diritto all’autodeterminazione, a chi è morta per mano violenta di un uomo o che di quella mano si porterà il segno tutta la vita.

Lo dobbiamo a noi donne e agli uomini che non vogliono piegare la testa e rivendicano diritti e libertà per tutte e per tutti.

Soprattutto è un dovere di chi ha scelto di essere comunista.