Nelle note di copertina dell’edizione su vinile per la Deutsche Grammophon dell’opera “Carmina Burana” di Carl Orff si legge: “La sua concezione tonale, il suo uso degli ‘ostinati’ e di grandi percussioni rafforzano l’idea che Carl Orff sia un compositore attento in maniera speciale al ritmo”.

Attenzione che gli costò la stroncatura, alla prima rappresentazione a Francoforte sul Meno, giugno del 1937, da parte del gerarca nazista Herbert Gerigk, fautore di una musica “antisemita” e che mise in guardia i musicisti tedeschi del tempo (il che suonò certamente come una minaccia neanche tanto velata) a seguire una linea musicale che non portava a niente e che bollò l’opera come “jazz stimmung”, cioè linguaggio di quel jazz che il nazismo considerava musica degenerata. Non era più, evidentemente, un problema di estetica ma di “weltanschauung”, di visione del mondo. L’opera, comunque, ebbe molto successo e, nonostante l’opposizione del regime, fu replicata in molte città tedesche.

I “Carmina Burana” fanno parte di un grosso “corpus” di scritti poetici in senso lato, databili tra il XI e il XII secolo, conosciuti come Codex Buranus, provenienti da un convento di monaci benedettini presso Monaco di Baviera, riscoperti nel 1847 dallo studioso Schmeller che li presentò con il nome con cui sono oggi conosciuti in tutto il mondo. Si tratta di ben 228 scritti che è più che lecito, anzi certo, pensare fossero destinati ad essere cantati. Indicazioni, in particolare per quelli di carattere religioso, sono presenti e seguono i canoni del canto gregoriano, mentre mancano invece per quelli di carattere erotico e goliardico, e che sono una parte tutt’altro che secondaria della raccolta. E in questo senso, come vedremo più avanti, si spiega la scelta di Carl Orff, all’atto di musicare quei testi, di comporre una partitura ex novo che non tenesse conto, se non nello spirito “generale” e dello spirito del tempo in cui erano state composte, delle indicazioni scarne legate ai testi ritrovati.

Non esiste in effetti un autore cui si possono attribuire i “Carmina Burana”. Del resto questa è una condizione abbastanza diffusa per quanto riguarda testi poetici o canzoni vere e proprie di carattere popolare lungo tutto il Medioevo. Tali opere non sono quasi mai riferibili ad un unico autore ma ad una tradizione, essenzialmente orale, tramandata di generazione in generazione. E, sia detto tra parentesi, questo vale anche per moltissime composizioni musicali in ambito “popolare” che non sono poi così lontane nel tempo, se si collocano nei secoli XVII e XVIII, non così lontani dalla nostra sensibilità.

Gli studiosi, quanto ai “Carmina Burana”, sono da sempre concordi sul fatto che essi possono essere opera di un generico movimento di “clerici vaganti”, cioè di studiosi (in definitiva paragonabili agli studenti universitari dei nostri giorni) che si spostavano da quelle che erano le prime università dell’Europa ad ascoltare le lezioni dei filosofi, dei giuristi, dei letterati tanto famosi e importanti per il sapere, al punto che ancora oggi essi vengono studiati, esattamente come accadeva secoli fa. Il termine goliardia, peraltro, deriva da Golia, il nomignolo con cui veniva indicato il filosofo Abelardo, le cui lezioni erano evidentemente seguitissime e apprezzate.

I Carmina Burana sono per lo più scritti in latino, solo in parte in tedesco alto-medievale, in minima parte in provenzale. La prevalenza del latino ci dice che quei testi, quei temi erano linguaggio comune in una Europa in cui le frontiere erano, in definitiva e paradossalmente, molto più aperte che ai nostri giorni.

Carl Orff concepisce, come abbiamo visto, quest’opera tra il 1935 e il 1936.

In Italia, la prima rappresentazione è dell’ottobre del 1942 alla Scala di Milano. Segno di una qualche difficoltà, in ogni caso, a proporre un’opera considerata controversa fin dalla sua nascita.

Carl Orff, ed è bene sottolinearlo, è stato un musicista fortemente consapevole del momento che stava vivendo la musica, in un periodo difficile come quello tra le due guerre mondiali che era momento di chiusure, di ostracismi dovuti al sorgere e consolidarsi delle dittature fasciste e naziste, e insieme di scoperte, di sperimentazioni, e non soltanto in ambito musicale. Ma in ambito musicale particolarmente fecondo.

Carl Orff è stato particolarmente attivo nella scena musicale del suo tempo, con una capacità di passare da tematiche molto diverse che non indicano, tuttavia, come anche da qualcuno è stato insinuato, una qualche capacità di adattamento e dunque di opportunismo, ma invece una grande attenzione a quello che la cultura dell’epoca, in generale, sapeva proporre.

È nota la sua amicizia e la collaborazione con figure della cultura di Monaco di Baviera certo non vicine al regime nazista. Per tutti valga poi la sua collaborazione con Bertolt Brecht in iniziative che non hanno avuto, purtroppo, grande seguito.

Carl Orff è stato musicista attento ai segnali delle avanguardie musicali del suo tempo. Non ha trascurato, né ignorato le grandi lezioni che venivano dalla scuola di Darmstadt (Stockhausen), di uno Stravinsky, pur avendo presente, come costante e caposaldo, e non in maniera paradossale, la lezione di Monteverdi, che segnò, a suo tempo, il passaggio dalla musica rinascimentale a quella barocca.

I “Carmina Burana” sono strutturati con un “Prologo” il cui tema principale è quello della sorte capricciosa o della Fortuna cieca che domina la vita, espressa nel brano di apertura: “O Fortuna”.

Una prima parte: “Primo vere” in cui si celebra la felicità della primavera e della rinascita della vita.

Una seconda parte: “Uf dem Anger” dove compaiono brani in tedesco antico.

La terza parte, “In taberna”, tratta i temi della vita sregolata dei clerici vaganti, il bere, il gozzovigliare.

“Cour d’amours” tratta l’amore sensuale.

“Blanziflor et Helena” conclude i temi del capitolo precedente.

Il finale è una ripresa del tema principale della “Fortuna imperatrix mundi”.

Quest’ultimo brano, peraltro, è quello che ha avuto più successo e che, non per caso, mi pare sia stato anche usato, ai nostri giorni, in ambito pubblicitario.

Recita la prima strofa, in un latino che è facile comprendere anche perché si capisce che esso sta già virando verso le sponde delle lingue romanze:

 “O fortuna

velut luna

statu variabilis,

semper crescis

aut decrescis;

vita detestabilis

nunc obdurat

et nunc curat

ludo mentis aciem,

egestatem,

potestatem, dissolvit ut glaciem”.

Questo brano è cantato da un coro.

Nei Carmina Burana, complessivamente, l’organico è composto da orchestra, coro, coro di voci bianche, soprano, tenore, baritono, gli strumenti tipici delle orchestre di quegli anni in cui tuttavia si nota una presenza preponderante della sezione ritmica: ben cinque timpani, due casse, una grancassa, quattro piatti, due cimbali, e poi tam tam, nacchere, sognagli, tre campane da chiesa, un glockenspiel, xilofono e tamburello. Quanto basta, insomma, per comprendere che il ritmo è particolarmente presente in questa opera e scandisce testi che hanno a loro volta un andamento estremamente “moderno”, nel senso che in qualche modo vanno eseguiti in un modo che finisce per apparirci “contemporaneo”.

“In taberna” è un esempio di questo modo di impostare la struttura dell’opera. Qui il ritmo incalzante, che è quasi un crescendo, informa tutto il testo fino allo scioglimento finale. Dove l’ascoltatore può, e non è difficile farlo, immaginare l’atmosfera di una osteria medievale di cui si riescono perfino a cogliere odori penetranti e forse per noi insopportabili. Finale che è insieme disperata constatazione di uno stato d’animo e insieme orgogliosa rivendicazione di uno stile di vita “controcorrente”:

“Via lata gradior

more iuventutis

implicor et vitiis

immemor virtutis

voluptatis avidus

magis quam salutis

mortuus in anima

curam gero cutis”.

Non manca l’ironia, un filo macabra, del racconto del cigno (“dum cignus ego fueram”) che viene messo allo spiedo (“Girat, regirat garcifer: me rogus urit fortiter”) e (“nunc in scutella iaceo, et volitare nequeo”) e la cui unica visione sono (“dentes fredentes video”).

Non ho citato a caso questi due brani particolari. Essi sono in realtà solo un lato, un aspetto dei temi trattati dai Carmina Burana. Ma di questa opera sono anche, evidentemente, la parte più significativa e comunque quella che il pubblico a suo tempo, e gli ascoltatori di oggi e di ogni tempo, hanno maggiormente apprezzato, o che, almeno, hanno sentito avere una una visione del mondo, un approccio alla realtà affine al nostro sentire.

Ora: è chiaro che la stessa orecchiabilità di certi brani dell’opera ha favorito il loro successo. È altrettanto vero che anche le parti che meno appaiono “accattivanti”, meno ritmiche, in qualche modo più meditative dove non eteree (“Cour d’amour”), sono anch’esse vicine alla nostra sensibilità. Carl Orff riesce, insomma, nel difficile compito di unire in un unicum di testi e musica, epoche lontanissime tra loro.

I Carmina Burana, in questo senso, sono un’opera perfettamente compiuta. In essa si realizza infatti il progetto, e occorre dire un “grande” progetto, di un autore che ha inteso realizzare una sorta di ritorno o di riscoperta delle radici più antiche dell’Europa. E ha cercato di farlo attraverso quella che è sicuramente l’arte più “evocativa”, ma insieme la più soggetta a interpretazioni discordanti: la musica.

Io penso, ma in questo senso il giudizio è del tutto sospeso e comunque provvisorio, che la lezione di Carl Orff sia stata essenziale per molti musicisti che oggi sono altrettanti pilastri della storia della musica contemporanea. D’altra parte Carl Orff è stato musicista completamente immerso nella scena musica europea.

Ancora una volta in maniera non definitiva, direi che il musicista bavarese possa a buon ragione essere considerato uno dei maestri e uno dei grandi della musica del secolo scorso.

In questo articolo non ho parlato di altre sue opere che meriterebbero spazio e discussione.

Si tratta di una produzione notevole che tocca diversi campi, che affronta tematiche musicali e non solo musicali in maniera coraggiosa, e che andrebbe scoperta, al di là dell’ovvia considerazione che egli resta per tutti, e nel senso comune, l’autore dei “famosi” Carmina Burana”, che rischiano, dal canto loro, di diventare un territorio da cui saccheggiare momenti musicali che, va sempre ribadito, appaiono e sono estremamente moderni.

Se poi vogliano parlare anche dell’aspetto umano del musicista, della sua attitudine sociale e delle sue idee, si può ricordare che è stato amico e sodale di Kurt Huber, filosofo, psicologo ed etnomusicolo, professore all’università di Monaco, e membro fondatore del movimento di resistenza della “Rosa Bianca”, l’unica organizzazione che seppe sfidare il nazismo.

Negli anni ‘30 Orff collaborò attivamente con Huber su ricerche e studi del folklore musicale della Baviera

Nella piazza che si apre davanti all’edificio dell’Università di Monaco in cui studiavano i componenti della Rosa Bianca, sul selciato, scolpiti oggi nella pietra, ci sono le riproduzioni dei volantini contro il nazismo che costarono la vita a quei giovani antifascisti, decapitati nel 1943.

I “Carmina Burana” di Carl Orff, sono la testimonianza, quanto ai testi, di un mondo in cui i confini non esistono e l’unica comunità è quella umana in senso lato. Carlo Orff ha dato una base musicale contemporanea, che parla la nostra stessa lingua, ad un messaggio realmente universale.

Traduzioni:

“O fortuna

come la luna

sei variabile nel tuo stato,

sempre cresci

o decresci,

vita detestabile!

(la Fortuna) ora indurisce

ed ora cura,

per gioco, l’acutezza della mente,

miseria,

potenza,

dissolve come ghiaccio.

Avanzo per sentieri ampi

come nella mia giovinezza

mi avvolgevo nei vizi

immemore della rettitudine

affamato di voluttà

più che di salvezza

morto nell’anima

penso solo alla cura della carne