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Capitalismo, pandemia

e costruzione di un’alternativa socialista

                      L’analisi del Partito Comunista Argentino

di Marcelo F. Rodriguez

Sociologo, membro della Commissione Politica del Comitato Centrale del Partito Comunista Argentino; direttore del Centro di Studi e Formazione Marxista “Héctor P. Agosti”. Con questo articolo Marcelo F. Rodriguez inizia a collaborare a “Cumpanis”

 Traduzione a cura di Nunzia Augeri

La velocità con cui la pandemia di coronavirus si è diffusa in tutto il mondo ha provocato diverse reazioni. Commozione, incredulità, un timore logico che molti mezzi di comunicazione trasformano ogni giorno in panico, il brusco cambiamento nella vita quotidiana con le dichiarazioni di quarantena, le misure di isolamento sociale, la sospensione delle attività pubbliche che, da un giorno all’altro, ci hanno rinchiuso in casa, con la maggior parte delle relazioni ridotte alla virtualità, se si ha il privilegio di potersi connettere a internet, oppure alla ristretta territorialità del quartiere. D’improvviso la “normalità” è stata alterata. Le popolazioni sono di fronte a uno scenario distopico, a un brutto sogno che con la sua carica di angoscia e incertezza ricorda il futuro più oscuro proposto dalla fantascienza, come Hollywood ci ha mostrato e continua a mostrare, per suggerire in tono minaccioso che il futuro può essere anche molto peggio della realtà in cui viviamo.

Ma di che cosa si parla quando si parla di normalità?

In che mondo, in che realtà si produce la pandemia?

Da molto tempo, seguendo il pensiero di Fidel Castro, stiamo sostenendo che il capitalismo si trova immerso in una crisi che non è solo economica o finanziaria, come alcune crisi precedenti che vennero in qualche modo superate, sempre facendone pagare il prezzo al popolo, ai lavoratori e alle lavoratrici e addirittura approfittandone per spingere i processi di concentrazione e mangiarsi i più deboli.

Il quadro mondiale nel quale si è inserita la pandemia si identifica con la continuità della maggiore crisi della storia del capitalismo, nella quale proseguono gli aspetti finanziari, energetici, culturali ed economici, che si esprimono in termini umanitari, ambientali e alimentari, costituendo un’unica grande crisi, determinante, molteplice, inclusiva: la crisi di civiltà del capitalismo, il processo in cui il sistema, per quanto cerchi di nasconderlo, affronta una vasta e complessa decadenza.

Come dice bene il filosofo Asier Arias nel suo articolo “Ortodossia economica e crisi di civiltà”: «Non è necessario un terremoto per far crollare un castello di carte: basta un lieve eccesso di peso da una parte, o un filo d’aria dall’altra. Basta, in altri termini, un’eventualità. Ma la pandemia del Covid-19 non è stata quella eventualità: nel caso del castello di carte della nostra civiltà, le carte stavano cadendo già da mezzo secolo, e sempre più in fretta».

Come sappiamo, la profonda crisi capitalistica era già presente, e la pandemia ha solo cominciato a far cadere i veli dietro cui si cercava di nascondere la decadenza del sistema.

Questo perché il capitalismo, non solo nella sua fase neoliberale ma nella sua logica di sistema, oltre gli aggettivi che tentano di “abbellirlo”, si fonda sulla concentrazione, la privatizzazione e la mercatizzazione dei beni comuni dell’umanità, dato che per sua natura esso è incompatibile con l’equilibrio dell’ecosistema e la soddisfazione delle necessità di base. Il modo di produzione del sistema capitalistico globalizzato erode e distrugge il pianeta, per cui si può affermare che la crisi globale oggi di fronte all’umanità, con la conseguente diffusione del coronavirus, è parte intrinseca della crisi sistemica del capitalismo, con la sua cultura del consumismo a oltranza.

La supposta “normalità” di prima della pandemia consiste allora in uno scenario di crisi sistemica che ha avuto il suo apice più recente nel 2007-2008, con l’epicentro nel sistema finanziario statunitense, e che continua a diffondersi per il mondo con gradi diversi di intensità. L’enorme perdita di posti di lavoro combinata con la concentrazione dell’80% delle risorse (in alimenti, medicinali, combustibili) a favore del 12% dell’umanità che vive nei paesi ricchi, mentre per gli altri ne resta una parte minima, già segnalavano l’impotenza del sistema capitalistico a risolvere i problemi di un mondo in cui ci si aspetta che la popolazione aumenti di due miliardi di persone nei prossimi 30 anni, passando dai 7,7 miliardi di oggi ai 9,7 miliardi del 2050, con la possibilità di arrivare a un picco di circa 11 miliardi nel 2100 (ONU, 2019).

L’applicazione delle misure a favore del mercato, meritocratiche, che incoraggiano culturalmente l’individualismo consumista per alcuni e alcune, con la netta esclusione di altri, e soprattutto di altre, ha determinato nella nostra società una grande povertà e disuguaglianza, la concentrazione della ricchezza e un’ampia precarizzazione delle condizioni di vita.

Oggi, su scala mondiale, 26 persone concentrano una ricchezza equivalente a quella di tre miliardi e 800 milioni di poveri, e il 13% dei lavoratori e lavoratrici vivono al di sotto della linea di povertà (OXFAM, 2019).

La perdita enorme di posti di lavoro, l’aumento della povertà e la crescente disuguaglianza diventano sempre più lancinanti. Una relazione dell’OXFAM del gennaio 2019 precisa alcuni punti che dimostrano l’aumento della disuguaglianza nella “normalità” di prima della pandemia:

La ricchezza dei miliardari è aumentata di 900 miliardi di dollari nel 2018, il che significa due milioni e mezzo al giorno;

Nel 2018, 26 persone possedevano la stessa ricchezza di 3 miliardi e 800 milioni di persone povere;

Su ogni dollaro raccolto a titolo di imposte, solo 4 centesimi corrispondono a imposte sulla ricchezza;

In alcuni paesi, il 10% più povero della popolazione paga tasse sul proprio reddito in percentuale maggiore del 10% più ricco;

Ci sono oggi 262 milioni di bambini e bambine senza alcuna scolarizzazione;

Ogni giorno muoiono 10.000 persone per non avere la possibilità di pagarsi cure mediche;

Gli uomini possiedono un 50% della ricchezza mondiale in più delle donne e controllano l’86% delle imprese.

Per quanto riguarda gli indici di povertà, in America Latina la tendenza è al rialzo fin dal 2015, quando il 30,1% della popolazione si trovava sotto la linea di povertà, mentre il 10,7% viveva in situazione di povertà estrema; le percentuali nel 2019 sono aumentate rispettivamente al 30,8% e all’11,5%, secondo le proiezioni della CEPAL. Di fronte a questi dati, negli ultimi anni si sono moltiplicati i dibattiti su come affrontare la crescente povertà e una disuguaglianza che nel XXI secolo si avvicina velocemente ai parametri del XIX secolo, come ha ben dimostrato Thomas Piketty nella sua nota opera Il capitale nel XXI secolo.

In molti dibattiti sulla povertà si insiste spesso sui redditi e sulla ricchezza. Sono certo aspetti molto importanti, ma per avere una visione completa del problema della disuguaglianza, il “Rapporto sullo sviluppo umano” del PNUD segnala che «bisogna andare oltre i dollari o le rupie per capire le differenze che esistono in altri aspetti dello sviluppo umano e nei processi che portano a queste differenze. Esiste la disuguaglianza economica, certo, ma anche altre disuguaglianze in aspetti chiave dello sviluppo umano, come la salute, l’istruzione, la dignità e il rispetto dei diritti umani. Se si considera la diseguaglianza solo in termini di redditi e ricchezza, queste altre disuguaglianze non si vedono». (PNUD, 2019).

Per un migliore approccio all’analisi della disuguaglianza e alle disparità di reddito bisogna prendere in considerazione anche altre forme di disuguaglianza che si manifestano, per esempio, nell’accesso all’istruzione, alla salute, ai servizi pubblici, alla sfera politica, ai diritti umani più elementari. Tutte queste dimensioni, il cui indebolimento costituisce l’obiettivo principale delle politiche di aggiustamento, sono rimaste più esposte alla pandemia.

La “normalità” pre-pandemia è un mondo in cui l’oppressione ha raggiunto una profondità e una molteplicità di forme mai viste nella storia dell’umanità. La “democrazia realmente esistente” lascia ormai cadere i suoi veli e non può nascondere che nella sua immensa maggioranza non è che una pratica puramente formale di processi elettorali, da cui resta esclusa la maggior parte della società, nel quadro di una rinascita di idee e metodi fascisti, come si vede in varie parti del mondo e specialmente negli Stati Uniti, con la sua politica guerrafondaia e repressiva. Un mondo in cui è più che lecito e necessario un dibattito sulla incompatibilità del capitalismo con i sistemi democratici, l’incompatibilità di quella “normalità” con la sopravvivenza del genere umano.

Il contesto odierno, dove si giustappongono la crisi di civiltà del capitalismo e la pandemia da Covid-19, ha rinfocolato i dibattiti e le analisi sulla società post-pandemia e le alternative possibili, e quella proposta da Rosa Luxemburg di “socialismo o barbarie” torna a interpellarci poco dopo un secolo dalla sua formulazione.

La crisi del sistema capitalista ha mostrato in gran parte del mondo una preoccupante tendenza verso una “deriva di destra”, giacché le possibilità di sopravvivenza del sistema in una situazione di crisi costante poggiano sull’enorme patrimonio culturale di conservazione della borghesia, affermatosi in più di due secoli di capitalismo, e che negli ultimi cinquant’anni di globalizzazione è riuscito a penetrare in tutti gli angoli del pianeta diventando un fenomeno egemonico di un’intensità mai vista prima.

I selvaggi assalti imperialisti su grande scala possono far sì che ampi settori delle società periferiche si rassegnino a sopravvivere in modo conservatore sui resti del capitalismo declinante, e possono condurre, come abbiamo detto, a opzioni neofasciste.

Nazionalismo e regionalismo degradati e altre forme di continuità conformistica compaiono spesso mascherati in discorsi che si riferiscono al “capitalismo sano, serio, umano, razionale, produttivo e non finanziario”. In realtà, tutti i capitalismi sono pieni di lavori spazzatura, di masse disoccupate tenute a freno da politiche pubbliche di tipo assistenziale che offrono solo una minima base di sussistenza, spesso nel quadro di un neo-sviluppismo “di buon senso” che ci spinge ad adattarci a “quel che c’è”, a rassegnarci a sopravvivere fidando nei nostri meriti individuali per raggiungere certi livelli di progresso personale.

Ma come ha ben ricordato il presidente di Cuba Miguel Diaz Canel, citando un discorso di Fidel Castro di quindici anni fa alla Conferenza mondiale Dialogo di civiltà: «Il genere umano può salvarsi perché l’impero sta soffrendo una profonda crisi, senza crisi non c’è cambiamento, senza crisi non si formano le coscienze; un giorno di crisi forma più coscienza di dieci anni di tempo, di dieci anni senza crisi».

Ma nella lotta che dobbiamo affrontare non possiamo limitarci all’illusione che la crisi e la peste bastino per porre fine al capitalismo; invece, con le possibilità che ci offre questo nostro tempo, dobbiamo agire in modo organizzato per mettere in moto una trasformazione verso una società post-capitalistica, verso l’alternativa socialista.

Per questo ci fondiamo sul fatto che l’alternativa socialista, malgrado gli attacchi selvaggi e le varie sconfitte che ha subito, non solo ha resistito, ma conta con esperienze che stanno lasciando esempi e insegnamenti importanti, e continuano ad affacciarsi, in modo multiforme, con le più diverse particolarità, in tutto il mondo, molte volte sotto apparenze confuse, ma sempre esprimendo esperienze politiche di enorme densità politica e culturale.

I casi di Cina, Vietnam, Corea del Nord, Cuba, Nicaragua, Venezuela, quanto realizzato dal governo di Evo Morales in Bolivia sono alcuni esempi, non a caso attaccati sistematicamente dagli oligopoli mediatici internazionali, di esperienze diverse che aprono la prospettiva della costruzione di un’alternativa che si dirige verso il socialismo, verso il comunismo.

La possibilità di incidere sulla scena della post-pandemia in modo da superare la crisi di civiltà in cui è immerso il capitalismo non va perciò intesa solo come prodotto della crisi capitalistica, del suo accelerato prolungarsi e aggravarsi per effetto del coronavirus. Questa possibilità si nutre del gigantesco patrimonio democratico e di lotta accumulato dall’umanità per tutto il XX secolo, e in America Latina in particolare all’inizio del XXI secolo, che ha una dimensione senza precedenti nella storia dell’umanità. L’imperialismo statunitense lo percepisce con grande chiarezza: vedendo la sua egemonia globale minacciata dal contrasto fra Russia e Cina sul terreno geopolitico, gli USA hanno raddoppiato la loro aggressività nei confronti dell’America Latina e dei Caraibi, organizzando politiche di destabilizzazione contro i governi progressisti e di sinistra sorti nella regione alla fine del XX secolo; hanno infatti favorito il colpo di stato in Bolivia e portano avanti politiche di selvaggia aggressione contro Cuba, Venezuela e Nicaragua.

La pandemia rappresenta un ulteriore scenario della lotta di classe, in cui si acuisce la difesa a oltranza da parte della destra dei suoi privilegi, dei suoi profitti e dello sfruttamento dei lavoratori e lavoratrici; ma in questo scenario bisogna proporsi con estrema decisione di costruire un’alternativa socialista.

Per questo scopo, il comunismo deve assumere la sua essenza plurale e universale, sulla base di una rinnovata coscienza realmente planetaria, includendo una vasta diversità di identità in sviluppo. Sarà così capace di porsi sulla prima linea di combattimento, sul fronte degli umiliati e degli sfruttati di tutto il mondo, lavorando per unirli e spingerli verso un orizzonte di uguaglianza, di libertà, di pace e fraternità, un orizzonte che mai ha potuto né potrà essere a portata della borghesia, ma che può essere raggiunto attraverso varie strade che conducono al socialismo.

La sfida passa per lo sviluppo e il coordinamento delle iniziative rivoluzionarie e internazionaliste di fronte al capitalismo, e di solidarietà con i popoli di fronte alla pandemia, operando su scala mondiale, prendendo iniziative globali al fianco di compagni e compagne di tutti i continenti, con sforzi teorici comuni, reti internazionali di informazione di massa, azioni di solidarietà e mobilitazioni per la pace; una somma di offensive globali contro il capitalismo e la pandemia che, parafrasando un notissimo refrain di Silvio Rodríguez, “non sono lo stesso, ma sono uguali”.