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Cameri: dove si costruiscono gli F-35

e la subordinazione dell’Italia agli USA

e alla NATO

di Walter Folghera

segretario Federazione PCI di Novara e del Comitato contro gli F-35

“Cambra” in dialetto, Cameri in italiano, è un paese della provincia di Novara, con circa 10mila e 900 abitanti. È un piccolo centro più che discreto, quasi chiuso in sé, nella propria terra e nella propria storia. È a 7 chilometri dal centro di Novara, 50 da Milano, 100 da Torino e a 25 dall’aeroporto di Milano-Malpensa. “Appartato”, dunque, e insieme vicino alle grandi “capitali” del nord d’Italia e a un passo dal grande aeroporto internazionale. Nell’animo dei cameresi permane un senso di comunità che è da sempre stata legata alla base militare, tanto da assumerla come simbolo della città.

Tutte queste ragioni avranno certo contribuito a far sì che i comandi militari statunitensi, la NATO e i governi italiani di ogni colore che negli ultimi due decenni si sono succeduti alla “guida della Nazione”, abbiano scelto Cameri come l’area territoriale dove assemblare, montare, i famigerati aerei da guerra F-35. D’altra parte, un infausto segnale premonitore c’era già, nella storia di Cameri, a preannunciare questo nefasto evento: il 18 maggio del 1939 Benito Mussolini giunge a Cameri a visitare e partecipare alla benedizione dei  reparti della “Cansa”, le Costruzioni Aeronautiche Novaresi Società Anonima, sorte dalla chiusura dell’azienda “Gabardini”, per poi recarsi prima all’aeroporto per inaugurare il “Villaggio Aeronautico Giovanni Magistrini”, e poi tornare a Cameri per posare la prima pietra della Casa Littoria, intitolata a Costanzo Ciano. Tra le inaugurazioni del Duce del ’39 e l’apertura della fabbrica degli F-35 degli anni 2000, sempre di guerra si parla.

A convincere gli USA, la NATO e i governi italiani ad aprire proprio a Cameri la fabbrica degli F-35, è stata sicuramente anche la questione del lavoro, della mancanza di lavoro, specie per i giovani, che affligge (come tanti altri territori italiani) questo piccolo centro del novarese. La promessa di lavoro che ha preannunciato la collocazione della fabbrica degli F-35 a Cameri è stata biecamente utilizzata proprio come preliminare organizzazione del consenso popolare all’arrivo della fabbrica della morte.

Significativo è il comunicato stampa, che riprendiamo dai giornali di otto anni fa, della manifestazione contro la fabbrica organizzata dall’allora PdCI di Cameri il 29 aprile 2012, comunicato che riproponiamo integralmente proprio per la sua densità politica: “Domenica 29 aprile, a Cameri, provincia di Novara, il PdCI di Cameri ha organizzato un sit-in in piazza Dante (piazza centrale del paese) per contestare il progetto d’acquisto, da parte del governo Monti, dei 90 (90 o 100, ancora non si sa...) Joint Strike Fighter F-35, i micidiali cacciabombardieri USA dal costo complessivo di circa 20 miliardi di euro. L’iniziativa è stata organizzata a Cameri proprio perché in questo paese si montano gli F-35 e per il montaggio di questi maledetti ordigni di guerra il Ministero della Difesa si è impegnato in una campagna volta, da una parte, ad innalzare attorno al montaggio dei caccia un alto muro di silenzio e, d’altra parte, ad avviare tra i cittadini di Cameri e del novarese una vasta campagna diretta a conquistare il loro consenso, la loro approvazione, attraverso il racconto di una vera e propria favola, quella secondo la quale il montaggio degli F-35 porterebbe in paese e in provincia tanto lavoro, occupazione per anni e anni. Naturalmente (come ha ricordato in piazza l’ex senatore Fosco Giannini, già capogruppo in Commissione Difesa del Senato della Repubblica e presente al sit-in di Cameri in qualità di membro della segreteria nazionale del PdCI) si tacciono i fatti centrali, di drammatico rilievo. Primo, il fatto che gli F-35 costeranno allo Stato italiano (soprattutto alle tasche dei cittadini) attorno ai 20 miliardi di euro, una cifra colossale, una cifra che vale quanto due/tre finanziarie, una montagna di soldi con i quali si potrebbero sistemare scuole e ospedali, creando davvero occupazione e costruendo stato sociale; secondo, che gli F-35 sono al servizio dell’aggressività militare degli USA e della NATO e potrebbero partire – una volta acquistati dal governo Monti – come caccia italiani al servizio del progetto USA e NATO di attacco militare alla Siria e all’Iran (e contro ogni altro “nemico” degli USA, ovviamente); terzo, che il dissanguamento economico italiano per l’acquisto dei caccia USA servirebbe non solo ai progetti bellici nordamericani ma, anche, per risollevare l’economia USA in crisi. Cioè: i lavoratori italiani – quasi nella miseria – acquistano, pagandoli di tasca loro, proprio attraverso restrizioni salariali e ulteriori tassazioni, gli F-35 per foraggiare le politiche economiche di un paese imperialista e guerrafondaio come gli USA! Tutto ciò è stato detto, ai cittadini, ai passanti e a chi si è fermato al sit del PdCI in piazza Dante, dalle ore 10.00 alle ore 17.00. Abbattere il muro di silenzio che hanno scientificamente innalzato a Cameri a protezione del montaggio degli F-35 e mettere in discussione il dogma divulgato secondo il quale i caccia nordamericani portano ricchezza e occupazione (come ha detto in piazza il segretario PdCI di Novara, Walter Folghera) non è certo facile. Tanto più, proprio per questo, i compagni e le compagne del PdCI di Cameri hanno voluto organizzare questo non facile sit-in nel cuore del paese. Proprio per questo i comunisti e le comuniste di Cameri – assieme alle forze di sinistra e pacifiste – proseguiranno, nelle mille difficoltà, il loro impegno volto a denunciare il pericolo insito nell’acquisto degli F-35 e a denunciare il dissanguamento economico che questo comporta. A danno, come sempre, dei lavoratori e della pace”.

Non possono sfuggire due passaggi di questo comunicato del 2012, il primo: “Tutto ciò è stato detto, ai cittadini, ai passanti e a chi si è fermato al sit-in del PdCI in piazza Dante”; e il secondo: “Proprio per questo i comunisti e le comuniste di Cameri – assieme alle forze di sinistra e pacifiste – proseguiranno, nelle mille difficoltà, il loro impegno volto a denunciare il pericolo insito nell’acquisto degli F-35…”. Passaggi che parlano chiaramente del consenso popolare costruito ad arte dagli USA e dai governi italiani verso la fabbrica militare, “portatrice di lavoro”.

Ma cosa sono gli F-35? Facciamo parlare, senza indugi, uno dei massimi studiosi italiani di questioni militari e, insieme, uno dei massimi esponenti italiani della lotta contro la guerra e contro la NATO, Manlio Dinucci. Scriveva Dinucci l’11 aprile del 2012, in un articolo dal titolo “Sprechi militari. L'impegno dell'Italia nella produzione e nell'acquisto (ne ha ordinati 131 senza sapere quanto salato sarà il prezzo finale) dell'aereo Lockheed Martin”: “Un pozzo senza fondo, ma tranquilli, al futuro ci pensa il nuovo F-35. Un programma costosissimo, sostenuto da uno schieramento bipartisan, che il governo Monti non metterà in discussione visto che il ministro della Difesa ne è il maggiore sostenitore. La crisi economica, documenta il Censis, ha colpito in Italia soprattutto i giovani, un milione dei quali ha perso il lavoro negli ultimi tre anni. Aumentano quindi le preoccupazioni per il futuro. Tranquilli, a loro e ai loro figli ci pensa la Lockheed Martin: «Proteggere le generazioni di domani – assicura nella sua pubblicità – significa impegnarsi per la quinta generazione di oggi». Si riferisce all'F-35 Lightning II, «l'unico velivolo di quinta generazione in grado di garantire la sicurezza delle nuove generazioni». Sono stati dunque lungimiranti i governi che hanno deciso di far partecipare l'Italia alla realizzazione di questo caccia (prima denominato Joint Strike Fighter) della statunitense Lockheed Martin. Con il sostegno di uno schieramento bipartisan, il primo memorandum d'intesa venne firmato al Pentagono nel 1998 dal governo D'Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi. E nel 2009 è stato di nuovo un governo Berlusconi a deliberare l'acquisto di 131 caccia che, ad onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi. L'Italia partecipa al programma dell'F-35 come partner di secondo livello, contribuendo allo sviluppo e alla costruzione del caccia. Vi sono impegnate oltre venti industrie: Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre tra cui la Piaggio. Negli stabilimenti Alenia verranno prodotte oltre mille ali dell'F-35. Presso l'aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia per i paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. A tale scopo sono stati stanziati oltre 600 milioni di euro, presentandolo come un grande affare per l'Italia. Ma non si dice quanto verranno a costare i pochi posti di lavoro creati in questa industria bellica. Non si dice che, mentre i miliardi dei contratti per l'F-35 entreranno nelle casse di aziende private, i miliardi per l'acquisto dei caccia usciranno dalle casse pubbliche. Per partecipare al programma, l'Italia si è impegnata a versare un miliardo di euro, cui si aggiungerà la spesa per l'acquisto dei 131 caccia. Allo stato attuale, essa può essere quantificata in circa 15 miliardi di euro. Va inoltre considerato che l'aeronautica sta acquistando anche un centinaio di caccia Eurofighter Typhoon, costruiti da un consorzio europeo, il cui costo attuale è quantificabile in oltre 10 miliardi di euro. E, come avviene per tutti i sistemi d'arma, l'F-35 verrà a costare più del previsto. Il prezzo dei primi caccia prodotti – documenta la Corte dei conti Usa – è risultato quasi il doppio rispetto a quello preventivato. Il costo complessivo del programma, previsto in 382 miliardi di dollari per 2.443 caccia che saranno acquistati dagli Usa e da otto partner internazionali, sarà dunque molto più alto. Perfino il senatore John McCain, noto «falco», ha definito «vergognoso» il fatto che il prezzo dei primi 28 aerei sfori di 800 milioni di dollari quello preventivato. Nessuno sa con esattezza quanto verrà a costare l'F-35. La Lockheed aveva parlato di un prezzo medio di 65 milioni per aereo, al valore del dollaro 2010, ma poi è stato chiarito che il prezzo non comprendeva il motore né i costosissimi sistemi elettronici e all'infrarosso (come andare ad acquistare un'auto, scoprendo che nel prezzo non sono compresi il motore e la centralina elettronica). L'Italia si è dunque impegnata ad acquistare 131 caccia F-35 senza sapere quale sarà il prezzo finale. Anche perché differisce a seconda delle varianti: a decollo/atterraggio convenzionale, per le portaerei, e a decollo corto/atterraggio verticale. L'Italia ne acquisterà 69 della prima variante e 62 della terza, che saranno usati anche per la portaerei Cavour. E, una volta acquistati, dovrà pagare altri miliardi per ammodernarli con i sistemi che la Lockheed produrrà. Un pozzo senza fondo, che inghiottirà altro denaro pubblico, facendo crescere la spesa militare, già salita a 25 miliardi annui. Non ci si può illudere che il governo Monti cambi rotta, sganciando l'Italia da questo costosissimo programma. L'ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, è il maggiore sostenitore dell'F-35: fu lui, in veste di direttore nazionale degli armamenti, a firmare al Pentagono, il 24 giugno 2002, il memorandum d'intesa che impegnava l'Italia a partecipare al programma come partner di secondo livello. E l'F-35 Lightning (Fulmine) – che, assicura la Lockeed, «come un fulmine colpisce il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente» – è il sistema d'arma ideale per la strategia enunciata da Di Paola quando era capo di stato maggiore della difesa: trasformare le forze armate in uno «strumento proiettabile», dotato di spiccata capacità «expeditionary» coerente col «livello di ambizione nazionale». Che l'F-35 garantirà insieme alla «sicurezza delle nuove generazioni».

Per approfondire ancor più l’analisi sugli F-35 riportiamo anche un articolo della Rete contro il Disarmo del 20 dicembre 2011, dal titolo significativo “In arrivo un bombardiere carico di guai”: “Ancora una volta le notizie sul programma JSF parlano di problemi tecnici e di conseguenti aumenti di costi. Parola del Pentagono. L'ultima fotografia approfondita del programma JSF non fornisce un'immagine in salute. Forse non si vedono problemi enormi che imporrebbero un immediato stop, ma la serie di noie di progettazione e realizzazione è lunga e sorprendente. Tra le questioni maggiormente problematiche c'è il nuovo casco avveniristico che non funziona come dovrebbe e nessuno sa come risolvere problemi che sono stati identificati circa un anno fa. Da qui i grattacapi si propagano ad altri aspetti delle prestazioni tecniche ed operative dell'aereo: l'aggancio della coda della versione C non funziona correttamente e non si possono eseguire atterraggi su navi mentre le capacità di combattimento aereo scontano la probabilità di gravi impatti operativi pericolosi per la sopravvivenza e le prestazioni del veicolo in aria. È un recente rapporto (F-35 Joint Strike Fighter Concurrency Quick Look Review) elaborato da alti ufficiali del Dipartimento della Difesa USA a rivelare direttamente e impietosamente la mole di guai del programma. Tra i più preoccupanti, quello del meccanismo di aggancio di coda che ha fallito tutti gli otto test di atterraggio e a questo punto richiederebbe significativi cambi di progettazione. Che potrebbero portare addirittura a ripensare la struttura del velivolo stesso. «Se questo cambiamento non dovesse andare a buon fine vi è il rischio di dover mettere pesantemente mano alla forma stessa della cellula dell'aereo, con impatti significativi» pure sulla sua impronta radar, afferma senza mezzi termini il report in uno dei suoi passaggi più critici. In uno dei mesi recenti, forse ottobre secondo indiscrezioni, ci sono state 725 diverse ‘richieste di modifica’ in attesa di essere evase. Queste cifre sono indicative del grande volume di cambiamento ancora in corso su questo programma e il povero stato di avanzamento generale. Il report fa provenire la maggioranza dei problemi, in particolare con il conteggio del conseguente impatto sui costi, dalla scelta di implementare le modifiche all'aereo (sia ai prototipi che ai velivoli di prima produzione) mentre la sua progettazione è ancora sotto test e viene continuamente cambiata. Il cosiddetto ‘concurrency risk’, che è stato mantenuto come scelta di fondo nonostante problemi nello sviluppo dell'F-35 che «nell'ultimo decennio hanno coinvolto peso, producibilità e ascesa verticale» tra le altre cose. Questo rischio e i vari grappoli di guai di natura progettuale e produttiva sono analizzati in profondità (con dati, modelli di analisi e grafici esplicativi) nel rapporto voluto dai vertici della Difesa USA. Con questa prospettiva sono ovviamente molto più spiegabili le paure recentemente mostrate dagli stessi militari, in particolare dell'Aviazione. La US Air Force è infatti giunta alla conclusione che è un po' troppo presto per permettere a qualcuno, al di fuori dei piloti di prova, di volare con l'F-35. Secondo rivelazioni del sito InsideDefense.com lo stesso Segretario (cioè capo) del Dipartimento dell'Air Force Michael Donley ha concordato con Michael Gilmore, direttore dei test operativi, che l'F-35 non è pronto per iniziare l'addestramento dei piloti alla base di Eglin in Florida. «L'Air Force concorda con il Dr. Gilmore sui rischi ancora associati all'addestramento con il Joint Strike Fighter», secondo una sintesi di un memo inviato da Donley a Frank Kendall, capo ad interim dell'ufficio acquisizione armi del Dipartimento della Difesa. «Abbiamo sottolineato come un ordine MFR (military flight release), che consentirebbe di iniziare operazioni di volo non verrà inviato a breve e di conseguenza altri addestramenti non avranno inizio fino a che questi rischi non siano stati ridotti con processi stabiliti». Chi non è d'accordo è ovviamente il gigante dell'industria militare Lockheed Martin, capocommessa dell'intero progetto; secondo loro sono in corso di definizione ulteriori contratti di acquisto. Procede dunque una pressione verso la seconda fase di produzione perché, a detta dell'azienda, le linee di produzione sono pronte e i costi operativi si stanno stabilizzando (nessuna parola invece su quanto si è speso fuori dal budget finora).Oltre che in ambito militare, tutte queste recenti rivelazioni sono così numerose da mettere in discussione la sospensione (o anche la chiusura) del programma persino nella testa di alcuni importanti esponenti della politica statunitense e di alcuni boss del Pentagono. «I problemi sorti negli ultimi 12 mesi ci hanno sorpreso per la quantità di cambiamenti a cui ci costringeranno e per il costo», ha dichiarato il vice ammiraglio David Venlet oggi a capo del Board del Programma JSF (che ha già raggiungo i 400 miliardi di Dollari di costo complessivo). «Si tratta per la maggior parte di piccole cose, ma quando si mettono tutte insieme guardando in che parti dell'aereo si trovano (e come sia difficile intervenire per sistemarli dopo l'acquisto) ci accorgiamo di trovarci di fronte ad un onere di acquisto che ci fa mancare l'aria. Fondamentalmente, tutta l'impostazione del progetto è stata un errore di calcolo», ha concluso Venlet. La preoccupazione ha contagiato anche la politica, e persino un "falco" come il repubblicano John McCain ha sentenziato al Senato: «Quando il capo del programma militare più costoso e di alto profilo nella storia degli Stati Uniti dice efficacemente, 'Un attimo! Abbiamo bisogno di rallentare molto i tempi di ciò che stiamo comprando!'... noi tutti dovremmo prestare molta attenzione». Da tempo le organizzazioni del mondo del disarmo (e noi da questo blog) denunciano come il supertecnologico cacciabombardiere USA in realtà si trovi in mezzo a problemi di ogni tipo e che il Pentagono ha preteso ed ottenuto che per la prima volta Lockheed Martin pagherà delle penali per i ritardi e le crescite di costo; una impostazione del Dipartimento della Difesa che non sembra diminuire di forza (come non diminuiscono i problemi). Tanto è vero che ad Ottobre Robert J. Stevens, amministratore delegato della Lockheed, ha dovuto ammettere che il Pentagono stava trattenendo una parte dei pagamenti relativi all'F-35, pur insistendo che l'azienda stava compartecipando al costo derivante dai problemi di fissaggio che si sono evidenziati nei test di volo. Stevens ha detto che il Governo si era tradizionalmente accollato tali costi, ma che Lockheed era disposta a farsene carico in cambio di riservatezza sulla situazione. Funzionari del Pentagono hanno affermato che non finiranno di negoziare un contratto per il prossimo gruppo di aerei o non pagheranno Lockheed Martin per parti già acquistate a meno che l'azienda non si impegni a condividere qualsiasi costo di modifica. Già ora la compagnia e i suoi fornitori hanno un credito per circa 750 milioni di dollari che, con questa posizione ferma, potrebbe salire a 1,2 miliardi entro fine anno. Eppure il nostro paese, che è uno dei partner del progetto, non sembra ridiscutere l'intenzione di acquistare oltre 130 caccia F-35, anche se le notizie di tagli alla spesa pubblica hanno finalmente fatto nascere qualche dubbio sulla effettiva validità di questa operazione. Molti sono però i paesi che hanno da tempo iniziato questa riflessione. Il Canada ha chiesto al proprio Parliamentary Budget Officer (un ufficio che fornisce analisi economiche indipendenti al Parlamento) di condurre uno studio sulla partecipazione al JSF dai risvolti interessanti, sia per quanto trovato sul costo complessivo, che sull'utilizzo degli aerei e l'impatto per tutti gli anni di utilizzo. Partendo dal presupposto, analizzato criticamente, che il Canada ha scelto per le proprie necessità di aeronautica militare direttamente questo programma JSF senza mettere in pista alcuna idea di scelta concorrenziale, il PBO ha stimato un costo totale per il paese, somma di contratto di acquisizione e mantenimento operativo, di 29,3 miliardi di dollari USA. Diviso per i 65 velivoli da comprare, questo si traduce in un costo di circa 450 milioni di dollari (costanti 2009) per tutta la vita di ogni aereo. Questa cifra va confrontata con il costo medio di acquisto per aeromobile: sebbene Lockheed Martin continui a credere ad una sua diminuzione anche gli analisti canadesi considerano impossibile credere, con tutte le recenti prove a disposizione, che esso si riduca a stime previsionali dell'azienda di oltre 10 anni fa. Non solo tali valori di costo unitario di produzione non si avvicinano per nulla alle stime di costo totale del PBO, ma sono addirittura notevolmente inferiori a previsioni effettuate da organismi del Dipartimento della Difesa USA che vanno da 91 a 128 milioni di dollari. Un confronto che dimostra, inoltre, precedenti nostre sottolineature rispetto al fatto che, in un programma aeronautico del genere, il conto più salato arriva dopo la fattura di acquisto (secondo i dati PBO ancora di più del raddoppio di costi da sempre considerato). Il problema finanziario è comunque quello principale per tutti, in questo frangente di crisi economica generalizzata. Addirittura nella civile ed istituzionale Norvegia (dove alcuni esponenti politici hanno persino espresso preoccupazione che un acquisto del caccia da Lockheed Martin potrebbe configurare una violazione della Convenzione internazionale sulle munizioni a grappolo) alcuni ufficiali del Ministero della Difesa sono stati più “stealth” del caccia stesso nascondendo al Parlamento i costi totali, più alti del previsto, nelle fasce di scelta in confronto con il caccia svedese Gripen. Anche nell'emisfero meridionale, l'Australia andrà a decidere nel 2012 se continuare l'acquisto di 100 F-35 (controvalore, 16,8 miliardi dollari) o cercare un'alternativa realistica proprio per i ritardi nelle consegne per i continui superamenti dei costi.
Detto tutto questo, in Italia… cosa stiamo aspettando?”.

Sono passati 9 anni da questa lucidissima, esaustiva, e dunque riproponibile in toto, analisi della Rete per il Disarmo, ma né il pericolo insito nell’acquisto di F-35 per molti versi “guasti”, né la pesantezza economica dell’operazione per le casse dello Stato e, soprattutto, per le già semivuote tasche dei lavoratori, sembrano scalfire le intenzioni di tutte le forze politiche governative. Non solo, infatti, l’attuale governo Conte ribadisce l’intenzione di proseguire l’operazione F-35, ma anche il “sovranista” Salvini (ma “sovranista”, nonostante l’insistenza con la quale i media in questo modo lo definiscono, è il termine più lontano dall’essenza politica di uno, come il leader della Lega, che è totalmente subordinato al grande capitale italiano, agli USA, alla NATO e anche, al di là di tante, vuote urla, all’Unione europea) si recò a Washington, come ultimo atto prima del disastro personale del “Papete”, a garantire l’acquisto degli F-35, oltreché garantire il rafforzamento delle basi NATO in Italia e il nuovo e più pesante contributo militare italiano all’Alleanza militare Atlantica, come richiesto da Trump.

“Il caccia stealth F-35 si rende invisibile – ha recentemente ricordato Dinucci - non solo ai radar ma anche alla politica”. Nelle scorse settimane il segretario di stato Usa Mike Pompeo è giunto a Roma, per incontrassi con il governo italiano, ma dei suoi incontri non vi sono tracce. Il Corriere della Sera ha però rivelato che Pompeo ha richiesto all’Italia di pagare gli arretrati sui caccia acquistati e di sbloccare l’ordine per un ulteriore acquisto, ricevendo da Conte l’assicurazione che “saremo fedeli ai patti”. A tale spesa si aggiungerà quella del continuo aggiornamento del software (l’insieme dei programmi operativi) del caccia su cui la Lockheed Martin mantiene l’esclusiva: solo per quello dei velivoli finora acquistati, l’Italia deve già spendere circa mezzo miliardo di euro.

La “Leonardo” produce anche le ali complete per aerei assemblati negli Usa, utilizzando materiali prodotti negli stabilimenti di Foggia (Puglia), Nola (Campania) e Venegono (Lombardia). Ed è lo stabilimento di Cameri che il centro regionale europeo ha scelto per la manutenzione e l’aggiornamento della fusoliera.  L’occupazione alla “Faco” è di circa un migliaio, di cui molti precari, appena un sesto di quella preventivata. Le spese per la realizzazione dello stabilimento e l’acquisto dei caccia sono di gran lunga superiori all’importo dei contratti stipulati da aziende italiane per la produzione dell’F-35. E non va dimenticato il fatto che, mentre i guadagni vanno quasi interamente nelle casse di aziende private, le spese escono dalle casse pubbliche, facendo lievitare la spesa militare italiana che ha già raggiunto gli 80 milioni di euro al giorno. Dall’incontro a Roma tra Pompeo e gli esponenti del governo Conte sono emersi altri passaggi. Col presidente Mattarella e il premier Conte, Pompeo ha sottolineato la necessità per l’Italia e altri alleati europei, di “aumentare i loro investimenti nella difesa collettiva della NATO”. Sicuramente, mentre il Dipartimento di Stato loda l’Italia perché “ospita oltre 30 mila militari e dipendenti del Pentagono in cinque basi maggiori e oltre 50 sub-installazioni”, Mike Pompeo ha chiesto, negli incontri riservati, di poter installare in Italia altre basi militari. E nell’agenda segreta di Pompeo, rientrava anche la messa a punto per il prossimo arrivo in Italia delle nuove bombe nucleari Usa B61-12, che sostituiranno le attuali B-61. Una nuova arma nucleare progettata in particolare per i cacciabombardieri F-35A, sei dei quali, appartenenti all’Aeronautica italiana, hanno ricevuto in ottobre l’attestato Nato di piena capacità operativa.

Durante la fase coronavirus, quasi tutta la produzione si è fermata, in Italia. Non a Cameri, non nella fabbrica degli F-35. È stato Don Renato Sacco a denunciare il problema: «Perché anche durante l’emergenza le fabbriche di armi continuano a lavorare senza sosta?». La risposta a Sacco è venuta dagli stessi portavoce della Lockheed Martin, che hanno tenuto a rassicurare il Pentagono e i partners internazionali del programma JSF (un programma da 428 miliardi di dollari) che i lavori di produzione degli F-35 (in ritardo) non si sarebbero fermati neppure nella pandemia, né in Italia, né in Giappone, nello stabilimento di Nagoja, annunciando la vicina consegna del 500° esemplare dell’aereo da guerra.

Infatti, a Cameri, anche durante il lockdown, il lavoro, nello stabilimento F-35, è stato ripreso, poiché esso è stato considerato “un’attività essenziale”. Come comunisti e come movimento contro la guerra di Cameri rimaniamo molto perplessi per questa scelta e comunque sempre più contrari allo stabilimento di guerra nel nostro territorio. E sempre più decisi a continuare la lotta per l’uscita dell’Italia dalla NATO.