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I fatti d’Ungheria del 1956 aprirono una discussione profonda nel PCI e per molti versi segnarono e anticiparono molti tratti della stessa storia futura del partito. Per questi motivi inseriamo in questo “Speciale” l’importante l’articolo che Sergio Ricaldone scrisse, per “Gramsci Oggi”, nel 50° anniversario dell’intervento sovietico in Ungheria

Pentimenti e ipocrisie di postcomunisti cinquanta anni dopo

Budapest 1956:

l’Europa ad un passo

dal conflitto nucleare

di Sergio Ricaldone

Gramsci Oggi, novembre 2006

 

Uno dei temi (non il solo s’intende) su cui sinistra e destra hanno mostrato una significativa convergenza di giudizi storici riguarda le celebrazioni del 50° anniversario del ’56 ungherese, ossia dell’evento definito, senza tanti complimenti, “la più grande insurrezione popolare anticomunista schiacciata nel sangue dai carri sovietici”. Su questo lapidario giudizio scolpito sui marmi di Budapest si ritrovano a riflettere, con commenti variamente modulati ma convergenti (lo dico con tutto il rispetto delle loro funzioni istituzionali), da una parte Giorgio Napolitano, Fausto Bertinotti, Pietro Ingrao (e molti altri), dall’altra Gianfranco Fini, Mirko Tremaglia (e molti altri).

Mai, prima d’ora, era successo che il ceto politico, salvo pochissime eccezioni, si ritrovasse su posizioni così similari nel ripresentare le tragiche giornate di Budapest come l’apice delle infamie prodotte dal comunismo nel 20° secolo. Il tutto con il pieno sostegno della grande stampa, della TV di stato, dell’editoria, di alcune lobby universitarie.

In un quadro così spudoratamente manicheo l’Europa e il mondo occidentale di quei giorni lontani appaiono perciò come un tranquillo giardino fiorito di nazioni libere, democratiche e pacifiche, rispettose le une delle altre, minacciate unicamente dalla follia sanguinaria dei comunisti (sovietici e non) pronti a schiacciare chiunque sotto i cingoli dei carri armati. Si evita di ricordare che tra le “nazioni libere” della moderna “santa alleanza” atlantica erano inclusi, all’epoca, due Stati fascisti, il Portogallo e la Spagna, paesi nei quali il massacro dei comunisti, con i plotoni e la garrota, continuò indisturbato e benedetto dal Vaticano fino all’uscita di scena di Franco e Salazar.

Singolare questo speculare accanimento revisionistico. Fascisti incalliti da una parte e voltagabbana ex e post dall’altra, si ritrovano a celebrare con giudizi simili il memorial day del 56’ ungherese, ma con i primi più che mai orgogliosi di essere stati i più coerenti difensori dei valori e della civiltà occidentale, mentre i secondi, recitano tardivi mea culpa per i loro peccati giovanili e chiedono scusa per essersi schierati allora dalla parte sbagliata. Ma entrambi si guardano bene dal riproporre il contesto politico reale della guerra fredda dalla quale riemergono, non solo i fatti di Budapest, ma molti altri eventi che mostrano come in quegli anni terribili il sangue avesse ripreso a scorrere in molti altri angoli del pianeta situati, si badi bene, fuori dalla sfera di intervento dei cingolati sovietici ma ben dentro quella della Nato e del Pentagono. Interventi il cui obbiettivo principale, come documenta lo storico svizzero Daniele Ganser nel suo libro Gli eserciti segreti della Nato (Fazi editore, 2005, p. 448), era quello di ristabilire il primato del comando politico e militare in Europa dopo che la guerra contro il nazifascismo aveva messo in crisi di consenso gli antichi centri di potere e aperto all’antagonista storico di quei poteri – il movimento operaio – spazi di agibilità politica  considerati intollerabili dal grande capitale monopolistico. Il libro di Ganser ci racconta come la CIA sia diventata in quegli anni animatrice e guida di una gigantesca organizzazione eversiva, quale è stata Gladio, che da Capo Nord al Mediterraneo e da Londra alla “cortina di ferro”, ha alimentato il terrorismo, la “strategia della tensione”, i tentativi di colpi di stato, la tortura. In Inghilterra la stampa ha commentato la nascita di Gladio come “il segreto politico-militare meglio nascosto e più pericoloso dai tempi della seconda guerra mondiale”.

Negli anni a cavallo del 1956, benché la guerra si chiamasse fredda, gli Stati Uniti intervennero militarmente o indirettamente con colpi di stato e appoggi diretti alle potenze imperialiste alleate, come la Francia e l’Inghilterra, per schiacciare regimi democratici e movimenti di liberazione antimperialisti, compiendo veri e propri genocidi non solo di comunisti ma di intere popolazioni. Grecia, Filippine, Malesia, Birmania, Guatemala, Vietnam, Algeria, Nigeria, Indonesia, Libano, Cambogia, Salvador, Nicaragua, Congo belga, Angola Mozambico, Guinea Bissau, Zimbabwe, Cile… L’elenco è, ovviamente, incompleto ma la somma delle vittime – milioni di morti – massacrate dalle armi imperialiste, fasciste e golpiste, rigorosamente “made in USA”, è agghiacciante.

Non è difficile intuire che in quel contesto le pur comprensibili aspirazioni ad una maggiore libertà espressa nei loro cortei dagli studenti di Budapest, nell’ottobre del ’56, furono ben presto spazzate via dalle immagini atroci delle migliaia di comunisti massacrati come bestie e appesi per i piedi agli alberi della capitale magiara. Questo repentino passaggio dalla protesta alla “insurrezione popolare contro il regime comunista” assunse la dimensione di una vera e propria carneficina controrivoluzionaria sostenuta apertamente dalle strutture eversive esterne della Nato: aerei che dalla Germania trasportavano armi agli insorti, gruppi di emigrati fascisti ungheresi che rientravano in patria dall’Austria armati fino ai denti, grandi industriali e proprietari terrieri che, intervistati, annunciavano il ritorno in patria e la ripresa di tutte le loro antiche proprietà, i fascisti, camerati di  Tremaglia, impazienti di riproporre altrove la macelleria di Budapest (a Milano e in altre città tentarono di assaltare le sedi comuniste ma furono messi in fuga a pedate), la radio della CIA, Europa libera, che lanciava furiosi appelli all’insurrezione armata a tutti i paesi dell’est.   Ma giunsero anche notizie che gli operai di molte fabbriche di Budapest si erano barricati nelle officine e, benché disarmati e a prezzo di pesanti perdite, impedirono ai rivoltosi di occuparle.

Il clima che si respirava in quegli anni in questa parte di mondo definito “libero e democratico” viene descritto molto bene dal filosofo Ludovico Geymonat nel suo libro-intervista Dialoghi sulla pace e la libertà (Quaderni di Giano, 1992, p. 223): “La minaccia di utilizzare la bomba atomica contro l’Unione Sovietica fu in realtà una minaccia enorme e si volle tutta la durezza del governo sovietico per non cedere a questa minaccia. Non sarà privo di interesse ricordare che lo stesso Bertrand Russell nel 1960 partecipando ad una tavola rotonda sulle questioni nucleari con la signora Eleonora Roosevelt fu scandalizzato nell’ascoltare la moglie del Presidente americano che affermava preferire che la razza umana andasse distrutta piuttosto che pensarla “preda del comunismo”.  Insomma, se per Russell poteva anche essere accettabile lo slogan provocatorio “meglio rossi che morti” va anche ricordato che vi era però chi gli ribatteva, con non minore polemica, “meglio morti che rossi”.

La suprema follia di quello slogan spiega come “la caccia alle streghe” imposta dalla paranoia anticomunista del maccartismo, sia stata per lunghi anni il filo conduttore che ha ispirato la politica interna ed estera degli Stati Uniti e della Nato. Erano gli anni in cui l’FBI di Edgar Hoover spedì i Rosenberg sulla sedia elettrica e centinaia di americani, sospetti “comunisti”, nel penitenziario di Sing Sing. Non è un caso se il grande Charlie Chaplin decise di fuggire da quel clima infernale.

Sebbene non ci siano mai state indifferenti le legittime motivazioni che accesero inizialmente la protesta degli studenti di Budapest, non possiamo non vedere come la successiva escalation insurrezionale, sicuramente non spontanea né innocente, puntasse alla separazione dell’Ungheria dall’orbita sovietica e dal Patto di Varsavia e al suo successivo arruolamento nella Nato. Un azzardato e irresponsabile tentativo di Washington di mettere con le spalle al muro l’URSS sottraendogli una postazione di rilevanza strategica in Europa centrale. Dunque, un gravissimo punto di rottura degli equilibri mondiali sanciti a Yalta dalle grandi potenze, che trasformò il conflitto interno ungherese in una minacciosa contesa tra la Nato e il Patto di Varsavia che condusse l’Europa ad un passo dal conflitto nucleare.

Qui e non altrove va ricercato il prevalente politico-strategico che provocò l’intervento sovietico. Detestabile e condannabile fin che si vuole ma inevitabile se collocato nella logica degli accordi di Yalta. La stessa Cina di Mao sostenne apertamente l’intervento militare sovietico e fu la leadership di Pechino che consigliò l’esitante Nikita Krusciov di invadere militarmente l’Ungheria (Universale Feltrinelli, Tensioni e conflitti del mondo contemporaneo, p. 348).

Proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo in Italia se il PCI, anziché attenersi alla logica di Yalta avesse trasformato lo sciopero di protesta seguito all’attentato di Togliatti in un movimento insurrezionale e in una rivoluzione socialista. C’è qualcuno, sano di mente, convinto che gli americani avrebbero osservato impassibili un simile evento senza usare i loro cingolati? O non avrebbero invece fatto come in Grecia dove un tentativo del genere fu soffocato nel sangue di centinaia di migliaia di comunisti?

Che nel 1956 il mondo fosse una polveriera (nucleare) pronta ad esplodere sta scritto in tante buone letture che ci raccontano con dovizia di particolari anche per colpa di chi. Nel suo pregevole volume, Storia sociale del mondo contemporaneo, (Feltrinelli, 1982, p. 638), Enzo Santarelli ci racconta quanto successe in quegli stessi giorni dell’ottobre ’56, duemila km più a sud di Budapest. Il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, uno dei leader nazionalisti e antimperialisti protagonista dei processi di liberazione in atto contro i vecchi imperi coloniali, aveva da poco nazionalizzato il canale di Suez, sottraendolo alla compagnia anglo-francese. Quel gesto, sicuramente audace ma moralmente e politicamente ineccepibile, scatenò una furibonda reazione imperialista. Il 29 ottobre i cingolati di Israele dilagarono in territorio egiziano, oltre la striscia di Gaza occupando il Sinai fino alla sponda orientale del canale. Due giorni dopo, il 31 ottobre, gli anglo-francesi bombardarono il Cairo, Alessandria, rasero al suolo Suez, Porto Said e Ismailia e occuparono con i paracadutisti il canale. La proditoria aggressione cessò solo quando l’Unione Sovietica e la Cina minacciarono di intervenire militarmente a fianco dell’Egitto.   Quanti egiziani siano stati massacrati in quei giorni non lo sappiamo. Quel che sappiamo è che mentre si piangono le vittime di Budapest su quegli altri morti è stato calato il sipario ed Israele continua ad occupare – 50 anni dopo! – gran parte dei territori occupati con i carri armati nel ’56.

Budapest e Suez: due eventi scoppiati simultaneamente in una certa fase, forse la più pericolosa della guerra fredda. Varrebbe la pena di ridiscuterne senza bugie, opportunismi, ipocrisie e patetici sensi di colpa. Gli insegnamenti della storia non si colgono raccontando ciò che fa comodo davanti a telecamere compiacenti ma partendo da quello che molti autorevoli storici ci documentano con lucido raziocinio. Ed anche ascoltando le sincere e genuine testimonianze di chi – come Antonio Costa autore della documentata memoria che segue – quegli avvenimenti li ha vissuti in prima persona da militante del movimento operaio.