Autogolpe in Brasile? A lanciare l’allarme, con una lettera diffusa a livello internazionale, oltre un centinaio di leader e intellettuali progressisti di numerosi paesi. “Un’insurrezione metterà in pericolo la democrazia in Brasile”, hanno scritto. Tra i principali firmatari figurano il Premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, il linguista statunitense Noam Chomsky, l’ex presidente del governo spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, il leader del movimento France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon e gli ex presidenti di Colombia, Paraguay e Ecuador: Ernesto Samper, Fernando Lugo e Rafael Correa.

Il presidente di estrema destra, Jair Bolsonaro, ha infatti convocato i suoi sostenitori a scendere in piazza in diverse città per il 7 settembre, giorno dell’Indipendenza nazionale. Lo ha fatto durante un evento a sorpresa, comparendo a Brasilia a bordo della Rolls Royce di proprietà del governo, un’auto del 1952, regalata nel secolo scorso al Brasile dalla regina Elisabetta d’Inghilterra, che in genere viene utilizzata solo nella cerimonia di insediamento dei presidenti della Repubblica.

Si è fatto fotografare davanti al Palacio da Alvorada, sua residenza ufficiale a Brasilia, preannunciando che prima avrebbe guidato una cerimonia nella capitale, e che poi si sarebbe spostato a San Paolo. Lì, nella città più grande e popolosa del Brasile, Bolsonaro si aspetta il corteo più partecipato, con oltre 2 milioni di sostenitori.

Al momento in cui scriviamo, a Brasilia, i suoi sostenitori – gruppi di suprematisti bianchi, polizia militare e funzionari pubblici a tutti i livelli di governo – hanno sfondato il cordone di polizia per raggiungere la zona della capitale dove si trovano i ministeri e i palazzi delle istituzioni.

I firmatari della lettera e i partiti di opposizione avevano denunciato “Un atto di intimidazione alle istituzioni democratiche”, ricordando che il 21 agosto Bolsonaro ha affermato che la “Costituzione comunista” gli ha tolto potere, accusando nuovamente “la magistratura, la sinistra e tutto un apparato di interessi occulti” di cospirare contro di lui. Ha inoltre firmato un decreto per eludere la censura delle piattaforme social come YouTube, Twitter e Facebook, che hanno rimosso diversi video, soprattutto inerenti il suo negazionismo della pandemia da Covid-19.

Per Bolsonaro, le manifestazioni sono da intendere come un “ultimatum” ai giudici della Corte Suprema e al Parlamento, che avrebbero preso decisioni “incostituzionali” contro il suo governo, e che starebbero organizzando frodi per impedirgli di essere rieletto alle presidenziali dell’anno prossimo. Lo stesso modello usato dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per spingere i suoi sostenitori ad assaltare Capitol Hill dopo la sua sconfitta elettorale.

L’ex presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, candidato alle presidenziali del 2022, e che secondo un recente sondaggio riscuote il 40% dei gradimenti contro il 24% di Bolsonaro, ha accusato l’attuale capo di stato di “cercare lo scontro, di alimentare la divisione e l’odio, di chiedere atti contro i poteri della Repubblica e contro la democrazia, che non ha mai rispettato, invece di annunciare soluzioni per il paese”.

Anche l’opposizione si è mobilitata, organizzando manifestazioni e presidi in oltre 160 città e anche in altri paesi dell’America Latina nella campagna nazionale Fora Bolsonaro. Il cartello riunisce il fronte Povo Sem Medo e Brasil Popular, oltreché partiti politici, centrali sindacali e movimenti popolari, che proseguono così le giornate di lotta iniziate a maggio. “Se vogliamo cambiare il corso del paese, tornare a crescere in una democrazia con giustizia sociale, il nostro compito principale è liberarci di Bolsonaro”, ha detto Sérgio Nobre, presidente della Centrale unitaria dei lavoratori (Cut).

Per Raimundo Bonfim, coordinatore nazionale della Central dos Movimentos Populares (Cmp), è fondamentale continuare le mobilitazioni contro il governo: “Per noi – ha detto – è l’occasione per denunciare l’aumento della povertà, l’altissimo prezzo delle tariffe elettriche e il piatto vuoto, e anche per difendere la democrazia, che è sotto attacco”.

A differenza dei bolsonaristi, gli organizzatori della campagna Fora Bolsonaro ed El Grito de los Excluidos hanno invitato la popolazione a manifestare osservando le norme igieniche e le misure di prevenzione dal Covid.

A cinque anni dall’impeachment contro l’allora presidenta Dilma Rousseff (il 21 agosto), non solo il Brasile ma l’intera America Latina ha avuto modo di riflettere sui meccanismi che hanno spianato la strada a un fascista come Jair Bolsonaro. Allora, con il pretesto di un’inesistente accusa di corruzione contro Dilma, si è messo fuori gioco il Partito dei Lavoratori e si è proceduto a spron battuto sulla strada del “lawfare” con processi pretestuosi contro Lula, poi rivelatasi infondati, fino a portarlo in carcere per impedire che fosse candidato alle presidenziali del 2018.

“Bisogna capire bene quale sia stato il gioco – ha spiegato Rousseff – c’è stato un golpe parlamentare, giuridico e mediatico, ma soprattutto un golpe finanziario. Un golpe neoliberista. Non c’è stato un intervento militare classico, ma la manipolazione delle norme legali”. Un modello applicato anche in altre parti dell’America Latina: da Manuel Zelaya in Honduras (rovesciato nel 2009), a Fernando Lugo in Paraguay (destituito con un golpe parlamentare nel 2012), fino al golpe contro Evo Morales in Bolivia, nel 2019.

Una strategia a cui la destra brasiliana, ma anche quella peruviana, salvadoregna o cilena, cerca ora di affiancare la “sua” piazza. Il modello è quello usato da Trump e dalle forze reazionarie in Europa, che cercano di esportare anche il proprio armamentario di simboli, già collaudati nei paesi capitalisti del “centro”. L’estrema destra europea ha così deciso di espandersi in America latina: per contrastare – dice – l’insopportabile avanzata del progressismo e del comunismo nella “sfera iberica”, e in difesa della “libertà, della democrazia e della proprietà privata” che, com’è ben noto vanno a braccetto nel mondo.

L’atto di fondazione, salutato con preoccupazione o gaudio da tutta la stampa latinoamericana, è avvenuto in questi giorni in Messico, dove il presidente del partito spagnolo di estrema destra, Vox, Santiago Abascal e il senatore messicano Julen Rementería, in rappresentanza del Partito d’Azione Nazionale, il Pan, la destra messicana, hanno firmato la Carta di Madrid.

Al documento hanno apposto la propria firma anche rappresentanti dell’estrema destra latinoamericana che si oppone ai governi progressisti, a partire da quella brasiliana, argentina, venezuelana, peruviana, ecuadoriana. Ad accompagnare l’operazione, rappresentanti della destra statunitense che ha ispirato il modello di partenza: ovvero la Fondazione Dissenso, diretta da Santiago Abascal di Vox.

La Carta di Madrid è un manifesto delle forze conservatrici e ultranazionaliste, consolidato dopo il vertice di Budapest, organizzato nell’aprile di quest’anno dall’italiano Matteo Salvini, dall’ungherese Viktor Orbán e dal polacco Mateusz Morawiecki, e firmato poi da Giorgia Meloni e altri rappresentanti dell’estrema destra europea, come il Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia, il Partito della Libertà austriaco e i fiamminghi belgi di estrema destra del Vlaams Belang.

Per l’Europa, il progetto è quello di creare un mega-partito per contrastare, da un punto di vista xenofobo, il “troppo potere di Bruxelles sugli Stati che indebolisce l’Europa”. Con il loro progetto di “Europa confederale”, le destre cercano di far pesare i propri interessi sui meccanismi decisionali dell’Unione europea, senza tuttavia metterne in discussione i trattati. E cercano anche di gestire e convogliare la rabbia sociale contro le gabbie imposte dalla Troika.

Come si sa, il Partito Vox nasce da una scissione del Partito Popular, forza di maggioranza nel centro-destra spagnolo, che ha avuto il governo di Madrid fino al 2018. Un partito razzista e classista, che si è fatto notare per alcune prese di posizioni molto eloquenti nella rivendicazione del colonialismo, come quella secondo la quale la Spagna avrebbe liberato milioni di persone dal regime sanguinario e dal terrore degli aztechi.

Una perla espressa in agosto durante la commemorazione per i 500 anni dalla caduta di Tenochtitlán, in Messico, ad opera dei conquistadores, considerato da Vox come un “atto di civilizzazione” di cui i governi latinoamericani, a cominciare da quello progressista messicano di Manuel López Obrador, dovrebbero essere grati alla Spagna. E già nel 2019 quando Obrador ha insistito presso il governo spagnolo e presso il Vaticano affinché chiedessero scusa ai popoli indigeni per le atrocità commesse durante il periodo della Conquista, Vox lo ha chiamato “mediocre”. E ha aggiunto che, piuttosto che prendersela con Cortés che è morto da 400 anni, avrebbe fatto meglio a mostrare i muscoli contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro, bestia nera della destra al pari del presidente cubano Miguel Díaz Canel.

La “Carta di Madrid” è presentata infatti come una risposta al Foro di San Paolo, che si è tenuto a Caracas e che ha portato al Congresso Bicentenario dei popoli del mondo. In quella sede, a giugno scorso, Maduro ha proposto un’agenda di lotta comune antimperialista a livello globale. La “Carta di Madrid” vuol essere anche una risposta al Gruppo di Puebla, una coalizione di partiti fondata nel 1990 da Fidel Castro e dall’ex presidente brasiliano Lula da Silva. Progetti che Vox considera determinanti per l’avanzata dell’estrema sinistra nella “Ibero-America”.

La sfera iberica – ha detto Abascal – è invece una “comunità di nazioni libere con oltre 700 milioni di persone che condividono la stessa eredità culturale e che con la Carta di Madrid intendono lanciare un forte di messaggio di contrasto al progressismo e al comunismo”. E per questo – ha rincarato il solito influencer tirato fuori per l’occasione, è necessario “che i giovani si uniscano perché questo è il piano di Dio”. Il personaggio si chiama Jesús Rendón, noto come Tumbaburros, ammazza asini, con una chiara allusione al modo in cui l’estrema destra si riferisce a Maduro, chiamato Maburro, ovvero ma-asino.

E mentre la destra diffonde la Carta di Madrid, in questo anno Bicentenario l’America latina ricorda invece la Carta di Giamaica, scritta da Simón Bolívar il 6 settembre del 1815. Un documento storico nel quale il Libertador risponde a un commerciante giamaicano di origine britannica illustrandogli le sue idee sulla situazione sociale e politica dell’America spagnola dell’epoca, e il progetto delle nuove nazioni che avrebbero creato la Patria grande dopo il crollo del dominio coloniale.