Premessa: Big Pharma, riscriviamone la storia    

Il mantra del 2020 è stato certamente la pandemia da Covid-19, ancora oggi gravido di terribili conseguenze in termine di contagiati nel mondo: quasi 157 milioni d’individui, oltre 3.272.000 morti, dati ufficiali e desunti dal sito della John Hopkins University, quindi da considerare per difetto anche se non è facile determinarne la percentuale. Nel 2021 perdura la pandemia di un virus che, come un abile stratega, adotta delle varianti che assumono forme diverse a seconda della longitudine e della latitudine dove si sviluppa (variante inglese, brasiliana, sudafricana, indiana) per sfuggire ai nuovi avversari di quest’anno: i vaccini. In quest’articolo tenteremo d’indagare il tema dei vaccini appunto e dei loro produttori: le multinazionali del farmaco denominate appropriatamente “Big Pharma”, cercando di osservare tali fenomeni sotto molteplici aspetti, tranne quello puramente sanitario ed epidemiologico che non ci compete, ma che per assurdo non è nemmeno quello principale. Cercheremo invece di svolgere un percorso simile ad una salita, da una pianura nebbiosa fino alla cima di una collina baciata da un cielo terso dal quale getteremo uno sguardo su possibili scenari futuri che, purtroppo, non è detto siano migliori dell’attuale. In altre parole, la vicenda dei vaccini è un’utile punto di osservazione per indagare i meccanismi più profondi e nascosti del sistema democratico liberale, e di criticare finalmente il “paradiso” raggiunto, la Terra promessa di Francis Fukuyama descritta nel suo libro “Fine della storia”, testo che non va affatto sottovalutato, perché è il fondamento ideologico dei partiti occidentali, soprattutto di sinistra, ed è il canovaccio unico dell’informazione ufficiale asservita al potere: dai radical chic di Radio (im)Popolare, ai megafoni dei poteri forti che pontificano da La7, alla RAI cialtrona gestita da partiti impresentabili, ai giornali della famiglia Elkann-Agnelli (gruppo GEDI) il cui elenco è utile ricordare: “La Repubblica”,  “La Stampa”, “Il Secolo XIX”, una quindicina di quotidiani locali, periodici come “L’Espresso”, varie testate online come “L’Huffington Post”. Qual è l’inevitabile risultato sulla qualità, imparzialità e veridicità dell’informazione in Italia, e nello specifico sui vaccini? Ce lo dice La Repubblica del 20 aprile 2021 Reporter senza frontiere: “La libertà di stampa arretra con il Coronavirus, l’Italia è 41esima”. Poca libertà d’informare, quindi, come sottolinea il segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Raffaele Lorusso: «41esimo posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa redatta da Reporter Senza Frontiere è il risultato della situazione in cui si trovano numerosi colleghi minacciati, alcuni dei quali sotto scorta, e dello stallo in cui versano le proposte di legge di tutela del diritto di cronaca e della professione». Quindi, il segretario del FNSI ci svela che la politica italiana tiene i giornalisti al guinzaglio, ma non erano solo i Putin e i Lukashenko a farlo? E da parte loro gli editori come si comportano? Sempre Lorusso ce lo dice: «Per non parlare dell’assenza di politiche di sostegno del lavoro regolare e di contrasto al precariato dilagante». Pochi editori, spesso legati alla finanza internazionale, concentrano nelle proprie mani numerose testate le quali dispongono di una manovalanza a basso costo, facilmente ricattabile e quindi prona ancor più del normale livello dovuto alla tradizionale cortigianeria dei giornalisti italiani. Come fidarci del racconto sul Coronavirus e sui vaccini fatto da questi signori? La risposta è ovvia: non possiamo. Tanto più che le vicende relative ai vaccini e a Big Pharma svelano i meccanismi più intimi del sistema capitalista morente, che invece vanno celati, mistificati, imbellettati per evitare che l’opinione pubblica si renda conto cosa sia effettivamente il Paradiso liberale e democratico.

Il primo livello: cos’è una Big Pharma   

Partiamo dal livello base della nostra analisi, e chiediamoci cosa sia effettivamente una Big Pharma. Nel mondo occidentale l’industria farmaceutica è soprattutto privata, dotata del privilegio, però, di non battersi sul libero mercato ma di avere quasi sempre come committente il sistema sanitario pubblico. A puro titolo di esempio citiamo il rapporto nazionale dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) sull’uso dei medicinali in Italia relativo all’anno 2017, quindi in un periodo privo delle sollecitazioni dovute alla pandemia: “Nel 2017 la spesa farmaceutica totale, pubblica e privata, è stata pari a 29,80 miliardi di Euro, di cui il 75% rimborsato dal SSN (Sistema sanitario nazionale, n.d.r.). In media, per ogni cittadino italiano, la spesa ammonta a circa 492 euro”. Senza raggiungere i picchi italiani, anche nel resto dell’Occidente il fatturato del settore farmaceutico è certamente elevato e soprattutto sempre garantito: dai sistemi sanitari nazionali e dalle assicurazioni private. La presenza di un garante sovrano (lo Stato) e delle compagnie assicuratrici hanno creato un mercato sicuro, profittevole e stabile nel tempo. Era inimmaginabile ritenere che un settore talmente vantaggioso non fosse preda della finanza speculativa internazionale. Le progressive acquisizioni da parte di Società finanziarie e di Banche d’Affari dei pacchetti azionari di grandi compagnie farmaceutiche ha creato una reciproca reazione a crescere, dove le società farmaceutiche si ingrandivano man mano che i capitali fittizi affluivano. Passiamo in una veloce carrellata l’azionariato principale delle multinazionali farmaceutiche che hanno un ruolo in questo momento; da notare le società finanziarie evidenziate in grassetto, le troviamo in tutte le multinazionali “salvatrici del mondo”. Iniziamo da Pfizer, che i mass media ci raccontano produrre il vaccino “più sicuro”. La sede principale è a Manhattan, New York City; per inciso, fino a quest’anno Pfizer era famosa per produrre il Viagra, i maggiori azionisti nel 2020 erano (e sono) The Vanguard Group, Inc. (8,03%), Blackrock Inc. (7,12%), State Street Corporation (5,01%), Capital World Investors (4,78%), Wellington Management Group, LLP (4,42%). Il suo amministratore delegato è il dottor Albert Bourla, che rispettando rigorosamente la tradizione, prima d’iniziare la “partita” dei vaccini è passato immediatamente all’incasso: “Pfizer, festa per i vertici. Annunciano il vaccino, vendono le loro azioni e incassano quasi 8 milioni di dollari” titola Il Fatto Quotidiano del 11 novembre 2020. Sempre nel racconto dei Media, al secondo posto come “affidabilità” si pone Moderna la cui sede è a Cambridge (Massachusetts), ed i maggiori azionisti nel 2020 erano (e sono) Baillie Gifford and Company (11,32%), Flagship Pioneering Inc. (7,71%), The Vanguard Group, Inc. (5,84%), Blackrock Inc. (5,11%). Il presidente di Moderna è l’armeno naturalizzato statunitense Noubar Afeyan, e anche lui, rispettoso della “liturgia”, è subito passato all’incasso in modo clamoroso come ci racconta il giornalista del Sole 24 Ore Fabio Pavesi: “Il colpaccio più consistente però l’ha messo a segno, il manager Afeyan Noubar che in 2 giorni, a cavallo del 22 e il 24 febbraio ha venduto la bellezza di 6,5 milioni di azioni per l’incasso mirabolante di 980 milioni di dollari in sole 72 ore. Un vero recordman”. Last but not least come dicono gli anglosassoni, arriva Johnson & Johnson con sede a New Brunswick (New Jersey) circa 65 Km da Manhattan. I suoi maggiori azionisti nel 2020 erano (e sono) The Vanguard Group, Inc. (8,66%), Blackrock Inc. (7,16%), State Street Corporation (5,47%), il suo Presidente e Amministratore delegato è Alex Gorsky e dobbiamo fargli un ringraziamento in quanto ci offre una variante nella liturgia dell’incasso anticipato, invece di annunciare il vaccino e vendere le azioni come hanno fatto i suoi colleghi Bourla e Noubar, il nostro si è alzato lo stipendio a 29,60 milioni di Euro come riporta l’inserto del Corriere della Sera “L’Economia” del 1 Aprile 2021. Varchiamo l’oceano e andiamo in Gran Bretagna a vedere come stiamo con la famigerata AstraZeneca. Innanzitutto la sede è nella prestigiosa cittadina universitaria di Cambridge, il suo azionariato nel 2020 era (ed è) composto da: Wellington Management Co. LLP (5,22%), Capital Research & Management Co. (4,27%), BlackRock Group con tre diverse compagnie (4,16%+1,88%+1,28%), Investor AB (3,93%), The Vanguard Group, Inc. (2,66%). Il suo amministratore delegato è il francese Pascal Soriot, il quale emula Alex Gorsky e si prepara a darsi un bonus stellare, come ci informa il sito ticinese TIO del 5 maggio: AstraZeneca e quell’aumento dei bonus che provoca l’ira degli investitori. L’azienda intende aumentare il bonus massimo annuale del Ceo, Pascal Soriot, al 250% della paga base. Alla fine di questa analisi possiamo abbozzare una definizione di Big Pharma nel modo seguente: Big Pharma è un modello di business caratterizzato dall’impiego di capitale fittizio in multinazionali farmaceutiche che operano in un mercato garantito dallo Stato. Tali multinazionali sono controllate da un club esclusivo di poche società d’investimento, quasi tutte della Nuova Inghilterra, presenti ai vertici di ognuna, e che ne fanno oggetto di speculazioni borsistiche tramite il top management. Quando si parla di “élite bostoniana” principale sponsor di Joe Biden, s’intende proprio anche questa comunità di società finanziarie che dirigono in modo trasversale Big Pharma. Come è possibile che la politica del mondo liberale e occidentale, cioè il punto di arrivo del percorso dell’evoluzione umana secondo Francis Fukuyama, si affidi a queste società, macchine di speculazione finanziaria prima che industrie del farmaco, per salvare il mondo dalla Pandemia da Covid-19? 

Il secondo livello: “Sui vaccini anti-Covid l’Ue si è inchinata a Big Pharma”.

Iniziando l’analisi di secondo livello, dovendo cioè descrivere il modo con cui la politica occidentale si pone di fronte a Big Pharma, è doveroso citare il magnifico intervento dell’euro deputata francese Manon Aubry del 3 marzo scorso, che ha svolto una requisitoria impeccabile sul comportamento tenuto dalla Commissione Europea nei confronti di Pfizer, Moderna e AstraZeneca; di fronte alla coraggiosa deputata stava in ascolto una livida Ursula von der Layen. Permettetemi una parentesi. Chi sostiene che la parità di genere sia un modo per riformare la politica non può che rimanere deluso. La parità di genere è certamente un dovere, ma non è da essa che può nascere una classe dirigente migliore, gli attuali vertici europei sono lì a testimoniarlo quotidianamente. Nella “costituzione di fatto” della UE (quella non scritta, non detta e che comanda effettivamente in Europa) ben tre posti su quattro sono occupati da donne: presidenza della Commissione Europea, presidenza della BCE, Cancellierato tedesco; rimane solo la presidenza della repubblica francese ad appannaggio di un uomo. Non mi sembra affatto vi sia una politica europea migliorata, tutt’altro. È invece vero che, allargando la platea maggiormente alle donne, vi si possano trovare ottimi elementi come Manon Aubry, valida rappresentante della sinistra francese. Qui sorge un dubbio: ma la sinistra italiana a Bruxelles che fine ha fatto? Abbiamo visto che Big Pharma non è una multinazionale del farmaco ma è un modello di business che approfitta di un mercato protetto per impiegare capitale fittizio. Possiamo definire il mercato dei farmaci “protetto” perché garantito innanzitutto dallo Stato e, nel caso europeo, dalla UE; il modo poi scandalosamente accondiscendente con il quale la commissione europea, presieduta da Ursula von der Layen, ha approcciato Big Pharma non ci deve assolutamente sorprendere, altrimenti non saremmo nel paradiso liberista di Fukuyama. Come funziona allora questo rapporto pubblico privato? Forse le multinazionali produttrici dei vaccini stanno “giustamente” guadagnando per ripagarsi degli investimenti fatti nella ricerca sui vaccini? Assolutamente no! La ricerca è stata fatta con soldi pubblici. Il vaccino di Pfizer viene correttamente denominato Pfizer-BioNTech. BioNTech è un’azienda tedesca di biotecnologia e biofarmaceutica attiva nell’ambito della ricerca, sviluppo e commercializzazione di farmaci con sede a Magonza. Il vaccino prodotto da Pfizer è stato realizzato su brevetto BioNTech, e il fattore determinante nel raggiungimento del brevetto da parte dell’azienda tedesca ce lo spiega AGI (Agenzia Italiana) del 10 novembre 2020 con l’articolo Il vaccino di Pfizer e Biontech ha avuto solo fondi tedeschi, citiamo il seguente passaggio: “Si parla di 375 milioni di euro versati dal governo tedesco a Biontech – società con sede a Magonza – lo scorso settembre per accelerare lo sviluppo del farmaco. La somma è stata quindi stanziata e spesa interamente in Germania per garantire alla società biotecnologica l’infrastruttura necessaria all’operazione ‘Lightspeed’, ovvero una conclusione il più rapida possibile dello sviluppo del vaccino con l’obiettivo di arrivare sul mercato entro la fine dell’anno”. Soldi pubblici tedeschi dati ad una piccola azienda di Magonza per far poi guadagnare un colosso farmaceutico americano. Sarà un caso? Il vaccino prodotto da AstraZeneca Vaxzevria è stato sviluppato dall’Università di Oxford come ci racconta sempre AGI del 23 ottobre 2020: “Ecco la storia del vaccino anti Covid di Oxford, tra soldi e scienza – Il vaccino messo a punto nei laboratori dello Jenner Institute dell’Università di Oxford è diventato una delle speranze più concrete per debellare il coronavirus. La sua storia è uno strano connubio tra soldi e ricerca scientifica, è una sorta di matrimonio d’interesse tra gli intenti scientifici dell’Università di Oxford, che ha 900 anni di storia e che ha finanziato con fondi pubblici la ricerca di laboratorio anti Covid e l’industria farmaceutica”. Soldi pubblici inglesi dati ad una istituzione universitaria prestigiosa per far guadagnare un colosso farmaceutico anglo-svedese. Possiamo arricchire la definizione data di Big Pharma: i soldi, il tempo necessario e i rischi connaturati alla ricerca sono a carico del pubblico, i guadagni del privato. Veniamo ora ad Ursula von der Layen e al mistero che circonda i contratti siglati dalla Commissione europea con Big Pharma e che tante polemiche ha suscitato in questi mesi. Manon Aubry, sempre nella sua requisitoria del 3 marzo, ci fa correttamente notare che le trattative hanno mancato di trasparenza e che nei contratti resi pubblici, mancano le informazioni principali come “prezzo e programma di consegna”, che “sono nascoste”. Non mancano accuse sui programmi di fornitura, “in ritardo, senza alcuna sanzione ovviamente”. La brava eurodeputata conclude il suo intervento con un auspicio tanto “pio” quanto inevitabilmente inascoltato, sollecitando l’istituzione di una “Commissione d’inchiesta sulle responsabilità della Commissione per questo disastro”. Esistono quindi degli “omissis”, secondo la migliore tradizione italiana, nei contratti pubblicati tra UE e Big Pharma. Quali potrebbero essere? Titola Business Insider Italia del 29 aprile 2021: ll Belgio sapeva delle clausole capestro del contratto con AstraZeneca. Ma non ha fatto nulla, né informato gli altri Paesi Ue, ecco un passaggio interessante dell’articolo: “L’Unione europea ha deciso alla fine di portare AstraZeneca in tribunale per il mancato rispetto dei patti sulle consegne dei vaccini sviluppati dagli scienziati di Oxford. Ma Bruxelles rischia di perdere la causa in quanto a proteggere l’azienda anglo-svedese ci sarebbe lo stesso contratto firmato con l’Ue, che non sarebbe stato abbastanza stringente e questa cosa sarebbe emersa ancora prima che il contratto fosse sottoscritto, senza che nessuno corresse ai ripari”.  Sembra infatti che il governo belga avesse incaricato la nota società di revisione Deloitte di supervisionare i contratti firmati tra UE e AstraZeneca e che già il 17 agosto 2020 la società di consulenza abbia avvertito Bruxelles, all’indirizzo del governo nazionale, che: “Tuttavia, il contratto di acquisto anticipato non prevede sanzioni in caso di mancato rispetto delle date e delle quantità di consegna”. Il report della società di consulenza sembrerebbe confermare che il contratto firmato dalla Commissione europea sia stato siglato in maniera alquanto approssimativa, al contrario invece di altri Paesi, come Israele e Gran Bretagna, che hanno puntato da subito ad acquistare i vaccini necessari per poter vaccinare il prima possibile il maggior numero di persone, senza dover sottostare alle esigenze o ai ricatti delle case farmaceutiche”. Ma non solo, ancora più grave è il fatto che: “La società di consulenza Deloitte nel suo rapporto poi pone l’attenzione sulle clausole che mettono al sicuro Astrazeneca da possibili conseguenze legali. Il rapporto ha sottolineato che non vi era alcun piano per le valutazioni di conformità o per il caso in cui le autorità di regolamentazione europee potessero ritirare un lotto di vaccini come avvenuto dopo alcuni casi di trombosi”. Negligenza del governo belga? Oppure forza contrattuale spostata tutta dalla parte di Big Pharma? Report, unica trasmissione giornalistica RAI con un minimo livello di dignità e onestà, scrive sul suo sito il 17 aprile 2021: Esclusiva Report: ecco i contratti “segreti” di Pfizer e Moderna per i vaccini anti-Covid. Report apre l’articolo con un incipit quanto meno inquietante: “L’Unione Europea li ha tenuti nascosti per mesi, prima rifiutandosi di pubblicarli, poi coprendo con una serie di omissis i dati sensibili. Ma Report ne è venuta in possesso e pubblica integralmente i primi contratti per l’acquisto dei vaccini anti-Covid stipulati da Bruxelles a fine 2020 con Pfizer e Moderna… Sono gli accordi con cui l’Europa ha versato un anticipo di 700 milioni di euro a Pfizer e 318 milioni a Moderna, per prenotare rispettivamente 200 e 80 milioni di dosi”. Ancora alcuni passaggi fondamentali: “I contratti rivelano nuovi dettagli interessanti. Ad esempio, il prezzo del vaccino Pfizer. La cifra di 15,50 a dose per il vaccino di Pfizer-Biontech di cui si parla da mesi non è propriamente corretta: quella è soltanto la media fra due prezzi differenti concordati con la casa farmaceutica. L’azienda infatti ha venduto il suo siero a 17,50 euro per i primi 100 milioni di dosi, e 13,50 euro da 100 a 200 milioni di dosi. Poi però il prezzo risale: per tutti gli ordini ulteriori fatti entro 3 mesi dall’autorizzazione concessa da Ema (dunque fino al 21 marzo), si passa a 15,50 euro a dose. Dopo, di nuovo a 17,50 euro. E il prezzo sembra destinato ad aumentare ancora in futuro. Per il momento, però, il primato di vaccino più caro sul mercato resta di Moderna: 18,80 a dose”. Come evidenziato da Deloitte al governo belga già nell’agosto 2020, Report ribadisce che: “I contratti confermano anche che, in caso di danni da effetti collaterali, gli indennizzi ricadranno quasi esclusivamente sugli Stati”. Sulla proprietà intellettuale non si discute: “I brevetti, invece, restano in mano ai privati, nonostante la manleva e i finanziamenti pubblici”. Report ci dice infine come l’Unione Europea sia stata presa in giro attraverso promesse di consegne mirabolanti in pochi mesi e che gli addetti ai lavori sapevano fin dall’inizio fossero frottole utili a far avere a Big Pharma le somme in anticipo: “In particolare nel contratto di Pfizer è stata inserita una clausola per cui, se l’autorizzazione Ema arriva entro il 15 agosto 2021 (come è successo) ma la produzione dell’azienda risulta insufficiente per soddisfare gli ordini previsti, quest’ultima si impegna semplicemente a rivedere il programma di consegna in base a non meglio precisati “equi e giusti principi”. Per Moderna invece le condizioni sembrano leggermente più severe: è scritto che se la consegna ritarda di oltre 90 giorni, gli Stati possono annullare l’ordine”. Il modello di business “Big Pharma” che abbiamo descritto è quindi confermato anche dal lato della sudditanza della politica nei confronti dell’economia, del pubblico depredato e dileggiato da parte del privato. Ma nel “Paradiso” di Francis Fukuyama i “demoni” sono associati agli “angeli”, e quindi non avremo nessuna inchiesta nei confronti della pessima presidente della Commissione Europea. Eppure, chi sia veramente questo pericoloso personaggio è noto alle principali cancellerie: quanto sia ideologicamente succube e sostenitrice ad un tempo della “sovranità” del capitale fittizio non è un mistero, e nemmeno la sua funzione di provocatrice seriale. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan lo ha pubblicamente dichiarato in occasione della visita della von der Layen ad Ankara del 7 aprile scorso. Erdogan ha sgarbatamente lasciato in piedi la “povera” presidente di commissione non perché fosse donna, come favoleggiato dai soliti mass media nostrani, e nemmeno per ribadire fantomatiche superiorità di genere, ma per denunciare pubblicamente chi sia realmente questa signora e quanto sia pericolosa per la comunità internazionale. A riprova che Erdogan non bada alle sciocchezze sostenute da giornali e televisioni, è sufficiente riguardare la visita del Cancelliere tedesco Angela Merkel del 24 gennaio 2020, priva di incidenti protocollari. 

Il terzo livello: i vaccini strumento di guerra non militare

Abbiamo visto cosa sia effettivamente Big Pharma e come la politica di secondo livello (quella comunitaria e degli stati europei) sia ad un tempo complice e succube di Big Pharma. Ma se ci fermassimo qui non avremmo ancora il quadro completo della situazione, perché primo e secondo livello di analisi non esauriscono tutti i dubbi sulle vicende vaccini. Rimanendo nel campo occidentale, per esempio, ci si dovrebbe chiedere perché altrettanto grandi multinazionali del farmaco come la francese Sanofi, la tedesca Bayer, le svizzere Roche e Novartis non hanno partecipato al “sabba speculativo” di Big Pharma? Perché i loro vaccini sono assenti oppure in ritardo rispetto a quelli dei concorrenti anglo americani? Non sono Big Pharma anche loro? I governi europei non possono lamentarsi della carenza di dosi e poi ignorare l’esistenza di questi colossi del farmaco europei, del tutto congeniali al sistema che abbiamo descritto. E ancora, perché una nazione come Israele, priva di industrie farmaceutiche rilevanti, ha potuto effettuare una campagna vaccinale vincente e complimentata in tutto il mondo, e come possiamo interpretare i seguenti dati sui vaccinati con due dosi riguardanti lo stato ebraico e quelli confinanti (dati desunti dal sito Gedi Visual e aggiornati al 7 maggio): Israele vaccinato il 58,62% della popolazione solo con Pfizer; Palestina vaccinato lo 0,86% della popolazione; Libano vaccinato il 2,70% della popolazione; Giordania vaccinato il 2,80% della popolazione; Egitto e Siria sono allo 0,00%, evidentemente i dati non sono disponibili, ma è ragionevole pensare che le percentuali siano simili a Libano e Giordania. È sufficiente giustificare queste clamorose disparità con la ricerca di Big Pharma del prezzo più alto? Oppure occorre una visione ancora più ampia e gerarchicamente superiore? Evidentemente la gestione così illogica e discriminante dei vaccini è figlia di una crisi ben più importante: quella del dollar standard, che impersonifica la crisi della metropoli imperiale e i conseguenti mutamenti dei rapporti di Washington con gli alleati (Israele e, in misura minore, Gran Bretagna) e gli stati vassalli (tutti gli altri del mondo occidentale). L’impeccabile fornitura dei vaccini a Londra e Tel Aviv rispecchia plasticamente il ruolo preminente che ricoprono al fianco degli USA: per lo Stato ebraico abbiamo già visto i fulgidi risultati, per Londra si parla del 26,30% della popolazione già vaccinata due volte. I risultati minori degli stati europei vassalli ha dell’incredibile: la Francia, che ospita il colosso Sanofi-Aventis, si attesta all’11,66%, la Germania, che ha pagato le ricerche di Biontec e che ospita Bayer, si ferma al 9,33%, la Svizzera, che ospita il secondo gruppo (Roche) e il quinto gruppo (Novartis) farmaceutico al mondo, non va oltre 11,59%. Come non scorgere un diktat ricevuto dalla metropoli imperiale. Ma il mondo non è popolato solo dall’impero americano e dalle sue provincie, vi sono anche stati indipendenti e necessariamente antagonisti (Cina e Russia) che hanno preventivamente lanciato la sfida dei vaccini sotto forma di guerra non militare, sempre secondo la classica (per noi) definizione contenuta nel testo Guerra senza limiti di Liang Qiao e Xiangsui Wang. Soffermiamoci rapidamente sugli Stati Uniti, in quanto fonte perpetua delle crisi mondiali. L’amministrazione Biden ha confermato e ampliato la politica dell’iper indebitamento. Il 1° gennaio 2021 il debito pubblico ammontava a 27.747 miliardi di dollari; dopo i primi due provvedimenti dell’amministrazione Biden: piano di aiuti “anti-Covid” da 1.900 miliardi di dollari e investimenti in infrastrutture e ambiente da 3.000 miliardi (il vecchio Joe pensa di essere Franklin Delano Roosevelt) dobbiamo attenderci, presumibilmente entro il primo semestre del 2021, un debito da 33.000 miliardi di dollari circa! A causa di questa politica il dollaro ha ormai perso tutte le sue prerogative di moneta di riferimento e di riserva, è necessario rimarcarlo: il biglietto verde non è più misura di valore, in quanto non contiene e non rappresenta un metallo prezioso (rame, argento, oro) a causa della sospensione degli accordi di Bretton Woods del 1971; non è più riserva di valore a causa dell’enorme e sconosciuto contenuto inflazionistico insito nel dollaro stesso, in spaventoso aumento negli ultimi anni, e rimasto inespresso per motivi politici; non è più moneta di riferimento e di riserva avendo da decenni bilancia commerciale e bilancia dei pagamenti in passivo. Il dollaro rimane unicamente mezzo di scambio per merci e servizi in quanto il suo valore è costituito dalla capacità distruttiva dell’arsenale atomico e delle forze armate degli Stati Uniti. Per spiegarci meglio: prima del 1971 chi si presentava alla Federal Reserve con dollari allo sconto riceveva un’oncia d’oro ogni 35 dollari; dopo tale data chi avesse pensato di rifiutare i dollari inconvertibili avrebbe ricevuto quota crescente di bombe sulla testa, come raccontato da William R. Clark nel suo libro Petrodollar Warfare: “Il 24 settembre del 2000 Saddam Hussein sarebbe uscito da una riunione del suo governo proclamando che l’Iraq sarebbe presto passato a negoziare le esportazioni di petrolio valutandole in euro”. Ma l’espressione di valore del dollaro sotto forma di capacità distruttiva militare non è immune da conseguenze per gli stessi Stati Uniti, ecco perché la pandemia da Covid-19 di inizio 2020 è stata più che provvidenziale, creando una “confort zone” che ha regalato benefici di ordine “strategico” e “tattico”: strategico in quanto ha potuto rimandare la decisione su quale teatro aprire un nuovo conflitto, tattico in quanto ha regalato a Wall Street un’annata favolosa, lucrando sulla gestione della massa monetaria creata dall’iper debito americano. Non vi è dubbio che la strategia americana per il 2020, il 2021 e possibilmente per gli anni futuri sarebbe stata quella di tenere segregato il pianeta sia per rimandare l’inevitabile destino del dollaro sia per annegare l’economia mondiale nel più grande debito mai visto. Ma già nel secondo semestre del 2020 qualcosa andava storto: i due paesi “canaglia” per eccellenza, Russia e Cina, si erano dotati di propri vaccini anti-covid: Sputnik, Sinopharm e Sinovac. In particolare, il vaccino russo era stato approvato dagli organi di controllo moscoviti già l’11 agosto 2020 mettendo subito in crisi la strategia a medio termine della “confort zone” americana. Da quel momento le direttive USA ai paesi vassalli, agli organismi di approvazione dei farmaci come Food and Drug Administration e Agenzia europea del farmaco EMA, nonché ai mass media di regime, fu di alzare una cortina di ferro nei confronti di Sputnik, e successivamente di Sinopharm e Sinovac in modo di dare il tempo a Big Pharma di acquisire definitivamente i brevetti e iniziare la produzione. Ema concedeva l’autorizzazione al vaccino Pfizer-Biontech il 21 dicembre 2020 dopo soli 20 giorni di verifica; il 6 gennaio 2021 approvava il vaccino di Moderna dopo un iter leggermente maggiore: 37 giorni; il via libera ad AstraZeneca veniva dato il 29 gennaio dopo una valutazione lampo di appena 17 giorni. E mal gliene incolse ai signori dell’EMA, viste le continue sospensioni, limitazioni e precisazioni che il vaccino inglese si è guadagnato nel vecchio continente. Visti questi iter di approvazione veloci, quanti giorni sarebbero serviti per lo Sputnik? La risposta è arrivata direttamente da Christa Wirthumer-Hoche, presidente del consiglio di amministrazione di EMA l’8 di marzo: “Lo Sputnik? È come la roulette russa”, L’esperta sconsigliava i Paesi europei di ricorrere all’autorizzazione di emergenza dello Sputnik visti i dati sulle persone vaccinate definite dalla Wirthumer-Hoche insufficienti. In Europa i vaccini di Big Pharma vanno bene dopo una breve occhiata, mentre quello russo va studiato con adeguata attenzione e per tutto il tempo necessario. Una presa di posizione evidentemente politica piuttosto che il risultato di una meticolosa prassi tecnica, e mentre Big Pharma dileggiava i governi europei, promettendo quantità di dosi che soavemente non consegnava, alcuni paesi dotati di un minimo di dignità cercavano un contatto diretto con Mosca come l’Austria (anche per conto della Germania), e altri procedevano ancora più decisamente, come la tanto vituperata Ungheria, che ad oggi ha vaccinato due volte il 25,92% della sua popolazione soprattutto grazie a Sputnik V. Esiste poi in Europa il paese dove accadono tradizionalmente le cose più bizzarre: l’Italia. La Repubblica di San Marino ha già vaccinato due volte il 37,19% della sua popolazione con Sputnik V, mentre gli sfortunati abitanti della Regione Emilia-Romagna sono fermi al 14,60%. Emblematico è l’atteggiamento del ministro della Salute Roberto Speranza in quota LEU, appartenente alla cosiddetta sinistra italiana, sul suo rapporto con la questione dei vaccini russi. Libero del 21 aprile intervista Roberto Ciavatta, segretario di Stato per la Sanità e la Sicurezza sociale della repubblica del Titano: «Entro aprile vogliamo terminare la somministrazione della prima dose a tutta la popolazione andando poi verso una situazione di protezione diffusa rispetto al virus», e ancora: «Da diverse settimane abbiamo dato al governo italiano la nostra disponibilità a vaccinare sia i frontalieri sia altre categorie di persone che entrano quotidianamente a San Marino» precisa Ciavatta, «ma fino a quando dal ministero della Salute, guidato da Speranza, non arriverà una nota, noi restiamo fermi». Alla fine, la nota dallo Stato italiano all’ingenuo Ciavatta è arrivata eccome, titola La Repubblica nella cronaca di Bologna del 6 maggio 2021: San Marino e i “prigionieri” dello Sputnik. L’Emilia-Romagna: “Non possiamo riconoscerli come vaccinati”. Potremmo chiederci se gli Speranza, i Donini (Raffaele Donini, assessore alle politiche per la salute Regione Emilia-Romagna in quota Partito Democratico) non dovrebbero anteporre la salute dei cittadini agli interessi di Big Pharma? Meno prosaicamente, giudicando lo scandaloso operato di Speranza negli ultimi due anni, al quale va ascritta almeno la responsabilità morale e politica di 4.123.230 contagiati e 123.282 morti, avendo violato parecchi articoli della Costituzione italiana (per necessità, direbbe lui), avendo osteggiato tutti i vaccini che non fossero di Big Pharma, perché non ha mai sentito la personale esigenza di dimettersi, spacciandosi appunto per un esponente di sinistra. Lenin aveva definito “social sciovinisti” le frazioni socialiste e socialdemocratiche che si erano alleate con la borghesia; era un duro scontro tra titani, essendo avversi al grande rivoluzionario pensatori del calibro di Kautsky e Hilferding. Osservando oggi questi tristi esponenti di LEU e Articolo 18 non possiamo neppure usate tali “nobili” termini: i vari Speranza, Fratoianni, Bersani sembrano solo dei “social-servilisti”, e se non fossero co-responsabili di tragedie, sarebbero delle farse. Facciamo un ultimo esempio a riprova che i vaccini sono “armi” di guerra non militare e che rientrano a pieno titolo in logiche belliche. L’India è uno dei principali produttori di vaccini del mondo, è un grande terzista di Big Pharma (innanzitutto AstraZeneca) che ne dispone l’esportazione verso paesi che hanno un ruolo strategico superiore nelle gerarchie delle alleanze occidentali, dove evidentemente l’India si colloca agli ultimi posti. Rispettare questo ordine di sudditanza ha un elevato costo per gli indiani come spiega l’Avvenire del 3 maggio: “A un soffio dai venti milioni di contagi, l’India fa i conti con l’onda lunga della seconda ondata di Covid. Un’onda che sembra sommergere il gigante da 1,3 miliardi di abitanti, il cui sistema sanitario appare da tempo vulnerato da problemi atavici. I decessi segnalati in un giorno sono stati 3.417, portando il totale a 218.959… Modi è finito nel mirino anche per le falle e i paradossi nella campagna vaccinale, nel Paese che di fatto è il più grande produttore mondiale di fiale… Solo il 12 per cento della popolazione è stata vaccinata”. Nessun paradosso, Narendra Modi, formalmente primo ministro dell’India, è un “pro console” che non deve rispondere alle elementari necessità di salute degli indiani, ma alle direttive di geopolitica americana: produrre vaccini di Big Pharma e destinarli ad altri fronti. 

Scenari possibili per l’immediato futuro

In questo articolo abbiamo cercato di capire, ovviamente in modo sintetico e non esaustivo, cosa sia Big Pharma nelle sue varie sfaccettature: speculazione finanziaria, prevaricazione del potere economico su quello politico, strumento di strategia bellica non militare. Abbiamo visto che non è stata Big Pharma a volere accelerare studi e produzione dei vaccini, ma che è stata costretta dall’offensiva dei vaccini russi e cinesi che, se non contrastati adeguatamente, avrebbero messo in crisi i rapporti tra Unione europea e Stati Uniti, per non parlare del ruolo fondamentale che Sputnik, Sinopharm e Sinovac stanno svolgendo in vaste aree del pianeta, abbandonate da Big Pharma al loro destino. Washington si vede costretta ad uscire progressivamente e controvoglia dalla sua “confort zone” rappresentata dalla pandemia da Covid-19, se non totalmente almeno parzialmente. Sul tavolo della stanza ovale si riaprono dossier su scenari bellici alternativi: quelli non militari come l’impulso da dare alle “varianti” del Covid-19 maggiormente resistenti ai vaccini; oppure “favorire” incidenti, come quello accaduto nel canale di Suez, allo scopo di creare nuovi shock petroliferi o tecnologici (Stellantis ha chiuso lo stabilimento di Melfi fino al 10 maggio ufficialmente lamentando l’assenza di chip provenienti dal Far East). Oppure ancora decidersi a “passare il Rubicone” e optare per un’azione militare con tutti i gravi rischi che questa scelta causerebbe per gli stessi USA. Nel frattempo, sembra improbabile che, ad esempio, le società americana ed europea possano tornare alla vita del 2019, essendo le restrizioni alle libertà personali e collettive dei paradigmi di governo necessari ai signori del debito per far fronte alle prossime catastrofi che colpiranno, ad esempio, i lavoratori dei due continenti non appena i divieti a licenziare, oppure i sussidi straordinari di disoccupazione saranno tolti. In questo senso si deve leggere la presenza di un generale degli alpini a capo delle vaccinazioni in Italia, oppure gli strani messaggi sulla guerra civile che alcuni generali francesi in pensione stanno lanciando al loro governo. In altre parole, tra i vari scenari strategici che Biden, Yellen, Lagarde, Von del Layen, Draghi stanno studiando, uno lo possiamo certamente escludere: quello che abbiamo vissuto fino alla fine del 2019.