Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Gli Usa con i suoi alleati della Nato (sia quelli effettivi che quelli che sono ancora in lista di attesa per entrarvi), hanno di fatto accerchiato la Russia, sul fronte europeo, dalla penisola scandinava al Mar Nero, non solo sul piano politico ed economico (vedi sanzioni), ma anche militare, sia attraverso sempre più frequenti esercitazioni militari, sia attraverso il dislocamento di basi Nato avanzate verso est.

La Bielorussia, con Moldavia e Serbia, rappresentano le pedine mancanti e ancora non completamente integrate per dichiarare lo scacco matto alla Russia di Putin sul fronte europeo che è quello strategicamente di gran lunga il più importante per la Russia stessa.

Da alcuni mesi in particolare sono iniziate da parte delle cancellerie europee, con in testa la Merkel, la prima della classe anche per il caso di Navalny, le operazioni di destabilizzazione interna della Bielorussia attraverso il copione ben collaudato delle rivoluzioni colorate, delle pressioni politiche ed economiche e senza disdegnare di mettere in conto veri e propri assalti paramilitari, come già avvenuto in Ucraina. Non hanno certo giovato, sempre in riferimento alla Bielorussia, le caratteristiche del suo Presidente Lukashenko, che più volte ha strizzato l’occhio all’occidente e in particolare agli Usa e voltato le spalle alla Russia (per esempio criticando l’annessione della Crimea o acquistando petrolio dagli Usa per il tramite della Polonia), ma soprattutto per non aver saputo dialogare e coinvolgere i vari settori della società, della imprenditoria, dei lavoratori, dei giovani e delle donne per rafforzare la coesione sociale e rinnovare quegli elementi di socialismo ancora presenti nel Paese.

Più recentemente e sotto l’incalzare degli avvenimenti, Lukashenko ha messo all’ordine del giorno la riforma della Costituzione (con l’intento di attribuire più poteri e funzionalità all’Assemblea Popolare Panbielorussa e forse indire un referendum per un ritorno all’interno della Federazione russa per poi andare a nuove elezioni).

Recentemente il ministro della difesa russo Sergey Shoygu e il ministro della difesa bielorusso Viktor Khrenin (si ricorda che i due Paesi sono legati da una “Unione Statale”), hanno condannato duramente l’aumento della presenza Nato ai confini della Bielorussia (che confina a nord con Lituania e Lettonia, a ovest con la Polonia, a sud con l’Ucraina e a est con la Russia) attraverso il crescente intensificarsi di manovre ed esercitazioni militari con una crescente presenza degli Usa che coinvolgono migliaia (fino a 10mila) di unità. Il ministro della Difesa russo, in particolare, ha detto che la Russia considera la garanzia della sicurezza militare dell’Unione Statale un compito prioritario.

In questo scenario molto teso, continuano le manifestazioni dell’opposizione, domenica 1 novembre sono scese in piazza a Minsk circa 20mila persone (non troppe ma neanche troppo poche), dello sciopero di cui si parla da giorni ancora non si vedono gli effetti e sembra non riuscito, alcune agenzie di stampa prevedono un ritorno dello scontro duro e della violenza.

La domanda che ci facciamo è, ma dove vuole arrivare l’Unione europea? Emblematica l’affermazione del ministro degli esteri Lavrov che afferma, anche sull’onda del caso Navalny, che forse con questa Ue, per il momento, non vale neanche la pena di dialogare o come ha detto lo stesso Lukashenko qualche tempo fa: “se la Bielorussia fallisce, la prossima è la Russia”… e non credo che Putin si limiterà a guardare, nel crescere delle tensioni e guerre in tutti i quadranti del mondo.

2 novembre 2020